Capitolo VIII. DANTE; SCRITTORI E ARTISTI SUOI CONTEMPORANEI. [AN. 1268-1322.]
Dante Alighieri nacque in Firenze l’anno 1265, d’antica e nobile famiglia guelfa. Era quella parte in bando tuttora, e convien dire che il padre, o almeno la madre di lui, prima degli altri fossero in patria rimessi; senza di che non avrebbe egli potuto qui avere la fonte del suo battesmo. Tornarono i Guelfi l’anno dipoi, ed i Ghibellini cacciati perderono per sempre lo Stato: a questo modo l’Alighieri non ebbe mai dalla comunanza dei dolori passioni che molto lo stringessero a quella parte a cui di nome apparteneva, non vidde intorno a casa sua le armi tedesche; ma con le prime voci che dentro all’animo gli scenderono udiva compiangere al misero Corradino, e in odio venuta la cupa superbia di Carlo d’Angiò: udiva da molti lamentare la vacanza dell’Impero, le voglie divise, e le inferme condizioni dell’Italia; vedeva ammontarsi già intorno le colpe della parte vincitrice. Questa era la sua: ma dal silenzio degli storici e di Dante stesso dobbiamo tener per certo che il padre di lui non fosse dei più fortunati a quel banchetto, nè quella famiglia fu mai doviziosa da stare in alto per sè medesima; e già le minori tra le nobili casate, quando anche guelfe, aveano sul capo il nuovo popolo delle arti, che riuscì a pigliarsi con la istituzione dei Priori in mano lo Stato, quando era il poeta nell’adolescenza. Combatteva egli a Campaldino insieme co’ Guelfi; ma tosto dipoi ecco essere i nobili vessati ed oppressi da leggi crudeli e all’ozio costretti, se non rinnegassero il grado loro, ma tuttavia sempre in patria sospetti. Si pensi ognuno quale fosse il cuore di Dante quando egli dovette, per conformarsi ai novelli tempi, dare il suo nome all’Arte degli Speziali.
Ma la sua vita negli anni primi fu di amatore e di poeta, che in sè cercava come tradurre l’amore in idea; e questa educando via via con la scienza, dare una forma a quel pensiero che già tutto ambiva in sè comprendere l’universo. Dovea ben essere quella vita, e noi sappiamo che fu, solitaria: poco la Repubblica e le ambizioni e le tempeste in campo angusto lo attiravano; le sètte guardava dall’alto, e quasi alle due parti indifferente; delle armi sue in Campaldino poco si gloriava: scriveva d’amore, e già nella mente ferveva confuso il sacro Poema. Per tutti quegli anni prima che fosse egli a mezzo del cammino della vita, vedeva in Firenze, gli uomini più saggi studiarsi in più modi a rappacificare insieme le sètte nemiche, tornando in patria gli sbanditi; vedeva all’incontro una mano di potenti saliti dal basso, fondare sull’odio ai Ghibellini ed ai Magnati tale uno Stato che non sopravanzasse l’altezza loro. Coteste cose a Dante erano tanto odiose quanto era egli appassionato, e avevano toccato il colmo quando l’età lo condusse ad avere parte negli uffici. Fu breve l’avvolgersi di lui nel turbine della vita pubblica: in quella portava un alto animo, vôlto sempre a rettitudine, ed un ingegno che trascendeva i fatti e gli uomini circostanti, e fiere passioni pronte a trasmodare se l’ira o il dispregio o l’insofferenza le accendesse. Ma dei primi uffici esercitati da lui sappiamo ciò solo, ch’egli ebbe col nome d’ambasciatore l’anno 1299 dalla Repubblica una commissione al Comune di San Gimignano: le altre supposte da taluno dei suoi biografi non sono che favole. Tenne due mesi il Priorato; e da quella fonte (come egli scrive) d’ogni sua miseria, usciva l’esilio che tutta d’allora in poi mutò la sua vita. Chi voglia ad un tratto farsene ragione, guardi la sua effigie fiorente di giovinezza come ora tornò in luce dipinta da Giotto; poi ripensi l’altra scarna ed irosa che a tutti i secoli diede immagine del sommo Poeta. Già era scritta la Vita Nuova nell’anno suo ventisettesimo, che è il tempo in cui la giovinezza suol farsi virile, e molte idee prima vaganti pigliano fermezza, e l’uomo acquista più intera e più salda la coscienza di sè stesso. Morta era Beatrice e quindi l’amore, poichè ebbe perduta l’immagine viva che a sè lo attraeva, divenne un pensiero, voleva dal libro della Vita Nuova salire al Poema allora concetto e come uscito dalla prima opera giovanile; all’alto disegno doveva farsi guida Beatrice stessa celestialmente trasformata, ed egli in quest’opera tutto infondere sè medesimo. Così nell’amore cercava egli sempre l’interezza del volere: ma dentro all’animo trasmutabile e fuori di esso erano impedimenti d’ogni maniera, da lui accennati e a lui solo noti; e fosse gli si attraversavano, e catene lo stringevano. Ond’egli «volse i passi suoi per via non vera:» sentiasi gravate le penne in giuso, aveva perduto la speranza dell’altezza. Come egli potesse tanto smarrire la via diritta, noi nol sappiamo; lo sapeva egli, e dalle grandi altezze si fanno le grandi cadute. Si ammogliava in quelli stessi anni alla Gemma dei Donati, famiglia come gli Alighieri di antico lignaggio ma di piccola ricchezza; era di essa quel messer Corso senza del quale può tenersi che non avrebbe Dante esulato, e tra’ parenti di Gemma e quelli di Corso potevano essere inimicizie, le quali si è visto che erano tra Donati e Donati prima dell’anno 1293. S’immischiò allora nelle pubbliche faccende; ed ecco sull’anima cadere il ghiaccio delle cose materiali, ed il cuore, non più di sè pago, sentire inceppato da nuove passioni. Ma sempre al Poema come a suo rifugio ricorreva l’intelletto, mirando a quel punto dove poesia e filosofia stanno insieme congiunte, e verso il quale intendeva egli col viaggio simbolico.
Dai fatti studi sempre alternati con la poesia uscirono alcune esercitazioni filosofiche più tardi prodotte col nome di Convito; doveano essere maggior numero, e di questo libro almeno una parte certo è che fu scritta innanzi l’esilio. Pare alle volte che si annesti con la Vita Nuova; e per l’andare incomposto si vede che è frutto via via di studi non ben digeriti: quel trattato sulla nobiltà direi scritto a conforto dell’abbassamento in che fu ridotto il ceto de’ grandi pei recenti ordini di giustizia; ma qui non è Dante acceso per anche dalle ire di parte. Nel principio del Convito con argomenti di molto affetto si scusa d’averlo scritto in quel volgare che aveva egli appreso fino dalla culla, e che in altro libro poco più tardi vituperava; ma in questo mezzo l’esilio intervenne, o più veramente la disperazione del ritorno. Avea nell’esilio e nella varietà delle dimore sentito più vivo, e quasi direi a sè più vicino, il pensiero dell’Italia; di questa s’era egli fatto cittadino; e la sventura sua medesima ampliando gli abiti della vita, lo conduceva là dove la mente godeva fermarsi, io dico al grande e all’universale. Sentiva mancare alla nazione una lingua che tutti accettassero come signora; e scrisse il libro De Vulgari Eloquio, non a vendetta contro a Firenze, ma come colui che le incertezze o le insufficienze quanto all’uso di questa lingua tentava risolvere, ad essa guardando come di fuori e per dottrina e speculazione: vagante italiano, cercava un volgare che «in nessun luogo riposasse,» tuttavia ritenendo nello scrivere quello medesimo ch’era stato «congiugnitore de’ suoi parenti.» Ma usò il latino in questo e nel libro della Monarchia, dove egli intende chiarire e svolgere quel principio d’unità imperiale che, uscito da Roma, aveva mille anni tenuto implicato il mondo cristiano come in un nodo che i due capi stringessero andando per contrario verso. Qui Dante parrebbe fatto straniero alla città sua; ma come alle ire che lui consumavano sta in fondo l’amore, così nel concetto ideale affatto di questo libro si accolgono dottrine che non contrastavano nè al sentire di uomo italiano, nè a quel diritto di cittadina indipendenza che Dante avrebbe in patria voluto a ogni costo mantenere.
Nel libro pertanto della Monarchia abbiamo l’esposizione del sistema cui Dante, è vero, s’ingegnava allora di dare coerenza per via di sofistiche argomentazioni; ma noi crediamo da gran tempo tutto quell’ordine di concetti stesse nel fondo del suo pensiero. L’avere egli posto nella città e nel popolo di Roma la fonte di quel diritto dal quale uscisse il sommo impero ed universale, non era dottrina che Dante si fabbricasse allora a comodo della sua tesi, ma era italiana, era cattolica, era grande; era dottrina che ambiva con l’ordine assicurare la libertà, nell’unità ammettere e comprendere le varietà; farsi attuazione dei voleri di Dio sulla terra, fondando tra gli uomini, col regno della virtù, perpetua pace universale: la monarchia dell’Alighieri, l’impero, il veltro, non potevano essere a questo modo altro che ideale cosa. Quindi a noi pare che mentre i libri del Convito e del Volgare Eloquio null’altro ci mostrano che studi interrotti; la Vita Nuova e la Monarchia ne dieno ragione, quello dell’anima del Poeta, questo del pensiero civile o politico quali si vennero a trasfondere nella grande opera del Poema.
È certo che Dante lo aveva cominciato, e in qualche parte già era noto, prima ch’egli uscisse di Firenze. Concetto nell’animo subito dopo la morte di Beatrice nove anni innanzi l’esilio, volea da principio egli scriverlo in latino, come libro che doveva non mai abbassarsi dalle ideali regioni; ma io credo pure che l’affetto in lui prepotente gli facesse tosto mutare pensiero: ed è fuori d’ogni dubbio che i primi canti composti in Firenze fossero in volgare. Abbiamo indizi e autorità non al tutto vane che l’opera del Poema interrotta al fine del settimo Canto, ricominciasse fuori di patria col principio dell’ottavo. Ma non vuolsi però immaginare che un tale lavoro procedesse per ordine come farebbe un calcolo d’aritmetica, nè che l’Alighieri poi non mutasse o trasponesse quello che aveva prima scritto. Chi oserebbe divinare dentro ai segreti di una fantasia possente le vie per le quali si viene a svolgere la composizione? nè Dante pensava i lunghi affanni che egli darebbe ai commentatori. Nel sesto dell’Inferno la predizione di Ciacco si aggira su’ guai della città partita dove i giusti non sono intesi: dovea pertanto in patria essere egli tuttavia. Ma ben si ode stridere il dolore della recente ferita in quelle furiose parole contro a Filippo Argenti, le quali s’incalzano per più terzine del Canto ottavo con tanto feroce compiacimento. Scriveva queste dunque già essendo in esilio; al quale accenna chiaramente ma in modo assai più temperato nel decimo Canto, quando oltre a due anni dopo la prima cacciata erano scorsi, ma tuttavia gli balenava di tratto in tratto qualche fiducia del ritorno. Dovevano certo fino dal principio nella contestura del Poema entrare le umane come le divine cose, entrarvi ma sotto a un guardo più sereno, perchè non cercava allora il Poeta altro che inalzarsi fuori delle interne passioni dell’animo, che egli con la scorta di Virgilio e di Beatrice sperava domate. Quindi è che il linguaggio e il pensiero stesso nei primi sette Canti mi sembrano avere tempra più mite; in questi è Dante, ma non per anco inacerbito dalle sue piaghe e, se oso dirlo, sanguinante. Roma nel secondo è Roma ideale, non quella ond’egli si chiamò tradito; l’Impero deriva da essa ed insieme l’ammanto papale, sotto a cui non guardava egli per anco agli uomini che lo portavano. Questa è una sorta di professione di fede posta in principio e rimasta ferma per tutto il Poema; se non che essendosi dopo all’esilio in lui destate nuove passioni che pur volevano disfogarsi, sentì egli avere bisogno di scendere ad altro linguaggio da quello che avrebbe voluto da prima serbare. Allora cred’io desse al Poema titolo di Commedia; e scrisse il libro del Volgare Eloquio, il quale doveva nella parte non compiuta esporre le regole che a sè medesimo cercava egli quanto alla lingua ed allo stile in questo genere di composizione.
La stesura del sacro Poema e la fatica del condensare ivi gli affetti ed i pensieri che la forte anima comprendeva, lo fecero macro tutto il rimanente della vita: ne usciva il libro più intiero in sè stesso che umano ingegno mai pensasse. Come niuna opera di poesia si spazia su tanta ampiezza di cose, dai tramiti angusti della vita materiale fino alle più alte rivelazioni della coscienza; così nessuna riesce a comporre tante cose in un concetto unico, nel quale Dio, l’uomo e l’universo, come l’uno all’altro necessari si offrono insieme all’intelletto e a tutta l’anima del Poeta: in ciò a mio credere sta la preminenza dell’Alighieri tra’ poeti di ogni lingua. Altri ebbe forse dopo lui in altro idioma e sotto forma drammatica, una vena più ricca e possanza di creare in maggior copia immagini vive; prodotti di una facoltà inventiva che una dopo l’altra e ognuna da sè le fa passare incessantemente dinanzi al pensiero, come obietti nei quali non pare che egli si fermi o che più all’uno che all’altro consenta. Ebbe il maestro di Dante, Virgilio, più di lui squisito e fino il sentire di ciascuna cosa, e dolce e armonica sempre la parola nutrita d’affetti. Ma per l’Alighieri il mondo pare che si rifletta insieme tutto dentro a lui solo; talchè in lui sta l’unità del Poema suo e sta insieme l’universalità, perchè il pensiero di lui ambiva come da un centro a una circonferenza volgere il sesto fino all’estremo dove non vanno altro che le idee, e tutte chiuderle in sè stesso. Così nel libro è tutto l’uomo, e quindi il nome di lui ha quasi un culto nel mondo. Della sua vita noi volemmo qui solamente toccare i fatti che appartengono all’istoria, dappoichè in tanta eccellenza di argomento noi male potremmo aggiungere cosa, la quale ai dì nostri non fosse di troppo.
In quello stesso anno 1300, in cui Dante percorreva il celestiale suo viaggio, un mercante fiorentino Giovanni Villani trovandosi in Roma pel grande Giubbileo che Bonifazio VIII aveva intimato e al quale accorrevano cristiani d’ogni paese in numero incredibile, «veggendo le grandi e antiche cose di Roma, e leggendo le storie e’ grandi fatti de’ Romani, pigliò animo a scrivere i cominciamenti di Firenze e i fatti dei Fiorentini, e le altre notabili cose dell’universo in brieve.» Quella cronaca o storia è la maggiore alla quale uomo avesse posto mano da molti secoli. Così ad un tratto le nuove italiane lettere sorgeano giganti ed a sè faceano campo l’universo. Nota il Villani stesso, come «Firenze allora fosse nel suo montare e asseguire grandi cose, siccome Roma nel suo calare:» nè falso era quel giudizio; ma non che nell’ordine politico, anche nell’ordine intellettuale il montare di Firenze non corrispose intieramente al miracolo di quei primordi. Gli uomini dall’ampio e forte pensiero qui aveano spirato le aure del secolo magnanimo di San Tommaso e dell’Alighieri; ma innanzi di rinvenire altezze consimili, Firenze aspettava la dantesca anima di Michelangelo e l’intelletto di Galileo.
La Poesia Italiana era sorta prima della metà del secolo tredicesimo: i Siciliani la celebrarono accolti nella splendida e gaia corte di Federigo II, il quale egli stesso amava far versi di lingua volgare in un co’ suoi figli; quasi piacesse allo Svevo anche in ciò contrastare ai Provenzali, che n’erano stati più antichi maestri. «Lo re (Manfredi) spisso la notte esceva per Barletta, cantando strambuotti e canzuni, che iva pigliando lo frisco; et con isso ivano dei musici siciliani, ch’erano gran romanzaturi.[147]» Dante incontrava nel Purgatorio Guido Guinicelli [m. 1276], pel quale ebbe l’arte del canto maggiore coltura che in Sicilia non avesse, e parve seco lui pigliare stanza in Bologna, dove accorrevano da oltre un secolo gli studiosi di tutta Italia. Dei Toscani poeti, un Lapo degli Uberti e quel cardinale Ottaviano degli Ubaldini che nelle istorie è ricordato come gran capo di parte e politico ardimentoso, furono tra’ primi dei quali sia rimasta memoria. Guittone d’Arezzo [m. 1294] ebbe maggiore e più durevole fama: di lui ci pervennero versi e prose, ma troppo guasti dalla sformata lezione perchè ne sia dato recarne ora buon giudizio; talune però, e massimamente un celebre sonetto di lui alla Vergine, mostrano in lui un poeta vero ed una lingua non balbettante. Ingegno acuto e capace di più alto volo, ma fantastico e temerario nelle filosofiche speculazioni e nelle sètte politiche, fu Guido Cavalcanti, che parve allo stesso Alighieri degno di correre seco gli spazi dei morti: egli e Cino da Pistoia [n. 1270, m. 1337], poeta insigne e giureconsulto, se non erano offuscati da quel terribile coetaneo loro, avrebbono fama e lode maggiore per aver essi precorso a quella poesia più temperata e più serena che il sovrano d’un’altra età Francesco Petrarca seppe condurre a sì alto segno. Francesco da Barberino [n. 1264, m. 1348] espresse in rime non infelici concetti morali ed alcune delle filosofiche sottilità che al tempo suo predominavano; i libri di lui non sono picciol lume alla storia dei costumi e del pensare dell’età sua. Fra Iacopone da Todi [m. 1306] scriveva cantici che tuttora ci rimangono in gran numero, alquanto rozzi e che risentono del parlare umbro; non mai però senza vigoria di stile e d’affetto, e spesso rivelatori di quelle passioni religiose che alle politiche si mescevano. Nè vuolsi tacere il lucchese Buonagiunta, che Dante stesso parve agguagliare al più chiaro tra’ poeti siculi Iacopo da Lentini ed a Guittone d’Arezzo. Di altri minori non è qui luogo a discorrere, tra’ quali due si rendettero famosi per nimistà contro all’Alighieri; e furono Dante da Maiano e Francesco d’Ascoli, il quale in Firenze come eretico e stregone fu arso l’anno 1327, autore d’un poema intitolato l’Acerba; titolo che bene si poteva convenire anche alla maligna e riottosa natura di lui.
La Prosa in Italia principiò ad essere coltivata nel tempo stesso della Poesia. Questa precede nei popoli i quali pervengono la prima volta a civiltà; ma in Italia le nuove lettere tutte nutrivansi di memorie: ed il volgare non era altro che un latino trasformato dalla lenta opera dei secoli, il quale divenne idioma nuovo e compiuto appena che il parlar comune ebbe acquistato tanta sicurezza di sè medesimo, che potesse nelle scritture distinguersi dalla lingua madre, e pigliar forma tutta sua propria. Il che nella prosa dovette rendersi più agevole di quello che fosse nel linguaggio figurato, dove predominavano gli esemplari o provenzali o latini, e che non traeva dal comun parlare norme sicure e bastevoli alla ambizione letterata di quei primi verseggiatori. La Cronaca di Matteo Spinelli pugliese [n. 1230], anteriore ad ogni altra in lingua volgare, è più italianamente scritta che non le rime dei Siciliani i quali sforzavano l’aspro dialetto a’ suoni e alle forme dei cantori provenzali.[148] Ma bentosto il seggio della lingua e del sapere veniva a porsi in Toscana. Più antico d’ogni altro fu Brunetto Latini, maestro di Dante, autore d’un Libro di sentenze rimate a cui diede il nome di Tesoretto. La maggiore opera sua, il Tesoro, fu scritta in francese: la chiameremmo oggi una piccola enciclopedia, contenendo essa quanto di fisica o di certa pratica filosofia chiudevasi allora nelle comuni scuole. Di lui abbiamo però in volgare anche versioni dal latino; e queste forse avranno dato al giovanetto suo discepolo animo a scrivere quella lingua che egli udiva parlare alla madre. Comincia la serie degli Storici Fiorentini dalla Cronaca che va sotto il nome di Ricordano Malespini, continuata da Giachetto suo nipote sino all’anno 1286. Pei tempi anteriori al 1300 basterà qui ricordare, come documenti della lingua, la versione dei Trattati d’Albertano da Brescia fatta l’anno 1278 da un notaio pistoiese, e quelle assai più notevoli di Bono Giamboni, il quale moriva prima che Dante scrivesse. A questi però sovrasta molto con quella sua Cronaca il fiorentino Dino Compagni [m. 1323]: l’Alighieri tiranneggia col fiero ingegno la lingua, alzandola come una bella prigioniera fino agli amplessi del sire; Dino, che ha tanto viva ed efficace la parola, non riesce però a nascondere un qualche sforzo nella composizione; sinceramente appassionato, ma pure ambizioso di dare al racconto la forma di storia secondo forse potè averne l’esempio in Sallustio. In quanto all’arguta speditezza dello stile si lascia il Compagni addietro il Villani, che tanto lo supera per la universalità dell’argomento e nella scienza dei fatti. Agli storici ed ai poeti s’aggiungevano i Moralisti; la lingua bastava a tutto svolgere il pensiero come a significare l’affetto. Il più antico di cui si abbiano predicazioni in volgare fu il frate Giordano da Rivalta [m. 1311]; non quali però da lui venivano pronunziate, ma trascritte compendiosamente da uno degli ascoltatori suoi. Conseguitava bentosto dello stesso ordine dei Predicatori, e nato pure di quella stessa provincia Pisana, altro d’assai maggiore scrittore Fra Domenico Cavalca [m. 1342], maggiore forse d’ogni altro che avesse mai l’idioma nostro, quanto alla proprietà delle parole e alla disinvoltura dell’andamento e alla naturalezza delle armonie: ascetico e moralista nei trattati che di esso ci rimangono in buon numero, egli è narratore impareggiabile in quelle vite o leggende dei cenobiti e degli anacoreti, che vanno col nome di Vite dei Santi Padri. Terzo dell’Ordine e della provincia stessa fu Bartolommeo da San Concordio [m. 1347], il quale con un breve libretto d’antiche sentenze ridotte in volgare meritò anche meglio della lingua che non per la traduzione delle Storie di Sallustio. Questi furono i principali tra gli scrittori che appartengono alla età dell’Alighieri e ai primi anni del secolo quattordicesimo.
Il dodicesimo era stato come il secolo eroico della città di Pisa, il secolo delle grandi imprese: nel susseguente ella pervenne a quello splendore, al quale suole nelle umane cose conseguitare la decadenza. Aveva essa edificato già innanzi la fine di quel secolo il suo mirabile Duomo, nel 1152 il Battistero, e nel 1174 il famoso Campanile. Bonanno pisano architettore di questo bello e singolare edifizio, si rendè chiaro altresì per lavori di fusione in bronzo: una porta del Duomo della sua città, e quella del tempio di Monreale presso Palermo di già prenunziano alle arti una adolescenza promettitrice. La Scultura mantenuta viva per tutti i secoli anteriori dalle grandi opere architettoniche alle quali era ella necessario ed abbondante sussidio, la scultura precorreva nel suo risorgimento alla pittura, ed ebbe il suo Giotto in Niccola Pisano nato verso il 1204, settant’anni prima del fiorentino Pittore. Molte sculture a basso rilievo in Pisa ed altrove, e soprattutto la celebre arca di San Domenico in Bologna, pongono il nome di Niccolò in cima a quelli degli altri grandi restauratori o, a dir meglio, fondatori delle arti belle in Italia. Giovanni suo figlio dava il disegno di quel mirabile Camposanto che fu incominciato nella città di Pisa l’anno 1278, sei anni prima della sconfitta che nelle acque della Meloria poneva termine alle grandezze di quella illustre città.
La Pittura nei secoli precedenti era in mano dei Greci, i quali anche nella decadenza dell’Impero bizantino uscivano fuori a praticare come mestiero le arti belle. I mosaici soli mantenevano qualche grandiosità di composizione, ed era il pennello rozzamente usato dai miniatori: queste arti in Italia comunque non affatto estinte mai, da pochi si trovarono oscuramente esercitate prima del secolo tredicesimo. Firenze, venuta (come dicemmo) in potenza assai più tardi di altre città toscane, incominciava forse ultima tra queste la serie dei suoi pittori; ma occupò tosto il primo seggio, e lo ritenne poi senza intermissione. Siena ebbe il suo Guido, mentre Giunta Pisano dipingeva in quella città dove Niccola aveva innalzato a più alto segno la scultura. Ad essi in Lucca s’accostava un Buonaventura Berlinghieri; e in Arezzo Margheritone scultore e architetto, che fioriva dopo la metà di quel secolo medesimo, fu anche pittore: nei primi tempi gli stessi uomini professavano tutte insieme le arti del bello. Veniamo adesso ai Fiorentini. Andrea Tafi, mosaicista, è messo innanzi come pittore con lode soverchia dal Vasari, studioso di corteggiare alla città principesca; Buffalmacco ha più nome dai novellieri come bizzarro ingegno, di quel che egli abbia pe’ suoi dipinti. A Giovanni Cimabue si volle negare, contro al Vasari ed all’Alighieri stesso, il vanto dell’avere egli innanzi a Giotto suo discepolo tenuto il campo della pittura; ed il plauso popolare che diede il nome alla via Borgo Allegri, e le fiaccole onde fu accompagnata in Santa Maria Novella quella Madonna di lui che ivi tuttora si vede, oggi con troppa incredulità si tengono come favole: in qualunque tempo ciò avvenisse, potè quella tavola, che per ampiezza di stile segna un progresso nell’arte, esser cagione di festa in un popolo già tanto vivo al senso del bello. Ma Giotto agli altri poco dovette, e l’arte a lui ogni cosa [n. 1276, m. 1337]; e se le pratiche del dipingere dopo lui molto si raffinarono, e all’arte venne grande soccorso da quella scienza che si trasmette; io non so poi chi lo vincesse quanto alla verità dei concetti, e alla naturalezza delle mosse, e alla evidenza dell’espressione. Il pecoraio del Mugello, che ampliò la pittura con la potenza che era in lui somma di comporre semplicemente le grandi storie, ornava con le sue opere molte tra le maggiori città d’Italia; e fu capo d’una scuola che instaurava le arti moderne, e che dipoi le conduceva sino all’ultimo confine loro: Gaddo e Taddeo della casata illustre dei Gaddi, furono primi tra’ suoi discepoli. A Giotto Firenze deve anche il suo mirabile campanile, dove la varietà delle ardite forme che il medio evo seppe inventare, vien temperata e quasi costretta a regolare bellezza dalla semplicità delle linee che appartengono allo stile classico. Le tradizioni grecolatine, in Italia mantenute dalla presenza dei monumenti, di rado concessero alle nostre cattedrali quella terribile maestà ch’esse ebbero nel settentrione, e forse renderono talvolta incerto lo stile anche dei primi restauratori.
L’Architettura cristiana a cominciare dal quarto secolo (infino cioè dalla istituzione del culto pubblico e solenne) si creò forme sue proprie, ed innovò sull’antica arte. Poi nel dodicesimo secolo la forma di croce data generalmente alle chiese e i sesti acuti e le spire sostituivano all’arte greca un’arte nuova e tutta germanica, la quale non vuolsi certo paragonare all’antica quanto alla purità dello stile e alla simmetrica perfezione delle parti; ma come barbara e più audace sorpassa e trascende quegli esemplari del bello, con la profusione degli ornati, con la novità delle invenzioni, con l’arrischiato congegno degli archi e delle volte e delle cupole; ma sopra ogni cosa per l’accorgimento del temperare la luce, e per l’intendere che fanno le grandi linee verso il cielo, con religiosa ispirazione. Nel Duomo di Santa Maria del Fiore l’opera del Brunelleschi soverchia oramai quella d’Arnolfo, il quale poneva mano al grande edifizio l’anno 1298; ma sien pure false le parole della commissione che la Repubblica avrebbe a lui data quattro anni innanzi, certo è che la Cattedrale fiorentina è la maggiore tra quelle nelle quali gareggiavano allora tante città d’Italia. Ed in quegli anni Firenze deliberava tutte in un punto mirabili costruzioni; imperocchè per l’opera dello stesso Arnolfo sorgeva il Palagio del Comune [1298]; e l’audacissima torre s’innalzava sopra un’altra torre che appartenne già a una famiglia di grandi; e la piazza della Signoria s’apriva sulle rovine delle case che furono degli Uberti: anche il tempio di Santa Croce, cominciato l’anno 1294, fu architettura d’Arnolfo. L’antico Palagio del Potestà, monumento d’altri tempi e d’altri ordini politici, è dell’anno 1250; dell’anno 1268 la chiesa del Carmine, del 78 Santa Maria Novella, dell’85 la Loggia d’Orsanmichele, dell’anno 1299 San Marco, e del 1308 la Prigione delle Stinche in qua carcerentur et custodiantur magnates: di quei medesimi anni splendidissimi è la chiesa vecchia di Santo Spirito, rifabbricata dipoi grandiosamente dal Brunelleschi. Nel 1293 il Battistero di San Giovanni, più anni prima ornato già di mosaici, venne al di fuori incrostato di marmi bianchi e neri.
Alle civili passioni mescevasi del pari ardente ed operosa la carità cittadina; molte tra le benefiche fondazioni di cui fu l’Italia iniziatrice alle altre genti, appartengono a quelli anni stessi. Tra le quali è debito ricordare la sempre vivace nelle buone opere confraternita della Misericordia per l’assistenza degli infermi; e quella del Bigallo, e più altre che furono istituite dalle compagnie degli artigiani a soccorso degli ammalati e dei poveri dell’arte loro. Lo Spedale di Santa Maria Nuova venne fondato l’anno 1285 da un cittadino il cui nome è a noi già caro per altro modo, Folco padre di Beatrice Portinari: abbiamo tuttora l’effigie in marmo della vecchia serva di quella famiglia, mona Tessa, la quale cominciò prima a raccogliere malati in alcune stanze della casa. La religiosa pietà del padre cresceva ai gentili costumi la figlia ispiratrice dell’Alighieri; e mona Tessa con l’operosa carità sua temprava forse al poeta giovinetto, anch’essa, talune delle più dolci sue note.
In quelli stessi ultimi mesi dell’anno 1298, nei quali ponevasi la prima pietra di Santa Maria del Fiore, ebbe anche principio il terzo cerchio della città: il vescovo di Firenze e quelli di Fiesole e di Pistoia, in compagnia di molti prelati e religiosi, furono a benedire la prima pietra, seguitati da popolo innumerabile e da tutta la Signoria e ordini della città.[149] Dentro alla quale gli uomini atti a portare armi, si trova che sommavano a trenta mila, e settanta mila nel contado. Ne manca una istoria piena abbastanza ed accurata degli incrementi che il commercio e le industrie dei Fiorentini dovettero avere rapidissimi in quella seconda metà del secolo tredicesimo, e i quali produssero la grande opulenza cui sorse a un tratto questa città. I Fiorentini si spargevano per tutta Europa e per l’oriente, infaticabili faccendieri;[150] al moto degli animi non bastavano i confini angusti della città e dello Stato; e anche gli esilii servivano ad ampliare le relazioni e l’ingerenza loro nelle faccende dei più lontani paesi. Un racconto di cui si trova frequente ricordo nelle antiche scritture, non vuol credersi del tutto falso: narrano esse come l’anno 1300 essendo in Roma venuti ambasciatori a Bonifazio VIII da ogni parte della cristianità, dodici tra questi (dei quali i nomi si leggono) mandati da vari principi e perfino di Russia e di Tartaria, fossero di patria fiorentini. Forse erano uomini mercatanti andati a Roma pel Giubbileo ed insieme convenuti all’udienza del Pontefice; del quale poi corse questo detto: i Fiorentini essere nel mondo il quinto elemento. Quello fu il tempo delle più vere grandezze a questo popolo fiorentino che tutte in un subito le dispiegava, o tutte in germe le conteneva: nè credo si trovi nelle istorie esempio d’un’altra città, la quale più secoli vissuta con piccola fama, sorgesse in pochi anni fino a porsi direi quasi a capo della civiltà nell’Europa risorgente, e ad un tratto manifestasse tale espansione di vita e tale magnificenza d’opere e tale altezza d’ingegni. Maggiori sorti forse potevansi allora promettere alla città di Firenze, se non che molto d’appresso e da ogni parte la stringevano le forze rivali di tante altre città italiane; e ciò che a lei facessero i politici rivolgimenti veniamo adesso a narrare.