Capitolo VII. LA GRAN COMPAGNIA. — GUERRA CO’ PISANI. — SECONDA VENUTA DI CARLO IV IN ITALIA. — IL MAGISTRATO DI PARTE GUELFA: AMMONIZIONI. [AN. 1358-1374.]
L’occasione o il pretesto pel quale si armavano allora le case dei possenti cittadini era l’entrata in Toscana della grande Compagnia; di quell’esercito di ladroni, dal quale ebbe tante devastazioni l’Italia, miseria non ultima di quel secolo disordinato. Nel dugento noi vedemmo per alte contese accozzarsi le nazioni; ora guerre da per tutto, ma un combattersi alla rinfusa e senza un perchè di cui l’istoria tenga conto: nulla si fece in quella età che poi disfare non fosse meglio. La Francia invasa e calpestata per cento anni dagli Inglesi, che ad entrambi fu ruina e arretramento di civiltà; in Allemagna l’Impero debole, ed un brulicare d’ambizioni feroci, di principi, di armati vescovi e condottieri: là divisa la nazione pel giure dei feudi e per argomenti di genealogie, come in Italia per le disuguali fortune dei popoli e pei contrasti tra le città. Nella Germania era la guerra fine a sè stessa ed era mezzo al nazionale incivilimento: ma qui tra noi la grassezza della vita e le arti e i commerci facevano un popolo tanto proclive alle discordie, quanto alieno dalle armi; queste avevano di che pagare, fidate ad uomini mercenari; e nelle guerre e nelle stesse civili fazioni vedemmo più volte conestabili tedeschi vivere al soldo della Repubblica e avere in mano le forze sue. Infatti costoro allorchè s’accorsero in Italia essere grande numero, ed i paesani disusarsi ogni dì più dalle armi; pensarono che era meglio unirsi in compagnie vivendo di ratto, anzichè del soldo che spesso mancava; avvisandosi che se a loro venisse fatto di occupare alcuna buona città, le altre tutte facilmente a sè farebbono tributarie. Così gli antichi progenitori loro, gli Eruli e i Goti, erano stati prima a guardia dell’Impero, e poi l’avevano per sè tolto: muovevangli ora le stesse occasioni e le cupidità stesse, ma essendo già in loro cessato l’impeto delle invasioni prime, per anche non erano fatti capaci alle conquiste per via d’eserciti regolari.
In Francia una pace fatta con gli Inglesi avea cominciato le vaganti Compagnie: lo stesso in Italia, cessata la guerra del Re d’Ungheria contro alla regina Giovanna di Napoli. Imperocchè avendo quel Re licenziato un duca Guarnieri d’Urslingen tedesco, questi uscito del reame insieme ai soldati ch’erano stati con la Regina e col marito di lei Luigi di Taranto, fece di tutti una Compagnia in numero forse di tremila cavalieri, taglieggiando la campagna di Roma e le altre vicine contrade.[263] Dipoi essendo il governo della Compagnia venuto alle mani di un cavaliere provenzale dell’ordine degli Spedalieri di Gerusalemme, il cui nome trovo scritto Montreal di Albano, e i nostri lo chiamano Fra Moriale; costui, che aveva l’animo grande alla preda, tirò a sè quanti più fossero per l’Italia uomini d’arme senza soldo, talchè si trovarono seco bentosto settemila paghe di cavalieri, che cinque mila o più erano in arme cavalcanti, con più di millecinquecento masnadieri italiani; e da ventimila ribaldi e femmine di mala condizione seguivano la Compagnia per fare male e «pascersi della carogna.[264]» Le femmine lavavano i panni e cuocevano il pane, Fra Moriale avendo provveduto che avessero macinelle da fare farina; pel quale ordine potè l’oste, che mai non entrava in terre murate, mantenersi in abbondanza. Avevano l’anno 1354 vernato nella Marca; donde accennando verso Toscana, i Fiorentini fecero lega, come solevano, insieme co’ Senesi e Perugini; ma questi che erano i più esposti, vedendo potersi per le offerte di Fra Moriale senza loro danno levare la Compagnia da dosso, diedero a questa il passo e le vettovaglie per danaro, e licenza d’entrare senz’arme nella città loro, e quivi rifornirsi di vestimenta e d’armi e di cose che a loro fossero necessarie. Lo stesso avea fatto il Vescovo di Foligno e poi fecero i Senesi e gli Aretini, patteggiando con la Compagnia; la quale scorreva baldanzosamente per quelle contrade, non risparmiando le biade dei campi pe’ loro cavalli e quante altre cose potessero giugnere, e predando uomini e bestiame. Di là poi scesero nel Valdarno, e indi trapassato San Casciano, fino a sei miglia da Firenze, perchè avevano preso la ferma d’essere con la lega di Lombardia contro all’Arcivescovo di Milano per centocinquanta mila fiorini in quattro mesi, vennero a composizione co’ Fiorentini per venticinquemila fiorini d’oro; e nell’accordo si leggono registrati fino a dugentotrentaquattro uffiziali. Avuta poi la condotta, se n’andarono per Val di Rubbiana alla Città di Castello, avviandosi in Lombardia: e Fra Moriale, con licenza degli altri caporali, accomandò la Compagnia a Currado conte di Lando[265] e fecelo suo vicario, egli recandosi a Perugia e più tardi a Roma; dove per comando di Cola di Rienzo fattogli processo come a pubblico principe di ladroni, e che avea devastato la Romagna e la Toscana e la Marca, gli fu tagliata la testa. Non credo che fosse pura di tradimento e di avarizia cotesta opera del Rienzi; la quale sarebbe stata la migliore (se mai sia lecito ammazzare) che fatta si avesse quell’antiquario della libertà romana, il quale perchè sapeva lejere li pataffi,[266] si credè nato a resuscitare la potestà tribunizia in quella Roma che fu deserta quando i Papi l’abbandonarono, e fra le torri armate in guerra dei baroni ghibellini ch’erano in mezzo alla città stessa.
Cessata bentosto in Lombardia la guerra, il Conte di Lando condusse nel Regno la Compagnia, dimorata quivi ad agio più mesi per la scioperatezza del re Luigi di Taranto: indi poi tornò nella Marca, e tratto danari da molti e perfino dal possente Bernabò Visconti, si fermò in Romagna, facendo le viste di soccorrere i Signori di quelle città contro ad Egidio Albornoz Legato del Papa, che ivi guerreggiava da più anni. Ma stando al coperto nei loro movimenti, intendevano ai propri loro fatti; e la Compagnia cresceva, molti accorrendovi da ogni parte per vaghezza della preda, non per affrontare nemici in campo. Vivevano senza far danno al paese di ruberie e di prede; perchè tanta era la divisione delle parti e la gelosia de’ popoli contro a’ tiranni, che a ciascuno meglio pareva accordarsi con la Compagnia per danaro che contrastare con quella. Però il Legato contro ad essi bandiva la croce per tutta Italia, ed in Firenze mandò un Vescovo di Narni a predicare l’indulgenza con grande solennità; dove fu tanto il concorso, che non poteva egli resistere a ricevere le offerte ed a porre la mano in capo, e in pochi giorni raccolse da trentamila fiorini d’oro, i più dalle donne e dalla gente minuta. Mandò la Repubblica in Romagna anche suoi soldati, e vi andarono masnade di cittadini e contadini crociati, che furono dugento a cavallo e duemila a piè: in tutto costava al Comune di Firenze più di centomila fiorini, questa che riusciva non altro poi che una beffa. Imperocchè il Legato anch’egli scendeva agli accordi con la Compagnia per cinquanta mila fiorini d’oro, che di sua parte dovè il Comune pagare il terzo: e la Compagnia, passata di nuovo contro a’ Signori di Milano, tornò in Romagna nel mese di giugno del 1358.
In fin da quando la Compagnia la prima volta fu in Romagna, i Fiorentini vedendo ch’ella era in parte dove in un dì potea valicare l’Alpe ed entrare nel Mugello, formarono con bell’ordine una nuova milizia di balestrieri, che ottocento dalla città sola, e dal contado e dal distretto in tutto fino a quattromila, dandone secondo l’estimo tanti per cento; e nel distretto ne feciono scegliere a ciascuna comunanza, terra o castello, quelli che si conveniano. Ordinarono pe’ loro soldi certa entrata; e che ogni balestriere, stando a casa apparecchiato ad ogni richiesta del Comune, avesse venti soldi al mese, ed i conestabili quaranta; e quando erano in servigio, fiorini tre al mese. Nella città e nel contado ogni dì di festa si radunavano insieme i balestrieri; e i vincitori aveano premio un bello e ricco balestro marcato del marco del Comune. Col mezzo di questa e di altre buone provvigioni i Fiorentini guardavano i passi dell’Alpe; ed a quello dell’Ostale, ch’era il più aperto, chiamarono anche per accordo gli Ubaldini, i quali vi vennero con millecinquecento dei loro fedeli. Quivi fecero una tagliata per lo spazio d’un miglio e mezzo tra’ due poggi, e sopra la tagliata fecero barre di grandi e grossi faggi a modo di steccato, ed abitazioni pe’ soldati. Per questi buoni ordini salvavano allora da ogni assalto la Toscana: ed allontanandosi la Compagnia, il Conte di Lando, lasciato a condurla un conte Broccardo, passò in Germania, ivi portando il tesoro ch’avea rubato, del quale comprava terre e castelli e riscotendo quelle che aveva impegnate. Appresso era stato con l’Imperatore, mostrandogli come la Toscana era piena di soldati di lingua tedesca, i quali se fossero al soldo del Conte, tutti sarebbero dell’Imperatore. E questi al Conte non si vergognava dare titolo di suo Vicario in Pisa; e fu detto gli desse in occulto maggiore legazione, se a lui venisse fatto di riporre sotto l’imperiale soggezione qualche altra parte della Toscana.
Quand’egli tornava di Germania nel mese di luglio 1358 trovò che avevano i Caporali della Compagnia chiesto il passo ai Fiorentini per la Toscana fino a Perugia, dov’erano chiamati. Volevano quelli farli entrare spartiti e per i luoghi a ciò assegnati; il che rifiutato dalla Compagnia, i Fiorentini si provvedevano; ma il Conte scelse venire a patti; così che essendo la Compagnia in Val di Lamone, dovesse per la via di Marradi tagliare l’Appennino presso a Belforte ed a Biforco fino a Dicomano e indi a Bibbiena, il Comune dando loro la panatica per cinque dì, a loro spese. Gli ambasciatori mandati dai Fiorentini erano rimasti con la Compagnia per più sicurtà della condotta, sebbene fossero già rivocati dall’ambasciata. Fermati i patti a questo modo, la Compagnia si mosse con bell’ordine, e prese albergo in mezzo all’Alpe presso Biforco: ma come è uso di gente siffatta quando si sente potere, passando i patti, si toglievano la vettovaglia senza pagare, e se vedevano cose non bene riposte, le rapivano con brutti oltraggi ai paesani. Gli abitatori delle montagne, tra molte loro felicità, hanno invidiabili occasioni: quelli di Val di Lamone e i fedeli del conte Guido da Battifolle s’intesero, e senza porre tempo in mezzo si disposero per quelle vette a loro vantaggio, dove potessero nel trapasso rifarsi dei danni e vendicare gli oltraggi che avevano ricevuti. Il Conte di Lando, affrettandosi prima del giorno, mise sua gente in cammino divisa in tre parti; con l’avanguardia gli ambasciatori, e dietro a sè il conte Broccardo con ottocento a cavallo e cinquecento pedoni e con le cose di più valuta. Era il cammino che avevano a fare aspro e malagevole, essendo la valle quinci e quindi fasciata dalle ripe e stretta nel fondo dov’era la via, la quale si leva dopo alquanto di piano repente ed erta a maraviglia, inviluppata di pietre e di torcimenti; e tale passo è detto le Scalelle, che bene concorda il nome col fatto. Per dove cercando i primi passare, furono dai villani assaliti e con le pietre indietro rispinti. Il Conte di Lando, che s’avea tratto la barbuta di testa e mangiava a cavallo, sentendo ciò ch’era cominciato, si rimise la barbuta e fece gridare Arme: di sopra i villani rotolavano grandi sassi, e più ne gettavano con mano sopra la gente del Conte ch’erano nel basso, quasi come in prigione chiusi da altissime ripe. Egli nondimanco, siccome uomo d’alto cuore e maestro di guerra, di subito fece smontare da cavallo un cento d’Ungheri perchè cacciassero i villani dalle ripe: ma poco gli valse; chè gli Ungheri, gravi delle loro armi e giubboni, co’ duri stivali non potevano salire: quelli con le pietre gli ricacciavano nella valle. Allora una grande pietra mossa nella sommità del monte da parecchi villani, scendendo rovinosamente percosse il conte Broccardo, e lui e il cavallo ne portò nel fossato e uccise: per simile guisa molti e morti e magagnati ne furono. Talchè i villani che erano scesi alle spalle dei cavalieri, veggendo che questi per la morte di molti di loro inviliti, per la strettezza non erano abili in alcun modo a mostrare la loro virtù, arditamente gli affrontarono con lance manesche. Il Conte, assalito da buon numero di loro, fe’ con la spada bella difesa; e alla fine non potendo s’arrendè prigione, porgendo la spada per la punta; ed un villano il ferì con la lancia nella testa, chè s’avea tratta la barbuta. I cavalieri, arreso il Conte, smontarono da cavallo; e spogliate l’armi, come ciascuno poteva meglio, su per le ripe e pe’ burroni si diedero a fuggire; e non che gli uomini, ma le femmine ch’erano corse al rumore e ad aiutare i loro mariti almeno col voltare delle pietre, gli spogliavano, e loro toglieano le cinture d’argento e’ danari e altri arnesi. Molti ne furono presi o morti nelle circostanze dai paesani che non si erano trovati alla zuffa: in tutti più di trecento cavalieri e mille cavalli. Il Conte portato per moneta dai villani in luogo sicuro, fu quivi raccolto dal signore di Bologna Giovanni da Oleggio, che lo fece medicare; ma l’infermità fu lunga, egli curandosi alla tedesca e poco regolando sua vita.[267]
Essendo così rotta e sbaragliata la retroguardia, le schiere che già erano passate innanzi cominciavano a sbigottire. Ma con esse erano gli ambasciatori del Comune di Firenze, ai quali Amerigo del Cavalletto, che le conduceva, mettendosi intorno co’ suoi caporali, minacciava togliere la vita se il fatto accordo non mantenessero. Gli ambasciatori che nonostante si sentissero in lealtà pure temevano per sè stessi, usando una autorità che non era commessa loro, ai molti armati che erano accorsi a occupare i passi comandarono levarsi da quelli, lasciando libero il cammino; e le due schiere si ridussero quel giorno stesso in Dicomano. Dove abbarrati come potessero con botti ed altro legname stavano in grande sospetto, avuto avviso che il Comune aveva all’intorno dodicimila pedoni, dei quali quattromila erano balestrieri scelti, e quattrocento cavalli; ma più temevano gli Alpigiani, poichè gli avevano assaggiati. Udito in Firenze il romore di quei fatti, i rettori presero consiglio di chiudere i passi, e mandarono per il contado a far gente, che là si trasse da ogni parte per non lasciarli passare. E sebbene uno degli ambasciatori (Manno Donati) venisse in Firenze, ingegnandosi di ottenere che la Compagnia fosse liberata e posta in luogo sicuro, e che i Priori ciò proponessero in tre altri Consigli molto numerosi di richiesti, il preso partito fu ogni volta confermato e dato ordine alla difesa. Erano i colli sopra la Sieve tutti occupati dai balestrieri, e fatte tagliate dovunque le uscite fossero più larghe; grande il numero dei pedoni mandati dal Comune o che per volontà vi erano tratti; gran voglia avea il popolo di levare di terra una volta quella maladetta Compagnia, ed i contadini stavano in appetito di cominciare la zuffa: se fatto si fosse (crede Matteo Villani), in Dicomano senza rimedio si spegnea il nome della Compagnia per lungo tempo in Italia. Ma erano tali uomini tra gli ambasciatori (un Donati, un Medici, un Cavalcanti, un Peruzzi) i quali contavano in Firenze più de’ magistrati, e a loro credettero più che al Comune i capitani mandati a reggere quelle genti; il potestà si trovò essere uomo di poca virtù. Un conestabile tedesco ch’era a’ servigi della Repubblica, andato in Dicomano e quivi ristrettosi insieme con gli ambasciatori, deliberarono trarre fuori a salvamento i rinchiusi e porli a Vicchio; il che era farli signori di tutto il piano di Mugello. Usciti, fecero allargare i passi e rappianare le tagliate e le fosse, ed abbattere le insegne; i cavalieri col Tedesco furono messi alla retroguardia. E avendo fasciata la Compagnia co’ balestrieri del Comune di Firenze, li condussero a Vicchio, facendosi ad essi dare del pane che era mandato pe’ soldati fiorentini: avvenne che non potendosi raffrenare i fedeli dei Conti dall’appiccare la mischia, i balestrieri ebbero comando dagli ambasciatori di saettarli. La moltitudine della gente a piè, ch’era sparta per li poggi, non essendo capitanata e non sapendo cui obbedire nè offendere, non si partiva dalle poste: il che vedendo quei della Compagnia, dopo essersi fermati in Vicchio un giorno e una notte, sull’albeggiare scesero nel piano; ed un aguato di cento Ungheri che si avevano lasciato addietro, avendo colto quei balestrieri che si erano fatti innanzi, ne uccisero più di sessanta. La Compagnia, sotto la guida di uno degli Ubaldini, in quel giorno cavalcando quarantadue miglia, non si fermò finchè si ridusse a salvamento in su quello d’Imola. Gli ambasciatori, fornito il servigio, tornarono a Firenze; e a chi si doleva, soleano rispondere: non cercate più di questi fatti, ma dite che noi siamo i ben tornati. La gran Compagnia vicina a disciogliersi per la mancanza de’ suoi capi, e indi ricomposta da un altro tedesco, Anichino di Bongardo, assaliva un’altra volta l’anno dipoi la Toscana; ma lungamente girando attorno al contado di Firenze, trovò questo essere ben guardato, nè bastò a prendere sua vendetta. Quella volta Bernabò Visconti aveva mandato contro alla Compagnia aiuti al popolo di Firenze; dove anche vennero cavalieri di Puglia in proprio e per comandamento di quel Re amico alla Repubblica.
Abbiamo descritte queste cose più a lungo che non si soglia da noi; ma ci spediremo brevemente di un’altra guerra di maggior conto, della quale più ne importa esporre le cause che narrare le battaglie, perchè non fatte con le armi nostre. Durava dall’anno 1343 una co’ Pisani infinta pace, e la mala volontà era continua tra’ due popoli. Pisa ghibellina parea soffocasse dentro terra le ambizioni crescenti ognora dei Fiorentini e i commerci costringeva, tuttochè avessero questi, per la pace, franca l’entrata in Pisa delle loro mercanzie fino a ducento mila fiorini, ed i Pisani in Firenze sino a trenta mila; da indi in su doveano pagare gli uni e gli altri due soldi per libbra. Ma dopo cacciati i Gambacorti, venuto il governo di Pisa in mano della fazione che più era ghibellina, ed avendo obbligo con l’Imperatore di costruire altre navi per la sicurezza del mare infestato di frequente dai pirati, fecero a tutti essere comune la gabella dei due soldi, togliendo via le franchigie: avvisandosi che i Fiorentini ciò pure avrebbero sopportato per l’agiamento del porto e la comodità delle strade. Ma superbia e guasti animi credo potessero più del computo; e la Repubblica decretando che i mercanti fiorentini lasciassero Pisa a un dato termine, s’accordava co’ Senesi perchè tutto il commercio di Firenze andasse al Porto di Talamone, con l’agevolare le strade a quel porto e col disporre le albergherie: avendo altresì fatto divieto al trafficare da Pisa a Siena come da Pisa a Firenze, tantochè i mercanti e vetturali pisani venivano presi e rubati sulla via. Quindi aggravarono il divieto decretando che chi procurasse o consigliasse o in palese o in segreto tornare a Pisa, fosse condannato nell’avere e nella persona. Crearono anche il nuovo ufficio dei Dieci del mare con grande balía, nel quale entravano due de’ grandi perch’era ufficio del Comune, e perchè i grandi per le ricchezze e le aderenze potevano molto nelle cose della mercanzia. Ai Pisani era quell’abbandono inestimabile danno e solitudine della città loro, tanto che vi ebbero congiure per le sofferenze degli artefici e il desiderio che aveva il clero dell’antico reggimento. Allora i Pisani cercarono aiuto dal doge di Genova Simone Boccanegra, del quale erano grandi amici, e n’ebbero sei galere, sperando per quelle chiudere Talamone, e che ogni naviglio fosse menato a scaricare a Porto Pisano. Ma i Fiorentini mandarono in Provenza a fare armare galere; chè prima d’allora non aveva la Repubblica avuta armata nel mare; ed alle mercatanzie loro si procacciarono una via di Fiandra per terra, non curandosi di maggior costo, ed ogni cosa lietamente comportando per mantenere l’impresa.[268] Tentarono anche i Pisani Talamone per mare e per terra, ma lo trovarono ben guardato dai Fiorentini e dai Senesi: lo strano impegno continuava, cercando i Pisani a ogni costo ricondurre in Pisa i commerci, e i Fiorentini disviarli a Talamone: ivi conduceano a forza le navi, le quali andassero non che a Pisa a Corneto ed in altri porti, avendo armate a questo effetto in Provenza dieci altre galere e quattro nel Regno. Con le quali appresentatisi a Porto Pisano, fecero fare la grida che sotto piccolo nolo avrebbono caricate con sicurezza per Talamone le mercatanzie sulle galere del Comune di Firenze; ed i Pisani, per la meglio, mandarono il bando che ogni uomo potesse liberamente navicare a Talamone; e incontanente cominciarono a mandarvi della roba loro, con fare ivi porto. Dei Fiorentini era proposito mostrare ai Pisani che senza loro ed il loro porto potevano fare, ch’era un averli a discrezione, contando forse anche nell’avere a sè aderenti i Gambacorti. Matteo Villani, che non voleva dire il segreto, confessa pure che a cercare sottilmente lo stato in che erano le due città, questa materia aveva dentro più che al difuori non apparisse.[269]
Così cercavano le due parti di schermirsi dalla guerra che poi nell’anno 1362 venne a scoppiare subitamente; da chi voluta, mal si direbbe. Ai Fiorentini era cresciuto l’animo ed ai Pisani lo sdegno, avendo i primi acquistata la signoria di Volterra tirannescamente retta da Bocchino de’ Belforti (altri gli chiamano Belfredotti), ma debole sempre contro alle insidie o agli assalti delle maggiori città vicine, per la scarsezza dei traffici e la povertà del suolo, cui non bastavano a difendere il sito altissimo e le rôcche. Avevano i Pisani tentato Volterra, che allora sarebbesi accordata per la meglio ricevere da Firenze il Capitano di guardia e da Siena il Potestà; ma i Fiorentini, cortesemente avendo levati i Senesi da quel gioco, senz’altro discorso occuparono Volterra, e rimeritando le scelleratezze del tiranno per via d’un’altra scelleratezza, fecero a lui mozzare il capo. Così ebbero quella città e quel montuoso territorio, ponendosi come sul ciglio ai Pisani, e di fianco sovrastando ai loro confini e ai luoghi forti ed alle marine. E frattanto Piero Gambacorti con la forza di settecento soldati ungheri era fallito d’un suo disegno per entrare in Pisa, la quale sarebbesi in tal modo ricondotta nell’amicizia dei Fiorentini. Questi avendo allora creato Capitano loro Bonifazio Lupo, nobile di Parma dei marchesi di Soragna, si diedero in fretta a provvedersi di gente; scegliendo uomini volonterosi ed atti alla guerra, che formassero le compagnie, mancato essendo alla milizia ogni miglior modo poichè i cittadini non volevano più saperne. Si era dovuto anche pe’ contadini il servizio personale commutare in una tassa, che essi pagavano con grande loro contentamento, pel mantenimento dei pedoni e soldati forestieri:[270] bene potevano essere chiamati quando era necessità, scontando la tassa, come avvenne in questo tempo; ma era servigio dannoso e disutile: e tutto il nerbo della guerra stava negli Ungheri e Tedeschi.[271]
Al modo stesso anche i Pisani facevano gente; e abbiamo registro[272] di ventisei compagnie, la maggior parte di forestieri, le quali sotto varie insegne e nomi diversi furono in quegli anni tenute a soldo dai Pisani. Pareva essere da molto a quelle città quando vedevano per le strade loro passeggiare baroni e cavalieri armati d’ogni nazione: tra gli altri, un Ridolfo ed un Giovanni di Habsburgo vennero l’anno 1365 agli stipendi dei Fiorentini. Le ostilità cominciarono in Val di Nievole presso a Pescia; dove il castello di Pietrabuona tolto ai Pisani furtivamente, questi riebbero per assalto. Di Val di Nievole si portò la guerra tosto in Val d’Era, e ivi l’oste Fiorentina pigliate castella di picciolo conto e fatte arsioni di ville e di casolari e rapina di bestiami, andava all’assalto di Peccioli; quando per dappocaggine o malizia dei consiglieri o commissari che la Repubblica inviava a stare a guardia del capitano, Bonifazio fu deposto da quell’ufficio; egli accontentatosi nobilmente di servire nella qualità di maliscalco sotto a Ridolfo dei Varano da Camerino, che gli aveva tolto il luogo suo. Viveva quegli poi molti anni in Firenze, dov’ebbe cittadinanza, ascritto all’Arte della lana, e benemerito per la fondazione d’uno Spedale in via San Gallo, il quale ritiene anche oggi il suo nome.[273] Ridolfo avuta con lungo e faticoso assedio la terra di Peccioli, e corso anch’egli inutilmente devastando il piano e distruggendo nobili possessioni fino alle mura di Pisa, altro e buon frutto non conseguiva. Nel mare frattanto Perino Grimaldi, condotto dai Fiorentini con quattro galere, facea buona prova; tenendo questi a grande onore umiliare Pisa colà dov’era la forza sua; tantochè avendo occupato per marino assalto il Porto Pisano, si recarono a trionfo le rotte catene che lo solevano tenere chiuso, le quali fino ai giorni nostri restarono appese alle colonne di porfido presso alla porta maggiore del tempio di San Giovanni. Altre due galere aveva mandate in servigio della patria, e a tutte sue spese, Niccolò Acciaiuoli grande Siniscalco del regno di Napoli.
Continuava la guerra tutta quella state, nè per il verno cessavano le due parti dall’assalire castelli, avendo i Pisani tentato Barga e Pescia e Santa Maria in Monte e Altopascio, che poi fu preso; mentre i Fiorentini sotto Piero da Farnese nuovo capitano, fidatisi avere Lucca per trattato, da quella furono ributtati per la diligenza dei Pisani. Avevano questi sul principio della guerra (se fede intera prestar si debba al Cronista fiorentino) vuotato Lucca d’abitatori per bando crudele.[274] E in Garfagnana si raccendeva feroce la guerra nella primavera dell’anno 1363, quivi Rinieri da Baschi capitano de’ Pisani avendo rotte due grosse bande di cavalieri e fatto prigioni i due valorosi capitani che avea mandati Piero da Farnese a rifornire le castella e alla difesa di Barga. Ma questi poi ebbe splendida rivalsa presso al Bagno a Vena, dove la battaglia due ore e mezzo fu combattuta pertinacemente con dubbia vittoria: infine Ranieri fu preso con la spada in mano, e seco molti valenti uomini e le insegne dei Pisani. Del che in Firenze fu molto grande e popolare allegrezza, entratovi Piero quasi trionfalmente: e subito quindi correva egli sotto Pisa e fino alle porte, quivi e dappertutto avendo mostrata virtù di soldato e perizia di capitano. Ma egli moriva in quei giorni della peste ch’avea ritoccato di nuovo in Toscana dopo soli quindici anni dalla moría del quarantotto: di lui fu grande e universale compianto, ed ebbe esequie splendidissime, e di mano di Andrea Orcagna una statua equestre di legno che stette infino a questi ultimi anni nel maggior tempio; dove Piero da Farnese fu ritratto sopra un mulo a ricordanza di quando egli, mortogli sotto il destriero e quasi abbandonato dai suoi, montò sopra un mulo da soma e a quel modo compiè la vittoria che a’ Fiorentini fu tanto allegra. Moriva di questa rinnovata pestilenza e al modo stesso come era morto Giovanni, Matteo Villani che la storia sua condusse infino all’ultimo giorno della vita: quando s’apprestava a raccontare l’esequie di Piero il morbo lo colse, e l’istoria fu interrotta, continuata di poi fino alla pace co’ Pisani da Filippo suo figliuolo, più letterato dei suoi maggiori, ma istorico troppo da meno, al breve saggio che egli ne diede.
Ma ecco ad un tratto mutare le sorti di tutta la guerra, dacchè i Pisani ebbero condotta ai loro stipendi una compagnia d’Inglesi che aveva nome la Compagnia Bianca. Stava questa in Monferrato contro a Galeazzo Visconti, che molto bramava di levarsela da dosso; era egli avverso ai Fiorentini e amico ai Pisani: avriano potuto i Fiorentini farsi innanzi, molti di loro avendo usanza in Inghilterra e uno tra gli altri essendo guida in Italia della compagnia; ma invece trassero di Alemagna poche altre genti capitanate dal conte Arrigo di Monforte, all’uopo scarse e di minor conto. E gl’Inglesi giunti in Pisa, difilato camminavano inverso Firenze per il piano di Pistoia infino alle porte, guastando al solito case e ville, correndo palii e impiccando asini; finchè ritrattisi all’udire le campane di Firenze suonare a stormo, discesi a Empoli per i poggi, di là per il Chianti si andarono a posare nel Valdarno superiore, quivi occupata la grossa terra e il castello di Figline. Campeggiarono tutto il Valdarno ad agio loro alquanti dì, ed all’Incisa avendo rotta l’oste fiorentina che si faceva loro incontro,[275] un’altra volta si appressarono alle mura di Firenze da opposta parte fino a Ricorboli. Dei Fiorentini era capitano messer Pandolfo dei Malatesti, il quale o che pe’ mali ordini del governo gli paresse necessario, o che a pro suo volgesse in mente consigli malvagi, chiedeva gli dessero giurisdizione di sangue nella città e fuori, e che i soldati giurassero nelle sue mani. Il che negatogli e tumultuando la città che ricordava il Duca d’Atene, male potevane avvenire; quando saputosi che gl’Inglesi con tutta l’oste ricavalcando i poggi del Chianti di là si erano ricondotti a Pisa, cessò la paura e s’acchetarono i sospetti.[276] E già il verno soprastava, nel mezzo del quale non si ristavano quella dura gente degl’Inglesi dal correre e dare il guasto alle terre cercando preda. Con maggior impeto e più ordinata battaglia si raccostarono a Firenze, venuta appena primavera; e più volte ebbero a sè propizia la fortuna delle armi, tenendo stretti nella città i Fiorentini con disagio e con pericolo molto grande; quando ecco si videro i nemici balenare, e Inglesi e Tedeschi tra loro dividersi e insieme combattere, essendo una parte già compra, e l’altra che ai Pisani serbò fede, appresso a Cascina rimanendo vinta in molto grossa battaglia. Ed in quei giorni anche fu preso ed abbruciato Livorno per la maestria di Manno Donati fiorentino, esercitato nelle compagnie e nelle guerre d’Italia, variando servigi, come i nobili spesso facevano, e di rado utile alla patria sua. Così tra le due città rivali erano venute a pareggiarsi le sorti; e il nuovo papa Urbano V già s’era fatto intromettitore ad una pace, che i danni sofferti e le inutili ruine ad ambe le parti egualmente consigliavano, e che Giovanni dell’Agnello, che si era in Pisa levato a doge, promoveva pe’ suoi privati disegni. Fu essa firmata in Pescia, e in Firenze pubblicata non senza dispetto dei minuti popolani il primo settembre del 1364, lasciando le cose appresso a poco tali quali com’erano state innanzi la guerra: tornava meglio alle due città se non l’avessero cominciata.[277]
La dimora in Avignone, che ai Papi era stata abbassamento di dignità, veniva a rendersi ogni giorno più, non che odiosa agli Italiani, subietto amaro alla riprovazione di tutti gli uomini religiosi; e Urbano V, benchè francese, non prima assunse il pontificato che pose mente a ricondurlo dove è la sua natural sede. Questo annunziava egli col pigliare il nome d’Urbano. Muovevanlo i danni che ne venivano alla Chiesa, e lo squallore di Roma, e il grido d’Italia, e le rampogne dei buoni; disdegnava la tutela che si arrogavano sul papato i re di Francia, ed ultimamente per le guerre di quel regno parevagli fosse male sicura ivi la dimora: vedeva all’incontro la sudditanza dei popoli al dominio temporale della Chiesa, di già ottenuta per le armi e per le arti dell’Albornoz, abbisognare tuttavia della presenza dei papi, che il nuovo stato costituisse e gli acquistasse la moral forza; si confidava con la presenza sua poterlo difendere dalle oppressioni e dalle rapine dei compri ladroni che si appellavano soldati;[278] sperava domare la potenza di quel Bernabò Visconti che fu insigne per malvagità anche tra gli uomini della casa sua, e che d’ogni erba faceva fascio. Si accordava al fine stesso (comune essendo lo scadimento delle due somme potestà) l’imperatore Carlo IV: credeva questi passando in Italia nel tempo stesso che il Pontefice, meglio rialzarvi l’imperial nome e confortarne l’autorità; prometteva gastigare la prepotenza di Bernabò, che in Italia gli pareva quasi occupare il luogo suo. Così accordati, sbarcò a Genova Urbano V nella primavera del 1367, e dimorato alcuni mesi in Viterbo, a’ 16 ottobre faceva l’entrata solenne e lieta veramente nella desolata Roma, in mezzo al corteggio dei signori e al plauso dei popoli. Già era tra ’l Papa e l’Imperatore e il Re d’Ungheria la regina Giovanna di Napoli e i signori di Mantova e di Padova e di Ferrara conchiusa una lega per l’offesa dei Visconti, alla quale i Fiorentini con molto cauto accorgimento si rifiutarono aderire. Oltre al tenere in gran sospetto quell’amicizia tra ’l Papa e Cesare, pensavano come per sè avessero i Visconti, oltre alla volontà più forte nella propria difensione e alla unità del comando, le forze di quante in Italia erano compagnie, cioè delle sole milizie vere che allora sapessero tenere il campo e mantenessero disciplina. Ma fuori anche di tutto ciò, per sè avevano i Signori di Milano stragrande copia di pecunia, che nelle guerre di quella fatta era ogni cosa; e della quale non saprei dire se fosse Carlo o più avido o più bisognoso.[279] Egli disceso nel maggio del 1368, trovata l’impresa più dura che in lui fossero l’animo e i propositi, fece accordo co’ Visconti per molto danaro e piccioli ossequi o concessioni da loro fatte; e la lega fu disciolta, ed egli con poche armi recavasi in Toscana.
Si fermò in Lucca, e di là per Siena andato a Roma, accrebbe quivi lo splendore di quei giorni al Papa magnifici. Di Roma Carlo tornò in Siena, della quale si aveva creduto nell’andata riordinare il governo; ma ora cercando mettere in palagio un suo Vicario, infuriò la plebe, ed ei dovette salvarsi nelle case dei Salimbeni con suo pericolo e vergogna. A Pisa frattanto, avendo Giovanni dell’Agnello perduto lo stato, faceva ritorno l’amico dei Fiorentini Piero Gambacorti, dal quale ottennero essi la conferma degli antichi privilegi e aggiunta di nuovi, cosicchè allora per sempre cessarono dal fare porto a Talamone. Nel tempo stesso Lucca sottratta al dominio dei Pisani ricuperava dopo ventisette anni l’indipendenza; riordinandosi a governo per allora popolare e molto amico ai Fiorentini. Ai quali però non mancavano le solite molestie per la venuta di Carlo: consentiva egli, come vedemmo, fossero libere le città una per una e spicciolate, ma non formassero uno stato di più insieme, e non facessero acquisti di terre senza il beneplacito di lui. Diceva pertanto l’annessione di Volterra essere stata contro ai patti del 55, e grave scandalo gli pareva che la Repubblica si arrogasse dare castella in feudo ai signori del distretto, a sè rendendole tributarie. Ma tali pretese chetarono tosto per pochi danari; e l’Imperatore, che ne aveva da Lucca e da Siena e da Pisa e dai Visconti avuti buon numero, tornò in Germania soddisfatto. Ma lasciava però dietro sè odiosa molto ai Fiorentini la ribellione di San Miniato; non poteva quella terra dimenticare l’essere stata rôcca ai Vicari dell’Imperatore; e molti avendo e possenti nobili usati al vivere ghibellino, le istituzioni popolari male vi sapevano allignare: quelli umori si scopersero alla venuta di Carlo; e i Fiorentini, partito lui, di già si erano accampati sotto alle mura della città, allorchè Bernabò Visconti mandò dicendo si ritraessero, avendo avuto egli dall’Imperatore il vicariato di San Miniato. Ma la Repubblica questa volta prescelse la guerra per non si mettere un padrone addosso, e avendo seco Pisa e Lucca, si credeva essere ben guardata. Ciò nonostante in un primo scontro ebbe la peggio, ed i nemici erano corsi fino alle porte della città, quando i Fiorentini riusciti essendo per tradimento a occupare San Miniato, la guerra si tenne finita in Toscana. Ai presi nobili fu mozzo il capo, e i ragazzi della plebe fiorentina addosso a loro inferocivano. Si disperderono le casate dei Sanminiatesi, e una donna della famiglia dei Borromei, portò a Milano le sue ricchezze.[280] Il Pontefice, che da gran tempo lodevolmente sollecitava le città e i principi dell’Italia a unire insieme gli sforzi loro contro alle straniere Compagnie, si era da ultimo collegato ai Fiorentini; talchè quella guerra si protrasse fiaccamente qualche altro mese in Lombardia, finchè una pace venne conchiusa massimamente perchè il Papa si era tornato in Avignone; dove subito ammalato, venne egli a morte nei giorni ultimi dell’anno 1370.
Diremo adesso in quegli anni le interne cose della Repubblica: l’ammonire non cessava, e le sètte degli Albizzi e dei Ricci, palesi a tutti, mantenevano in sospetto la città anche di occulte macchinazioni. Era venuto in Firenze [anno 1360] Niccolò Acciaiuoli, grande Siniscalco del regno di Napoli, uomo di potenza quasi regale, e nuovamente da Egidio Albornoz creato visconte della Romagna riconquistata da quel bellicoso Cardinale nel nome del Papa. L’Acciaiuoli come cittadino di Firenze aveva il suo nome tra gli altri imborsato per la tratta dei magistrati, ma fino allora ogni volta fosse tratto aveva divieto come assente, rimettendosi però la polizza nelle borse. Le quali erano quasi vuote ai giorni della sua dimora in Firenze, e fallare non poteva ch’essendo presente non fosse Priore: le cortesie, le magnificenze, la fama di lui, molti adombravano, impauriti per la libertà se tale uomo sedesse in Palagio: ed egli a togliere i sospetti uscì di Toscana. Occorse in quei giorni che in Bologna l’Albornoz oscuramente accennasse a un ambasciatore fiorentino d’una congiura in Firenze per sovvertire lo stato: il che avendo questi rivelato quindi ai Signori, crebbe il sospetto che si aveva dell’Acciaiuoli, e incontanente fecero provvisione che niun cittadino il quale avesse giurisdizione di sangue o sotto sè città o castella potesse essere all’ufficio del Priorato. Ma veramente una congiura in Firenze si tramava o con Giovanni da Oleggio il quale cacciato di Bologna si era fatto signore d’Ancona, o con Bernabò Visconti, o con lo stesso Albornoz, grande ambizioso che accettava in proprio nome la signoria d’Orvieto e d’altre città papali, ma cauto da non si tuffare in pratiche a lui fatte da un oscuro venturiere. Tale si era un Bernardo Rozzo milanese, che per la promessa di molto danaro disse ogni cosa alla Signoria, e lasciò intendere anche più del vero. Ma intanto un’altra rivelazione era fatta da Bartolommeo de’ Medici, a ciò esortato da Salvestro suo fratello. Aveva egli un trattato con Domenico Bandini e con Niccolò Del Buono, ammoniti di recente: questi volevano dare lo stato ai Ricci; e quanti fossero più o meno intinti nella congiura non si seppe mai, parendo meglio ai reggitori che scuoprire il male mettervi un piede sopra. Il Bandini ed il Del Buono ebbero mozza la testa: un Infangati di antichissima famiglia e seco, di case grandi, Pino de’ Rossi, un Frescobaldi da Sammontana, un Adimari, un Gherardini, un Pazzi, un Donati, due popolani e uno di quei frati i quali stavano in Palagio, ebbero bando della persona e confisca degli averi.[281] Qui nota come fosse in sè divisa, ma sempre viva, la setta dei grandi: quel Manno Donati che si era dato alla milizia, moriva in Padova ai servigi dei Signori da Carrara; un altro Donati e un Gherardini ed un Pazzi in Firenze macchinavano congiure contro allo Stato; ed un altro Pazzi ed un altro Gherardini sedevano accanto ai grossi popolani, e gli troviamo noi Capitani della parte guelfa mentre avvenivano queste cose.[282]
Che la Repubblica in quegli anni fosse agitata, si vede pure da questo, che avendosi nell’anno 52, per economia di spesa, cessato dal fare venire in Firenze annualmente un Capitano del popolo, ed ora sentendosi mancamento di chi amministrasse la giustizia in cose politiche, fu quest’ufficio rimesso nell’anno 1366.[283] Quindi anche nascevano i sempre nuovi ordinamenti circa al magistrato della Parte,[284] che di quei moti era principal cagione: s’introduceva per arbitrii dentro alle viscere dello Stato, nulla correggeva, nulla ordinava, odioso a tutti e in sè medesimo impotente. A quel che appare dai registri,[285] le ammonizioni non sarebbero state molte; ma col ferire chi fosse al punto d’essere tratto di magistrato, impedivano i più solenni ordinamenti della Repubblica, miravano a tôrre di mezzo quei nomi i quali fossero più appariscenti. Matteo Villani fu ammonito l’anno 1363, poco innanzi la morte sua; e infine al proemio del libro undecimo, per lui rimasto incompiuto, sembra egli accennare con parole commoventi a’ suoi privati travagli.[286] Ma il figlio suo ciononostante, nei Capitoli ch’egli aggiugneva poco dipoi, si lagna fosse in quei giorni raffreddato l’ammonire, lasciando correre la viltà de’ nuovi uomini che reggevano.[287] Assai notabile attenuazione di quelle leggi contro a’ Ghibellini fu fatta sulla fine dell’anno 1366, Uguccione de’ Ricci sedendo allora nel Priorato, ed in quella settimana nella quale essendo Proposto spettava a lui la prerogativa. I Capitani, ch’erano sei, fossero otto, poi cresciuti fino a nove; due grandi, due delle Arti minori, gli altri cinque grossi popolani; e che uno delle Arti minori intervenga sempre. Che niuno sia condannato nè ammonito senza revisione della sentenza per un consiglio di ventiquattro cittadini guelfi, innanzi ai quali possa difendersi l’accusato. Che l’Esecutore degli ordini di giustizia rivegga per giudizi regolari le condanne fatte in addietro per Ghibellini, non veri Guelfi o sospetti; e i non bene condannati assolva, sicchè non possano altrimenti tradursi in giudizio. Provvede altre cose circa l’ammettere testimoni. Nel marzo seguente fu confermata la provvisione, annullando cose fatte in quell’intervallo dai Capitani di parte guelfa contro alle dette riforme.[288] Donato Velluti, che ebbe parte in quelle cose, molto ampiamente le narra, ma (come suole) confusamente: aggiugne, volevano anche scemare i divieti, più gravosi alle maggiori case, che più avevano consorterie; ma nol poterono mai vincere: dice pure essere allora stati concessi ai grandi quattro dei maggiori uffici di fuori, cioè vicariati o potesterie: questo si ottenne a gran fatica.[289]
Sembrano a noi tali ondeggiamenti molto dipendere dalle cose che avvenivano al di fuori. Agli 11 dicembre 1364 esce divieto a qualsivoglia persona o collegio di supplicare al Papa o al Legato suo o al collegio dei Cardinali contro agli statuti della Parte guelfa o alle singole loro parti:[290] ma in quei giorni Urbano V già s’adoperava perchè scendesse in Italia l’Imperatore, che nel maggio susseguente a lui ne andava in Avignone. La riforma del 66 avvenne quando si aspettava in Toscana Carlo IV; il quale indugiava poi di un anno la venuta, nè lui presente era dicevole fare gran pressa contro ai Ghibellini. Dipoi sappiamo Piero degli Albizzi, capo degli uomini della parte guelfa, essere stato gran promotore della lega con Urbano: egli ed i suoi dagli avversari avevano per dileggio appelagione di paperini, giocando sul nome quasi che fossero paterini. La setta degli Albizzi aveva anche un segno che la distingueva, e i suoi aderenti portavano certa nuova foggia di berrette, la quale usanza era venuta di corte di Roma.[291] Piero degli Albizzi era molto grande appresso al Papa, massime quando (e forse anche in grazia sua e a procacciare la lega) Piero Corsini suo nipote ebbe il cappello di cardinale. Qui noi troviamo le due sètte avvicinarsi per le ambizioni poco sincere dei Ricci, i quali sè conoscevano essere da meno. Piero e Uguccione insieme andarono a papa Urbano ambasciatori in Viterbo; poi Rosso dei Ricci (fratello a Uguccione) fu scelto è vero ad accompagnare come quasi Ghibellino l’Imperatrice, ma questo Rosso troviamo bentosto capitano della lega stretta col Papa contro ai Visconti, e in quella guerra cadde prigione. Dipoi Uguccione mandava Guglielmo suo figliuolo in corte del Legato di Bologna, a cui miravano già i sospetti dei Fiorentini dacchè era il Papa fatto possente nella Romagna; dove ebbe provvisione, e un altro figliuolo benefizi della Chiesa: Albizzi e Ricci pareano fatti una cosa, e Uguccione e Rosso erano divenuti fieri all’ammonire: si rinnovò allora quella provvisione del 59, la quale cassava le assoluzioni ed esenzioni date in addietro ad uomini ghibellini.[292] La Repubblica era in balía dei Capitani di parte guelfa; ad essi andavano le ambizioni. Tra gli altri Benghi, dei Bondelmonti, possente uomo ed assai brigante, che era stato fatto di popolo per servizi prestati in guerra alla Repubblica, si diede agli uomini della parte guelfa per aver sofferta una ingiuria dai magistrati, ed a quella parte vennero seco non pochi grandi.
Ma venne tosto un’altra legge a fermare la sovranità della Repubblica nel magistrato di Parte guelfa, chiudendo ogni via a frenarne la potenza o a temperarla per vie legali. Statuiva, niuna provvisione la quale toccasse anche per incidenza ed in via accessoria le leggi e statuti e i privilegi o le proprietà di quella Parte, potersi fare, e fatte, essere ipso jure irrite e nulle, senza che prima fosse consultato il magistrato della Parte stessa, chiamando a tal fine in palagio, Capitani e loro Consiglio; e fatto partito da questi, che desse licenza ai Priori e al Gonfaloniere di dare alla deliberazione corso, e farla passare per gli opportuni Consigli: a qualsiasi contravventore pena di due mila fiorini d’oro, i quali andassero alla Camera Apostolica, e più di essere ipso facto dichiarato e tenuto per Ghibellino, non bene Guelfo e sospetto, in perpetuo, senza speranza di rivocazione, cancellazione o indulgenza.[293] L’anno dipoi, uno dei Priori avendo voluto provvedere per riformagione che nessuna ammonizione valesse quando non fosse approvata dai Signori e Collegi del palagio, tutti gli furono addosso, chi per un rispetto e chi per un altro, tantochè egli corse anche pericolo della testa. Richiesto il dì che uscì dell’ufficio dai Capitani della parte, dovè comparire innanzi a loro con la fune al collo, rendendosi in colpa di ciò che aveva voluto fare; e nientedimeno fu ammonito per sospetto.[294] Alla sopra riferita legge diede il nome Bartolo Siminetti chiamato Mastino; ma di ogni cosa era principale autore Lapo da Castiglionchio, legista di nome assai chiaro in quella età, del quale abbiamo una scrittura intesa a mostrare sè essere nobile d’antico lignaggio, nè potersi quella nobiltà di sangue giammai togliere per ascrizione fatta nell’ordine popolare. Tali concetti stavano in fondo al pensiero di quegli uomini i quali cercavano condurre lo Stato ad una forma aristocratica, siccome aveva fatto Venezia e leggevano essi nelle istorie dell’antica Roma.[295]
Ma non volevano però essi, nè certo volevano i migliori cittadini, porsi in sul collo due famiglie ambiziose e prepotenti, e a queste vendere la Repubblica; ed a questo fine insieme convennero quei medesimi che aveano fatta la legge, Simone Peruzzi, Giovanni Magalotti, Lapo da Castiglionchio, Salvestro de’ Medici, che figurarono poi diversamente nei moti successivi: con essi andavano altri molti dei migliori cittadini. Ma perchè era pena capitale ragunarsi più di dodici in luogo segreto, saputa la cosa, ne fu rumore; e convocato un Consiglio di richiesti, in numero cinquecento, Filippo Bastari popolano, che fu tre volte Gonfaloniere, disse arditamente, molti essersi intesi perchè il male avesse qualche efficace provvedimento; e conchiudeva la diceria con queste parole: «noi ci siamo ragunati per essere liberi; eh Signori, dateci la libertà.» Pur nonostante vinceva forse la parte dei pochi (tanto era possente), se gli Albizzi e i Ricci, falsamente collegati, non venivano tra loro a brutte parole rimbeccandosi ingiurie acerbe: talchè disciolto il Consiglio, fu vinto dipoi che a cinquantasei dei principali cittadini, e che già erano in uffizio, fosse balía di provvedere sotto certe condizioni alla salute della Repubblica. Al che molti si crederono bastasse avere escluso dai maggiori uffizi per cinque anni tre Albizzi e tre Ricci, che erano i principali di quelle famiglie. Ma tosto si vidde nel fatto, la cosa cadere sul capo ai Ricci soli, che perderono lo Stato: a Piero degli Albizzi, se fu chiuso il Palagio dei Signori, quello dei Guelfi, dove egli aveva grandissima autorità, gli rimase aperto. Allora fu anche istituito il nuovo magistrato detto dei Dieci di libertà, a difesa delle leggi e a salvaguardia dei cittadini; il quale rimase e fu possente nella Repubblica, secondo i tempi che succederono. Era dei primi che a tale ufficio vennero eletti, Marchionne Stefani, dal quale abbiamo ampio ragguaglio di questi fatti. Di più ordinarono fosse lecito a chiunque patisse offesa d’ingiuria da un più potente di lui, fare petizione che l’offenditore venisse posto tra i grandi; e sebbene poi tra loro si conciliassero, il partito dovesse andare più innanzi: il che a molti peggiori scandali divenne cagione ed a private soperchierie. In Firenze erano i Consoli della Mercanzia di autorità grande, e per tutta Italia molti si stavano ai giudizi loro per la importanza dei commerci di questa città: ai cinque, ch’erano delle maggiori Arti, due furono aggiunti dalle minori; dal che si trova essere scemata l’autorità di quel magistrato.