Capitolo VIII. GUERRA CON PAPA GREGORIO XI. [AN. 1375-1378.]
Mentrechè gli uomini della Parte guelfa tiranneggiavano la Repubblica, questa era venuta in guerra col Papa. Non prima viddero i Pontefici col trasferirsi in Avignone scaduta essere l’autorità ch’esercitavano sull’Italia, voltarono l’animo alla recuperazione dell’antico patrimonio, e tosto si diedero a riconquistarlo con le armi; pare volessero divenire principi dacchè erano meno pontefici. Delle terre della Chiesa parte godevano libertà sotto popolare reggimento, di molte avevano occupate da lungo tempo le signorie alcune famiglie di possenti cittadini, rimasti signori per isforzato consentimento dei Papi medesimi, e oramai come indipendenti; non solevano i Pontefici direttamente esercitare la temporale sovranità, che in Roma veniva ad essi negata, ed era negli altri luoghi dello Stato negletta da loro o contro ad essi via via usurpata. Era quindi un nuovo fatto quel costringere generalmente con le armi i popoli a una sudditanza da prima insolita; ed i Papi scegliendo a quell’uopo Legati stranieri e armi straniere e ferocissime, rendevano odiosa più che mai l’impresa di cui sembravano vergognare, essi tenendosi in disparte di là dalle Alpi; e qui spogliati di gran parte del favore che prima godevano appresso ai popoli dell’Italia. Quindi la politica dei Fiorentini era mutata verso la Chiesa; usati avere intorno a sè o città libere o signori amici e ad ogni modo poco temibili, ora vedevano uno Stato grosso formarsi di membra che prima solevano insieme congiugnersi pel solo vincolo della lega guelfa, della quale erano essi a capo, ed in cui stava la forza loro: Bologna e Perugia di recente soggettate da quelli armigeri Cardinali, poneano minaccia là dove solevano essere difese allo Stato di Firenze, e questo venendo a interchiudere da opposti lati, lo stringevano così da farne (secondo correvano allora i sospetti) pericolare la libertà.
I mali umori delle due parti furono palesi tostochè ascese al papal seggio Gregorio XI, anch’egli francese, benigno e pio quanto a sè ma trascurato o connivente ai vizi de’ suoi; del che avevagli dato esempio lo zio di lui Clemente VI. Era in Perugia per Santa Chiesa un abate di Montmayeur, ed in Bologna era Legato il cardinale di Bourges, fieri uomini ed aggressivi e alla Repubblica male affetti, lei avversando come ostacolo frapposto ad ogni divisamento loro. Veramente i Fiorentini, soliti farsi di Santa Chiesa tutela ed arme contro a’ Visconti, oggi temevano come più vicina la potenza dei Legati; ed io credo nel segreto de’ consigli loro per nulla gradissero il ritorno dei Pontefici in Roma, che avrebbe allo stato della Chiesa data fermezza troppo maggiore. Si aggiungevano le interne cause, e in gran numero dei popolani la brama di abbattere quel magistrato che avea per sè l’antica forza del nome guelfo e il vessillo della Chiesa;[296] le parti erano oggimai scambiate, ed i nuovi modi di governo tenuti dai Papi gli facevano sostenitori dei pochi e dei grandi contro a’ popoli e alla libertà. Questa opprimevano i Legati in città amiche ai Fiorentini, usando a tal fine le armi straniere e le fortezze di recente fabbricate nel cuore stesso delle città, permettevano o promuovevano le nefande opere e le scellerate; e fecero (benchè a dirlo mi sia duro) che le coscienze dei più rigidi e timorati, non che la turba dei malevoli ad ogni sorta d’autorità, e quanti erano mantenitori del pensiero ghibellino, allora stessero contro a’ cherici.[297]
La Repubblica si era posta già da due anni sulle difese col distruggere quello che fosse rimasto in essere di potenza alla famiglia degli Ubaldini, amici ai Legati della vicina Bologna, e mantenuti, come dicevasi, in istato dagli Albizzi che a quella parte davano mano: degli Ubaldini uno venne ucciso dai suoi fedeli a tradimento; un altro in Firenze per sentenza decollato (come fu detto) contro ragione.[298] Ma le cose peggiorarono quando in Romagna fu Legato l’anno 1375 il Cardinale di Sant’Angelo, di casato Novellet, di leggiero animo e imperito. Era in Firenze stata la peste un’altra volta; cui succedette tanto grave carestia che, nonostante il provvedere dei magistrati e la larghezza che soleva la Repubblica usare in simili congiunture,[299] mancando il grano, fece richiesta al Legato di Bologna permettesse farne tratta da quelle provincie che molto ne erano abbondanti: ma rifiutò questi, il divieto mantenendo con pertinacia, sebbene avesse dal Papa lettere in contrario. Dovè il Comune per altro modo e con grave spesa provvedere, avendo nel costo dei grani, che poi a minore prezzo rivendeva, perduto somma molto ingente, che, al dire d’un cronista contemporaneo, fu lo scampo della libertà.[300] E le aggressioni o le minaccie continuavano: certo aiuto di gente mandato dall’Abate di Perugia ai Salimbeni parve insidia tramata contro alla libertà di Siena, come cercassero i Legati aprirsi ogni via al sovvertimento di Toscana. Quel di Bologna fece poi tregua co’ Signori di Milano; ed ai Fiorentini mandò scritto, non potere egli più sostenere la Compagnia grossa degli Inglesi che aveva a soldo, chiedendo prestito di danaro; e perchè gli fu negato,[301] fece nel mese di giugno che la Compagnia scendesse in Toscana, guastando le terre e occupando le strade, che era un impedire alla città i ricolti e così averla a discrezione. La Compagnia giunse fin verso Prato, ma i Fiorentini per centotrentamila fiorini d’oro patteggiarono col capitano si ritraesse; e questi poi venne più tardi ai soldi loro, veduto ch’erano buoni pagatori. Aveva nome Giovanni Hawkwood, che i nostri chiamano Giovanni Aguto; e lui vedremo più volte poi mischiato ai fatti della Repubblica: dei condottieri in quella età era l’Aguto il più famoso, stato già contro alla Repubblica nella guerra de’ Pisani ed in quella dei Visconti fatta per conto di Samminiato. Costui mentre era intorno a Prato, un trattato si scoperse per dargli la terra; del quale essendo trovati autori un notaro e un prete, condotti in Firenze patirono quivi crudele supplizio:[302] scrivono l’Aguto rivelasse egli medesimo il trattato, e che i due presi lo confessassero. Inoltre dicevano avere il Legato mandato in Firenze ingegneri a disegnare i luoghi forti della città, e a spiare aditi agli assalti.
Allora in Firenze furono creati gli Otto della guerra con tanta balìa quanta se ne poteva dare per la condotta delle genti stipendiarie, per la nomina dei capitani e degli ambasciatori, per fare leghe ed ogni altra cosa che importasse alla guerra, salva l’approvazione della Signoria sola, o insieme ai Collegi, quanto alla spesa ed all’osservanza delle leggi e ordini del Comune.[303] Dei quali Otto, perchè rimasero dipoi famosi, gioverà dire essere stati com’era prescritto, uno di famiglia grande, uno delle Arti minori e gli altri sei delle maggiori Arti. Elessero altri otto a fare accatto sui cherici, dicendo la guerra essere venuta per difetto dei pastori: quindi, per forza o per amore, ebbero prestanza di fiorini novantamila; poi cominciarono a mettere in vendita gli arredi delle chiese, poi le possessioni. La Repubblica in tali cose andava spedita, se l’uopo stringesse, o che le ragioni dello Stato a lei sembrassero manomesse: queste andavano sopra ogni cosa, e tanto più osavano quanto che sempre nelle coscienze loro viveva la fede, ed amavano popolarmente la Chiesa quando anche avversassero gli ecclesiastici. Troviamo in più casi questi modi essere praticati, ed è parte che sarebbe da rintracciare minutamente nell’istoria della Repubblica.
Sul quale proposito diremo che in Firenze l’Inquisizione era in mano dei frati Conventuali di Santa Croce, perchè nel secolo XIII erano apparsi i Domenicani andare tropp’oltre contro ai Paterini. Ma quando nell’anno 1345 un fra Piero dell’Aquila Inquisitore usava sue armi per fini privati, impedirono a mano armata l’esecuzione d’una sentenza, ed a lui tolsero il diritto di avere sue carceri e d’imporre multe e di far pigliare chicchessia senza licenza dei Priori; altresì frenando negli Inquisitori la facoltà di concedere licenza delle armi a privati cittadini, che si annoveravano a tal fine tra’ famigliari del Santo Ufizio. Avevano anche in vari tempi fatto leggi contro a’ cherici, sottoponendoli al giudizio dei magistrati secolari per le offese recate ai laici, e chi offendesse alcun laico di maleficio criminale fosse fuori della guardia del Comune; inoltre vietando richiamarsi in Corte di Papa e ottenere privilegio di giudici delegati, sotto gravi pene all’appellante e a’ propinqui suoi. Erano di plebe quelli che imponevano tali cose; poichè tra’ più grossi benefiziati molti erano de’ grandi o dei grassi popolani, i quali si facevano dai loro assolvere di violenze o di soprusi recati ai più deboli e impotenti. Laonde poteva la legge essere per sè buona (secondo avvisano i Cronisti), ma offendeva troppo la libertà della Chiesa, ed ebbe biasimo dai più savi. Gregorio XI annoverava pure queste leggi tra’ carichi apposti alla Repubblica di Firenze nel Breve del quale tantosto avremo a favellare.[304]
Aveva l’Aguto nel suo discendere in Toscana corso anche le terre dei Pisani e dei Lucchesi e dei Senesi e degli Aretini, costringendoli, com’era usanza, a riscattarsi dalle devastazioni per molto danaro. Siena bentosto entrò in lega co’ Fiorentini (essa temendo anche i Salimbeni), e pose accatto sopra i cherici: v’entrò anche Arezzo, ch’avea alle coste la minaccia dei Tarlati; ma Pisa e Lucca più tardi s’aggiunsero alla confederazione, bensì con patto di non inviare genti a soccorso di chi occupasse i possedimenti della Chiesa.[305] Laonde Firenze, a sè cercando più saldo appoggio e di maggiore riputazione, non temette collegarsi al più antico e più costante dei suoi nemici, Bernabò Visconti. Molti avevano, e massimamente la Parte guelfa, cercato indarno di storpiare quella lega, la quale si trova, nè senza ragione, biasimata da taluno di quelli stessi ch’erano pure dei più caldi per la guerra. Trascrivo alcune parole del Boninsegni, tanto mi sembrano bene esprimere il sentire allora di molti, avvalorato in quello scrittore anche dai fatti che ne provennero. «Fu tenuto allora da molti buoni e savi cittadini che questo fosse de’ rei partiti che il Comune pigliasse a’ nostri giorni; e la esperienza ne fece la prova, perchè benchè i Fiorentini avessino voluto correggere e fare discredenti i prelati superbi, malvagi e ingrati, che allora reggevano e governavano la Chiesa di Dio, non dovevano però in tutto mortificare e disfare lo Stato della Chiesa, con la quale i Fiorentini sono stati d’un animo e collegati contro a’ Visconti di Milano, e con questa collegazione gli avevano sempre tenuti a freno: e però seguì che, disfatto lo stato della Chiesa in Italia, il Conte di Virtù, poi duca di Milano, ne crebbe tanto suo stato, che diè molte brighe e turbazioni e guerre a’ Fiorentini, mancando loro il favore ecclesiastico; e oltre a ciò spese la nostra città in detta guerra tre milioni di fiorini, di che seguì che i nostri mercatanti perderono molti avviamenti e traffichi per lo mondo; e forse per questo seguirono poi le discordie cittadinesche, per le quali il reggimento venne in mano de’ Ciompi e popolo minuto.[306]» Ma vero è poi, che ai Fiorentini quella guerra non parve che fosse da guerreggiare con le armi, nè di una lega tanto insolita altro cercavano che il nome. Giudicarono, siccome avvenne, che la riputazione della possanza di Bernabò avrebbe condotto più agevolmente all’effetto che essi cercavano, quello cioè di rubellare al Papa lo stato, malfermo tuttora per le inclinazioni avverse dei popoli ed il mal governo dei Legati e le mene di coloro che prima solevano avere alle mani loro il governo delle città. Cotesta era guerra meno prode che efficace, e fu dagli Otto proseguita con sagace e appassionata operosità, essi praticando nel segreto co’ partigiani e con gli amici che avevano sparsi per le terre della Chiesa, o man mano guadagnavano; in sè concordi, e senza intralcio d’altrui sindacati, portati a cielo da grande aura di favore popolare, encomiati delle opere loro perchè la città non si credette in altro tempo mai essere stata sì bene servita: gli chiamarono gli Otto Santi. Molto facevano col danaro, ma chi delle terre della Chiesa volendosi rubellare cercava aiuto d’armati, lo aveva. Mandarono attorno per le città una nuova bandiera che avevano fatta fare tutta rossa, con dentro scrittovi Libertà in bianche lettere a traverso: se alcuna terra si volesse dare ai Fiorentini, non l’accettavano. Così molte furono in pochi dì liberate: «poi, alcuno tirannello si levava e rientravavi dentro; pure alla Chiesa era tolta;[307]» e ciò bastava.
Città di Castello fu la prima che, levando rumore e soccorsa dai Fiorentini, si ribellasse: seguitarono Perugia, Orvieto, Montefiascone, Viterbo; in questa rientrando quel Francesco Prefetto da Vico, che infino allora i Fiorentini aveano chiamato malvagio tiranno: poi Todi, Gubbio, Civitavecchia, Spoleto; ed in Romagna Forlì dove tornarono gli Ordelaffi, come in Imola gli Alidosi, e i Polentani in Ravenna; poi Fermo ed Ascoli e Macerata nella Marca; poi trenta altre città minori o terre o castelli: la prima cosa era atterrare le fortezze che i Legati dentro vi avevano fabbricato. «Pareva che intervenisse delle terre della Chiesa come d’un muro fatto a secco, che trattone alcune pietre, rovina quasi tutto il resto.[308]» Allora il Papa assoldò in Provenza alcune migliaia di Brettoni, uomini in guerra valorosi, in pace crudeli, per fargli scendere in Italia. Citò a comparire i Signori ed i Collegi, e nominatamente gli Otto della guerra, sotto minaccia delle più gravi censure e pene che allora fossero in casi simili proferite, se rimanessero contumaci. Ma insieme volendo alla conciliazione aprire una via, mandò in Firenze ambasciatori, un Siniscalco di Provenza e un Legista, offrendo lasciare in libertà Perugia e Città di Castello e fare altre cose che a’ Fiorentini piacessero, purchè non andassero più innanzi con la guerra. Per questo si tennero molte pratiche e consigli di richiesti; ed era la pace già deliberata, quando gli Otto, che non la volevano, avendo afferrata un’occasione che in Bologna si era offerta, strinsero i trattati che avevano dentro e vi mandarono gente, sì che la città levata in armi cacciò il Legato: erano ancora gli ambasciatori in Firenze quando giunse la novella, e si fece grande festa decretando fosse quel giorno solenne allora e in perpetuo: tanto più sfoggiavano in cosiffatte dimostrazioni, quanti più erano i contrari.
Dei quali fatti in Avignone giunse l’avviso quando erano ivi di già arrivati messer Donato Barbadori, Domenico di Silvestro e Alessandro dell’Antella, oratori del Comune ed avvocati presso al Pontefice. Recitarono, com’era usanza, grave orazione, magnificando l’antico ossequio dei Fiorentini verso la Chiesa e le recenti offese che spinsero la Repubblica a provvedersi contro le ambizioni e il nemico animo dei Legati; per essi venuta in pericolo la libertà, e Firenze suo malgrado cercare a sè ogni via di scampo. Rispose il Papa, avviserebbe: pochi dì poi chiamati a sè con solenni cerimonie gli ambasciatori, fece ad essi leggere il decreto pel quale veniva Firenze interdetta, ed oltre alle pene spirituali volendo ancora contr’essa procedere a gastighi corporali, ordina il Breve che sieno i Fiorentini cacciati da ogni parte del mondo cristiano, ed i beni loro confiscati; e se al divieto non obbedissero, sieno ridotti in servitù, «a fine che il pianto loro sia ai posteri di terrore:[309]» parole gravi come i fatti, ed io vorrei che gli scrittori della Curia si astenessero da tali enfasi di linguaggio. Narrano che il Barbadori uscendo di sala, volto a un Crocifisso che ivi era, a lui appellasse di quella sentenza come a giudice supremo.[310] E trovo scritto che d’Avignone sola fossero cacciati oltre a seicento Fiorentini dimoranti in quella città pei grandi traffici di Provenza, e come banchieri principali o cambiatori nella Corte pontificia. La sentenza ebbe esecuzione in Inghilterra ed in altre parti, sebbene andassero ambasciatori ai re d’Inghilterra e di Francia e di Ungheria per la tutela delle persone e degli averi che i Fiorentini tenevano sparsi in tanti luoghi della cristianità. Da Pisa non furono accomiatati i mercanti che ivi dimoravano, e la città fu interdetta; ma il Gambacorti, che la reggeva, cercando schermirsi col Papa insieme e co’ Fiorentini, inverso a questi batteva freddo; nè le altre città di Toscana si dimostrarono molto vive in quella contesa, nè Lucca nè Siena trovo che fossero interdette.[311]
A vie più accendere le passioni bentosto si aggiunsero due fatti crudeli, e inique stragi ed abominazioni commesse da quelle straniere milizie che dal Pontefice assoldate, doveano stare a difesa sua nel suo discendere in Italia. Santa Caterina da Siena e Francesco Petrarca gli avean prima dato miglior consiglio; venisse senz’armi, con la sola croce sarebbe più forte.[312] Per la ribellione di Bologna essendo l’Aguto rimasto fuori della città, fece pensiero di occupare con le sue genti Faenza che si teneva per la Chiesa; le quali entratevi, la città tutta fu messa a sacco, forzate le donne fin dei monasteri e tenute pe’ soldati, le vecchie cacciate fuori di città, costretti gli uomini a ricomperarsi o ad andare tapinando: poi quando l’Aguto credette essersi ben rifatto, vendè la città vuota com’era al marchese di Ferrara; poi vi rientravano i Manfredi, ch’erano soliti dominarla. Nè il cardinale Roberto di Ginevra, venuto al governo della legazione di Bologna, mostrò risentirsi di quel fatto scellerato, e tosto poi adoperò l’Aguto contro a Cesena, che desse mano ad altra opera anche più crudele. Erano in questa città i Brettoni, selvaggi uomini corrivi ad ogni eccesso; talchè alla fine, moltiplicando le offese e vinta essendo la pazienza de’ cittadini, levati su, diedero addosso ai Brettoni sparpagliati, e molti ne uccisero, che fu detto essere qualche centinaio. Era il Legato presso la città in luogo forte, alla Murata, ed era con lui Galeotto Malatesta; ai quali andati i cittadini, ebbero promessa non ne sarebbe altro, e tornassero ai fatti loro. Ma tosto dipoi sopravvenendo le genti dell’Aguto, e ravviatisi i Brettoni, insieme entrarono in Cesena; e qui uccidere a man salva uomini e donne e i bambini nelle culle: erano tutte le vie e le piazze piene di corpi morti nel fango, le chiese di sangue, e su per gli altari uccisero parecchi: tremila o più furono i morti: scampò chi riuscì a fuggirsi della terra, perocchè gli Inglesi più attendevano alla preda, ed i Brettoni alla vendetta.[313] Destava quel fatto pietà commista a odii atroci, e per le città della Toscana si fecero esequie a’ morti in Cesena.[314] Il Papa tacque; ma s’egli dannava con pubblico breve il Cardinal di Ginevra, costui non sarebbe più tardi riuscito a portare scisma dentro alla Chiesa di Dio col farsi eleggere falso papa.
La Toscana restò immune da cosiffatte calamità, del che gli Otto s’acquistarono maravigliosa benemerenza con l’accortezza dei provvedimenti. Radunarono quanta più gente dovunque potessero, e l’avviarono a Bologna o su per le Alpi a guardare i passi, avendo anche molto estese le giurisdizioni loro per la Romagna col soggettarsi i signori dei castelli, e le terre fatte libere pigliarsi com’eran soliti in accomandigia. Teneano frattanto a bada il Legato facendo nascere in Bologna un finto trattato di fargli riavere quella città; ivi il governo del Legato aveva per sè la minuta plebe: i Fiorentini si tenevano in devozione i rettori con le grandi provvigioni. Facevano buona guardia, avendovi anche di continuo due commissari, uno dei quali fu il cronista Marchionne Stefani.[315] Comandava allora le genti di tutta la Lega Ridolfo da Varano dei signori di Camerino, reputato capitano, che i Fiorentini, poichè la guerra più era ingrossata, condotto avevano a’ loro stipendi. Si teneva egli chiuso in Bologna, ed alle provocazioni dei nemici rispondeva, non uscire egli perchè non vi entrassero. Giovanni Aguto conduceva guerra lenta, male soddisfatto dello stare ai servigi della Chiesa che non aveva di che pagarlo, poich’ebbe perduta tanta parte dello Stato; ond’egli, scaduto che fu il tempo della condotta, s’acconciò co’ Fiorentini. Il che parve gran ventura, perchè se si fossero insieme congiunte due tanto grosse compagnie, com’era la sua e quella dei Brettoni, sarebbe stato disfacimento d’Italia. Questi avevano in Francia promesso pigliare Firenze, dicendo che se v’entrava il sole, essi v’entrerebbero. Ma non avevano tale condottiero qual era l’Aguto; e due loro capitani già erano stati dagli Otto guadagnati: sicchè tutto quell’apparato grande di guerra andò a scaricarsi in ruberie e in crudeltà sulle infelici terre di Romagna, senza alcun danno ma solamente con grande spesa dei Fiorentini.
Aveano i Tarlati allora tentato rientrare in Arezzo con intelligenza di loro amici ghibellini e con la forza dei soldati della Chiesa, tanto ogni cosa era capovolta: ma gli Otto mandarono gente a riparo, e non ne fu altro, a pochi essendo tagliato il capo. Più tardi il vescovo Albergotti avea ritentato dare alla Chiesa quella città; ma fu invano, e dovè fuggirsi.[316] Guerreggiava nella Marca il capitano dei Fiorentini, il quale avendo tolta per sè Fabriano ed essi vietando la ritenesse, egli si voltò alla parte della Chiesa; del che in Firenze fu un gran dire, e la sua imagine fu dipinta per la città in più luoghi col capo all’ingiù, impiccato come traditore: faceva Ridolfo negli Stati suoi dipingere gli Otto della guerra, effigiati con iscrizione di sordido vitupero.[317] Ebbe il comando in vece sua un conte Luzzo o Lucio tedesco della casa di quel conte di Lando verso cui meglio adoperarono i villani delle Alpi quando egli tentava i confini di Toscana: ma il conte Luzzo guadagnava sopra a Ridolfo insigne vittoria; ed i Fiorentini se ne contentarono, molto onorando il conte Luzzo; e lieti che l’altro nuovo loro capitano Giovanni Aguto avesse in Maremma fugate le genti del Papa, e corso con le armi le terre fin sotto Perugia, facendo quivi assai gravi danni. Bolsena, con grave suo danno e ruina, si era data con l’aiuto dei Fiorentini al Prefetto da Vico; il che avvenne sotto agli occhi stessi del Pontefice.
Imperocchè Gregorio, avendo cessato allora per sempre il soggiorno d’Avignone, s’era in Italia ricondotto. La navigazione sua fu piena di casi per le traversie del mare; talchè essendosi egli mosso a’ 13 di settembre, non giunse a Corneto prima de’ 4 dicembre, avendo anche fatto in Genova qualche indugio; tuttora incerto com’egli era del tornare, attraversato dai cardinali e dai francesi della Corte, cui troppo piaceva quello starsene appartati in quieta dimora, nè come a Roma posti in alto con gli occhi addosso della cristianità. Quivi alla fine si ricondusse Gregorio XI il giorno diciassettesimo dell’anno 1377. Pigliava dipoi stanza in Anagni, dove lo raggiunsero gli ambasciatori de’ Fiorentini per la pace, richiesti da lui non prima fu egli disceso a Corneto. La Repubblica frattanto, usando la penna di Coluccio Salutati, esortava con la facondia di molto aspre e concitate parole i Banderesi di Roma, non facessero abbandono della libertà, che è cara cosa più d’ogni altra; non si lasciassero trarre all’esca delle curiali magnificenze, a prostrare quella dignità che invano dipoi si crederebbero racquistare al sangue romano. Questo scriveva Coluccio a’ 25 dicembre; ed ai 26 rendendo grazie alla regina Giovanna che si era interposta premurosamente per la pace, protestava esserne la Repubblica desiderosa. Le condizioni dal Papa offerte sin dal principio furono tali, ch’era impossibile accettarle; imponeva l’abbandono de’ collegati, ed una multa che oltrepassava un milione di fiorini: ne aveano offerti gli ambasciatori fino a settecento mila. Ma io non so quale delle due parti fosse meno inclinevole alla pace, entrambi cercando versare sull’altro l’odiosità del rifiuto. Da una lettera di Coluccio (26 ottobre 1377) si vede che il Papa imponeva anche l’andata in Corte, a chiedere perdonanza, di cento uomini fiorentini scelti da lui, e cento delle altre città di Toscana. Laonde Coluccio nelle sue lettere protestava più che mai essere necessario continuare la guerra, a ciò animando i collegati, e al Cardinale di Firenze e a quel di Cosenza molto vivamente denunziando l’avverso animo del Pontefice.[318]
A questo modo si protraeva quell’infruttuoso negoziare da oltre sei mesi, quando Bologna fece pace con la Chiesa mantenendo le sue libertà, ma disciogliendosi dalla Lega. Dal che Gregorio pigliato animo, e sapendo essere in Firenze contrari molti a quella guerra, mandava due frati nel predicare valenti, i quali cercassero innanzi al popolo radunato mostrare il buon animo del Papa inverso della città, e persuadere la pace. Parlarono questi, ma nel Palagio e ad una congrega molto numerosa di richiesti dagli Otto medesimi, dei quali la causa doveva essere giudicata: ciò almeno apparisce dal paragone degli scrittori, i quali poi narrano che gli oratori fossero rinviati, con la protesta di mantenere più salda che mai la difesa della libertà dagli Otto propugnata con tanto merito nell’universale.[319] Pare altresì che fosse allora nelle città di Toscana maggiore prontezza che per lo innanzi, o almeno gli Otto vollero fare di tale consenso grande e solenne dimostrazione. Radunati in Firenze gli ambasciatori delle altre città, e in Palagio convitati con molto studio di magnificenza, convennero tutti fare buona guerra, e che ad ogni deliberazione degli Otto dovessero stare le altre città, come se fatte venissero dai propri loro magistrati. Grande era l’animosità dalle due parti; il che veggiamo da un’altra lettera di Coluccio ai Banderesi, dove gli esorta a resistere con ogni sforzo al Pontefice, come avean fatto gli antichi loro progenitori a Brenno e a Pirro e ad Annibale, offrendo in nome della Repubblica e di Bernabò tre mila lance a soccorso loro. Ma peggio fu quando tornati essendo gli ambasciatori ai 4 d’ottobre, ed in solenne radunata esposto quello che aveano fin qui operato, deliberarono i Consigli che si facesse guerra a oltranza; e ad un ambasciatore di Bernabò, che era rimasto in Anagni e offriva trattare nel nome dei Fiorentini, risposero molto risolutamente se ne stesse, e che pace non farebbero, e che ritiravano le condizioni da prima offerte.[320] Gli Otto, che prima venivano confermati di sei in sei mesi, ebbero rafferma d’un altro anno dopo la scadenza; che era mostrare grande proposito e fermo animo alla guerra.
Allora trovati dottori canonici, i quali dannassero di nullità l’Interdetto, ordinarono che agli 8 d’ottobre, festa di santa Reparata, si riaprissero tutte le chiese in città e nel contado e nel dominio, celebrandosi i divini uffici come in passato pubblicamente: richiamarono i prelati e i preti semplici che si erano assentati dalle chiese, minacciandoli di gravi multe se non tornassero; gli ecclesiastici che per avere ubbidito si trovassero involti in processo o avessero gastigo dal Papa, fossero difesi a spese del Comune e compensati dei danni sofferti: quanto venissero osservate coteste leggi, noi non sappiamo. A molti pareva non essere giusta la scomunica a quel modo data e per motivi di quella fatta; nè in Firenze mancava forse chi si accostasse alle sètte dei Fraticelli o di altrettali novatori, che in Italia serpeggiarono tutto quel secolo. Delle moltitudini era devoto e sincero l’animo, e l’affetto religioso aveasi aperto sue proprie vie fin dal principio dell’Interdetto. «Parve (scrive il cronista) che una compunzione venisse a tutti i cittadini, e per molte chiese cantavansi laude ogni sera, ed uomini e femmine infiniti vi andavano, e grandi spese vi si facevano: ed ancora s’andava ogni dì a processione colle reliquie, e canti musicali, con tutto il popolo dietro. Ancora si mossero molti giovani nobili e ricchi e si convertieno, e feciono loro conventicole a Fiesole, e facevano limosine, e quivi in digiuni e in orazioni dormivano in sulla paglia e in terra, e convertivano peccatrici, e vestivanle, e monisteri muravano: ed era questa cosa sì dilatata, che ben parea che volessero vincere e aumiliare il Papa, e che voleano essere obbedienti alla Chiesa.[321]» Ma gli Otto pigliarono in sospetto le radunate delle compagnie dei disciplinati che si facevano nelle chiese dei frati, e a questi vietarono sotto gravi pene fare dette radunate[322] dov’erano certo molti di coloro ai quali spiaceva la guerra ed il vivere in contumacia di Santa Chiesa, «e gli obbrobrii e i vituperi e le ingiurie che tutto dì si facevano nelle persone degli ecclesiastici.[323]»
Era in Firenze a quei giorni Caterina Benincasa da Siena, che noi veneriamo come santa, mirabile donna nella vita e negli scritti; oratrice inviata privatamente in Avignone dai Fiorentini a Gregorio, e presso lui grande promotrice del ricondurre la Sede in Roma e mantenervela: con la parola e con le lettere fermava l’incerto animo di lui, mostrando il male colà dov’era, senza mai palliarlo per via di timide concessioni, e innanzi tutto ponendo la riforma dei pastori con pio coraggio e con umile severità; avvalorando le riprensioni col sempre tenersi dentro ai termini della riverenza, e temperandole con l’affetto. Scriveva agli Otto e alla Signoria, non s’indurissero nell’orgoglio e nella caparbietà, non mentissero alla coscienza, al Papa andassero coll’ossequio dai figli dovuto al Padre comune; le offese recate a lui e alla Chiesa riuscire in danni alla Repubblica; non guastassero quei buoni semi che già parevale di aver posto nel mite animo di Gregorio.[324] Scriveva al Papa gridando pace: racquisterebbe con la benignità le anime, che sono il tesoro della Chiesa. «Con queste guerre non veggo che possiate avere un’ora di bene; distruggesi quello dei poverelli ne’ soldati, ed impedisce il santo vostro desiderio, il quale avete della riformazione della Sposa vostra, riformarla dico di buoni pastori. — Voi potreste dire, Santo Padre: per coscenzia io son tenuto di conservare e racquistare quello della Santa Chiesa: ohimè, confesso bene che egli è la verità; ma parmi che quella cosa che è più cara, si debba meglio guardare. — Poniamo che siate tenuto di conquistare e conservare il tesoro e la signoria delle città, la quale la Chiesa ha perduto; molto maggiormente siete tenuto di racquistare tante pecorelle, che sono uno tesoro nella Chiesa, e troppo ne impoverisce quando ella le perde. — Procurate che nelle vostre mani, quello che Dio permette per forza, si faccia con amore. — La Chiesa perde e ha perduto li beni temporali per la guerra e per lo mancamento delle virtù; che colà dove non è virtù, è sempre guerra col suo Creatore, sicchè la guerra n’è cagione: ora dico, che a volere racquistare quello ch’è perduto, non c’è altro rimedio se non col contrario di quello con che è perduto; cioè racquistare con pace e con virtù, come detto è.[325]»
Dimorò in Firenze santa Caterina quei mesi che furono alla Repubblica i più torbidi, tenendosi ella più accosta alla setta dei Capitani di parte guelfa: ai santi aggradano le città ordinate sotto un principio di autorità, e qui aveva essa dei discepoli e degli amici molto ferventi; e di là erano gli scomunicati. Trovo scritto che a suggerimento di Niccolò Soderini, il quale insieme a Piero Canigiani e a Stoldo Altoviti era dei suoi più devoti, esortasse ella i Capitani a battere con le ammonizioni la parte degli Otto, riprovando però l’abuso che essi ne fecero e i fini privati che a ciò gli movevano.[326] Per le quali cose Marchionne Stefani mostra dubbio animo verso Caterina, e morde i seguaci ch’ella ebbe in Firenze:[327] e quindi gli odii della parte che aveva sua forza nelle Arti minori si dichiararono contro lei, tantochè essendo ella rimasta nella città già insanguinata di guerra civile, venne pur essa cercata a morte. Ma con la Santa si dee credere s’intendessero molto bene quegli uomini di mezzo, i quali sono per conto loro di pacata indole e sensata; e in ogni popolo questi sono il maggior numero, benchè abbiano la minor voce; ma si riscuotono, e alle cose danno sesto, quando esse volgono a ragione.
Chi oggi potesse guardare addentro in questo popolo come egli era, io credo verrebbe ad aggiungere qualcosa forse non disutile all’istoria dell’umanità. Gli umori bollivano, e tutti i germi si maturavano a indi produrre quell’intestino commovimento che venne a scuotere la Repubblica. Avevano le ultime temerità degli Otto necessitato il cacciarsi innanzi essi più sempre nella via loro, posti com’erano in aperta guerra col maggior numero dei cherici, e il Papa essendo tornato a Roma, e le città di Toscana divenute ora più vacillanti ed inchinevoli alla pace. Il Papa era stato ricevuto a grande onore dai Pisani nel suo passaggio, e s’adoperava Piero Gambacorti per la conclusione d’un accordo, venuto egli di persona a questo effetto in Firenze. Intanto si era la compagnia degli Otto venuta allora a scompaginare per la morte di Giovanni Magalotti che tra essi aveva le prime parti, onorato cittadino e assai lodato dagli scrittori: fu egli sepolto, nonostante l’Interdetto, in Santa Croce; dove si vede tuttora la lapide di lui, col motto Libertas aggiunto allo stemma di famiglia per concessione della Repubblica.[328] Pigliava il suo luogo Simone Peruzzi, creato mentre era in Anagni ambasciatore: l’esserci entrato cotesto uomo parve agli Otto grave offesa, ed ai contrari gran vittoria. Di già erano le ammonizioni moltiplicate; la Parte guelfa, che stava incontro a quella degli Otto, già cominciando a prevalere: fu grande passo e molto ardito avere ammonito Giovanni Dini, speziale grosso, uno degli Otto; il che annullava tutto il prestigio di cui godevano: al quale atto si credè avere dato mano lo stesso Peruzzi. Così avveniva che alla città stessero in capo due magistrati che la tiravano in contrario senso, avendo entrambi fonde radici, nè solamente nelle passioni degli ambiziosi o dei violenti, ma bene ancora nella natura stessa delle cose, come erano queste per gradi diversi sentite dagli uomini più onesti ancora e temperati. Gli Otto venivano regalati dal Comune a segno di onore (com’era l’usanza) di targhe e pennoni e vasellami d’argento; mentrechè la Parte guelfa onorava nel modo stesso e regalava i Capitani che più andavano franchi e si mostravano più acerbi intorno al fatto dell’ammonire. «Già da più tempo era cominciata addosso agli Otto grande invidia, ed i contrari facevano setta, intendendosi con certi grandi e facendosi forti al palagio della Parte guelfa: nondimeno era tanta la grazia dei detti Otto in tutto il popolo, che poche fave bianche ebbe ne’ Consigli la petizione della loro rafferma, avendola essi stessi anche onestamente contradetta.[329]» Ora quei mesi ultimi dell’anno 1377 viddero a un tempo dagli Otto essere valicato ogni confine agli ardimenti loro; e i Capitani di parte guelfa, moltiplicando le ammonizioni, tirare in senso tutto contrario la Repubblica, la quale dovette bentosto esserne lacerata.[330]
Ma ecco ad un tratto le cose volgere alla pace. Gregorio aveva a praticarla mandato in Firenze il Vescovo d’Urbino; e tanto allora prevalevano i nuovi consigli, che la Repubblica lo pregava andasse a Milano, seco inviando ambasciatori perchè insieme operassero che Bernabò volesse farsene mediatore. E questi, parendogli essere occasione buona ad umiliare i Fiorentini, ed amicandosi il Pontefice farsi arbitro in quel dissidio che a tutti i Principi dispiaceva, si recò della persona sua indi a Sarzana; dove convennero gli ambasciatori del Papa e dei Fiorentini, avendone anche mandati il re Carlo di Francia e la regina Giovanna di Napoli a procurare l’accordo. Il quale non era modo a conchiudere, se non che a condizioni dure assai pe’ Fiorentini: restituissero alla Chiesa le giurisdizioni da essi tolte e l’equivalente dei beni venduti; pagassero, in quattro o cinque anni, ottocento mila fiorini d’oro. Già consentivano queste od altre poco dissimili condizioni, tanto essendo il desiderio della pace nella città, che un avviso falso la mise in festa ed in luminarie, talchè ai magistrati convenne frenare quelle allegrezze. Ma giunse invece annunzio certo della morte di Gregorio; per la quale fu il congresso a un tratto disciolto, i Cardinali essendo corsi in Roma al conclave che fu tanto fortunoso, ed origine alla cristianità di lunghi mali. Il nuovo papa Urbano VI, travagliato dallo scisma, non ebbe modo a far valere le condizioni prima imposte; ed ai Fiorentini parve uscire con loro vantaggio dal duro passo cui vedevano condotta essere la Repubblica. Tosto mandarono ad Urbano ambasciatori, prima essendosi assoggettati alla osservanza dell’Interdetto; il quale fu tolto via solamente dopo alcuni mesi, a condizioni poco gravose ai Fiorentini.[331] Questi avevano anche ottenuto l’intento loro; e lo stato della Chiesa, che la guerra aveva disciolto, rimase debole per lo scisma, d’onde i politici avvisavano essersi aperte più larghe vie allo ingrandirsi della Repubblica.[332]