Capitolo IX. LINGUA, LETTERE ED ARTI IN FIRENZE. PETRARCA, BOCCACCIO. [AN. 1322-1378.]
Con la morte dell’Alighieri finivano (a così dire) i tempi eroici dell’istoria di Firenze, e insieme finiva il tempo eroico delle lettere. Tale possiamo noi appellare quello in cui fu concetto il sacro Poema, allora che il popolo ebbe cominciato la sua istoria; e l’alto pensiero forse rimaneva librato in aria fuori del moto vario incessante degli affetti, se l’Alighieri tenuto avesse lo stato in Firenze insieme ai nobili del suo grado. Le lettere attinsero qui forza ed ampiezza dalla vita popolare della quale erano espressione; e diedero esse valore a fatti per sè angusti, ma noti al mondo e celebrati più dell’istoria di grandi regni. Nè ciò avvenne perchè in Firenze a caso nascessero scrittori versati nei retorici artifizi, leggiadri cultori delle grazie della lingua: la lingua fu il primo fatto donde scaturiva poi tutta l’istoria di questa provincia, e da quella ebbero i grandi ingegni potenza bastante a farsi autori di grandi opere.
Varcato il mille dell’era nostra e le paure secolari che precedettero a quell’anno, fermati i barbari in Europa e ciascuna gente dentro a’ suoi confini, le nazioni cominciarono allora a sorgere, ed ognuna fece benchè lentamente a sè la sua lingua. L’Italia faceva la propria sua lingua anch’essa in quel secolo, che pure fu quello del nazionale risorgimento: Milano ebbe allora i suoi giorni più gloriosi, Venezia accrebbe il suo dominio, ed essa e Pisa e Genova riaprirono al nome latino la via dell’Asia; Roma fu italiana quando il Papato si emancipava dalla imperiale soggezione; Napoli e Sicilia, esclusi i Greci e cacciati gli Arabi, si ergevano, e quasi che senza nordica invasione, a regni fiorenti.
La lingua in Toscana, incerta per anche nei primi due secoli dopo al mille, apparve ad un tratto nella seconda metà del terzo non più fanciulla ma come fatta donna di sè medesima, e imperante con la precoce bellezza sua agli altri dialetti, tra’ quali andava divisa quella che pure in Italia già era lingua della nazione. Variavano questi dialetti non tanto per le varie sorti condotte in Italia dalle signorie straniere, ma più assai per le origini diverse dei popoli che v’erano stati prima che il latino dominasse: dovette il toscano avere fra tutti le migliori condizioni. Gli antichi abitatori della Italia media fondarono Roma, o là entro mescolandosi la formarono; affini di sangue e di favelle cotesti popoli, come aveano allora composto la lingua latina, così dovettero nella italiana poi recare ingredienti meglio omogenei tra sè stessi, e accenti e pronunzie meno dissonanti dalle latine di quel che fosse dove ebbero stanza i Celti o gli Iberi, e dove la lingua dei Romani dominatori trovando plebi parlanti sempre gli antichi idiomi, soffriva maggiore alterazione. In tutti i luoghi tenuti dai Galli mi credo io che la parola latina uscisse rattratta e scorciata da vocali mute e suoni nasali, anzichè intera e dispiegata; questo medesimo noi troviamo avvenire oggi dell’italiana. I Greci di Puglia e di Sicilia, sebbene per linguaggio più accosti ai Romani, pure appartenevano ad una famiglia che per la struttura del pensiero stava da sè; gli Arabi lasciarono almen qualche traccia nella pronunzia dei Siciliani.
Se dunque puro tra tutti gli altri dovette riuscire il parlare dei Toscani quanto all’esteriore sua forma; il pensiero mi pare dovesse per le cagioni medesime avere qual cosa di meglio nutrito, sì per la potenza delle tradizioni e sì per averle serbate più vive nel fondo istesso di questo popolo. Gli Etruschi avevano dato a Roma per la maggior parte i riti e i simboli, quelle cose insomma che risguardando a religione, in sè comprendono le maggiori profondità dell’affetto e le altezze del pensiero; niuno gli agguagliava de’ popoli italici in quello che spetta alla filosofia ed alle arti. Reggeasi l’Etruria per federazione libera, che è forma difficile a conservare, nè si conviene ad altri che a popolo maturo ed esperto e molto innanzi in civiltà: la quale forma potè durare dopo anche perduta la politica indipendenza; e le arti fiorirono, allora forse venute essendo al loro massimo incremento: sotto alla dominazione dei Romani Arezzo crebbe, Volterra si mantenne, Firenze nacque, Pistoia emerse dalle acque solite a cuoprire nei secoli antichi le valli Toscane. Poco in Etruria si combatterono le guerre civili e poco altresì quelle dei barbari che più tardi invasero l’Italia: io non so come quel Radagasio, duce poco noto di genti avanzate da eserciti maggiori, venisse a morire nei monti di Fiesole. Non mai la Toscana prestò buon cammino ai grossi eserciti, nè campo adatto a imprese grandi; il suolo magro e impaludato, e posto fuori delle vie battute, fece ai condottieri germanici questa piacere meno di tutte le altre provincie d’Italia; talchè le feudali signorie non vi ebbero mai grande incremento, e la mistura di sangue barbarico dovette qui essere più scarsa che altrove.
Il popolo dunque rimase latino più che altro in Italia; e così le lettere pigliarono quivi la forma latina, che è quanto dire latino-greca pel grande impero esercitato dall’arte dei Greci sul pensare degli uomini colti e sullo scrivere dei Romani. Il greco intelletto, fra tutti limpidissimo, congiugnendo in semplici forme il bello ed il vero, metteva sopra una via piana ed ampia la filosofia, le lettere e le arti: serbando fede a quei primi veri che hanno consenso in tutti gli uomini, e frenando le troppo fantastiche divagazioni degli intelletti, quell’arte educava il senso pratico dei Romani; i quali divennero maestri di scienza civile e politica, perchè all’immediata intelligenza dei fatti congiunsero una più vera nozione di ciò che spetti alla interiore natura degli uomini, e meno alterata la tradizione di quelle leggi per cui si regola l’universo. Notammo altrove come la scienza dei Greci e le istituzioni dei Romani tanto più valessero quanto più essendosi lontanate dalle orientali degenerazioni dei veri divini, seguivano meglio il natural lume, ossia quella filosofia perenne la quale sta fuori di tutti i sistemi; dal che avvenne che l’insegnamento cristiano trovasse le menti degli uomini meglio a riceverlo preparate.
Poco fece la Toscana parlare di sè innanzi al mille: poi la dominazione potente e simpatica della contessa Matilde chiamava l’antica gente a contrapporsi alla Germanica prevalenza; talchè si può dire questo popolo essere stato fin d’allora guelfo, in quanto ch’egli era difensore degli uomini e delle forme e tradizioni nazionali contro ai nuovi ordini che seco i barbari conducevano. Così la Toscana fu meno feudale e più cittadina: seguiva le parti del romano seggio; cresceva in quelli anni di monasteri e d’abbazie, fondate sovente negli ermi gioghi dell’Appennino, dove riuscivano più benefiche; ma qui non fu grande possanza di abbati che s’agguagliassero ai baroni. Ed in Firenze il vescovado, smembrato forse da quello di Fiesole, non ha istoria nei più antichi tempi: in questa Repubblica troviamo il ceto degli ecclesiastici mantenersi in buona grazia dell’universale, perchè non faceva parte da sè, ma quali che fossero i commovimenti dello Stato, volle e seppe essere cittadino.
Tutte queste erano condizioni per cui nel popolo di Toscana la lingua e le lettere pigliassero vita più italiana ed al tempo stesso più religiosa e popolare. Nelle altre genti la poesia, o nacque senza religione, come nel cantare feroce e barbaro dei Niebelungi; o peggio aveva suo principio dalla satira, il che vuol dire dalla negazione; poesia disciolta da ogni freno di costume e spesso incredula fino all’empietà. Ma qui tra noi la poesia nasceva cristiana: l’ode al Sole di San Francesco fu la prima voce modulata che mettesse la lingua nostra, e fu preludio al Divin Poema. Bene ebbe fede nell’idioma volgare colui che osava da una piccola città dell’Umbria chiamare per tutto il mondo gli uomini del volgo a stringersi in grande comunità religiosa: erano i primi anni del forte secolo tredicesimo, che vidde sul fine le città ordinarsi in questa parte d’Italia sotto al governo degli Artefici, e i servi alla gleba divenire contadini, e i poveri e i deboli difesi da una legge più civile usare parola libera e sicura; in tutti gli ordini diffusa la vita, gli affetti possenti, e volti gli animi alle grandi cose. Francesco di Assisi, Tommaso d’Aquino, Bonaventura di Bagnorea e Dante uscirono dall’Italia media; nè altri ebbe azione maggiore di questi sul pensiero e sulla vita durante quel secolo: nel corso del quale il popolo si innalzava, la scienza cristiana compieva l’ordinamento suo, venivano a luce, cristiane di spirito latine di forma, le umane lettere e la poesia. In quella gran lotta che fu tra ’l Papato e Casa Sveva alte passioni teneano eccitate le menti degli uomini; finì la contesa, e indi a pochi anni il nuovo secolo trovò alquanto più circoscritte le ingerenze nel mondo civile di quelle due potestà supreme che, l’una all’altra necessarie, tra sè disputavano l’impero sul mondo.
Ma già le nazioni si erano formate, e i popoli ambivano il governo di sè stessi, e i laici entrarono alla partecipazione della scienza. Muovevano allora le contese giù dal basso, dal fondo istesso delle nazioni: ma nei Comuni che si emancipavano, le passioni municipali avevano in cima un alto principio ed un pensiero che risguardava a tutta intera l’umanità. Ciò fu nei primi anni sino alla fallita impresa d’Arrigo VII in Italia; ed in quelli anni l’istoria di Firenze fu grande perchè, capo ed anima delle città guelfe, mostrò essa prima in quel precoce ma tanto più splendido e ammirabile svolgimento suo, mostrò all’Europa quello che fosse il nuovo popolo e quel che valesse. Certo è che i popoli dell’Italia, levatisi innanzi a che si facesse la nazione, furono strumenti a più discioglierla; e di tale colpa si rendeva quello di Firenze più reo d’ogni altro verso i secoli avvenire: ma chi oggi oserebbe a questa e alle altre città italiane fare peccato di quella ampiezza di vita civile, e delle potenti fecondità del pensiero donde ebbe il mondo tanto gran luce? Nasceva una lingua che in sè accoglieva tutto il buon senso greco-latino sorretto e innalzato dal buon senso dei cristiani; sorgevano le arti, manifestazione comprensiva del vero semplice e del bello insieme congiunti, linguaggio sommario e viva espressione del retto sentire di quel popolo, di mezzo al quale usciva il Poeta che cielo e terra scorreva mirando a un solo fine, la rettitudine.
Chi guardi al concetto del Divin Poema dirà questo essere opera compiuta, come sarebbe un vasto cerchio che si richiuda in sè medesimo. Gli stessi caratteri ebbe la Somma di san Tommaso, guida interiore dell’Alighieri: e questi due libri mai non furono agguagliati per quello che spetta ad universale comprensione: pigliava il Poeta in germe le idee che il gran Dottore conduceva per tutta l’ampiezza dei filosofici svolgimenti. La vita dell’animo e l’altezza del pensiero Dante ebbe dal secolo nel quale era nato; e il nuovo secolo di già sorto apriva a lui, benchè sdegnoso, nuova esperienza della umanità. Nato e cresciuto in tempi ruvidi, scrittore di lingua per anche inesperta, bene eleggeva egli Virgilio a esterna guida, dietro a lui cercando la poesia nelle virtù riposte che ha in sè la parola, e quella splendente serenità dello stile in che sta il sommo della bellezza.
Di pari passo con la poesia, la prosa toscana continuava il moto impresso dagli alti ingegni che la iniziarono; e grande fu il numero dei cronisti, dei traduttori dai libri classici o dalla Bibbia o dai Padri, e degli ascetici moralisti. Erano scrittori popolari, seguaci di quella stessa filosofia perenne che piacque a Leibnizio, che oggi Augusto Conti ed altri seco a noi riconducono, e dalla quale a Dante mai, per quanta in lui fosse l’alterezza dell’ingegno, non cadde in pensiero di menomamente dipartirsi: quella evidente sincerità della frase, quella parola che va direttamente a cogliere il segno, le doti insomma che invidiamo agli autori del trecento, non sono grazie della lingua esterne o casuali, ma sono espressioni di sani intelletti e di dottrine che bene rispondono al comun senso della umanità. In questa Italia, che pure dicono qualcosa recasse nella civiltà moderna, mai non si produssero o poco allignarono quelli intelletti che di sè fanno centro del mondo e di là si mettono a ricomporlo; non le arcane scienze, i paradossi, i sistemi, non il dubbio d’Abelardo, non le temerarie sottilità dello Scoto, non le dottrine dissolutrici, non le troppo rigide, non la superstizione crudele o fanatica: certe infantili credulità, meno disviano dalla dirittura gli umani intelletti, che non l’alterato o incerto giudizio circa alla sostanza delle cose. Vero è che, poco gli ingegni italiani (eccetto quelli di greca origine), ed i Toscani meno degli altri, si aguzzarono in filosofia, paghi di averne in sè medesimi l’idea sommaria e molto credenti alle universali tradizioni: il quale metodo gli condusse fino a Galileo ed alla sua scuola, che nella esperimentazione teneva pur sempre fermo il concetto degli universali, e che le scienze fisiche e le razionali faceva andare di pari passo insieme congiunte in amichevole compagnia. Ma quando i sistemi tennero il campo, e quando l’analisi volle sola dominare tutta la scienza; allora l’ingegno dei Toscani cadde da quell’antica operosità sua, quasi che avesse compiuto l’ufficio che poteva egli prestare nel mondo oramai vôlto ad altre vie.
Tale era (secondo pare a noi) la forma del pensiero dei Toscani fino dai primi anni del nuovo idioma; e questo pensiero si esprimeva in un dialetto assai più degli altri accosto al latino, che è dire alla lingua solenne tuttavia della nazione; la qual vicinanza fece che da tutti gli abitatori di questa fosse più inteso naturalmente, e che da quello poi si traesse la lingua scritta via via nelle altre provincie d’Italia, secondo che queste più avanzavano in coltura. Scrivendo il toscano si avvicinavano al latino, compievano quello che in sè aveano d’imperfetto, e correggevano quel che il dialetto loro avea di straniero. I gai cortigiani della Sicilia e i dotti uomini della centrale Bologna, aveano cercato sulla imitazione provenzale foggiare la lingua nobile della poesia; ma questa pure male si annestava in quei due luoghi ai patrii dialetti, nei quali doveano, scrivendo la prosa, necessariamente ricadere: nè mai la lingua comune d’Italia, la lingua dei libri, sarebbe stata o siciliana o bolognese. Ma quando viddero che poteva una provincia d’Italia, senza distaccarsi dal proprio dialetto, levare questo in dignità di lingua bastevole ad ogni genere di scritture, conobbero il fine che altrove cercavano, in Toscana essere ottenuto; e i libri toscani, che già molti erano ed insigni in prosa ed in verso, pigliando corso, diedero nome a quella che poi fu lingua scritta della nazione.
Ma questa sorta d’autorità nulla potendo sopra i parlari delle altre provincie, si manteneva insufficiente; e da principio i Toscani stessi poco s’arrischiavano a tanto presumere del loro dialetto. Dante che giovane lo aveva usato nella Vita Nuova senza che paresse a lui di far male, quando più adulto si diede a scrivere il Convivio, fece nel principio di quel libro lunga scusa per avere commentato in lingua volgare le Canzoni che aveva composto in lingua volgare. Scriveva egli poco dopo espressamente un altro libro che ha per titolo De Vulgari Eloquio, e dettava questo in lingua latina: vitupera in esso i parlari tutti dell’Italia, e più degli altri quello di Firenze, cercando un volgare che sia comune alla nazione, e che distinto dai plebei dialetti di ogni provincia, possa degnamente chiamarsi illustre, curiale, cardinale, aulico, cortigiano. Ma prima occorreva, al nuovo idioma tôrre via quel nome di volgare, per farlo capace di tante insigni prerogative. E qui a me sembra aver Dante confuso talvolta la lingua e lo stile nel concetto di quel libro, al quale non diede giammai compimento, sebbene molti anni poi gli rimanessero di vita. Benchè vi si alleghino a condanna dei dialetti voci triviali e plebee, il discorso di quel libro non viene a fermare le ragioni della lingua, ma dell’eloquenza. «Compose un libretto in prosa latina, il quale egli intitolò De Vulgari Eloquentia,» scrive il Boccaccio nella Vita dell’Alighieri: e questi medesimo (cap. 19) dice contenervisi una dottrina dell’Eloquenza Volgare, siccome aveva già nel Convivio annunziato essere sua intenzione. Discorre, a guardarvi propriamente, dell’alto stile, a scrivere il quale non vuole si mettano altro che gli uomini eccellenti, nè vuole che in quello si trattino altre materie all’infuori delle ottime e grandissime (Lib. II, cap. 1-2). Questo era il volgare illustre secondo che Dante lo intese; era il linguaggio conveniente ai sommi uomini per le somme cose, nè già una lingua ma una scelta o pesatura (librata regula; Lib. I, cap. 18) delle voci o modi che sieno degni di quegli uomini e di quelle cose; era un camminare con passo dantesco per le sommità di un idioma, non già un pigliarlo sin giù dal fondo; era un ristringerlo anzichè ampliarlo. Ma il libro non tratta veramente se non della lingua la quale è propria della poesia; e negli esempi che Dante allega non si esce mai dalle canzoni, adatte sol esse ai più nobili componimenti, siccome afferma egli medesimo. In altro luogo (Lib. II, cap. 3-4), quell’alto stile chiama egli tragico, distinguendolo da quello che è proprio della commedia: questo nome diede egli allo stesso Poema suo, perchè non poteva sempre in esso discorrere di alte cose; e le usuali pure dovendo trattare, vedeasi costretto spesso allo scrivere usuale. Ma il volgare illustre a Dante pareva (e certo a buon diritto) di avere usato nelle Canzoni, pareagli lo avessero usato altri pochi, e tra essi alcuni dei Provenzali. Dal che si vede come per esso, anzichè un idioma, venga egli a porsi innanzi una forma di alto linguaggio per l’alta poesia, la quale forma sia comune alle nazioni di sangue latino, avendo però in ciascuna di esse una espressione tutta sua propria, che sia per l’Italia da Sicilia alle Alpi l’illustre linguaggio dei maggiorenti della nazione. Cotesta forma a lui pareva che fosse trovata pel nostro idioma quanto alle Canzoni, siccome l’aveano trovata pel loro in modo affine i Provenzali. Ma si tenga fermo che sempre innanzi gli sta il latino, signore legittimo dell’alto stile ed eccellente; e il vagheggiato italiano illustre chiama in più luoghi latino illustre (così ha il testo originale), ed in latino scriveva il trattato dell’Eloquenza Volgare.
A questi concetti fu condotto l’Alighieri (quanto a me sembra) da più motivi. Innanzi a tutti erano la mente altiera e l’indole signorile, e quello intendere alla eccellenza che mai non si appaga delle cose presenti, ma cerca il fine suo nella eternità dell’avvenire o nella effigie ideale del passato. Ma questo sentire, il quale aveva come suo centro nella grande anima del poeta, era comune in qualche parte a quella età informata di scienze divine, e tutta nutrita delle memorie di quella Roma dov’era la cima di ogni terrena grandezza. Quivi anche vedevano gli esempi di quella perfezione dello stile al quale cercavano allora di rinnalzarsi gli scrittori, non bene sapendo nè forse volendo la nuova forma dell’idioma separare dall’antica, che sarebbe stato dannarsi a una sorta d’inferiorità. Avevano essi già una lingua loro, ma non sapevano che vi fosse o non volevano, sebbene lo stesso Dante scriva che il volgare cercato da lui andava peregrinando e albergando negli umili asili. In quell’immaturo levarsi che fecero allora i popoli, il risorgimento ch’era nel pensiero e nella espressione pura di esso, non rinveniva sufficiente rispondenza a sè nella vita, non aveva nutrimento di scienza bastante; guardava le cose come fa la fantasia, nè quelle poteva con giusta misura a sè medesimo definire. Quindi è che Dante scrivendo in volgare cercasse il latino, perchè era la lingua della religione e della scuola, e delle altezze a lui note del bello poetico, lingua imperiale e pontificale; nè l’uomo che scrisse il libro de Monarchia poteva pensarlo altro che in latino. Ed egli sempre molto latineggiava e più del dovere nella prosa: la terza cantica del Poema, la quale voleva non fosse Commedia, mesce più delle altre alle volgari frequenza di voci latine, che niuna perfezione di concetto nè convenienza di poesia sembra alle volte giustificare. È l’Alighieri certamente il sommo tra gli scrittori di nostra lingua, perchè fu il sommo tra quanti avesse ingegni mai la nostra gente: ma quella lingua che noi dobbiamo tanto ammirare e dalla quale tanto è da apprendere, non possiamo tutta accettare nè fare nostra. Contendeva egli per isforzare la lingua, siccome con la prepotenza del volere sforzava il concetto, a condensarsi in quelle ultime profondità dove riposasse il forte ingegno del pensatore congiunto alla viva immaginazione del poeta. Veramente l’Alighieri fu sempre poeta dove anche tu vegga in lui farsi innanzi il disputante nella Sorbona, poeta dove egli per la coscienza della nobiltà sua troppo ami scostarsi dall’uso comune; ma sembra allora che egli si piaccia di fare violenza alla stessa poesia, cosicchè nei luoghi che molto furono disputati si trovi più spesso la sottilità speculativa della mente che non la sostanza di quella poesia ch’era in lui figlia dell’amore: alcune lezioni forse erano dubbie a lui medesimo, che non pubblicava mentre visse l’intero Poema.
A questo volgare illustre ben egli sentiva mancare autorità sufficiente, mancando in Italia un’aula o curia della quale fosse proprio quello che a tutti è comune (Cap. 18). Ma (prosiegue egli) noi pure abbiamo una corte, sebbene ella sia corporalmente dispersa, perchè le membra di quella che in Germania sono unite da un principe, qui sono congiunte dal grazioso lume della ragione. Intende egli dunque il linguaggio degli uomini eccellenti, linguaggio di pochi: ma siccome nel concetto di questo volgare illustre ne sembra egli recarlo troppo in su, così nella estimazione dei vivi dialetti mette ogni studio in abbassarli, di essi allegando voci triviali e facendone tal peccato da condannarli tutti insieme siccome indegni ed incapaci dell’alto stile. Ma veramente quel basso e brutto introcque, usato una volta dall’Alighieri nel Poema, nè so perchè, non fu mai scritto, ch’io sappia, nè dal Compagni, nè da Fra Giordano, nè dal Villani, nè dal Cavalca, e nemmeno dal Latini, dal Malespini e dal Giamboni, che sono più antichi. Così nel francese, che troppo si pone ad esemplare di ogni lingua, certe parole degli impagliatori di Parigi non si trovano usate mai, non dico nelle Orazioni del Bossuet, ma nemmeno nelle Commedie del Molière. Se in quel giudizio la passione fece trascorrere l’Alighieri, ben fu degno di lui l’accorgersi e giudicare come in Italia mancasse alla lingua dei ben parlanti e degli scrittori quell’uso autorevole che fosse da tutti spontaneamente consentito. Nessuna eloquenza aveva bisogno d’altro idioma che di quel volgare; ma non l’usavano, e i dottori scriveano e parlavano latino ogni volta che voleasi essere autorevoli, latino la Chiesa, latino i Principi e le Signorie: quella di Firenze non s’arrischiò al volgare fin dopo alla metà del secolo XIV. Nè questa Repubblica ebbe mai pubblicità d’arringhe, nè fama di uomini eloquenti: scriveano i cronisti e gli ascetici per uso del popolo e perchè l’affetto a ciò gli spingeva, scriveano la lingua da essi parlata: ma nè il Cavalca, nè il Villani, tanto oggi noti per tutta Italia, credo io che fossero letti da persona fuori dei confini della Toscana, o certamente letti da pochissimi: e Dante medesimo vissuto in esilio, o ignorava che ci fossero, o non gli aveva forse mai letti, e qual valore di lingua avessero non sapeva.
Se tutto il fatto della lingua non si voglia ristringere ai nomi delle cose materiali, ne sembra gli uffici a quella prestati da un’autorità comune estendersi a tutte le ragioni del parlare e dello scrivere, conducendo effetti non piccoli sopra il pensiero della nazione. La lingua italiana, ricca d’immagini com’ella è, può spesso mancare di precisione o di evidenza, spettando a chi scrive cercarla da sè, perchè non la trova bene accertata e resa facile da universale consentimento. Ma questo avrebbesi dove fosse stata in Italia un’autorità viva e comune, che oltre al valore ed all’opportunità di certe voci o locuzioni figurate fermasse l’adatto collocamento loro, da cui dipende spesso l’acquistare quelle figure cittadinanza, fatte usuali nazionalmente e chiare a tutti come se fossero voci proprie. E questa lingua, la quale dicono essere fatta per la poesia più che per la prosa, sarebbe riuscita nel discorso andante di sè più sicura, per essere meglio appresso tutti determinata. Inoltre, una lingua non è la stessa quanto alla estensione sua in tutti i gradi della coltura e in tutti gli uomini egualmente; ma certi nomi di cose astratte o modi che vogliono a essere trovati più lungo lavoro e più esercizio della mente e più suppellettile di cose imparate, discendono spesso dai primi gradi negli inferiori, cosicchè divengano comuni almeno quanto loro basti ad essere intesi da tutti gli uomini non affatto rozzi.[333] Il che molto avviene nelle nazioni cristiane per l’opera intermedia del clero e massimamente dei predicatori, costretti cercare ad alti pensieri una espressione popolare, la quale si renda aperta a chiunque non ebbe pratica nelle scuole: ma ciò non può farsi tra noi senza sforzo. Il quale difetto impedisce anche a pro della lingua l’azione unificatrice del teatro, e ciò tanto più in quanto che pigliando vita la commedia dal comune favellare, non sa in Italia dove cercarselo; e riesce magra, o nelle sue finezze, quando anche intesa, gustata poco.
Ma se una parte del vocabolario di una lingua la quale abbia avuto il suo letterario e civile svolgimento, formata più in alto, discende nel popolo dei meno colti, riceve anch’essa però dal basso le sue leggi e si arricchisce del parlare figurato che esce (siccome fu detto) ogni giorno dai mercati; perchè d’una lingua sostanza e forma stanno nel popolo, cioè in tutti; e i più addottrinati, che sono i pochi, non sanno altro che scegliere quanto alle figure la parte che ad essi convenga, ed aggiugnervi le voci e i modi necessari a quelle materie che i più ignorano, e cui manca linguaggio nell’uso universale e quotidiano. Laonde una parte, che è senza misura maggiore dell’altra, sale ogni giorno anche dal fondo più triviale a pigliar forma nei sermoni e nelle arringhe solenni e nei libri, sebbene remoti dalla capacità di quegli uomini dai quali quei modi e quelle figure da prima furono generati. E senza di questi sarebbe la lingua degli scrittori angusta e pallida, non avrebbe vita, nè grazia, nè efficacia. Adoprano i Francesi nell’uso più scelto voci figurate, le quali niuno vorrebbe usare nelle galanti conversazioni, se non ne avessero chi le pronunzia e chi le ascolta dimenticata la etimologia. Eppure la lingua veramente cortigiana dei Francesi pigliava l’attuale sua forma in Parigi circa alla metà del seicento, quando la corte e la città, divenute arbitre d’ogni cosa, rideano alle spese di tutto il resto della nazione ogni sera nel teatro. Ma è qui da notare come questa lingua fosse, per la natura sua e dei Francesi, capace fra tutte a rendersi popolare. Sappiamo da Cesare che i Galli ebbero indole aperta, facile il discorso; molto facevano conversando, e quel che avean fatto si piacevano di raccontare. Quindi è che appena mutati in Francesi, si dessero a scrivere in grande numero ogni secolo memorie o ricordi personali, genere di storia dove ognuno tesse intorno a sè il filo dei pubblici fatti, più viva delle altre sebbene più scarsamente comprensiva, e tutta propria di quel popolo e di quella lingua. Queste memorie furono certo grande esercizio dove i Francesi pigliarono usanza di scrivere come si parla e leggere come si ascolta. Abbiamo notato due altri generi di composizione dove si ascolta come si legge, che sono il pulpito e il teatro; ma questi pure sembrano quasi avere bisogno della lingua dei Francesi, la quale si alzava nei sacri oratori a un genere d’eloquenza ignoto agli antichi, e che non ha pari tra le altre nazioni. Nè accade dire come al teatro bene s’accomodi l’idioma che ha sede in Parigi, arbitra in Francia d’ogni gusto e d’ogni cultura. Nè altrove che in Roma si formavano la lingua e l’urbanità latina: ma in Toscana erano città e repubbliche libere ed astiose tra loro perfino dell’idioma, e ciascuna di Firenze; la quale non ebbe corte, nè senato, nè fôro; sedeano i consigli a porte chiuse, i parlamenti in piazza, gridavano armati e ubbidienti al cenno di pochi o all’impeto plebeo. I dottori venuti di fuori latineggiavano; tutto il ceto dei Ghibellini aveva in odio questo popolo d’artigiani montati in iscanno, e co’ dileggi si consolava; Dante in esilio chiamava insensata l’arroganza dei Toscani che a sè attribuivano l’illustre volgare. Quindi è che la lingua del popolo di Firenze fin da’ suoi primordi ebbe taccia di plebea; e simile accusa ebbe l’istoria di questa Repubblica perchè ivi non era nè aula, nè curia, ma i pubblici fatti muoveano da quelle botteghe istesse dove si lavoravano i panni e le sete. La fiera puntura dell’esule ghibellino fu poi rinnovata dal buon frate Jacopo Passavanti, il quale dannando anch’egli ciascuno dialetto d’Italia, dà briga ai Toscani ed ai Fiorentini suoi perchè insudiciavano il patrio idioma. Dannaronlo poscia i letterati più risolutamente scrivendo in latino: vivea la contesa malaugurata, ed il Machiavelli con forte discorso a Dante oppone Dante medesimo, a lui mostrando come avessero egli e il Petrarca ed il Boccaccio scritti i libri loro non già in toscano o in italiano, ma in vero e proprio fiorentino. Riprese vigore siffatta contesa, perchè nei tempi del Machiavelli l’idea di nazione con vano e pungente desiderio si provava a porre in discredito ogni boria di provincia, e perchè il secolo inclinava al signorile; tantochè il Tasso proverbia il popolo di Firenze che, stando a bottega, in sè non aveva decoro e pregio di nobiltà. Ma vero è poi che in questo popolo arguto e faceto ed esultante di sè medesimo e licenzioso, gli ardimenti dei motti e delle triviali figure più abbondavano che altrove, pigliando favore dalle grazie della lingua e dalla leggiadra acutezza degli ingegni, i quali si diedero molto a quel genere di componimenti quando le lettere avvilite più non si arrischiavano ai forti subietti. I Fiorentini, fatti ambiziosi di queste più infime particelle d’antico retaggio, si diedero troppo a porle in mostra, e i vocabolari con troppo studio le registrarono; dal che poi venne un ribellarsi contro allo scrivere dei Toscani ed alle più schiette forme della lingua, la quale si fece povera per essere a tutta Italia universale.
Ma la poesia dal suo primordio procedette sempre con passo più certo, e fu cosa nazionale; laddove invece la prosa fuori che in Toscana mancando tuttora di coltura letteraria, non ebbe linguaggio che fosse accettato comunemente e divenisse la lingua scritta degli Italiani. Il ch’era in fatto assai più agevole a conseguire nella poesia che tutta lirica da principio, e paga d’esprimere i moti dell’animo, elegge e si appropria di tutta la lingua poco gran numero di parole, di modi e di forme; ma che però essendo eternamente inesauribile nel profondissimo campo suo, a tutti s’appiglia, da tutti è compresa o abbagliatamente divinata, da tutti accolta e consentita. Dai Siciliani ai Bolognesi e indi al Cavalcanti, al sommo Alighieri ed a Cino da Pistoia, progrediva per diritto cammino la lingua poetica della canzone; sole mancavano quelle ultime e non mai superabili squisitezze che diede alla forma Francesco Petrarca [n. 1304, m. 1374]. Quanto alla parlata espressione della poesia, io dico esser egli nel nostro idioma scrittore perfetto; in lui non appare mai l’eccessivo assottigliarsi per essere arguto, nè studio faticoso di pienezza nè di brevità; ma neanche tu scorgi nei suoi migliori componimenti, che sono gran numero, mai nulla di troppo: una mirabile temperanza a lui era maestra di non mai alzarsi verso dove non potesse la dolce sua tempra, senza però abbassarsi mai da quella serena elevatezza che in lui mantennero l’amore e gli affetti virtuosi dell’animo ed una vita nutrita sempre di nobili studi e naturalmente dignitosa. Nato in Toscana e quivi rimasto fino ai nove anni, poi vissuto in casa dei genitori in Avignone dove molti erano Fiorentini, ebbe la favella dall’uso toscano; ma questa può dirsi mettesse in disparte nella vita letteraria, che fu da lui tutta esercitata in latino; e i versi che oggi fanno la sua gloria, o furono scritti nell’età matura, o certamente in quella forbiti. Sono ricordanze d’affetti presenti sempre all’anima del Poeta, che rigermogliano come cosa viva, senza avere però mai la foga che odi bollire nel cuore di Dante; passioni viventi nella fantasia, ma temperate dal freno dell’arte che a sè le richiama per voglia d’esprimerle. Quindi è che lo scrivere e il sentire del Petrarca sempre hanno qualcosa di più generico, nè occorreva a lui pescare giù in fondo nelle attualità dell’idioma: la lingua che aveva imparata dalla culla tornì da sè stesso col pensiero e con lo studio; vagando per tutte le città d’Italia, ebbe egli sempre innanzi agli occhi l’intera nazione: il detto del Foscolo, che la lingua era al Petrarca insieme naturale e forestiera, sta bene ad intenderlo del patrio dialetto che egli usò meno degli altri Toscani; ma che era poi tutta la materia della lingua, cui diede egli forma soprattutto nazionale. In quelle sue Rime non è mai parola o modo che abbia del vecchio e non possa oggi essere usato senza affettazione.
In tutta la vita niun altri fu meno di lui fiorentino, niuno fu italiano al pari di lui. Si era egli fatto cittadino dell’Italia perchè non avrebbe in essa voluto d’alcun luogo essere cittadino; nei pubblici eventi non ebbe altra parte che di riprensore dei vizi comuni, egli non guelfo nè ghibellino, senza odii nè punture di passioni che in lui sanguinassero: l’amore per Laura fu il solo fatto della sua vita. Le cose presenti giudicava per concetti generali; snudava le piaghe mortali d’Italia, ma poi s’accorgeva che il porvi le mani sarebbe indarno, e sospirava. L’età precedente avea contenzioni furiose ma degne degli alti intelletti; e quindi gl’ingegni più speculativi mischiandosi in quelle, a sè acquistavano quella tempra che viene dall’oprare, e ai loro concetti quella interezza che deriva dall’uso continuo e vivo e pratico delle cose: i grandi uomini erano anche forti cittadini, e il pensiero aveva sostanza nei fatti. Ma nell’Italia del Petrarca, passioni infeconde nei migliori ingegni metteano disgusto di sè medesime; egli con la mente figgendosi tutto nelle memorie dell’antica Roma, di quella cercava risuscitare le lettere; faceva a sè una vita d’uomo letterato: nuova cosa allora, ond’ebbe fama quale forse niun altri godette mai, tranquilla, costante; libera dagli odii o poco tocca dalle offese, delle quali era egli oltremodo sensitivo. E dopo la morte fu egli il poeta dei secoli oziosi, cessati allora quando risorse per tutta Italia universale e vivo l’amore della poesia dantesca.
Nessuno mai forse nella esterior vita ci appare beato più del Petrarca, ma tutto aveva egli in sè medesimo le tempeste; natura morbida di poeta, che negli studi solitari s’avvolgeva dentro sè medesima; nè il sì nè il no mai gli suonavano interi nel cuore, e dentro all’animo era un segreto conflitto di cure affannose: intorno a queste scrisse un libro.[334] Mutando luogo di tratto in tratto, piacevagli con le agiatezze della vita sostenere il grado che l’ingegno suo meritava, e cui lo innalzarono le onoranze insolite in quella e in altre età; non troppo i favori dei principi disdegnando nè il praticare spesso nelle corti, egli non esule nè mendico, ma come per fare onore a chi lo albergasse. Poneva talvolta fiducia breve in qualche principe o capo di parte; sperò nel Colonna, sperò nel Rienzi; e quella Canzone (Spirto gentil ec.) che è tra le sue più belle, a quale dei due fosse indiritta non è ben chiaro, tanto son validi gli argomenti da entrambe le parti, quasi da credere che l’avesse prima ideata per animare a pro d’Italia il Colonna, e poi finita quando il Tribuno tentava un’impresa troppo rispondente ai voti ed ai sogni cari all’anima del Petrarca.
Vive egli oggi tutto nel Canzoniere, perchè la grande mole di componimenti in lingua latina i quali empierono la sua vita, e quelle medesime lettere alle quali dava egli nome di famigliari, altro non sono che esercitazioni. Ma il secolo suo lodò a buon diritto e ammirò in lui quella virtuosa elevatezza di pensieri e di giudizi che niuno de’ suoi scritti smentisce giammai; ammirò il sapere, pel quale sembrava fare egli rivivere l’antica Italia dalle sue ceneri cercando libri per ogni dove, non senza dare anche mano allo studio delle greche lettere innanzi a lui quasi obliate; ammirò nel suo scrivere quella stessa copia che a noi sembra troppo ridondante, e quell’ozioso tener dietro agli ornamenti delle sentenze e degli esempi ed alle imitate lautezze di frasi per lo più raccolte nei pochi latini che a lui erano familiari. Ma già in Italia sorgeva un secolo a cui piacevano queste cose, cercando la vita dove non erano che memorie, e quella che stava negli scrittori volgari tenendo a vile perchè volgare, e perch’ella era espressione vera non della passata ma della presente Italia, qual’era e quale i tempi ora la volevano. Tardi il Petrarca si fu accorto come la gloria da lui ambita risedesse tutta in quelle rime che da principio aveva egli meno apprezzate, e come non fosse corona vera del capo suo quella ch’egli ebbe giovane ancora e con tanta festa in Campidoglio pel poema latino dell’Affrica, da lui senza danno lasciato imperfetto, e che infine a lui medesimo dispiaceva.
Ma quanto grande sia la inferiorità di questo secolo del Petrarca messo a confronto di quello di Dante, si fa manifesto per la differenza che tra essi corre nel concetto dell’amore. Laura è una donna ed il Petrarca un innamorato; l’amore da lui portato alla somma altezza sua e purità, tuttavia è amore co’ suoi affanni e le sue dubbiezze, che «sana e ancide» e si avvolge per isquisite delicatezze nelle infinite sue varietà di casi, per cui l’affetto tra quelle anime virtuose pure ebbe una istoria. Laura santissima riposa sul margine delle dolci acque, mentre «un nembo di fiori cuopre ad essa le vesti leggiadre e il grembo e le treccie bionde:» è bella, ma tu puoi immaginare quella bellezza, puoi ricordare donna veduta o donna pensata, e nella memoria alzare i tuoi sino agli affetti del grande cantore. Ma la Beatrice dell’Alighieri non è propriamente donna, ma visione; non fece tra gli uomini altro che mostrarsi, saluta e passa «e gli occhi non l’ardiscono guardare;» ma egli la vede dentro al cuore ed al pensiero, senza che amore giammai la facesse accorta di lui; nè prima che in cielo, fu mai tra essi conversazione. Le donne di Guido Cavalcanti e di Cino da Pistoia hanno lo stesso carattere, sebbene in questo ultimo già un poco scadente: col vivo lume della bellezza guidavano esse gli amanti loro alle sommità dell’intelletto: questo alto ufficio avea l’amore. Ma il Petrarca nelle ore del pentimento accusa l’amore suo lungo dei «giorni perduti e delle notti spese vaneggiando,» e i giovanili suoi pianti dice «non vuoti d’insania.» A Dante l’amore «nella mente ragionava,» ed era salute a lui e difesa contra ogni suo vaneggiamento.
Coloro che aveano formato l’animo e il pensiero nei grandi fatti e nelle contenzioni del secolo XIII, ebbero più forte l’educazione degli affetti, donde poi nasce quella negli uomini delle volontà. Le quali secondo che abbiano maggiore intensità e saldezza, secondo che sieno o vòlte alle grandi, o inceppate nelle minute cose e da ogni nobile ed alto segno disanimate, ne danno ragione dei vari caratteri per cui si distinguono tra sè i periodi della istoria. Nei primi tempi che seguitarono all’acquistata indipendenza e alla libertà fondata, ma insieme all’insorgere vario e irrequieto delle ambizioni cittadine, gli affetti e con essi le volontà degli uomini divenivano incerte e divise, e quindi o guaste o intorpidite; e nei concetti degli scrittori noi troviamo essere meno sicurezza, perchè era in essi minore altezza. L’istoria di Giovanni Villani ebbe continuazione da Matteo, fratello, minore a lui di molti anni. Giovanni ricordava le prime allegrezze nella città di Firenze per la vittoria di Campaldino; aveva educato la sua coscienza di storico in quelle primizie quando si cercavano e si ottenevano le cose giuste, quando le passioni private sparivano confuse in mezzo alle pubbliche e comuni, le quali infondevano alcunchè della grandezza loro nei fatti singoli e nel modo per cui venivano giudicati. Ma invece nei tempi da Matteo descritti guardavasi meno al fine ultimo delle cose e a quella sostanza morale di esse che ne determina il valore; solo fine era l’immediata riuscita, nè più rifulgono da una che dall’altra parte il vero ed il buono. Nelle istorie del minor fratello più non si rinvengono di quelle parole che ti s’improntano nella mente; la lingua col volere essere più dotta era meno viva, ed i costrutti più lavorati non serbano tanto lucida evidenza. In quella medesima età intermedia della nostra lingua, scrittore eccellente fu Iacopo Passavanti di quello stesso ordine domenicano che avea prodotto i sommi autori della età prima. Non ha egli forse chi lo pareggi quanto alla limpida semplicità del dettato, alla costante dolcezza dei suoni ed alla facile egualità di uno stile da porre a modello senza che alcun vizio vi sia da notare. Ma in Frate Giordano è altro calore, procede il Cavalca più alto e sicuro, e in entrambi è vena assai più copiosa. Lo scrivere inappuntabile del Passavanti non è però sempre del pari efficace; io direi quella sua tanta purezza un po’ dilavata, e in me nasce dubbio che fosse a disegno. La bella e copiosa lingua popolare avea taccia di plebea dai molti che avrebbono in Firenze voluto qual cosa di più signorile; ed egli che odiava nei predicatori del suo tempo l’abuso di certe vivezze arrischiate del patrio idioma, si fece uno scrivere a quelle contrario: peccava, mi sembra, di timidità soverchia.
Ma era sorto uno scrittore in cui si raccolse tutta la dovizia di questa lingua già pervenuta alla sua massima finitezza, quasi tornita e fatta nitida e scorrevole per molto uso nell’ampio vivere cittadino. Giovanni Boccaccio [n. 1313, m. 1375] non ha scrittore che lo pareggi quanto alla ricchezza e alla proprietà costante delle voci, all’aggiustatezza sempre evidente della frase, alla briosa vivacità del dettato ed alla possente abbondanza d’una vena che in mille rivoli sa dividersi e pronta e facile appropriarsi a molti generi dei più svariati. Bene i vocabolaristi lui fecero primo esemplare della lingua, quanto alle parole e alle locuzioni, e quanto alla scienza dell’uso congiunta a un gusto squisito. Le Cento Novelle amando percorrere diversi argomenti, dovevano ben essere il campo prescelto dall’ingegno del Boccaccio, al quale fu dato in quello spiegare tutta l’agilità sua e farsi mirabile in tutti gli stili, tranne il più eccellente. Ebbe egli facondia che di altrettanta oserei dire non fosse dotato scrittore qualsiasi, a vera eloquenza non pervenne mai. Narra e descrive mirabilmente più che non dipinga; sa essere parco, semplice, piano, quando non abbia fatto a sè proposito del contrario: dove entri l’affetto, si dimostra sempre falso e sforzato e insufficiente. I colli ameni di Schifanoia per lui divengono giardinetti graziosi d’arbusti bene pettinati e di acque zampillanti; la grande, la bella o terribile natura non vidde egli mai, perchè essa nell’animo di lui non capiva. Ci davano a scuola come saggio d’eloquenza le fiere parole di Gismonda di Salerno; nè in quella nè in tutta la novella di Gisippo io scôrsi mai altro che ampolle vuote. L’ambiziosa, ma pure meritamente celebrata descrizione della Peste, vorrei che non fosse in testa a un libro cui non s’addice.
La lingua novella era poco scritta nelle altre parti d’Italia dove le pronunzie o smozzicandola o tirandola a suoni estranei e diversi, ad essa impedivano sotto alla penna dello scrittore un franco e facile andamento. Aveva in Toscana invece già molti egregi autori anche nella prosa; ma come spauriti da quel nome di volgare, non credevano capace il patrio idioma di mai agguagliare la dignità dell’antica madre, temendo infangarsi se troppo attingessero dall’uso plebeo. Inoltre, non era per anche arrivata l’arte dello scrivere fino al comporre insieme più idee ciascuna al suo luogo come in ordinanza, altre rilevando e altre adombrando; col fare insomma di quei periodi lavorati che formano il pregio e anche talvolta la maledizione di noi popoli molto côlti. I quali periodi, se abbiano evidenza sufficiente, giovano a dare pienezza al discorso senza nuocere alla speditezza; ma sono anche spesso indizio d’idee incerte e confuse che l’una sull’altra stanno come accavallate, o puzzano almeno d’ambizione letteraria. Dove entra l’affetto, di questi periodi non se ne fa mai, e non sa farne il popolo semplice, del quale sovente udiamo il discorso essere tanto ricco ed efficace. Giovanni Villani ha periodi brevi; ma Dino Compagni, che mira a istorica eloquenza, gli ha spesso intralciati; si appaga il Cavalca di un andare piano, senza ombra d’ambizione. Sentiva il Boccaccio mancare al suo tempo tuttavia qualcosa nello scrivere italiano, che desse esempio di una forma più ampia e svariata e che si appropriasse ad ogni genere di componimenti; pareagli a ragione la nostra favella non essere stata infino a lui nè tutta svolta nè adoprata con uso sapiente. Ma udiva ogni giorno intorno a sè questa lingua essere esercitata mirabilmente da tutto il popolo della città sua; sapeva che nulla o poco assai nella sostanza poteasi aggiugnere a coloro che lui precessero nello scrivere. Fu primo nell’essersi pigliato l’assunto di tutta scrivere questa lingua, in ciò adoprando tale agilità d’ingegno e tale possesso di voci e di modi, che bene può dirsi avere vissuto in mezzo al popolo di quel tempo chiunque abbia letto il Decamerone. A mio parere, nello scrivere del Boccaccio il mancamento non era dell’ingegno, ma era dell’animo. A quello sforzato suo periodeggiare, a quelle suonanti cadenze, dovette condurlo certamente anche l’imitazione dell’idioma di Marco Tullio, di cui gli scritti venivano allora in maggior luce. Ma egli è poi vero, che dove non lo tradisca l’ambizione, o dove non diasi a simulare l’affetto, lo stile di lui riesce immune da questi vizi: sono essi però tanto frequenti nel suo scrivere, che di essi il nome suole pigliarsi proverbialmente dal suo. E come quelli che molto sono in lui prominenti e perchè formano la sua speciale caratteristica, la quale, o buona o mala che sia, trae dietro a sè la turba servile degli imitatori, potè il Boccaccio sciupare la lingua dei letterati e degli accademici col periodo latineggiante e con i suoni cantati e falsi e ridondanti, come sono i suoni di chi parla o scrive fuori dell’affetto; perchè l’affetto è sempre armonico nell’esprimersi, ma l’armonia del Boccaccio e dei retori è tutt’altro; non è armonia, ma un saltellare di cadenze scoppiettanti, o un vuoto rimbombo in fine al periodo.
Era il Boccaccio di poca bontà e non di animo elevato; la giovinezza di lui trascorse nelle corruttele d’una Corte. Quel pervertimento d’indole che fece a lui scegliere il tempo della peste come occasione al suo libro, dove non sono che balli e canti e risa e motteggi in bocca di donne a cui la morte aveva in quei giorni fatta deserta la casa; quel falso nei tormenti dell’amore che a lui fece provare una poco crudele bastarda del re Roberto, onde ne viene a dire con gravità ridevole nel proemio, di scrivere il libro a consolazione degli amanti afflitti com’esso; quel falso che è in tutto il libro, dove con serietà dottorale sono appellate savie le donne maritate che si procacciano un amante; quel ridurre in fine dei conti a mera e grossolana sensualità l’amore, e poi quelle stesse donne che raccontano in cerchio sedute e ascoltano turpitudini, lodare esse e gli amanti loro di virtù pura e intemerata, senza che mai nessuna macula d’onestà bruttasse quella convivenza delle sette gentili donne e dei tre giovani; questa falsità di pensieri e di affetti, questo pervertimento ch’era nell’anima del Boccaccio, danno anche ragione di quello che è di falso e di pervertito nel concetto che egli fece a sè dello scrivere la lingua sua. Ed è fatto, che non parve ai primi lettori del Decamerone nè per centocinquant’anni poi, che avesse il Boccaccio trovato la forma della prosa italiana. Quei pochi, ma pure ottimi, che nel quattrocento la coltivarono, per nulla seguirono le tracce impresse da lui; ed il suo regno fu decretato allorquando vennero in onore lo scrivere ozioso e i dolci solletichi e i plausi accademici. Egli ed il Petrarca furono allora principi della lingua; ma il Petrarca tenne bene lo scettro dello scrivere la poesia, male il Boccaccio quello della prosa.
Nell’anno medesimo in cui moriva il Certaldese, cominciò a dettare le sue lettere santa Caterina da Siena [n. 1347, m. 1380]: fu grave ingiustizia non averla contata tra’ sommi di quella età della lingua. Si discosta ella da ogni forma dove appaia un’arte che sia consapevole di sè stessa; invece dell’arte sta il naturale svolgimento del pensiero, ed ogni cosa piglia suo luogo, e quelle parole hanno più rilievo che aveano avuto prima nella voce più vivo l’accento. Imperocchè quella mirabile giovinetta dettava d’impeto le sue lettere quante volte amore spirava: un solo è il subietto di tutte, se vuolsi, ma è tale subietto che ha in sè l’infinito. Esperta di varie città italiane e di una Corte, è grande conoscitrice del cuore dell’uomo e indovina quello dei più alto locati; ammonitrice severa e ardita, ma sempre umile e cortese, scriveva a papi ed a cardinali, e ai magistrati delle repubbliche, ed a giovani mondani e a donne perdute. Facili sgorgano le parole come da vena abbondante; potrebbe alle volte parere anche troppo, ma era spontanea: fu bene notato come in lei da una proprietà costante e dalle stesse ragioni della etimologia ignote a chi la seguiva, ottenga il discorso quella evidenza cui non pervengono scrittori volgari.[335] Alcune di quelle lettere appartengono all’istoria, s’intravede in altre una fantasia repressa: la misticità prevale in tutte, e spesso trascende e trascorre non di rado. Non la perdonavano all’accesa donna il volgo in parrucca dei letterati; e quel pochino di lingua senese che spunta fuori tratto tratto imbizzarriva i nostri accademici. Per questi motivi fu obliata santa Caterina; ma è grande scrittore, e più veramente nobile e più naturale del Boccaccio.
Fra’ molti autori di libri ascetici ne pare una scuola avere una qualche derivazione da santa Caterina. Notiamo, tra gli altri, un Giovanni dalle Celle frate e cittadino che scriveva lettere ai magistrati di cose politiche e di religiose con franco parlare ed elevatezza di concetti.[336] Ebbe grande fama per bontà e dottrina Fra Luigi Marsili, agostiniano, che la Repubblica soleva con riverenza consultare in cose di stato e di religione: Roberto de’ Bardi, teologo, morto in Parigi cancelliere della Sorbona, fece ordinata raccolta dei Sermoni di sant’Agostino. Diversamente celebre fu il cardinale Piero Corsini, che s’immischiò molto nelle cose dello Scisma e fu a’ suoi tempi gran personaggio.
Fra gli scrittori di poesia che seguitarono al Petrarca, primo è il Boccaccio che i versi faceva con disinvolta naturalezza e spesso graziosa; nè ultimi certamente Sennuccio del Bene e Buonaccorso da Montemagno pistoiese. Fazio della sbandita famiglia degli Uberti compose un poema più noto che letto, che ha per titolo il Dittamondo: non oserei chiamarlo imitazione della Divina Commedia, essendo bastato all’Uberti descrivere il mondo delle cose materiali con buono stile nè senza gravità, ma senza anima di poesia: vissuto povero alle corti dei signori Lombardi, moriva in Verona dopo al 1360. Zanobi da Strada, che fu in Pisa coronato dall’imperatore Carlo IV l’anno 1355, male inaugurò la serie dei poeti cesarei: più atto alla prosa, tradusse in bel volgare il libro dei Morali di San Gregorio allora che molti attendevano al tradurre; ma non compì l’opera, andato in Avignone Segretario, nè a lungo vissuto.
In Firenze uno Studio fu decretato fino dall’anno 1320, e sappiamo che nel 1334 vi furono condotti Recupero da San Miniato e Cino da Pistoia ad insegnare canoni e leggi. Lo Studio fu aperto nel 1348, non appena cessata la peste. Ottennero da papa Clemente VI ad esso privilegi e facoltà di dottorare in ambe le leggi; e imperiale privilegio da Carlo IV nel 1364. Proibirono agli uomini dello Stato mandare i figliuoli altrove a studio; il ch’era forse principalmente per gelosia di Pisa, che aveva aperto l’anno 1338 la sua celebre Università; ma ordinarono che i dottori si pigliassero da fuori, temendo le brighe a porre innanzi i meno degni; tuttavia più volte vi furono eletti uomini della città stessa, tra’ quali Tommaso Corsini padre del Cardinale, Lapo da Castiglionchio e Donato Barbadori. Aveano molto desiderato chiamarvi il Petrarca, al quale andava inutilmente il Boccaccio con amplissime profferte: questi poi nell’anno 1373 fu scelto alla nuova cattedra eretta per la spiegazione della Divina Commedia. Prevenuto dalla morte, non potè compiere il Commento, che solo tra molte sue opere minori può sempre leggersi utilmente, anche ad esempio dello stile. Ma comecchè fosse lo Studio in Firenze, non allignò mai così da farsi università vera: a molti la spesa parea troppo grave; e a città mobile e chiassosa e volta alle arti, gli studi aridi meno si addicevano.[337]
La pittura dopo alla morte di Giotto e dei primi suoi scolari parve rimanere nei confini segnati da lui; ma una Compagnia o Confraternita dei Pittori nasceva nell’anno 1350. L’architettura e la scultura progredivano per gli edifizi che la sontuosità privata o la devozione faceano inalzare: la Certosa presso Firenze veniva ornata splendidamente dal gran siniscalco Niccolò Acciaioli negli anni che seguitarono al 1341. L’opera del Duomo continuava lentamente, perchè i moti civili e dipoi la peste più volte l’ebbero interrotta; ma troviamo che nel 1364 furono chiuse le vôlte del tempio. La loggia di Orsanmichele era stata ridotta a chiesa, e dentro e fuori si ornava con magnificenza di sculture e opere in bronzo: Andrea Orcagna fu principale architetto di questa e dell’alta mole soprastante per la conservazione dei grani che la Repubblica teneva in serbo a benefizio pubblico nelle carestie. In Piazza dei Signori la maestosa Loggia che ha nome dallo stesso Orcagna fu innalzata verso l’anno 1376, o per opera del grande artista o sul disegno di lui, che oltrechè scultore insigne fu anche pittore. Quella Loggia era principal ritrovo ai cittadini per la conversazione di cose pubbliche e private. Gridavano ch’era costata troppo, e ne fu gran dire:[338] correa questo popolo a criticare e a motteggiare le grandi opere che faceva.