Capitolo VII. ARRIGO VII. — UGUCCIONE DELLA FAGGIUOLA. SIGNORIA DEL RE ROBERTO. [AN. 1309-1321.]

Per la morte del re Carlo II d’Angiò, Roberto suo figlio, e già duca di Calabria, era succeduto alla corona del regno di Puglia nel mese di maggio dell’anno 1309, essendo rimasta quella di Sicilia in potestà di Federigo Aragonese. Ma il re Iacopo d’Aragona, che dimorava in Ispagna, era venuto in grande concordia con gli Angiovini di Napoli, e quindi co’ Guelfi di tutta Italia. Firenze aveva nimicizia permanente co’ Pisani che in Toscana erano sempre capi della parte ghibellina, cacciato avendo di signoria Nino di Gallura, che insieme al conte Ugolino della Gherardesca l’aveva tirata per brevi anni a parte guelfa. Di questo Nino rimaneva la figlia unica Giovanna (che Dante ricorda con tanto dolci parole), erede ai possessi ed ai titoli sovrani del padre in Sardegna. Ma perchè Iacopo d’Aragona si stringesse agli Angiovini contro al fratello di Sicilia e rinunziasse ai suoi diritti sopra a quell’isola, Bonifazio VIII gli aveva largita una papale investitura sulla Sardegna; e i Fiorentini, mentre diceano loro fine essere l’insediare la figlia innocente del Giudice di Gallura, null’altro cercavano che indebolire i Pisani chiamando in Sardegna il re d’Aragona. Con essi era pace in quegli anni, e tra le due Repubbliche passavano lettere bugiardamente affettuose: mentre da quella di Firenze si offriva danaro all’Aragonese perch’egli scendesse a occupare la Sardegna, mandandogli a questo fine ambasciatori. A nulla riuscirono coteste pratiche per allora, perchè il re Iacopo avendo in casa guerra migliore contro ai Mori di Granata, preferì all’oro dei Fiorentini l’aiuto di navi offertogli da Pisa, e questa mantenne per altri pochi anni il possesso di Sardegna a malgrado i Fiorentini, cui non parevano stranieri all’Italia altri essere che i Ghibellini, e senza scrupolo si aiutavano di chiunque mostrasse favorire parte guelfa. Cercavano insieme per via di trattati estendere i commerci loro di molto ampliati negli ultimi anni, e massimamente in quei paesi i quali restavano tuttora più addietro nello svolgimento delle industrie. Di quei maneggi abbiamo un cenno, ma insufficente, dal Villani, e la notizia ne rimaneva chiusa negli archivi, finchè ai dì nostri non venne in luce tratta dai registri della Signoria.[130]

Dacchè fu eletto Clemente V, prima arcivescovo di Bordeaux, era il papato tenuto in Francia sotto la dura custodia del malvagio re Filippo il Bello. A questo andarono le ambizioni fatte allegre nei pontefici dopo alla caduta di Casa Sveva; ma quella caduta, e poi la lunga vacanza e l’abbassamento dell’Impero, non che rialzare la Chiesa di Roma, sembravano piuttosto avere invilite le braccia di lei, come si esprime il Compagni. Dappoichè nacquero come ad un portato il nuovo Impero occidentale e la potenza civile dei Papi, le due supreme potestà, che il mondo cristiano invocava, si sostenevano l’una l’altra in mezzo alla stessa perpetua lotta che era tra loro, così fattamente da essere l’una all’altra necessarie; entrambe avendo comune ragione nella universalità di quel principio che in due non mai bene poteva dividersi, e che ambo insieme rappresentavano. Bene gli antichi imperatori volevano imporsi patroni alla Chiesa, ma grande ed alta sempre la volevano; invece i due primi re Angiovini, chiamati e nutriti da Papi francesi, la tennero sotto a odiosa tutela, e parte guelfa mutò sembianza poichè ebbe a capo un re forestiero. Poi la violenza che tirò in Francia la sedia istessa pontificale, prostrava in Italia ogni principio d’autorità; gli Stati della Chiesa vedeano alternarsi tirannie prelatizie e cittadine, e Roma lacera e impotente non sapea portare nè il peso istesso del nome suo, nè il beneficio della libertà. Ora Filippo avea teso ogni arco per fare avere il seggio imperiale a suo fratello Carlo di Valois, che ai papi sarebbe stata servitù peggiore di quella temuta sotto Casa Sveva dalla unione all’Impero dei reami di Sicilia. Clemente V allora ebbe un forte pensiero; e lungi dal cedere al re Filippo su questo punto, faceva eleggere il conte Arrigo di Lucemburgo: i nostri cronisti di ciò fanno onore al cardinale Niccolò da Prato.

Il nuovo eletto era signore di piccolo Stato, ma savio e prode; la dignità imperiale scaduta di forza, avendo percorso anch’essa il tempo delle esorbitanze sue, parea volersi con Arrigo VII ritrarre alla fonte e alla purezza del suo principio. In quanto all’Italia, intendeva egli esercitarvi d’accordo col Papa quell’alto ufficio di moderatore che dalle congiunte due potestà il mondo aveva più secoli invocato vanamente. Era una splendida astrazione, e sembra invero che Arrigo VII l’avesse nell’animo franco e leale: i migliori uomini d’Italia aspettavano lui sanatore di quelle piaghe che a tutti dolevano. Dante, all’udire non falsamente predicare il senno e la moderazione di lui, credette in lui scorgere quell’uomo del suo pensiero, che uniti in concordia l’Impero e la Chiesa, e dato ordine all’Italia, sotto di sè agguagliasse, arbitro supremo, le sorti del mondo composte a giustizia ed a temperata libertà: quindi egli serbava a lui nel poema un seggio tra’ sommi nel più alto Paradiso. Un altro virtuoso ed illustre fiorentino, guelfo e popolano, di mite ingegno e di natura poco ambizioso, Dino Compagni, anch’egli aveva chiamato co’ voti Arrigo, e aveva in lui sperato. In quella vacanza che il nostro Dino faceva principiare dalla morte di Federigo II (quegli non tenendo veri imperatori i quali non erano discesi in Italia a pigliar la corona) l’Imperatore del Cielo, scrive egli, provvide e mandò nella mente del Papa e dei Cardinali di eleggere il savio Arrigo di Lucemburgo. Il Compagni, guelfo al modo stesso dell’Alighieri, voleva però che nell’Italia non fosse spenta l’autorità dell’Impero, la cui potenza sognavano ordinatrice sovrana, bastante a frenare con armi legittime le tirannie d’ogni sorta; e così quella dei re di Francia, che angariavano i pontefici, come in Italia quella dei tiranni lombardi o toscani, ghibellini o guelfi, signori feroci in chiuse castella, o falsi o invidi popolani. E Dino condanna le città e i signori che ad Arrigo resistevano, e soprattutto l’ardimento dei Fiorentini o dei capi della parte nera, che per danari o per ogni maniera di pratiche destavano contro al Signore giusto ribellione. Giovanni Villani, benchè si tenesse coi Guelfi più stretti, applaudiva anch’egli ad Arrigo, chiamando lui «savio e giusto e magnanimo, disceso per farsi pacificatore dell’Italia.»

La massa intanto di parte guelfa tutta era in arme ed in sospetti per la prossima venuta del nuovo eletto Imperatore. Il re Roberto, che n’era capo, aveva mandato in Firenze un suo maliscalco con 300 cavalieri catalani, i quali andarono coi Fiorentini verso Arezzo, ed ivi ebbero buon successo contro agli Aretini condotti da Uguccione della Faggiuola. Poi nel giugno del 1310, quando si appressavano ad un’altra spedizione contro di quella città, una lettera imperiale comandava loro di abbandonare la impresa, Arrigo intendendo scendere in Italia a comporre le discordie. Mandava poi questi in Firenze Luigi di Savoia, eletto da lui senatore in Roma, con altri a richiedere la città di fargli omaggio nella coronazione sua, e che frattanto gli inviassero ambasciatori a Losanna; innanzi tutto richiamassero le genti loro da Arezzo. Molti dispareri sorsero in Firenze per tale ambasciata, e assai fu discusso circa l’ubbidire o no: rispondeva prima nel Consiglio Betto Brunelleschi, che mai per niuno Signore i Fiorentini inchinarono le corna: ma più onestamente, sebbene allo stesso effetto, rispose Ugolino Tornaquinci in nome della Signoria. Gli uomini savi ripresero Betto, nè il popolo lo commendò. Gli ambasciatori continuando recarono alle genti sotto Arezzo il comandamento di partirsi; ma non avendo ciò ottenuto, andarono a porsi in Arezzo molto indignati contro a’ Fiorentini.[131]

Aveano molte città italiane mandato ad Arrigo ambasciatori in Losanna: e già quelli dei Fiorentini erano eletti, ed avevano apparecchiato i panni per le robe da comparire onorevoli, e fatti altri apprestamenti; allorchè per certi grandi guelfi di Firenze si sturbò l’andata. Ora appresentandosi al Signore le varie ambascerie delle città di Toscana, domandò perchè non vi fosse quella di Firenze. Rispostogli essere per il sospetto che ivi si aveva di lui, ripigliò: «Male hanno fatto, chè nostro intendimento era di volere i Fiorentini tutti, e non partiti, a buoni fedeli; e di quella città fare nostra camera e la migliore di nostro imperio.[132]» Altre difficoltà sorsero fra lui ed i Fiorentini, i quali nel seguente agosto maggiormente insospettiti, fecero mille cavalieri cittadini, si cominciarono a guernire di soldati e di moneta, e strinsero lega col re Roberto e con più città di Toscana e di Lombardia, all’intento d’impedire la passata d’Arrigo in Italia: mentre al contrario i Pisani, che la bramavano, mandarono a questo 60 mila fiorini d’oro, ed altrettanti gliene promettevano quando fosse giunto nella città loro. Con questo aiuto si mosse Arrigo da Losanna per passare le Alpi. Ed in quel tempo il re Roberto tornando da ricevere la corona in Avignone venne in Firenze: intimorito al pari dei Fiorentini per la passata dell’Imperatore, si sforzò di conciliare i Guelfi tra loro, ma con poco frutto. Albergato nella casa dei Peruzzi, ebbe dalla Repubblica onoranze e molto danaro, tantochè ogni dì più si andava rafforzando con lui l’amicizia.

Sul cadere di settembre l’Imperatore, passato il Cenisio, calò in Piemonte ed in Lombardia. Soggiornò in Asti più di due mesi, e di lì poi giunto ad un bivio che conduceva quindi a Milano e quindi a Pavia, il vecchio Matteo Visconti caporale dei Ghibellini, alzando la mano, gli disse: «Signore, questa mano ti può dare e torre Milano.[133]» Matteo era capitano di quasi tutta la Lombardia, uomo astuto più che leale. Guidotto della Torre, che dominava in Milano, capo di parte guelfa e unito in lega co’ Fiorentini, vedeva con timore avanzarsi l’Imperatore in compagnia dei Visconti: avrebbe voluto fare resistenza; ma visto non potersi fidare del popolo, accolse con grandi dimostrazioni di rispetto l’Imperatore; il quale condusse le due famiglie rivali a forzata riconciliazione, donde usciva quindi con la caduta dei Torriani la signoria dei Visconti. Era il gennaio 1311: la venuta dell’Imperatore fu nell’Italia variamente accolta. Lo sperare dei Ghibellini si ridestava, e invano Arrigo mostrava volere essere amico a tutti; pigliava in Milano la corona, ed accoglieva del pari Guelfi e Ghibellini: seco erano tre Cardinali legati del Papa; cosicchè la prima volta, ma per breve tempo, le due supreme potestà sembravano congiunte insieme, in un voler solo. Ma di ciò quegli animi sfrenati non si contentavano; i Ghibellini diceano, e’ non vuole vedere se non Guelfi; e i Guelfi diceano, e’ non accoglie se non Ghibellini.[134] Falliva la parte d’arbitro supremo, che Arrigo si aveva assunta con lo scendere in Italia; costretto accorgersi dove fossero i suoi amici naturali e dove i nemici, senz’altra forza che dei baroni accorsi a lui, senza moneta, quando non la spremesse di fondo al popolo; Arrigo, a malgrado i buoni suoi proponimenti, costretto vessare e costretto inferocire, bentosto non fu in mezzo ad uomini italiani altro che un tedesco imperatore. L’avere egli posto vicari imperiali nelle città invece dei potestà e dei capitani, diceva abbastanza quel ch’egli volesse. Così era tutta la vita nostra ricacciata un secolo addietro, e innanzi tempo compressi i vizi nella servitù. Firenze, postasi a capo della contraria parte, allora si diede a rinforzarsi di mura, a stringersi maggiormente colle città guelfe toscane e lombarde, ad esortarle si opponessero per ogni modo all’Imperatore, inviando loro a questo effetto moneta e soccorso di soldati mercenari.

Dante in Milano avea veduto l’Imperatore, dal quale sperava in patria il ritorno. Poi dal Casentino, dove era in casa i Conti Guidi, scriveva due molto famose lettere, che una ai principi ed ai popoli d’Italia perchè si assoggettassero all’Imperatore, e l’altra a questo, esortandolo al compimento della impresa; nella prima intitolando sè stesso «l’umile italiano Dante Alighieri fiorentino indegnamente sbandito;» e la seconda, oltrechè nel proprio suo nome, in quello di «tutti universalmente i Toscani che pace desiderano,» degli esuli cioè che a Dante s’erano accompagnati e di coloro che a lui consentivano. In questa esortava l’Imperatore a rompere ogni indugio; scendesse tosto di Lombardia, venisse contro a Firenze sola, dove era il nido e la forza della ribellione; questa essere «la pecora inferma, la quale col suo appressamento contamina la gregge del suo signore:... lei ricondotta, le sparse forze dei contumaci in Lombardia tosto verrebbero sgominate:... ed allora l’eredità nostra, la quale senza intervallo piangiamo esserci tolta, incontanente ci sarà restituita.» In questa lettera è solenne documento dei concetti e dei dolori e delle passioni che dentro agitavano la fiera anima del Poeta.

L’Italia pareva cedere ad Arrigo. Cremona soccorsa dalle genti e dai danari dei Fiorentini gli faceva resistenza: tuttavia poco stante venne in potestà sua, mandando a lui dei suoi cittadini scalzi col capo nudo, in sola gonnella e colla correggia al collo a domandare mercè: i Bresciani, dapprima ossequiosi, istigati poi dai Fiorentini, in un subito gli negarono ubbidienza, e tornarono poscia ad arrenderglisi nel settembre del 1311. Siccome però Milano e la parte dei Torriani insorgevano, era evidente come tutte quelle città null’altro aspettassero che il destro a nuovamente ribellarsi. Ma Genova accolse poco dipoi tra le sue mura l’Imperatore, che fu onorato con pari sollecitudine dalle due fazioni, quella dei Doria che vi dominava, e quella degli Spinola che n’era stata sbandita. Parma ed alcune città di Romagna erano tenute fortemente da un cavaliere catalano che era a’ servigi del re Roberto; con esso andavano le genti dei Fiorentini e i fuorusciti di Brescia e quelli che indi a poco rientrarono in Cremona. Padova si ribellava anch’essa in quei giorni: i Fiorentini, mentre cercavano suscitare da ogni lato nuovi nemici ad Arrigo, si studiavano anche di porgli inciampi con l’inviare a questo effetto legati nella corte Avignonese, dove spesero assai danari e altro non ebbero che parole. Munivano intanto di forti difese i vari passi dell’Appennino; e rinnovarono la lega co’ Bolognesi, Lucchesi, Sanesi, Volterrani e Pratesi, e con tutte le altre terre guelfe di Toscana, mentre taglieggiavano Pistoia molto aspramente colle imposte. Si dava Siena di ora in ora a questo o a quello.

Da Genova si erano intanto avviati verso Toscana due messi imperiali, Pandolfo Savelli notaro pontificio e Niccolò vescovo di Butronto, autore quest’ultimo di una molto credibile relazione che, intitolata a Clemente V, è il più autorevole documento che abbiamo sul viaggio di Arrigo VII in Italia.[135] Avuto mandato di ricevere l’omaggio dai signori e dalle città di Toscana, chiesero il passo ai Bolognesi, ai quali scrissero che andavano nunzi di pace con lettere papali e imperiali: ma l’inviato loro fu messo in carcere; donde poi fuggito, recò la novella ai due Legati, che immantinente voltati a destra, per vie orribili cercavano luogo a varcare l’Appennino. Incontrarono soldati della Repubblica di Firenze, mandati a guardia di quelle strette; ma che, saputo come l’Imperatore avesse presa la via di Genova, tornavano indietro: furono da questi lasciati andare senza contrasto, non senza paura (scrive il nostro dabben Tedesco); e salvi giunsero alla Lastra vicino a Firenze. Mandarono quivi a chiedere ospizio per lettere al Potestà e al Capitano, perchè come uomini imperiali teneano da meno l’autorità del Gonfaloniere. Subito in Firenze si radunò gran Consiglio; e per la città intanto si diceva essere venuti messi di quel tiranno che di Germania era disceso in Italia a distruzione di parte guelfa sotto l’ombra della Chiesa e avendo prescelto cherici all’inganno, con grande moneta. I due Legati, aspettando le risposte, avevano la mattina dopo già fatto mettere all’ordine i cavalli e legare le some; quando, mentre erano a mensa, udirono la campana suonare a martello e viddero la strada empirsi d’armati che circondarono la casa; dove uno dei Magalotti tentava salire con grida, ma il padrone della casa gli stava incontro a capo la scala. Pur nonostante quelli bentosto salirono su: dei familiari, chi si celava sotto ai letti, e chi saltando per la finestra fuggiva; un povero frate moriva nel salto: lo scrittore di questa scena ringrazia Dio d’avere serbata però sua fermezza. I somieri con le robe furono tutti menati via: ma dalla città venivano uomini mandati dal Potestà e dal Capitano, e con essi uno degli Spini che gli esortò a voltare indietro con la speranza di riavere le robe loro; portavano lettere pontificie, che i Legati negarono pure di farsi leggere: i sopravvenuti gli avviarono tosto per la via dei colli di San Gaudenzio, donde pervennero sulle terre dei Conti Guidi, nel Casentino. Riebbero undici dei loro cavalli e tre somari; il Vescovo di Butronto perdè la cappella sua ed ogni cosa che egli avesse al mondo in oro o in argento, salvo l’anello ch’egli portava in dito e lo stile col quale scriveva sulle tavolette da ricordi. Pandolfo Savelli, che avea più da perdere, perdè ogni cosa.[136]

I Conti Guidi erano parte Guelfi, parte Ghibellini: tutti giurarono fedeltà, e promisero di appresentarsi al Signore e fargli omaggio nella coronazione; i Guelfi si mostravano più caldi, ma chiedeano indugi, temendo i popoli e le terre circostanti. Di quella famiglia era il Vescovo d’Arezzo, che volentieri accolse i Legati nella città sua, e giurò pei beni temporali, avendo quei Vescovi il grado di Conti palatini. Poi gli condusse a Civitella, sua terra murata sopra un alto poggio che domina tutta la Valle di Chiana con ampia corona dei monti appennini: cedeva quel luogo perchè ne facessero come una camera dell’Impero. Di là mandarono citazione ai Fiorentini ed ai Senesi, tosto poi dannandoli come contumaci a pene gravissime secondo il diritto, del quale il buon Vescovo di Butronto capiva poco; ma il Savelli, dicevano tutti che se ne intendesse molto bene. Citarono anche le terre circonvicine a comparire per sindachi, dei quali molti comparvero, pochi si scusarono o chiesero indugio per la paura o per avere le robe loro in su’ mercati dei non ubbidienti. Quelli di Cortona per bocca del sindaco aveano giurato, ma popolarmente in piazza non vollero, dicendo sarebbero stati distrutti dai Perugini, e da quei di Gubbio e di Città di Castello, e che gli Aretini poco gli amavano: ottennero anch’essi però dilazione con poca voglia dei due Legati. Ad essi frattanto mandarono alcuni maggiorenti di Perugia, dicendo voleano avere pace con l’Imperatore, pagandogli certa somma e un tributo annuo pei castelli di ragione dell’Impero che essi tenevano, e per il Lago; le quali cose affermavano di possedere giustamente, avendone privilegio da un papa e consenso da un imperatore; ma chiesti mettessero fuori quei titoli, non gli aveano. Parve una truffa ai due Legati: mandarono un frate per questo a Perugia; ma tosto fu detto a lui se ne andasse, perchè il popolo era guelfo, e quando sapesse che si invocavano carte e privilegi, direbbe tradite le libertà sue. Citarono pure i Conti di Mangona, quei di Montedoglio, Uguccione della Faggiuola, i Pazzi di Valdarno, i Conti Ubertini e quei da Pietramala, i Marchesi ch’erano assai dai monti d’Arezzo fino a quelli di Perugia: e generalmente i Signori di castelli e nobili dei distretti di Firenze, di Siena, d’Arezzo e di Chiusi; in tutti forse cinquecento Ghibellini e Guelfi. Giurarono molti, il maggior numero in segreto per salvarsi ad ogni evento; chi all’appresentarsi ponea condizioni, i Legati condannavano.[137]

In Genova era venuta a morte l’Imperatrice: dopo di che Arrigo mandò ai Legati lo raggiungessero in Pisa con quante più genti potessero: muovevano questi col Vescovo d’Arezzo e altri Signori che da quelle parti ebbero animo di seguirli: girarono attorno alle terre dei Senesi, e di castello in castello, da Radicofani vennero a Santa Fiora, da quei Conti assai bene accolti, ed avviati per mare fino a Castiglione della Pescaia, dove si distendeva l’ampio dominio dei Pisani. Trovarono in Pisa l’Imperatore, che per avere deposto gli Anziani e messo al governo della città un suo Vicario, avea forte turbato gli animi e discontentati. Aveva da Genova fatto processo ai Fiorentini, dipoi condannati nelle persone e negli averi; da Pisa mandava soldati nei confini loro, e facea gran prede in sulle vie: essi che aveano le loro genti fatte venire di Lunigiana e posto in difesa San Miniato ed altri luoghi, rinforzati di duecento cavalieri che il re Roberto aveva mandati, con grande fervore correano alle armi, prorompendo in grida d’onta contro l’Imperatore, chiamandolo crudele, tiranno e ghibellino: nei bandi loro dicevano, a onore di Santa Chiesa ed a morte del Re della Magna. Tolsero le aquile dalle porte, le rasero dovunque fossero o intagliate o dipinte, pena a chi le riponesse.[138]

Tale era il sentire del popolo di Firenze; ma vero è poi che molto venivano eccitati dai rettori, che degli spiriti popolani si facean arme e ne acquistavano a sè grandezza. Mugnevano il popolo per fare danari, che spargessero la guerra in tutta Italia contro all’Imperatore: onde ire di parte, e poi vendette cadevano sopra i capi di quella setta, da noi più volte nominati. Betto Brunelleschi ghibellino rinnegato, ricco ed avaro, da due giovani dei Donati assalito in casa sua mentre giocava a scacchi e ferito nella testa, moriva indi a poco. Pazzino dei Pazzi s’era acconciato coi Donati della morte di messer Corso: ma era in odio però a quei sempre indistruttibili Cavalcanti; uno dei quali saputo com’egli fosse ito a cacciare col falcone ed un solo famiglio sul greto d’Arno da Santa Croce, gli tenne dietro con alcuni compagni: Pazzino, poichè gli vidde, cominciò a fuggire; ma tosto raggiunto, cadeva trafitto. A quel misfatto, i Pazzi e i Donati, col Gonfaloniere di giustizia, corsero alle case già restaurate dei Cavalcanti; le quali difese da essi e dagli amici loro, non si poterono espugnare; ma quarantotto dei Cavalcanti ebbero condanna negli averi e nella persona, e due figli di Pazzino dal popolo furono fatti cavalieri e donati largamente.[139]

Malvagie sovente erano le opere di coloro i quali teneansi la città in pugno; ma con farla essere tutta guelfa mantenevano ad essa la forza che è nell’unità, e quel carattere per cui solo ebbe ella grandezza. In quell’anno 1311 una provvisione richiamava i Guelfi che dopo all’ottobre 1308, cioè dopo alla morte di Corso Donati, per qualsivoglia cagione fossero fuorusciti, e confermava e rinforzava il bando e le condanne contro a’ Ghibellini, dei quali si leggono i nomi descritti in lunga serie.[140] Sono oltre a mille, chi tenga conto delle famiglie che tutte intere ebbero bando: Ghibellino da quel giorno volle dire nemico e ribelle. Di questa legge fu autore e ad essa dava il nome Baldo d’Aguglione, giureconsulto, cui l’Alighieri diede mala fama: aveva costui dichiarato irrevocabile il lungo esilio del Poeta. Dino Compagni era come guelfo rimasto in Firenze, e, come vedemmo, dannava la guerra che ad Arrigo si faceva; ma quando s’accorse questo Imperatore incrudelire, e fattosi capo della parte ghibellina venire in armi contro a Firenze divisa e guasta, allora il buon Dino, che scampo non vede, poichè non vede giustizia da parte nessuna, depone la penna come disperato con queste parole: «O iniqui cittadini, ora vi si comincia a rivolgere il mondo addosso; l’Imperatore con le sue forze vi farà prendere e rubare per mare e per terra.» Viveva il Compagni più anni dipoi; ma l’istoria non continuava, fallito il presagio ma insieme fallito l’antico disegno, e forse confuso egli e sopraffatto dai tempi nuovi e dalle nuove necessità che non erano a lui nell’animo potute capire, e contro alle quali repugnava l’intelletto con giuste ma inutili ed importune antiveggenze.[141]

Mentre che Arrigo dimorava in Pisa aspettando novelle genti d’Allemagna, il re Roberto aveva mandato in Roma Giovanni suo fratello con secento cavalieri catalani e pugliesi, ai quali bentosto s’aggiugneano le milizie dei collegati di Firenze, di Lucca e di Siena e degli altri amici di Toscana. Giovanni con questa forza e con l’aiuto degli Orsini e loro seguaci teneva il Campidoglio, Castel Sant’Angelo, la chiesa e palagi di San Pietro e tutto Trastevere; gli Imperiali, San Giovanni Laterano, Santa Maria Maggiore, il Colosseo e Santa Sabina. Ciascuna parte s’abbarrò e asserragliò fortemente; nè i Fiorentini di quella città dimenticarono di fare ivi correre come a Firenze il dì di san Giovanni il solito palio di sciamito chermisino. Giunto l’Imperatore in Roma, cercò aprirsi il passo a San Pietro, dove intendeva prendere la corona. Accaddero molti scontri e battaglie, nelle quali essendo rimasti i Pugliesi vincitori, Arrigo nell’agosto del 1312 si contentò farsi coronare in San Giovanni Laterano dai tre Legati del Pontefice, ch’erano il Cardinale da Prato e il Fieschi e il Pelagrù. Dimorò in Tivoli pochi giorni, e per la via di Viterbo, avendo prima visitata Todi che gli era amica, e devastato il territorio di Perugia, venne a Cortona: i baroni alemanni, la maggior parte, più volentieri sariano andati diritto a Pisa e indi tornati alle case loro. Cortona giurava fedeltà a Cesare, ma ostavano i diritti che per diplomi di Carlomagno diceva tenere su quella città il Vescovo d’Arezzo. Era in Cortona venuto un messo da Firenze nel nome di Geri Spini e di messer Pino della Tosa, questi succeduto alla possanza di messer Rosso suo consorto; entrambi più temperati di quelli i quali aveano per l’innanzi tenuto lo Stato: proponeano accordi, che allo scrittore tedesco pareano facili a conchiudere, «perchè io non aveva (soggiugne) imparato a conoscere i Toscani.» Ma nulla si fece; e Arrigo venuto innanzi, batteva Montevarchi, che tre dì essendosi validamente difesa, poi si arrendeva a discrezione: e occupato per battaglia San Giovanni, e senza guerra Figline, ponevasi incontro al castello dell’Incisa. In questi fatti ebbe prigioni cinquanta cavalieri catalani tenuti a soldo dai Fiorentini ribelli; ch’era caso di maestà per gli imperiali giuristi, e volevano fossero impiccati; ma comandò Arrigo che, spogliati, andassero liberi.

Nel forte sito dell’Incisa erano milleottocento cavalieri fiorentini per tenere il passo all’Imperatore: aveva la Repubblica cresciuto fino a milletrecento il numero delle cavallate; gli altri erano forestieri, e gente a piè assai; per anche non erano giunti gli aiuti dei collegati. Venuti nel piano che è sotto al castello, i Tedeschi sul greto d’Arno schierati offersero battaglia; ma quei di Firenze, sebbene fossero maggior numero, la rifiutarono; e i Tedeschi allora, guidati dai fuorusciti che avevano seco, girando per istretti ed aspri luoghi dal poggio di sopra valicarono il castello e vennero dalla parte che è verso Firenze. Dall’Incisa erano usciti molti dei migliori cavalieri, sperando chiudere loro il passo al rientrare sulla via; qui fu assai duro combattimento, ma infine i Tedeschi rispinsero gli altri dentro al castello, e procedendo verso Firenze, l’Imperatore varcato il fiume a’ 19 settembre, poneva il campo al monastero di San Salvi, che è presso alle mura.

Ardeano i Tedeschi e distruggevano all’intorno quanto potevano arrivare, a confessione dello imperiale scrittore; e i Fiorentini vedendo l’arsione delle loro case, s’armarono a suono di campana, e sotto ai gonfaloni delle compagnie vennero in piazza: il Vescovo di Firenze co’ cavalli dei chierici armato vi trasse anch’egli, e tutto il popolo a piede con lui. Serrate le porte di Sant’Ambrogio e de’ Fossi, subitamente vi fecero steccati e stettero a guardia il dì e la notte, finchè non cominciarono a tornare per vie diverse i cavalieri ch’erano all’Incisa; giugnevano gli aiuti mandati da Lucca e da Siena e dalle altre città guelfe di Toscana, dai Bolognesi e Romagnoli e da quei di Gubbio e di Città di Castello, in tutto quattro mila uomini a cavallo e grande numero di gente a piè. Ma nulla tentarono contro agli assedianti per essere senza capo e male uniti, e perchè non si fidavano stare a petto di quella possente cavalleria tedesca. Erano giunti nel campo d’Arrigo altri mille cavalieri che Arezzo e le amiche città di verso Roma ed i signori dei castelli a lui mandavano. Ma egli pure si tenne fermo, nè alla città diede mai battaglia, solo guastando le campagne dove la raccolta in quell’anno era stata ubertosa molto: i contadini di quella parte ch’egli teneva e delle valli di Sieve e di Greve, per fare guadagno, venivano al campo e lo mantenevano fornito. L’Imperatore giaceva infermo in San Salvi di febbre continua; e già temendosi la sua morte, alcuni dei baroni che da più tempo stavano in campo a proprie spese, volendo a sè stessi provvedere per l’inverno, chiesero licenza. I Fiorentini rimbaldanziti, i più andavano disarmati e tenevano aperte tutte le porte, eccetto quella che rimaneva di contro al nemico: entravano e uscivano le mercanzie come non vi fosse guerra. Ebbe Arrigo per qualche tempo speranza d’accordi, essendo ricomparso nel campo quel messo ch’era andato a lui in Cortona; ma si guastarono perchè i Fiorentini ostinatamente a lui negavano l’entrata della persona sua in Firenze, contrastando ora e poi sempre agli Imperatori mettere piede nelle città murate, dove era sovrana la libertà dei Comuni. Consentivano tenesse Arrigo un Vicario che nel dominio dei Fiorentini esercitasse la imperiale giurisdizione, contando poi farlo sgombrare ogni volta fosse egli di troppo; bene accettavano il nome e il diritto, ma non la persona e le armi dell’Imperatore: e questi, perduta ogni speranza di avere Firenze, levava l’assedio il giorno ultimo d’ottobre.

Valicò Arno, ed il pericolo era grande, chè mentre le schiere passavano, quei della città che avevano i ponti e la scelta, con poche balestre potevano assalire o l’una o l’altra parte dei Tedeschi divisi dal fiume: in Firenze suonavano le campane, ma niuno si mosse. Lì appresso nei colli intra i quali scorre l’Ema, era un castello dei Bardi e dentro ventidue nobili donne di quella consorteria co’ loro bambini e molte ricchezze. Il luogo era forte e ben guardato, ma cedè al primo appresentarsi d’Arrigo, il quale faceva onoratamente accompagnare le donne dove a loro piacesse, contro al parere dei Toscani ghibellini che seco erano e volevano farsene un pegno da richiamare all’ubbidienza quella possente famiglia di magnati mercatanti. Arrigo andò a porsi con tutta l’oste indi a San Casciano, dove stette due mesi accampato: molti castelli occupò all’intorno, dei quali abbruciò alcuni ed altri ritenne: troviamo notato in Val di Pesa Lucardo dove si fanno i buoni formaggi, ed il castello di Santa Maria Novella appartenente ai Gianfigliazzi. Frequenti erano le avvisaglie co’ Fiorentini che scorrevano intorno al campo, e spesso avevano la peggiore, sebbene fossero maggior numero: buona prova fecero i cavalieri d’una compagnia di volontà, dov’erano dei più pregiati donzelli di Firenze, alcuni dei quali morirono combattendo a Cerbaia sulla Pesa. L’esercito Imperiale diradava per malattie, nè altro era da fare contro a Firenze; per il che Arrigo dopo l’Epifania muovendo il campo, lo condusse a Poggibonsi; e dimoratovi, restaurava l’antico castello ch’era in sul Poggio a cui diede nome d’Imperiale. Ma qui era stretto dall’una parte dai Senesi, dall’altra dai Fiorentini e da trecento cavalieri che il re Roberto mandò a Colle di Val d’Elsa. Cosicchè Arrigo, scemato di genti e di là partitosi, giugneva in Pisa non senza contrasto a’ 9 di marzo.[142]

Quivi sovvenuto d’armi e di danari e di galee dai Genovesi e da Federigo di Sicilia, e avuto anche di Allemagna grande rinforzo, s’apparecchiava a maggiori imprese; frattanto bandiva ribelli all’Impero il re Roberto ed i Fiorentini.[143] I quali per questo crescente pericolo e perchè i grandi, aggravati dalla guerra, più forte chiedevano avere parte nei magistrati, diedero per cinque anni al re Roberto la signoria della città, a questi patti che ne pigliasse egli la guardia e la difesa, senza alterare però il governo come era allora costituito, salvo che in luogo del Potestà il re mandasse un suo Vicario che si mutava ogni sei mesi: il primo di questi, Iacopo Cantelmo, venne in Firenze nel giugno del 1313. Lucca e Pistoia fecero anch’esse quel che Firenze aveva fatto. A’ 5 d’agosto l’Imperatore muoveva da Pisa per ire contro al re Roberto; ma dopo avuti co’ Fiorentini piccoli scontri intorno a Siena, egli già infermo da più tempo, ai 24 dello stesso mese venne a morte in Buonconvento, e fu detto di veleno a lui apprestato in modo sacrilego: queste favole consolano i civili odii e gli intristiscono. La sepoltura di lui si vede tuttora nel Camposanto della città di Pisa, che a lui fu tanto bene affetta.

Falliva per quella morte l’ultimo conato per cui nell’Italia si cercasse ricondurre viva e presente l’Imperiale potestà, e i Fiorentini furono liberi da un grande pericolo. Ad essi però altro e non piccolo sopravvenne, imperocchè i Pisani temendo le vendette di tutta Toscana, dopo avere offerta invano la signoria della città loro al re Aragonese di Sicilia ed al Conte di Savoia e a talun altro dei baroni i quali avevano seguitato Arrigo, trovarono alfine chi avidamente la occupasse. Era questi Uguccione della Faggiuola, da lungo tempo ruminante pensieri ambiziosi, allora vicario Imperiale in Genova, e per la molta sua scienza di guerra, pel grande seguito e per la riputazione che si era acquistata, rimasto a capo della parte ghibellina. Faceva egli suo pro della stanza che in Pisa continuarono per qualche tempo molti cavalieri dell’esercito tedesco disperso per la morte d’Arrigo VII; e dopo avere sparso il terrore nei paesi circostanti, occupava Lucca, della quale con grande violenza si fece signore, essendo riuscito tardo ed inutile il soccorso dei Fiorentini. E questi al vedere tanto gran nembo di guerra addensarsi contro loro, chiesero d’aiuto il re Roberto; il quale inviava ad essi ben tosto Piero duca di Gravina, suo minore fratello, con trecento cavalieri. Ma Uguccione continuando a farsi innanzi, poneva assedio a Montecatini, avendo con sè l’aiuto dei Visconti e molto numero di Tedeschi e Ghibellini di Lombardia e fuorusciti Toscani, che facevano grande esercito. Era il Duca di Gravina molto grazioso in Firenze, talchè poco meno non gli dessero la signoria a vita, e per favore eleggeva anche i Priori ed il Gonfaloniere: ma non bastando contro alle forze troppo maggiori di Uguccione, venne da Napoli altro numero di cavalieri; e con essi il Principe di Taranto, anch’egli fratello del Re, al quale spettando per la età il comando, fu la ruina di quella impresa. Grande e memorabile battaglia si combatteva sotto Montecatini a’ 29 d’agosto 1315, nella quale ebbe Uguccione vittoria intera e vi morivano oltre il Duca di Gravina e il figlio del Principe, forse duemila tra cavalieri e pedoni, e centoquattordici (scrive il Villani) i quali erano de’ maggiori cittadini di Firenze: quivi, in Bologna ed in Perugia ed in Siena e in Napoli, per il pianto dei cittadini perduti, tutto il popolo si vestì a lutto.[144]

Firenze intanto per quella rotta venne a partirsi novellamente: due sètte erano surte tra’ Guelfi; una, con a capo Pino della Tosa, amava la signoria del re Roberto e dei Francesi; l’altra, retta da Simone della stessa casata, stava all’incontro, nè vergognò cercare aiuto anche di Tedeschi: entrambe erano seguitate da nobili e plebee famiglie, ma quella di Simone aveva maggiore potenza e credito presso al popolo. Padroneggiava la città; e se non avesse temuto Uguccione, avrebbe essa cacciato quella che stava pel Re. Aveva questi già licenziato il Conte Novello, suo capitano di guerra, il quale come Vicario teneva in Firenze, ma con poca autorità, le veci di Potestà e di Capitano: la parte contraria occupava il priorato e tutti i pubblici uffici, e molto poi si rinforzava creando nel maggio del 1316 un bargello, che fu Lando d’Agubbio, uomo carnefice e crudele, cui diedero in seguito anche il gonfalone della Signoria. Costui risedendo a piè del palagio dei Priori, mandava a pigliare per la città e per la campagna chiunque volesse, sotto colore di essere Ghibellini, e senza processo gli faceva tagliare a pezzi con le mannaie. Fu in tal modo trattato un giovine de’ Falconieri innocente, e molti di altre casate nobili e del popolo. Si fece in quel tempo una moneta falsa, quasi tutta di rame bianchita d’argento di fuori, e gli chiamarono bargellini. Lando d’Agubbio riempiva di terrore Firenze, quando grandi e popolari alla fine insofferenti di quella bestiale tirannia, si rivolsero segretamente al re Roberto, il quale inviava suo Vicario il Conte di Battifolle; e questi avendo levato di mezzo, a grande fatica, lo scellerato bargello, nell’ottobre dello stesso anno tolse di mano a quella setta il priorato e gli altri uffici. I nuovi dodici Priori che vennero poi, furono presso che tutti di parte del Re, ed il Conte da Battifolle governò allora la città con saggezza e senza confische. Ed in quegli anni istituirono la registrazione dei Contratti, gravandoli di una gabella; e procedeva l’edificazione delle nuove mura di Firenze.

In questo frattempo la caduta di Uguccione liberava i Fiorentini d’un grande sospetto, se non fosse dopo lui sopravvenuto ai danni loro un uomo che fu troppo di lui più formidabile. Aveva Uguccione perduto in un giorno, e fu detto per sua incuria, le due città di Pisa e di Lucca; dopo di che nell’aprile del 1316 gli convenne fuggirsi esule in Verona a Can Grande della Scala: esempio memorabile di fortuna sempre fugace in quei condottieri che a un tratto sorgevano e tosto ad altri davano luogo. Pisa cedè per allora in potestà del conte Gaddo della Gherardesca, intanto che Lucca ebbe a signore Castruccio Castracani degli Interminelli; il quale seguace in Lunigiana di Uguccione, e ivi già possente e sospettato da lui, saliva dai ceppi e dagli appresti di morte a quella grandezza che tosto vedremo. Dapprincipio il re Roberto, venuto a pace con Pisa e Lucca, seco trasse i Fiorentini; e a questo modo Toscana fu quietata per allora.[145] Ma l’anno dipoi il Re, dopo avere tentato una impresa contro la Sicilia, venne a soccorrere Genova assalita dai fuorusciti ghibellini e dalle forze di Matteo Visconti signore di Milano e molto terribile sostenitore di quella parte. Aveva Matteo firmato una lega con l’Imperatore di Costantinopoli, col re Federigo di Sicilia, con Castruccio signore di Lucca e con la città di Pisa. Roberto, all’incontro, avendo in Firenze ottenuta la continuazione della signoria per altri tre anni, ebbe da questa città l’aiuto di cento cavalieri e cinquecento fanti, con più altri che gli vennero dalla Toscana e dalla Romagna. Gli scontri sotto Genova erano frequenti; il Re stesso e i suoi gentiluomini battagliavano con la spada in mano. Finalmente l’assedio fu tolto; ma ricominciava con nuovo furore, partitosi il Re, che andò in Avignone a ritrovare il Pontefice. Guelfi e Ghibellini si combattevano in Lombardia, dove i Fiorentini mandarono soccorsi d’arme: i Ghibellini però sempre eran ivi prepotenti, e soprattutti Matteo Visconti; cosicchè i Guelfi ed il re Roberto e con essi papa Giovanni XXII, procurarono venisse in loro aiuto di Francia Filippo nipote del re Filippo di Valois; il quale apparve un istante, e nulla fece. Pure le forze napoletane essendosi presso a Genova incontrate con le siciliane, queste ebbero la peggio; talchè l’assedio fu tolto, ed ivi prevalsero il re Roberto e la parte guelfa. Ma Castruccio, sollecitato da Matteo e dalla lega ghibellina, aveva cominciato fin dalla primavera del 1320 la guerra contro ai Fiorentini; la quale durò tutto quell’anno con varia fortuna, avendo potuto i Fiorentini per alcun tempo tenere a bada Castruccio, che accennava contro a Genova. Ma questi dipoi rinvigorito di nuova gente che gli era scesa di Lombardia, e dimostrata la virtù sua, pigliò a forza più castella, e ruppe in più scontri le genti nemiche, portando la guerra con danni gravissimi e con terrore dei Fiorentini fin sotto Fucecchio nel giugno dell’anno 1321. Il che destando gravi lagnanze con biasimo del Gonfaloniere e de’ Priori, a questi fu aggiunto un consiglio di dodici Buoni uomini, senza dei quali ai Priori non fosse lecito di pigliare alcuna grave deliberazione: cotesto ordine assai lodato rimase durevole d’allora in poi nella Repubblica.[146]