NOTE:
[1]. Tacito, Annali, I, 79. — Borghini, Discorsi.
[2]. Zosimo. — Paolo Orosio. — Paolino, Vita di sant’Ambrogio.
[3]. Procopio. — Giornande. — Continuator Marcellini Comitis in Chronico.
[4]. Malespini, cap. 42, 56.
[5]. Nella Cronaca latina del Giudice Sanzanome, la quale finisce l’anno 1231, dove si racconta la guerra dei Fiorentini contro i Fiesolani l’anno 1125, sono due lunghe dicerie dei condottieri delle due parti per animare ciascuno i suoi. Mette innanzi il Fiorentino l’antica origine de nobili Romanorum prosapia; e dice, Firenze essere stata edificata ne relevaretur civitas Fesulana, pronta agli eccessi e ai malefizi dai primi suoi tempi. Il Fiesolano all’incontro comincia: viri fratres qui ab Italo sumpsistis originem a quo tota Italia esse dicitur derivata, nobilitatem vestram respicite et antiqui loci constantiam. Ricorda il sangue versato per mano dei Romani oppressori e il nobile Catilina co’ suoi, che scelsero morire pugnando piuttosto che vivere fuggendo. Erano vive in quella età le tradizioni che i nuovi tempi dipoi mandarono in dimenticanza.
[6]. Vedi Höfler, Die Teutschen Päpste. Ratisbona, 1839.
[7]. Il Malespini ed il Villani scrivono che l’Imperatore venisse da Siena, con errore manifesto, dimostrato anche dall’avere egli assalito la città da quella parte che guarda Bologna.
[8]. Villani, lib. IV, cap. 23.
[9]. Malespini e Villani, lib. IV, cap. 25 e seg.
[10]. Fiorentini, Memorie della Contessa Matilde. — Repetti, Dizionario geografico-storico della Toscana, art. Prato.
[11]. Ammirato, Stor. Fior., anno 1102; e sono aggiunte di Scipione Ammirato il Giovane, che secondo ogni verisimiglianza ebbe sott’occhi un documento falso.
[12]. Repetti, articoli Pogna e Semifonte. Vedi anche la Cronaca latina del Giudice Sanzanome (Docum. Stor. Ital. ec.), ove è detto avere i Fiorentini a quel tempo (1184) fatto guerra contro al conte Alberto per il castello di Pogna; aggiunge come da quella famiglia, alla venuta di Federigo I, eiusdem imperatoris assumpto vexillo, fosse stato edificato lì presso un altro castello fortissimo col nome di Semifonte; distendendosi nel raccontare, ampollosamente come suole, la guerra fatta contro a quest’ultimo.
[13]. G. Villani, lib. IV, cap. 31.
[14]. Si trovano negli Annali Pisani, Rerum Ital. Script., tomo VI; e in Ottone di Frisinga, lib. VII, cap. 19, il quale conferma l’Annalista Sassone. Vedi Muratori, Annal., 1134, 1137. Non facciamo troppo caso di un trattato che i Fiorentini l’anno 1140 avrebbero fatto con certo conte Ugerio, nome ignoto, e ignoti i luoghi che ivi si leggono, ma potrebbero essere in Val di Greve. (Ammirato, Storie.)
[15]. Nè di ciò pure è fatto cenno dai cronisti nostri; ma trovasi nella Cronica di Ottone di Frisinga, seguito dall’Ammirato e dal Muratori.
[16]. Ammirato, Storie.
[17]. Annali Pisani.
[18]. G. Villani, lib. V, cap. 9.
[19]. Malespini, cap. 77.
[20]. G. Villani, lib. V, cap. 12.
[21]. Ammirato, Storie, anno 1197. Sono giunte di Scipione Ammirato il giovane, che ebbe conoscenza, a quel che sembra, dall’atto di lega — Raynald, Annal. Eccles., tomo I. — Malavolti, Storie di Siena, parte I, lib. IV, pag. 44. — Flaminio Dal Borgo, Dissert. Pisan. 4.
[22]. Epist. Innocentii III, che sta nella Vita di quel Papa; Rerum. Ital. Script., tomo III, parte 1.
[23]. Ammirato, Storie.
[24]. Mentre era in piede Semifonte, si diceva: «Firenze fatti in là, chè Semifonte si fa città.» Il quale detto popolare da sè mostrerebbe (se bisogno ve ne fosse) l’idioma parlato già negli ultimi anni del secolo XII avere forma tutta italiana. Ma la Cronaca di quelle guerre, che uscì alle stampe, è scrittura apocrifa.
[25]. Nel libro dei Capitoli del Comune di Firenze, pubblicato l’anno 1866, è l’atto di accomandigia del Comune di Montepulciano, 24 ottobre 1202.
[26]. Ricordano Malespini, cap. 50.
[27]. È una procura fatta a’ 15 maggio 1204 nella persona di Tignoso di Lamberto, uno dei Consoli, a comparire avanti al Papa come procuratore del Comune. (Ammirato, Storie.)
[28].
«Già eran Caponsacchi nel mercato
Discesi giù da Fiesole.»
Dante, Paradiso, canto 15.
[29]. Ammirato, Storie. Vedi agli anni che sono indicati nel testo.
[30]. Cap. 132.
[31]. Cap. 102. — Villani, lib. V, cap. 21.
[32]. Lib. IV, cap. 36.
[33]. Ammirato, anno 1218, 1224.
[34]. Ivi.
[35]. Sanzanome, Cronica.
[36]. G. Villani, lib. VI, cap. 2.
[37]. Chronicon Patavinum, in Muratori.
[38]. Lami, Antichità Toscane, lez. 17.
[39]. Cap. 132.
[40]. Il Malespini (cap. 137) dà la lunga serie delle famiglie che avevano torri: sarebbero state alcune di esse alte fino a 120 braccia.
[41]. Le antiche edizioni e alcuni testi del Malespini farebbero credere che a lui, come uomo di un altro tempo, ciò paresse atto di ribellione.
[42]. L’atto è dei 22 giugno 1251. (Archiv. Stor., tomo IV, parte 2, anno 1866, pag. 36.)
[43]. Archivio di Stato.
[44]. Malespini. — Villani. — Ammirato.
[45]. Malespini, cap. 155. — G. Villani, lib. VI, cap. 62.
[46]. G. Villani, lib. VI, cap. 65.
[47]. Ivi, cap. 69.
[48]. Paradiso, canto XV.
[49]. G. Villani, lib. VI, cap. 74.
[50]. G. Villani, lib. VI, cap. 75.
[51]. Così gli altri storici fiorentini. Sono poi da vedere i Documenti pubblicati dal signor Cesare Paoli. (Bullettino di Storia Patria Municipale, vol. II, fasc. 2. Siena, 1869.)
[52]. Malespini, cap. 171.
[53]. Furono morti due dei Cerchi e due presi, che uno si ricomperò per 1200 fiorini, e l’altro si riscattò in questa forma. «Lui con l’arme che aveva addosso per dilegione fu messo in sur una bilancia, e in sull’altra tanta moneta sanese, e cotanto si ricomprò.» (Cronichetta di Bindaccio dei Cerchi, sta col Bonincontri, Hist. Sicula. — Lami, Deliz. Erud., parte II, pag. 303.)
[54]. G. Villani, lib. VI, cap. 80.
[55]. Malespini e G. Villani, lib. VI, cap. 78, 79 e 80. — Leonardo Aretino, lib. II. — Ammirato, lib. II. — Malavolti, Storie di Siena, lib. I, parte 2. — Cronache Senesi, che fanno seguito all’Istoria di Marcantonio Bellarmati. Siena, 1844.
[56].
«Come asino sape così minuzza rape;
Tal va capra zoppa se il lupo non la intoppa.»
Malespini, Villani, Dante, Inferno, canto X.
[57]. Villani, lib. VII, cap. 9.
[58]. Epist. Clem. IV.
[59]. Malespini, cap. 190.
[60]. Cronichetta di Bindaccio dei Cerchi. (Lami, Deliz. Erud., parte II, pag. 305.)
[61]. Malespini, cap. 183. — Villani, lib. VII, cap. 13.
[62]. G. Villani.
[63]. Lettere di Clemente IV, in Martène Thesaurum Nov. Anecdot., tomo II, p. 321 e seg.; e vedi intorno a questi fatti un lavoro molto diligente del prof. Bonaini, Giornale Storico degli Archivi Toscani, Vol. II e seg. — Nella Lettera papale dei 12 maggio 1266 è scritto: «Cum igitur (ne, quod absit, novi flores emarceant ex defectu regiminis non suspecti) multorum judicio tam intrinsecis quam extrinsecis civitatis ejusdem (Florentinæ) civibus, utile videatur nostro regi consilio civitatem, nostrâque, saltem ad tempus aliquod, providentia gubernari etc.» — Vedi Appendice Nº I.
[64]. Il Malespini, presente a quei fatti, riesce più chiaro ma è insieme alquanto più stretto; e nelle parole del Villani sono dubbiezze e forse alcune inverosimiglianze in quanto all’ordine e alla composizione dei Consigli. Vedasi, fra gli altri documenti, quello del 28 agosto 1274, nel registro XXIX dei Capitoli del Comune di Firenze (Archivio Centrale di Stato), a c. 227; e gli altri dei 29 ottobre, 7 novembre 1278, nel detto registro, a c. 356-7.
[65]. Abbiamo a stampa (Delizie degli Eruditi, tomo VII, pag. 203) la descrizione e la stima dei beni e case distrutte e danneggiate dai Ghibellini, che in tutto ammontano a lire grosse 130,736; grande somma per quei tempi, quando si vede una casa avere prezzo di poche lire.
[66]. In un libro detto del Chiodo, e pubblicato dal P. Ildefonso (Delizie degli Eruditi, tomo VIII, p. 221), è la lista dei condannati, divisi per sesti e parrocchie.
[67]. G. Villani, lib. VII, cap. 17.
[68]. Sopra era uno Ospizio dei Cavalieri di San Giovanni, ora Villa di Monsoglio, dove è da supporre che il misero giovane passasse l’ultima sua allegra notte.
[69]. Villani, lib. VII, cap. 35.
[70]. G. Villani, lib. VII, cap. 54.
[71]. Di questa celebre pacificazione alcuni atti furono pubblicati nell’Appendice al tomo IX delle Delizie degli Eruditi, ed un compiuto ragguaglio venne poi dato dal prof. Bonaini, Giornale Storico degli Archivi Toscani, tomo III, pag. 174 e seg. L’instrumento originale, sottoscritto di propria mano dal Cardinale e da sei Vescovi, si conserva fra i cimelii dell’Archivio Centrale di Stato, che da pochi anni n’è venuto in possesso.
[72]. G. Villani, lib. VII, cap. 62.
[73]. Abbiamo nel vol. IX, pag. 270, della più volte citata raccolta del P. Ildefonso, il diploma di Rodolfo per la elezione di due vicari o luogotenenti suoi nella Toscana, da valere anche per un solo; la quale elezione è confermata da un breve di Martino IV, nel primo anno del pontificato suo.
[74]. G. Villani, lib. VII, cap. 79.
[75]. G. Villani, lib. VII, cap. 13.
[76]. Nelle Deliz. Erud. Tosc., IX, 256, è un assai notabile Discorso intorno al Governo di Firenze, ma che vale anche per altri tempi, e può essere utile a consultare in quanto concerne i Consigli e gli Ufizi minori. — Vedi Appendice Nº II.
[77]. Villani e Ammirato.
[78]. «Hic est modus faciendi Exercitum per Commune Florentiæ, inventus per Mercatores Florentiæ, pro meliori et utiliori statu et commodo civitatis, et Artificum et Artium ac totius Mercantiæ civitatis prædictæ. In primis: quod placeat vobis facere firmare omnes et singulas apothecas etc.» — Delizie degli Eruditi, tomo XI, pag. 199.
[79]. Da un cenno che si trova nella Cronaca dello Stefani (lib. I, rub. 268) appare che allora quando le cavallate doveano uscire dalla città, si mettesse una candela alla porta, e che il mancante alla chiamata avesse pena del piè: ciascuno interpreti queste parole a modo suo. Sulle Cavallate Fiorentine dei secoli XIII e XIV abbiamo un pregevole lavoro del signor Cesare Paoli (Arch. Stor., tomo I, parte I, 1865).
[80]. Dino Compagni, lib. I.
[81]. G. Villani, lib. VII, cap. 131.
[82]. Dante nel Purgatorio, con poetica maravigliosa invenzione e con affetto pietoso, descrive la morte di questo giovine cavaliero, e la scomparsa del suo cadavere ricoperto dalle acque e dalla melma di un torrente. Noi questa battaglia abbiamo narrata in gran parte con le parole tanto vive e colorate del Compagni, o mantenendo la efficace semplicità del Villani.
[83]. Villani, lib. VII, cap. 131.
[84]. A uno di questi intervenne Dante, che vide uscire patteggiati di Caprona i fanti pisani.
[85]. G. Villani, lib. VII, cap. 89, 132.
[86]. Vedi, tra gli altri, lib. VII, cap. 145, dove racconta la perdita d’Acri (an. 1291) e le cagioni di essa, «avutane relazione da uomini degni di fede, nostri cittadini e mercatanti, che in quelli tempi erano in Acri.»
[87]. Repetti, Dizionario della Toscana, art. Montopoli.
[88]. Qui una volta per sempre dobbiamo notare come in Firenze l’anno cominciasse ai 25 di marzo: quel giorno 15 di febbraio era qui dunque tuttora dell’anno 1292, ma noi scriviamo le date secondo lo stile comune.
[89]. Il prof. Bonaini pubblicava gli Ordinamenti di giustizia del 1293, (Nuova Serie dell’Archivio Storico Italiano, vol. I, 1855) con le successive provvisioni per cui vennero afforzati; non che le consulte che in più tempi si fecero a tal fine, con tutti gli atti di queste consulte e i nomi dei cittadini che ivi esposero i pareri loro: tra’ quali due volte a’ 14 aprile del 1301 ed una ai 13 di settembre dello stesso anno, è il nome di Dante Alighieri. Lavoro diligente e utile soprammodo, a cui rimandiamo tra’ nostri lettori quelli che volessero avere contezza più intera e minuta di questo punto capitalissimo nell’istoria nostra. — Lo Statuto Fiorentino, compilato l’anno 1415 dall’insigne giureconsulto Paolo da Castro, e pubblicato in Firenze con la data di Friburgo l’anno 1778, vol. III, in-4, (tomo I, pag. 407-516) comprende questi ordini contro a’ grandi, quali vigevano infino al tempo suo, ed il novero delle famiglie fatte di grandi, con la indicazione dei tempi in cui vennero esse a patire tale condanna. — Vedi anche le Provvisioni o Statuti, pubblicati dal P. Ildefonso, tomo IX, pag. 305, sino alla fine del volume: è tra le altre (pag. 341) l’estratto di una provvigione per la quale, in beneficium popularium et debilium contra magnates, è vietato al Potestà e al Capitano (dei quali poco si fidavano per essere eglino di case nobili) procedere contro ai malefizi commessi prima della battaglia di Montaperti, a quelli cioè fatti da uomini popolani sotto al governo di parte guelfa.
[90]. Nello Statuto Fiorentino, tomo III, pag. 692, è il registro di oltre quaranta Leghe del contado e distretto di Firenze con la descrizione delle parrocchie e popoli e dei luoghi che le componevano. — Come la Repubblica si governasse verso i Comuni a lei soggetti, si vede, tra gli altri, da un curioso documento (Registro di Lettere del 1308 presso di noi) nel quale vengono ammoniti severamente certi Comuni perchè usavano misure e pesi diversi da quei di Firenze: il che veniva a mostrare semiplenam devotionem, aut incuriam, aut animorum dissonantiam, e si temeva che nuocesse ai commerci della Repubblica: adottassero pertanto le misure fiorentine sotto la pena di mille lire.
[91]. Vedi Cronaca di Paolino di Piero, nei tomi aggiunti alla collezione degli Scriptores Rer. Ital., e l’edizione di Roma 1755.
[92]. Villani, lib. VIII, cap. 8. — March. Stefani, lib. III, rub. 204.
[93]. Dino Compagni, lib. I, pag. 12.
[94]. Ammirato, Storie, lib. IV, ann. 1295.
[95]. Lib. VIII, cap. 8.
[96]. Dino Compagni, lib. I.
[97]. Villani, lib. VIII, cap. 39.
[98]. Dino Compagni, lib. I.
[99]. Questi nomi, stando alla Cronaca di Paolino di Piero, sarebbono esistiti in Firenze sino dall’anno 1297, venuti da Pistoia o nati in quale altro si voglia modo.
[100]. Compagni, lib. I. — G. Villani, lib. VIII.
[101]. Intorno al tempo di questo confine dato agli uomini delle due parti contradice Dino molto al Villani ed allo Stefani, i quali pongono tutto questo fatto assai più tardi. Noi fummo incerti quale seguire, perchè il Villani, generalmente, è quanto ai tempi meglio ordinato; laddove il Compagni vivo ed ingenuo narratore delle cose dove egli ebbe parte, dispone sovente male la serie degli eventi, o furono questi male disposti da chi sopra una informe copia metteva insieme quella istoria: nè in tutto a questa potemmo aderire, e quello stesso ordine a cui ci attenemmo non è senza qualche difficoltà o dubbiezza. Ma noi lo teniamo sostanzialmente per vero, nè i nostri lettori vogliamo partecipi di quella lunga pazienza che fu da noi posta nel minuto esame dei singoli fatti. Ci avea preceduto lodevolmente in molta parte Cesare Balbo nella Vita di Dante Alighieri.
[102]. Villani, lib. VIII, cap. 42.
[103]. Dino Compagni, in fine al lib. I.
[104]. G. Villani, lib. VIII, cap. 44, 45.
[105]. L’ambasceria dovette essere andata dopo al 13 di settembre, perchè in quel giorno Dante sedeva e diceva il suo parere in una consulta pubblicata dal Bonaini (Archiv. Stor. Ital., nuova serie, tomo I, pag. 82).
[106]. Dino Compagni, lib. II.
[107]. Dino veramente scrive il 4 novembre, ma noi seguiamo il Villani con tutti gli altri, perchè la data del 4 non lascerebbe spazio bastante ai fatti posteriori. E così pure fece il Balbo, non senza avere, come noi, molto ondeggiato innanzi di risolversi, perchè in tanta confusione di date rimane sempre uno spazio largo al dubitare. — Crediamo prossima la pubblicazione di nuovi lavori intorno a Dino Compagni del professor Del Lungo, da cui potranno questi fatti avere ulteriori schiarimenti.
[108]. Giovanni Villani, ch’era presente in Santa Maria Novella, scrive da quel Parlamento essere stata rimessa in Carlo la signoria e guardia della città. Ma noi crediamo fossero quelle parole di onore: nè Carlo in Firenze ebbe vera e propria signoria, avendo anzi chiesto più tardi guardare la sola parte d’oltrarno, dove egli dimorava: e i nuovi Priori, scrive il Compagni che furono eletti dai vecchi in palagio. Ma qui pure la narrazione di Dino non riesce chiara abbastanza nè ordinata, senza però che le incertezze importino molto al giudizio dell’istoria.
[109]. Dino Compagni, lib. II.
[110]. Bindaccio dei Cerchi, nella Cronichetta di Famiglia, scrive messer Vieri essere stato tradito da uno dei Frescobaldi, che a lui doveva diciassette mila fiorini e gli voltò contro la furia del popolo. (Lami, Deliciæ Erud., Hist. Siculæ, part. II.)
[111]. Parrebbe che fosse reo e che fuggisse questo Pier Ferrante; imperocchè nelle postille dell’Ammirato, le quali sono tratte da documenti, si legge un trattato del mese di marzo susseguente tra lui ed alcuni capi dei bianchi per fare guerra alla città rimettendovi la parte cacciata.
[112]. Deliz. Erud., tomo X, pag. 93.
[113]. L’atroce giurisprudenza usata in que’ tempi contro ai ribelli e agli sbanditi è da vedere nello Statuto Fiorentino, tomo I, pag. 362 e 66 ed in più luoghi. Potevano essere impunemente offesi.... usque ad mortem etiam per assassinum vel assassinos in quacumque parte mundi; e gli uccisori avevano premio: chi ricettasse uno sbandito era soggetto a gravi pene.
[114]. Dino Compagni. — G. Villani. — Marchionne Stefani. — Cesare Balbo, Vita di Dante. — Pietro Fraticelli, Storia della Vita di Dante; Firenze, 1861.
[115]. Dino Compagni, lib. III.
[116]. «I Lucchesi erano arbitri e non signori, benchè avessero le chiavi e il dominio perchè dentro nè fuori non entrasse persona che avesse a contaminare nulla — mandavano i bandi da parte del Comune di Lucca — di che sdegnato uno in Mercato nuovo, diè un colpo di una spada al banditore e disse: Porta questo a Lucca e offerilo a santa Zita.» (Stefani, lib. IV, pag. 35.)
[117]. G. Villani, lib. VIII, cap. 70.
[118]. Ricordi di Filippo di Cino Rinuccini.
[119]. G. Villani, lib. VIII. — Compagni, lib. III.
[120]. Scipione Ammirato riferisce la condanna d’un figlio di Guido e d’un altro Cavalcanti, data nel 1303, ma della quale fu poi sospesa l’esecuzione in grazia di ambasciatori senesi mossi «dalla nobiltà della famiglia e dalla sua devozione alla Chiesa,» sempre però che i Cavalcanti non più si unissero ai Ghibellini.
[121]. Abbiamo il trattato con gli Ubaldini, dove tra gli altri sottoscritti si legge, ma in copia, il nome di Dante Alighieri.
[122]. Ammirato, Storie, an. 1303.
[123]. Dino Compagni.
[124]. Balbo, Vita di Dante. — Fraticelli, Storia della Vita di Dante.
[125]. Villani, lib. VIII, cap. 82. — Compagni, lib. III. — Storie Pistolesi.
[126]. Vedi, per la istituzione dell’Esecutore, la già citata pubblicazione del prof. Bonaini intorno agli Ordini della Giustizia; Archivio Storico, nuova serie, tomo I, 1855. — E lo Statuto Fiorentino, tomo I, pag. 407 e segg.
[127]. Villani, lib. VIII, cap. 89. — Dino, lib. III.
[128]. Il Compagni ha 15 settembre, ed altri altre date: ma noi teniamo per certa quella che si rileva dalla chiamata delle Leghe di contado, secondo abbiamo in un Registro di lettere della Signoria per l’anno 1308, il quale era presso di noi, ed è oggi nell’Archivio di Stato. (Vedi Archivio Storico, nuova serie, fasc. II, 1857, articolo del prof. Capri.)
[129]. Dino Compagni, lib. III. — Villani, lib. VIII, cap. 96. — March. Stefani, lib. IV, rub. 264.
[130]. Tutta questa materia fu ampiamente discorsa dal prof. Capei nell’articolo sopraccitato, dove sono i documenti ad essa relativi.
[131]. Dino Compagni, lib. III.
[132]. Questo almeno scrisse G. Villani, lib. IX, cap. 7.
[133]. Compagni, lib. III.
[134]. Ivi.
[135]. Iter Ital. Henrici VII; in Muratori, Rer. Ital. Script., tomo IX, pag. 908.
[136]. Iter Ital. Henrici VII.
[137]. Iter Ital. Henrici VII.
[138]. Dino Compagni, lib. III.
[139]. G. Villani e Dino Compagni, lib. III.
[140]. La lista è data dal P. Ildefonso (tomo XI, pag. 61).
[141]. Troviamo che i figli di Dino Compagni essendo falliti nel 1341, s’interponeva per essi in certe vertenze Stefano Colonna, capo dei Guelfi magnati in Roma e in Italia. (Archivio Storico, nuova serie, tomo 16, parte I, Documenti relativi al Duca d’Atene). Abbiamo intorno a Dino Compagni un pregevole lavoro del prof. Hillebrand (Parigi, 1862).
[142]. Iter Ital. Enrici VII. — Villani, lib. IX.
[143]. Il P. Ildefonso (Deliz. Erud., tomo XI, pag. 95) pubblicava la Sentenza d’Arrigo VII contro a’ Fiorentini.
[144]. Abbiamo la lista dei feritori fiorentini a Montecatini. Deliz. Erud., tomo XI, pag. 751.
[145]. Una Cronaca latina di Ser Giovanni di Lemmo, pubblicata dal signor Luigi Passerini (Docum. di Stor. Ital., tomo VI, a cura della Deputazione di Storia Patria della Toscana ec.) contiene dal 1299 al 1320, oltre a fatti e contese personali, ragguagli pregevoli intorno alle cose di Pisa e di Lucca e di tutta quella parte di Toscana, della quale sembra per il Lemmi essere centro San Miniato, tanto da far credere che ivi egli avesse o patria o dimora. Il valore principale di quella Cronaca è per gli anni corsi dalla morte d’Arrigo VII infino alla pace fatta dal re Roberto, anche in nome di Firenze, co’ Ghibellini di Pisa e di Lucca. È da vedere, sebbene a noi direttamente non appartenga, come i Pisani, avendo in casa e agli stipendi loro molti cavalieri tedeschi, cercassero da principio difendersi da Uguccione della Faggiuola, che di quelle genti faceva sua forza; come essendosi offerto a Federigo d’Aragona, questi chiedesse innanzi tutto per sè la Sardegna; come poi cedessero ad Uguccione, e come Lucca fosse a lui ribellata per opera di Castruccio. Quanto ai termini della pace, registra il Lemmi quelli che importano specialmente a San Miniato.
[146]. Villani, lib. IX, cap. 76.
[147]. Diurnali di Matteo Spinelli da Giovenazzo, 1258.
[148]. So i dubbi che sono stati mossi ai giorni nostri circa alla Cronaca di Matteo Spinelli, che si disse fabbricata nel cinquecento. Potè a quel tempo taluno averla messa in ordine levigando forse l’antico idioma nel quale fu scritta, ma non inventare la materia e tutto nemmeno rifare lo stile; del che si hanno prove intrinseche, nè le difficoltà sono diverse da quelle che si ritrovano nella maggior parte delle antiche cronache, per lo più messe insieme in più tempi e fatto di pezzi. Ciò pure avvenne in qualche parte anche all’Istoria del Malespini.
[149]. Ammirato, lib. IV.
[150]. Qui giova trascrivere alcune parole dove un nostro istorico assai più recente dà belle ragioni di questo cercare lontani paesi che da tempo antico faceano gli uomini fiorentini.
«La città di Firenze è posta di sua natura in luogo salvatico e sterile, che non potrebbe con tutta la fatica loro dare da vivere agli abitanti, che sono molto multiplicati: e per questa ragione è stata necessaria cosa da uno tempo in qua ai Fiorentini di cercare loro vita per industria; e per questo sono usciti fuori di loro terreno a cercare altre terre e provincie e paesi, dove uno e altro ha veduto da potersi avanzare un tempo e fare tesoro, e tornare a casa: e andando a questo modo per tutti i regni del mondo e cristiani e infedeli, hanno veduto i costumi delle altre nazioni, e fatto in loro abito delle cose vantaggiate, scegliendo d’ogni parte il fiore: e l’uno ha fatto venire volontà all’altro, intantochè chi non è mercatante e che abbia cerco il mondo e veduto le strane nazioni delle genti, e tornato alla patria con avere, non è riputato da niente. E questo amore ha sì accesi gli animi loro, che da un tempo in qua pare che ne nascano naturali a ciò, e è tanto il numero che vanno per lo mondo in loro giovanezza, e guadagnano e acquistano pratica e virtù e costumi e tesoro, che tutti insieme fanno una comunità di sì grande numero di valenti e ricchi uomini, che non ha pari al mondo.... I loro vicini, alquanto di natura di loro terreni più ricchi e più grassi, si sono stati a quella bada di tanto, che basta loro, sanza volere fatica di cercare più.» — (Goro Dati, Stor. Fior., pag. 54, 55.)
[151]. Villani, lib. X, cap. 86.
[152]. Il Machiavelli scrisse la vita di Castruccio senza istorica verità, ma perchè fosse come esemplare a quella idea che egli vagheggiava; e se uno eleggerne pur voleva, meglio Castruccio che il Valentino.
[153]. Scriviamo il numero dei soldati come si trova nei contemporanei; ma quello delle genti a piedi, incerto sempre, comprende ancora i guastatori ed i saccomanni.
[154]. G. Villani, lib. IX, cap. 214.
[155]. Cronaca di Paolino di Piero.
[156]. G. Villani, lib. IX, cap. 214.
[157]. Ivi, cap. 219.
[158]. Istoria Fiorentina di Marchionne Stefani, lib. VI, rub. 385. — Tra ’l Potestà e il Capitano del Popolo e l’Esecutore degli ordini di giustizia menavano seco oltre a 200 tra giudici e notai e armigeri e donzelli. (Statuti, lib. I.)
[159]. G. Villani, lib. IX, cap. 273.
[160]. Franco Sacchetti, novella 63.
[161]. Neri Strinati, del quale abbiamo una breve Cronichetta (stampata di seguito alla Storia apocrifa di Semifonte), era insieme col suo fratello Maffeo mallevadore al fallimento degli Scali: «ma perchè io e Maffeo eravamo dei grandi, non potevamo torre azione contro agli eredi di Ghigo di Gofo ch’erano di popolo:» sì erano fatti gli ordinamenti del popolo contro a’ grandi.
[162]. Storie Pistolesi dal 1300 al 1348.
[163]. Deliz. Erud., tom. XII, pag. 262.
[164]. Balìa rebanniendi exbannitos habitos pro Guelfis et qui pro Guelfis habeantur [11 ottobre 1325]. Archivio di Stato, Provvisioni di quell’anno.
[165]. G. Villani, lib. X, cap. 2. — Coppo Stefani, lib. VI.
[166]. Istorie Pistolesi dal 1300 al 1348.
[167]. Villani, lib. X, cap. 86.
[168]. Il P. Ildefonso, tomo XII, pag. 288, pubblicava il testo originale di questa riforma. È anche da vedere il libro settimo delle Istorie di Scipione Ammirato, con le pregevoli aggiunte di chi portava il suo stesso nome e casato.
[169]. È un libro o zibaldone del secolo diciassettesimo, scritto da Tommaso Forti notaro fiorentino, intorno agli uffici e magistrati della Repubblica: manoscritto appresso di noi, e si trova in altre Biblioteche.
[170]. G. Villani, lib. X, cap. 118. — Abbiamo per quell’anno 1329 e pei susseguenti il Diario d’un Simone Lenzi biadajolo, del quale un estratto si legge nel giornale filologico Il Borghini, an. 1864; ed è pittura circostanziata e molto viva di quei mercati tumultuosi, che spesso conferma le parole del Villani. Per un’altra carestia che fu poi nel 1353 il Comune fece incetta di grano in più luoghi d’oltremare; ma bastò l’annunzio a fare aprire i granai che prima erano tenuti chiusi, rinviliando il prezzo, talchè il Comune vi perdè non poche migliaia di fiorini d’oro. Sul quale proposito io prego gli economisti a considerare le parole di Matteo Villani, le quali mi sembrano con precisione maravigliosa anticipare una dottrina la quale tardò più secoli a farsi norma comune, e in Firenze stessa rinacque appena cento anni fa, ma prima qui che tra le maggiori nazioni d’Europa, perchè l’esperienza ed il senno popolano quivi le avevano prima sparse. «In tali casi occorrono diversi gravi accidenti, e spesso contrari l’uno all’altro. Se grandi compere in così fatta carestia fanno pericolo di disordinata perdita, e certezza non si può avere di grano che di Pelago si aspetta; ma utilissima cosa è dare larga speranza al popolo; chè si fa con essa aprire i serrati granai de’ cittadini, e non con violenza; chè la violenza fa il serrato occultare, e la carestia tornare in fame: e di questo per isperienza più volte occorsa nella nostra città in cinquantacinque anni di nostra ricordanza possiamo fare vera fede.» M. Villani, lib. III, cap. 76.
[171]. G. Villani, lib. XI, cap. 1. — L’Archivio Storico dell’anno 1873, disp. II, pubblicava una notizia del signor Gherardi intorno ai danni di quella inondazione ed ai lavori che occorsero. A maestro e governatore di tutti quei lavori elessero Giotto: essendochè a bene e onorevolmente procedere occorresse preporvi un qualche esperto e famoso uomo, e non si trovasse in tutto il mondo persona più adatta di lui. Dolevano alla Signoria le molte assenze di Giotto a dipingere per l’Italia, bramando che un tanto magnus magister et carus reputandus in civitate, materiam habeat in ea moram continuam contrahendi; perchè dalla sua scienza e dottrina venga a molti altri insegnamento, e onore non piccolo alla nostra città. (Gaye, Carteggio d’Artisti, tom. I, pag. 481.)
[172]. G. Villani, lib. II, cap. 23.
[173]. Archivio Storico Italiano, Nuova Serie, tom. IV, disp. I.
[174]. «Sono solito a dire che più d’ammirazione è che i Fiorentini abbino acquistato quello poco dominio che hanno, che e’ Veneziani o altro principe d’Italia il suo grande; perchè in ogni piccolo luogo di Toscana era radicata la libertà in modo, che tutti sono stati inimici a questa grandezza. Il che non accade a chi è situato tra’ popoli usi a servire, a’ quali non importa tanto lo essere dominati più da uno che da un altro, che gli faccino ostinata o perpetua resistenza.» (Ricordi Politici di Francesco Guicciardini, Nº 353.)
[175]. Vedi le Istorie Pistolesi dal 1300 al 1348.
[176]. Abbiamo gli Atti della dedizione nel tomo I dei Capitoli del Comune di Firenze, pubblicato dalla Soprintendenza generale degli Archivi toscani, pag. 4, 28.
[177]. Era proibito contrarre parentela con tali Signori (vedi Statut. Flor., lib. III, rubr. 179, tom. I, pag. 380). Ed altra rubrica, lib. III, rubr. 46, tom. I, pag. 262, vieta egualmente che sieno fatti vescovi di Firenze o di Fiesole uomini di famiglie le quali avessero castelli nel contado o nel distretto; così almeno si vuol intendere: e se accettassero uno di quei vescovadi, i loro parenti divenivano ipso facto grandi qualora fossero popolani, e i grandi passavano nella categoria dei sopraggrandi. Nessuno poteva acquistare dall’Imperatore possessioni nella Toscana o diritti, vel quæ ad Imperium spectare dicuntur, sotto pena della testa o della confisca; e divieto d’abitare nel territorio della Repubblica, essi e in perpetuo i discendenti loro. (Lib. III, rubr. 86, pag. 302.) È da vedere pure la rubr. 90 del lib. III dello stesso Statuto Fiorentino, tom. I, pag. 304, la quale dichiara nullo e soggetto a gravi pene qualunque contratto pel quale sieno trasferiti diritti reali o personali di servitù, di fedeltà o di omaggio o di qualsiasi giurisdizione, eccetto però al Comune di Firenze. I secolari potevano dalla Chiesa fare acquisto di tali diritti, purchè aboliscano immediatamente ogni obbligazione di vassallaggio. Qualunque persona, università o popolo si obbligasse nell’avvenire a servitù o che ad altri la prestasse, s’intenda che abbia perduto la guardia e protezione del Comune di Firenze, nè a lui si mantenga diritto e giustizia, e possa da ognuno essere offeso impunemente nella persona e negli averi, come i ribelli e gli sbanditi. — Vedi anche i Capitoli del Comune di Firenze, loc. cit.
[178]. Alcuni uomini del Valdarno l’anno 1294 chiedono essere liberati ab omni hominitia et coloneria et ascriptitia conditione e ab omni nexu fidelitatis; alla quale erano stati ricondotti dalla famiglia dei Pazzi dopo la battaglia di Montaperti, per forza et per metum, e con arsioni ed ammazzamenti: i Priori decretarono la libertà di cotesti uomini, e pei Consigli fu approvata. (Estratto dagli Spogli di Vincenzio Borghini, pubblicato dal P. Ildefonso nelle Delizie degli Eruditi, tom. VIII, in fine.) — Abbiamo Atti pubblici dove il Comune di Firenze dichiara spettare a lui la tutela dei poveri e deboli e degli impotenti.
[179]. Quis dominatur apennini? alma domus Ubaldini; avrebbe detto l’imperatore Federigo II.
[180]. Cronaca, lib. X, cap. 202.
[181]. Delfico, Storia di San Marino.
[182]. «La guerra di Mastino voleva il mese più di venticinquemila fiorini d’oro che andavano a Vinegia, senza le spese opportune che bisognavano di qua al nostro Comune, che le più volte senza quelli di Lombardia avevano al soldo più di mille cavalieri, senza quelli che erano alla guardia delle terre e castella che si tenevano per lo nostro Comune.» (G. Villani, lib. XI, cap. 91.)
[183]. G. Villani, lib. XI, cap. 114.
[184]. G. Villani, lib. XI, cap. 139.
[185]. «Il popolo era da’ grandi nelle faccende private oppressato; i grandi avevano le leggi e la ordinazione della Repubblica tutta contra sè diretta.» (Donato Giannotti, Della Repubblica Fiorentina, lib. I, cap. V, pag. 83.)
[186]. G. Villani, lib. XI, cap. 119.
[187]. Abbiamo nel Giornale Storico degli Archivi Toscani, vol. VI, pubblicati ed illustrati dal signor Cesare Paoli i documenti dell’Archivio di Stato relativi al Duca d’Atene. Quello segnato nº 213 alla pag. 231 contiene le accuse contro ai Venti, ma la sentenza è mozza e apparisce poi rivocata.
[188]. G. Villani, lib. XII, cap. 1, 2, 3.
[189]. Vedi Archivio Storico, tom. XVI, parte II, pag. 532. — Donato Velluti, cronista non dispregevole, era stato de’ primi Priori creati dal Duca, e aveva seco grande entratura; ma quando s’accorse ch’egli andava a tirannia, si tenne in disparte: nel corso poi della sua Cronaca, ogni volta che gli avvenga di nominare il Duca, non lo fa mai con ingiuriose parole, mostrando piuttosto usare prudenza, ma poi non essergli troppo avverso.
[190]. G. Villani, lib XII; Marchionne di Coppo Stefani, lib. VIII; Machiavelli, lib. II, in fine; Ammirato, lib. IX; Cronaca Senese di Andrea Dei presso il Muratori, tom. XV, pag. 108. — Abbiamo citato la serie dei documenti relativi al Duca d’Atene tratti dall’Archivio di Stato. In questa, oltre gli Atti del suo Governo, sono quelli della Renunzia, e i negoziati che la Repubblica ebbe poi col Re di Francia e col Papa e co’ Re di Puglia, i quali tenevano la parte del Duca.
[191]. Deliz. Erud., tom. XIII, pag. 207.
[192]. G. Villani, lib. XII, cap. 18 e segg. — Marchionne Stefani. — Lionardo Aretino. — Machiavelli.
[193]. G. Villani, lib. XII, cap. 23.
[194]. Nelle Delizie degli Eruditi del P. Ildefonso, tom. VII, pag. 290, è la supplica di un ser Belcaro di Bonaiuto Serragli da Pogna, il quale, sebbene fosse di famiglia grande, chiede essere di popolo egli ed i suoi, come debiles et impotentes. — Il tomo XIII della stessa pregevole collezione contiene da pag. 199 fino al fine molti originali Documenti di Provvigioni fatte dalla Repubblica, sia nella prima Riforma del vescovo Acciaiuoli e dei Quattordici per la quale erano riabilitati i grandi, sia nella rinnovazione delle Leggi contro ad essi e degli Ordini di giustizia nel mese d’ottobre 1343 e nell’ottobre 1344.
[195]. Il Malespini vidde salire al tempo suo per le ricchezze i Bardi, i Frescobaldi, i Mozzi ed i Rossi che egli distingue dagli antichi grandi. Recenti erano pure i Cavalcanti; e forse non di vecchia data gli Adimari venuti su di piccola gente, come scrive l’Alighieri.
[196]. «Molto rincararono i lavoratori, li quali erano, si potea dire, loro i poderi, tanto di buoi, di seme, di presto e di vantaggio voleano.» Marchionne Stefani, tom. XIII, pag. 143. — «I lavoratori delle terre volevano tutti i buoi e tutto seme, e lavorare le migliori terre e lasciare l’altre. — Le fanti e i ragazzi della stalla volevano il salario, il meno dodici fiorini l’anno, e i più esperti diciotto e ventiquattro: così le balie e gli artefici minuti manuali volevano tre cotanti che l’usato. — Il Comune avendo bisogno, e perchè vedeva essere il popolo ingrassato ed impoltronito, raddoppiò la gabella del vino alle porte, ed alzò quella del grano e del sale e della carne. Non vollero più fare provvisione pubblica di grano, cessando il lavoro dell’edifizio d’Orsanmichele a tal fine destinato; ma invece ordinarono che tutto il pane vendereccio si facesse dal Comune, e si vendesse a caro prezzo; e quale fornaio ne volesse fare, pagasse ogni staio 8 soldi di gabella.» (M. Villani, lib. I, cap. 57.)
[197]. Il dar mallevadore era ai magnati imposto dagli Ordinamenti di giustizia.
[198]. Il numero dei battezzati darebbe, secondo i calcoli d’oggi, oltre a centocinquanta mila anime di popolazione alla città, compresi i borghi e le parrocchie le quali andavano a San Giovanni: ognuno però vede come fosse fallace il modo del registrarli. Pare stia bene il conto delle ottocento moggia la settimana per novanta mila bocche. Gli ottanta mila uomini da arme, cioè da quindici a settanta anni, potevano bene essere l’anno 1336 nel contado e distretto, il quale allora comprendeva non piccola parte, com’è detto, della Toscana.
[199]. Vedemmo già come tutte le lane ed altre cose de’ re d’Inghilterra venissero in mano di mercanti fiorentini, in compenso dei danari che a lui somministravano per la guerra. — Si noti ancora come l’industria, tenendo qui pure l’usate sue vie, mentre s’ampliava e raffinava, andasse stringendosi in minore numero di mani.
[200]. I panni francesi ed altri venivano a Firenze per le finiture; l’arte del cimare e quelle che servono a dare ai panni l’ultima perfezione, altrove erano sconosciute; e da principio i Fiorentini mandavano in Fiandra dei lavoranti per conto loro che mantenessero il segreto. Venivano anche i panni a tingersi in Firenze, essendo quest’arte sempre ivi molto accreditata, massime per l’uso del guado o indaco, il quale serve anche a fermare il color nero e a dargli lucentezza: della tintura con l’oricello abbiamo detto in altro luogo. Qui è notabile come dal Villani non si tenga conto dell’arte della seta che in Firenze era antichissima; vero è bensì quest’arte essere giunta al colmo nel secolo susseguente, quando l’arte della lana cominciò invece a decadere.
[201]. Gli speziali ebbero questo nome perchè oltre alle medicine smerciavano anche le spezierie delle Indie.
[202]. E credo io fossero più, tanti se ne legge di continuo andati chi in qua chi in là per traffici, ed i cambiatori mettevano banchi in molte parti d’oltremonte e d’oltremare, e Avignone ne tirava a sè non pochi, ed a Lione erano case di Fiorentini, ed a Bruggia nella Fiandra più anni rimase lo stesso Giovanni. Ai quali se poi si aggiungano quelli che andavano in signoria di fuori, potestà o giudici, e che menavano seco gran seguito o famiglia; e il frequentare le università fino a quella di Parigi, ed il muoversi di luogo in luogo che facevano i religiosi; poi le frequenti ambasciate, e quello stesso vagare dei soldati mercenari che fu cagione di tanti mali; si vedrà come fosse continuo a quei tempi il conversare dei Fiorentini con molte città d’Italia e fuori.
[203]. Fu posta quando si edificava il terzo cerchio della città, continuata poi fino ai giorni nostri, e gravosissima, perchè andava fino al sette e tre quarti per cento, facendosi però le stime molto all’agevole. Gravava disegualmente la Toscana, avendo più luoghi pattuito nella dedizione l’andare esenti da quella tassa; privilegi che cessarono quando nel 1814 fece ritorno il principato non come antico e restaurato, ma col diritto della conquista.
[204]. Oltre al segnare l’oro e l’argento, sembra che le paci tra’ cittadini avessero a guarentigia e solennità il suggello del Comune; il che si fa credere anche per un luogo del Velluti, pag. 29: «Venne poi il Duca d’Atene e ribandì gli sbanditi e costrinse ognuno a far pace; onde i consorti e noi, essendo costretti, rendemmo pace; la quale è sotto grandissime pene, fortificate poi per riformagioni di Comune con altre gravissime pene: e non si trova quasi niuna poi essere rotta, e chi l’ha rotta si è stato diserto; onde per questa cagione e per lo comandamento di mio padre e sua maladizione si è molto da guardare; che se alcuno discendente di loro vivesse, non fosse tocco, se non vuole sè e altrui disertare.» Il segno dei beni in pagamento poteva essere necessario a quei contratti che hanno nome di Anticresi, nei quali i beni essendo ceduti al creditore per certo tempo, non si fa luogo alla voltura; se pure non fosse divietato quel contratto, com’è pei canoni della Chiesa, e che il divieto si osservasse.
[205]. Ivi erano grani depositati da cittadini, i quali pagavano per la custodia e per gli attrazzi; e il grano sparso rimaneva a benefizio del Comune.
[206]. Erano penali che dovevano pagare i connestabili che fossero trovati in difetto d’uomini rispetto al numero pel quale erano stati condotti e riscuotevano gli stipendi. — Soccorse in questo come in più altri luoghi a noi l’amicizia del signor Cesare Guasti, e a lui ne rendiamo le debite grazie.
[207]. Nei libri del 1347, per citar quelli più vicini al tempo del Villani, si trovano versamenti fatti ai Camarlinghi della Camera dal Camarlingo delle Stinche: de denariis ad ejus manus perventis. (Archivio centrale di Stato.)
[208]. Voleano che i più facoltosi del contado dimorassero nella città, dove davano minore sospetto.
[209]. Si è detto come i Fiorentini fino dal secolo XIII per grandigia custodissero leoni ed altri animali rari, i quali venivano ad essi d’Oriente; costumanza cittadina cessata non prima del passato secolo, quando si venne a ricercare il perchè di ogni cosa. Un lione di marmo che tra le branche teneva uno scudo con entro il giglio, e si chiamava il Marzocco, era una sorta di emblema della Repubblica fiorentina, imitato forse dal Leone di San Marco.
[210]. Abbiamo (Deliz. Erud., tomo XII, pag. 349) una descrizione delle Entrate e Spese tratta da questa del Villani, ma non però affatto inutile pe’ confronti.
[211]. Pecori, Storia di San Gimignano. — Nel libro già citato dei Capitoli del Comune, pag. 288 e seg., abbiamo gli Atti della dedizione che San Gimignano aveva fatta l’anno 1345, e altri susseguenti. — Vedi un nostro Compendio dell’istoria di questa Terra, nell’Appendice Nº III.
[212]. Intorno ai fatti dei Guazzalotri e di Prato vedi anche (per quanto gli si debba credere) il frammento di Cronaca di Luca da Panzano; Giornale storico degli Archivi Toscani, tomo V, pag. 61.
[213]. Donato Velluti, Gonfaloniere di giustizia, ebbe grande mano in tutta quella faccenda; e per l’inganno che v’era stato e il molto male commesso, non trovò prete che lo assolvesse; finchè tornato da Napoli il vescovo Acciaiuoli, quattro anni dopo lo assolvè, pensando ch’era stato a fine di bene, e perchè Firenze non andasse sotto tirannia. (Velluti, Cronaca.)
[214]. Aveano ordinato un anno innanzi le cose spettanti al governo della Valdinievole; intorno a che vedi il libro dei Capitoli, in più luoghi.
[215]. I Cronisti fiorentini tacciono di un soccorso di Senesi venuti alla difesa della Scarperia, che primi entrarono nella terra. Questo narra il senese Agnolo di Tura (App. Muratori, Scriptor. Rer. Ital., tomo XV, col. 126, 127), il quale però aggiugne in onta de’ Fiorentini cose che parvero incredibili al senese annotatore Benvoglienti.
[216]. Donato Velluti era in Siena ambasciatore per fare lega contro al Visconti; «ma veggendo noi ambasciatori non essere sufficienti i Comuni di Toscana a tanto uccello senza l’appoggio d’altrui, si ragionò si mandasse al Papa, trattasse perchè l’Imperatore venisse in Italia: di che rapportato il detto ragionamento in Firenze, quanto che nella prima faccia fosse dubbioso e gravoso, purnondimeno veggendo l’appoggio di Puglia essere debole, si prese di mandare al Papa.» Questi aveva promosso l’elezione di Carlo IV, e di per sè era già inclinato a farlo scendere in Italia.
[217]. «Se alcuno guelfo divien tiranno, conviene per forza che diventi ghibellino.» (Matteo Villani.)
[218]. Nelle campagne i nostri vecchi dicevano sempre: un Dio, un Papa, un Imperatore; e non si tenevano obbligati alla milizia napoleonica, perchè non era l’imperatore vero.
[219]. «Essendo messer Ramondino Lupo da Parma capitano di guerra in Firenze molto servitore dell’Imperatore, fece sentire all’Imperatore de’ ragionamenti si faceano; di che l’Imperatore subitamente mandò un suo ambasciatore, grande prelato, a Firenze» — «ed essendo deputati certi nostri cittadini, tra’ quali io fui, a ragionare con lui, dopo molti ragionamenti, si fecero certi capitoli ec.» (Velluti, Cronaca.)
[220]. Il Corio narra come l’Arcivescovo essendo chiamato dal Papa in corte, mandò innanzi un suo siniscalco a fare gli alloggi; il quale pigliò in affitto quante case potè avere nella città d’Avignone, e stalle da porvi molto gran numero di cavalli, dicendo sempre non bastavano per la compagnia che l’Arcivescovo condurrebbe seco: parve troppa ai cardinali, e fu pregato non si muovesse.
[221]. Matteo Villani, lib. III, cap. 7.
[222]. Scrivono che uno degli ambasciatori dicesse a Carlo, che promoveva sempre novelle difficoltà: Voi filate molto sottile. (M. Villani, lib. III, cap. 30.)
[223]. Nelle istruzioni agli ambasciatori (Libro di Consulte, nell’Archivio di Stato) è ingiunto loro di fermarsi a conferire dovunque fosse il detto Patriarca, e «dirgli ogni cosa.» — Questo abbiamo dalla cortesia del signor Luigi Passerini, che tanto sa delle cose nostre.
[224]. M. Villani, lib. III, cap. 86.
[225]. Nelle edizioni di Matteo Villani si legge quattromila, che sono troppi. Ranieri Sardo, Cronaca Pisana (Archiv. Stor., VI, par. 2), dice essere venuti con l’Imperatrice mille cavalieri, e indi qualche altro centinaio mandati dai Signori di Lombardia.
[226]. «A noi pareva che al Patriarca bastassero duemila fiorini d’oro, al Cancelliere trecento fiorini o poco più, ec.» (Istruzioni agli ambasciatori; Archivio di Stato.) — Un documento in forma brevis (stampato con altri spettanti a quel fatto dal signor Giuseppe Canestrini: Archiv. Stor., Appendice VII, pag. 406) dà facoltà agli ambasciatori di essere larghi di doni ai ministri e consiglieri di Carlo IV, e questi si vede che accettarono grato animo.
[227]. «La moneta, che dare gli si dee per via di censo per anno, vorremmo che fosse la minore quantità che si potesse; e piuttosto una quantità determinata, che discendere a censo di 26 danari per focolare.» (Archiv. Stor., Appendice VII, pag. 405.) Nelle istruzioni agli ambasciatori si trova pure: «Offerte generali farete, non obbligatorie; — dicano con quanta difficoltà si è qua ottenuto di condiscendere alle modificazioni nuovamente fatte.»
[228]. Testo del Trattato (vedi Appendice Nº IV.) — E nelle istruzioni agli ambasciatori: «in quella parte dove toccate delle terre le quali volontariamente si sono sottomesse a questo Comune, che non le vuole confermare, operate almeno quanto potete che ci faccia suoi vicarii, allegando che ha fatto il simile a molti altri.»
[229]. A’ nove di marzo, undici giorni avanti alla conclusione, si vede ch’erano alle rotte e discorrevano già d’armarsi; più giorni innanzi Niccolò Alberti aveva proposto si cercasse aiuto dal Papa e dal Legato della Romagna. (Libro di Consulte, nell’Archivio di Stato.) Matteo (lib. IV, cap. 73) sgrida i reggitori del non avere fatto abbastanza fondamento sul Papa, il quale aveva già stipulato con l’Imperatore che nello scendere in Italia mantenesse governo libero in Firenze. Aggiugne il Villani che le lettere papali, di cui potevano i Fiorentini valersi, rimasero in Cancelleria per non avere gli ambasciatori pagato i trenta fiorini d’oro che ci volevano per la spedizione.
[230]. Donato Velluti accenna con parole molto espresse ad una promessa la quale al tempo dell’imperatore Carlo IV sarebbe stata fatta ai Grandi intorno al fatto degli uffici e degli schiusi guelfi; promessa cioè di modificare gli Ordinamenti di giustizia, e le esclusioni dai magistrati. I Velluti erano antichi grandi, ma l’affermazione di Donato non poteva essere in tutto senza fondamento, e qualche cosa dovette ai grandi essere almeno fatta sperare, a Pisa, forse dagli ambasciatori.
[231]. Il Diario del Graziani perugino (vedi Archiv. Stor. Ital., tomo XVI, parte 1ª, pag. 176) aggiugne tra i patti: «Nella città de Fiorenza debiano continuo tenere uno offiziale per lo Imperatore, el quale officiale sia sopra alle appellazione, e che debia avere la mitade de tutte glie bande che entreronno in Comuno.» Tuttociò è manifestamente falso, ma si pone a mostrare le gelosie per cui gli scrittori d’una città si compiacevano abbassare le altre, fossero anche le più amiche.
[232]. Archiv. Stor., Appendice, vol. VII, pag. 405. — Nelle istruzioni agli ambasciatori (Archivio di Stato): «Il sacramento pareva troppo largo, ma si farebbero riserve innanzi al giuramento; e quando fossero autenticate per lettere di Cancelleria, basterebbe perchè il sacramento non avesse più vigore.» Abbiamo il testo delle riserve autenticate per lettere di Cancelleria, e confermate il giorno avanti a quello del trattato dalla persona dello stesso Imperatore in Pisa, com’era chiesto in Firenze. — Vedi lo stesso Appendice, vol. IV, in principio.
[233]. Ranieri Sardo (Cronaca citata), narrati i fatti di Carlo in Pisa, lo accomiata con queste parole: Iddio gli dia delle derrate ha date a noi. — Vedi anche le Istorie Pisane di Raffaello Roncioni. (Archiv. Stor., tomo VI, parte I.)
[234]. De Imperatore habeo hæc nova: quod die dominica proxime elapsa applicuit Cremonam, et ibi extra portam retentus fuit per duas horas et ultra; et interim multum examinate fuerunt gentes sue, quarum tercia pars forte intrare potuit civitatem cum eo et sine armis, et relique remanserunt extra cum omnibus armis: et die sequenti ivit Sunzinum, ubi valde plus retentus fuit similiter extra portam, cum simili examinatione et receptione dictarum suarum gentium: postea transivit per territorium Pergami per Valcamonicam et per Voltolinam versus.... Sueviam in Alamannia, semper cum magna festinantia, absque quo aliqua vice esset visitatus vel visus ab aliquibus dominis Mediolani: die et nocte equitans ut in fuga. (Lettera alla Signoria, da Ferrara 27 giugno 1355; in Archiv. Stor., Appendice, vol. VII, pag. 408.)
[235]. Velluti, Cronaca.
[236]. Matteo Villani, lib. IV, cap. 70-75.
[237]. Vedi Appendice, Nº V.
[238]. Marchionne di Coppo Stefani, nelle Deliz. Erud., tomo XIII, pag. 112.
[239]. Matteo Villani, lib. IV, cap. 69.
[240]. Giovanni Villani, lib. XII, cap. 72. — E Matteo Villani, lib. II, cap. 2. «Ogni vile artefice della comunanza vuol pervenire al grado del priorato e de’ maggiori uffici del Comune, ove s’hanno a provvedere le grandi e gravi cose di quello, e per forza delle loro capitudini vi pervengono; e così gli altri cittadini di leggiere intendimento e di novella cittadinanza, i quali per grande procaccio e doni e spesa si fanno a’ temporali di tre in tre anni agli squittini dal Comune insaccare: è questa tanta moltitudine, che i buoni e gli antichi e savi e discreti cittadini di rado possono provvedere a’ fatti del Comune, e in niuno tempo patrocinare quelli, che è cosa molto strana dall’antico governamento dei nostri antecessori e dalla loro sollecita provvisione. E per questo avviene, che in fretta e in furia spesso conviene che si soccorra il nostro Comune, e che più l’antico ordine e il gran fascio della nostra comunanza e la fortuna governi e regga la città di Firenze, che il senno e la provvidenza de’ suoi rettori. Catun intende, i due mesi che ha a stare al sommo ufficio, al comodo della sua utilità, a servire gli amici o a disservire i nemici col favore del Comune, e non lasciano usare libertà di consiglio a’ cittadini.»
[241]. Frammento di Cronaca stampato nella edizione di Donato Velluti. Firenze, 1731, pag. 148.
[242]. Rubr. 10 degli Ordinamenti di Giustizia dell’anno 1293. (Archiv. Stor., Nuova Serie, tomo I, pag. 58.)
[243]. Giornale Storico degli Archivi Toscani, vol. I, anno 1857. — Il Comune di Firenze aveva in Roma anche nell’assenza del Pontefice tre col titolo di protettori, ai quali nell’anno 1354 erano stanziati dal Consiglio del Capitano e Popolo Fiorentino 480 fiorini d’oro. (Carte del signor Giuseppe Canestrini a noi gentilmente comunicate.)
[244]. Stando a Lapo da Castiglionchio (Discorso, ec.; Bologna, 1753, in-4, pag. 128), in prima origine il Consiglio Generale sarebbe stato di quaranta, grandi e popolani.
[245]. Statut. Flor., tomo II, lib. 5, rubr. 5, pag. 491.
[246]. Statut. Flor., tom. I, pag. 145; e Statuto di Parte Guelfa, cap. 21, nel Giornale Storico degli Archivi toscani, vol. I.
[247]. Nell’intervallo però tra il 1335 e il 58 i Capitani troviamo essere ridotti a quattro, che due grandi e due di popolo. — Per una riforma del 1323 i nuovi Capitani sarebbono eletti da quelli che uscivano: coteste cose però variavano ad ogni tratto, e Lapo da Castiglionchio dice che erano essi eletti dal maggior consiglio della Parte e dal consiglio segreto dei 14. (Discorso, ec., pag. 128.) Abbiamo pure una deliberazione del 1316, per la quale i Capitani eleggono i cento consiglieri della Parte, dei quali sono ivi anche i nomi. — Tutto ciò mostra come il governo della Parte guelfa mantenesse le forme strette che si convengono ad un reggimento di oligarchi; e tali erano essi veramente.
[248]. Vedi cap. 16 degli Statuti di Parte Guelfa. «Come ogni anno si spenda in possessioni e in case la maggior quantità di pecunia che avere si potrà.»
[249]. Parole che accennano a una esperienza lungamente fatta, e quindi si deve gli ultimi capitoli di Giovanni credere opera di Matteo.
[250]. G. Villani, lib. XII, cap. 72, 79, 93. — Deliz. Erud., tomo XIII, pag. 314 a 28, e 339.
[251]. Velluti, Cronaca, pag. 106.
[252]. Deliz. Erud., tomo XIV, pag. 231.
[253]. Giuravano, devotis animis et curvatis capitibus, fare ogni cosa a conservazione dello stato e parte dei Guelfi, e ad exterminium æmulorum.
[254]. Deliz. Erud., tomo XIV, pag. 249.
[255]. Alcune parole di Matteo Villani (lib. VIII, cap. 31) ci danno a credere ch’egli stesso fosse di già segnato in quella lista.
[256]. M. Villani, lib. VIII, cap. 31, 32, e Marchionne Stefani, lib. IX, pag. 15.
[257]. Marchionne di Coppo Stefani, lib. IX, rubr. 665, pag. 8.
[258]. La Cronaca di Marchionne rimase inedita fino al passato secolo, ma era nota nel cinquecento.
[259]. Cronaca di G. Morelli.
[260]. Avendo essi a quel tempo inimicizia co’ Mangioni loro vicini, gli assalirono una sera dopo cena; ed una loro donna uccisero, che stava sull’uscio a pigliare il fresco; pel quale misfatto ebbero bando dalla città. E noi troviamo questi Bordoni immischiati prima con Corso Donati e poi col Duca d’Atene: ma sapevano rendersi popolari, e nell’anno 1311 quella famiglia ebbe privilegio di esenzione dalle gravezze.
[261]. Cronica, pag. 109.
[262]. Archivio, detto Libro di Consulte. — In esse troviamo Piero degli Albizzi e due Strozzi che andavano seco, dar voto tra gli altri più qualificati cittadini a cui spettavasi per ufficio. Ma i loro nomi stanno tra gli ultimi che abbiano luogo in que’ registri; e nei pareri da essi dati nulla è di notabile, come in cosa giudicata, e dove pare che le sentenze, l’una dall’altra poco difformi, non si dessero senza circospezione.
[263]. G. Villani, lib. XII, cap. 113.
[264]. M. Villani, lib. III, cap. 89, e lib. IV, cap. 14 e seg.; e Graziani, Cronache di Perugia (Archivio Storico, tomo XVI, parte II); Ammirato, Storie Fiorentine.
[265]. Di Landau, e dice lo Stefani ch’egli era del lignaggio di Wittemberg.
[266]. Leggere gli epitaffi o iscrizioni. — Vita di Cola di Rienzo, scritta in dialetto romanesco da Tommaso Fortifiocca.
[267]. M. Villani, lib. VIII, cap. 72 e seg.
[268]. In Firenze l’arte della lana non lavorava per non avere più il porto a Pisa. (Cronaca Senese in Muratori, S. R. I., tomo XV, pag. 170.)
[269]. M. Villani, lib. VIII, cap. 37. — Cronaca Pisana in Muratori, S. R. I., tomo XV; e Cronaca di Ranieri Sardo in Archiv. Stor., tomo VI.
[270]. Di tale provvedimento scrive Leonardo Aretino (lib. VII): «Questo certamente non fu altro che fare la propria e domestica moltitudine diventare vile, vedendo altri difendere le sue sostanze, e loro non imparassino a difendere sè medesimi e le loro patrie.» — Matteo Villani si lagna che fosse necessità in questa guerra empire le file con la viltà delle vicherie, o milizie del contado.
[271]. Erano prima venuti gli Ungheri in Italia per le guerre contro la regina Giovanna di Napoli. Tornava poi contro a’ Veneziani il re Lodovico l’anno 1356 fin sotto Trevigi. Del modo d’armarsi e di campeggiare di quella nazione, della moltitudine dei cavalli e dei cavalieri, e fin del vitto ch’essi usavano, è un bel ragguaglio in Matteo Villani (lib. VI, cap. 53-54).
[272]. Era la Compagnia del Cappelletto famosa in quei giorni: poi novera il Tronci le Compagnie dell’Aquila Bianca, dell’Aquila Balsana, delle Chiavi, del Grifon Bianco, del Grifon Staccato, del Leone di rissa, dei Pappagalli, del Pontedera, degli Spiedi, della Tavola Rotonda ec. (Annali Pisani, an. 1357.)
[273]. Quivi i soldati oltramontani ch’erano al soldo del Comune di Firenze avevano prima disegnato un altro Spedale pei malati della loro gente, come ne avevano uno in Pisa fondato da quelli che ivi dimorarono dopo la morte di Arrigo VII. (Passerini, Storia degli Stabilimenti di Beneficenza ec., pag. 217.)
[274]. Matteo Villani, lib. XI, cap. 16.
[275]. Vedi anche il frammento della Cronaca di messer Luca da Panzano. (Giornale Storico degli Archivi Toscani, tomo V, pag. 70.)
[276]. Antonio Pucci, che in ottave descrisse l’istoria di questa guerra contro Pisa, quanto a Pandolfo n’esce con dire: ch’egli ebbe animo perfetto; e contra sua voglia, per non avere genti, dovette starsi nelle castella; e che dipoi chiese licenza non senza cagione. (Cantare V, ottav. 30, 46. Deliz. Erud., tomo VI.) — Il Pucci fu autore anche del Centiloquio, pubblicato dallo stesso P. Ildefonso, vol. III. IV, V; ma non è altro che l’istoria di G. Villani rattratta in terza rima con buona lingua e cattivi versi.
[277]. F. Villani, continuazione del lib. XI di Matteo.
[278]. Contro ad essi Urbano V l’anno 1366 stringeva lega, egli per conto dello Stato della Chiesa, col Comune di Firenze e col popolo Romano e più altre città e Signori d’Italia. Andarono a questo effetto in Avignone Giovanni Boccaccio e Francesco Bruni: i negoziati per la lega e altri documenti che risguardano Urbano V sono da leggere nell’Archiv. Stor., tomo XV, e Appendice VII. Vedi anche il Diario di un Anonimo Fiorentino del secolo XIV nel vol. VI dei Documenti di Storia Italiana, pubblicati dalla Deputazione di storia patria.
[279]. Aveva per milleseicentoventi fiorini data in pegno ad un mercante fiorentino la sua corona imperiale, che andando a Roma recuperava col danaro dei Senesi. — Cronaca Senese di Neri di Donato, citata dal Sismondi, che espone a lungo i fatti di Siena e le mutazioni di quella Repubblica.
[280]. Vedi anche Bonincontri, Annales Samminiatenses in Muratori, S. R. I., tom. XXI.
[281]. Lo Stefani aggiunge un Brunelleschi ed un altro Adimari; noi diamo i nomi dalla Provvisione che ci ebbe comunicata il signor Canestrini, e che l’Ammirato aveva letta in originale. Per quello che spetta all’Acciaiuoli è da notare che Matteo Villani appare a lui molto devoto.
[282]. Ammirato, an. 1358.
[283]. Vedi Ammirato agli anni 1352-66, che sono postille di Scipione Ammirato il Giovine. Sarebbe mancata in quegli anni la persona del Capitano ma non cessato l’uffizio; nelle Provvisioni si vede il Consiglio del Popolo ritenere sempre il nome di Consiglio del Capitano.
[284]. Una Provvisione de’ 31 maggio 1359 annulla le fedi o attestazioni che taluni si avevano procacciate di buoni guelfi: una somigliante, scrive Gio. Morelli, averne avuta i maggiori suoi. Altra Riforma del 1361, 24 aprile, ordina: che agli scrutini dei maggiori uffici assistano quelli tra’ Capitani di Parte che siano di popolo, ed i Capitani che siano dei grandi agli scrutini per gli uffici dai quali non siano esclusi i magnati e gli uomini del contado (comitatini): che i Capitani grandi intervengano al Consiglio del Potestà cioè del Comune, ed i popolani intervengano al Consiglio del Capitano cioè del Popolo. Da un altro documento della Parte guelfa (12 dicembre 1366) apparirebbe che gli scrutini pe’ maggiori uffici della Repubblica fossero tenuti almeno per qualche tempo nel Palagio della Parte; ivi registrandosi le spese fatte «occasione scruptinei fiendi de Prioribus Artium et Vexilliferi iustitiæ, Gonfaloneriorum sotietatum et XV bonorum virorum in Palactio dictæ Partis de præsenti anno.»
[285]. Alcuni ne ha dati il P. Ildefonso ed altri ne abbiamo nel Diario di Anonimo Fiorentino, vol. VI dei Documenti di Storia Italiana.
[286]. «Come (restituire) il perdimento della libertà che tutte cose sormonta? Di quello che poco dire non si può, è meglio il tacere: e qui far fine si dee, e dar luogo a chi molto può e poco fa, et a molti offende. Anime tribolate, se potete, datevi in viaggio pace e buon piacere.»
[287]. Filippo Villani, cap. 65.
[288]. Provvisione dei 3 novembre e 8 dicembre 1366 e 26 maggio 1367.
[289]. Velluti, Cronaca, pag. 106, 111.
[290]. «Chi supplicasse, venga immediatamente scritto nei libri della Parte come Ghibellino ed inabile ad ogni ufficio; e il notaio della Parte intanto subito lo ammonisca: chi cancellasse dai libri quel nome sia punito come falsario coll’incendio delle sue case.»
[291]. «Quando ero fanciullo che uscivo dall’abbaco, circa 1363, ricordomi gridarsi da’ fanciulli dell’abbaco, quando uscivano: Vivano le berrette, che tanto vuol dire quanto: viva la portatura di uomini degni; Muoiano le foggette, che tanto voleva dire quanto: muoiano gli artefici e uomini di vil condizione. E nel 1378 si rivolse tal detto, e dicevasi: viva le foggette, e muoiano le berrette.» (Ricordi di Gino Capponi.)
[292]. Provvisione degli 11 luglio 1371.
[293]. Provvisione del 27 gennaio 1371 (stile fiorentino). — Vedi Appendice Nº VI.
[294]. P. Boninsegni, pag. 606.
[295]. «Fosti voi colui che ordinaste e dettaste quella utile legge e riformagione di Comune, che non permette che contro a Parte si faccia alcuna riformagione senza certa grande solennità.» (Lettera di Bernardo da Castiglionchio a Lapo suo padre, pubblicata insieme al Discorso.)
[296]. «Per certo i Fiorentini voleano del tutto rompere.» (Cronaca di Bologna in Muratori, S. R. I., tomo XVIII, pag. 498.)
[297]. È da vedere ampiamente svolto il concetto ghibellino risguardo al dominio temporale della Chiesa nel Chronicon Placentinum, in Muratori, S. R. I., tomo XVI, col. 528 e seg.
[298]. Il Bonincontri, Annales, pag. 23, scrive la distruzione degli Ubaldini avere destata la nimicizia del Legato contro ai Fiorentini.
[299]. «Negli anni 1346-7 essendo stata in Firenze grande carestia e mortalità e tremoti, novantaquattro mila persone avrebbero avuto il pane dal Comune.» (Giovanni Villani, lib. XII, cap. 73.) — E d’un’altra carestia poco sentita in Firenze vedi M. Villani, lib. III, cap. 56.
[300]. Cronichetta d’incerto, tra quelle stampate dal Manni; Firenze, 1733; pag. 102.
[301]. L’anonimo autore della Cronaca Pisana (S. R. I., tomo XV, pag. 1067) scrive, il Papa avere chiesto aiuto di danaro alle città di Firenze, Pisa e Siena, le quali erano seco in Lega; ma gli furono date parole: «che se prima le città di Toscana avessino mandato al Papa ottomila fiorini, il Papa non avrebbe fatto pace con i Signori di Milano, e la Toscana sarebbe rimasa in pace.»
[302]. Andando a morte, furono attanagliati per le vie della città e da ultimo sepolti vivi col capo all’ingiù, che dicevano propagginare. Questo barbaro modo di pena, riferito nella Cronichetta d’incerto (Firenze, 1733, pag. 203), e dal Monaldi nel Diario (con le Storie Pistolesi, Firenze, 1733) è tra le accuse ai Fiorentini date nel Breve di Gregorio XI. (Raynaldi, Annales, tom. VII, pag. 278.) Quivi e dal Monaldi è detto il prete essere monaco. — Abbiamo il processo di quei due pubblicato dal signor Alessandro Gherardi (Archivio Storico Italiano, Serie 3ª, tomo X, parte I, pag. 1 a 23).
[303]. Il signor Alessandro Gherardi pubblicava tutta quella parte degli Atti del Comune la quale risguarda a questa guerra e al magistrato degli Otto, preceduta da una sua Memoria. (Archivio Storico, tomi VI e VII, Serie 3ª.)
[304]. G. Villani, lib. XII, cap. 43, 58, e Marchionne Stefani, lib. VIII, rubr. 616 e 628. — Mentre fu in Roma Urbano V, la Signoria ebbe cura di sospendere per sei mesi ogni statuto che andasse contro alle ecclesiastiche libertà; ed assegnava compensi ai Frati mendicanti e agli Spedali per le gabelle pagate alle porte della città, con altri provvedimenti che l’Ammirato registra sotto gli anni 1367-68.
[305]. Tommasi, Storia di Lucca (Archiv. Stor., tomo X, pag. 254). — Pisa rifiutava la lega a’ 5 dicembre 1375 (Roncioni, Istorie Pisane in Arch. Stor., tomo VI, parte I, pag. 921), ma v’entrava con le altre a’ 12 marzo 1376: bensì una lettera di Coluccio Salutati (Colucii Epistolæ, tomo I, pag. 84) non ha i Pisani ed i Lucchesi tra’ collegati ai quali sono in quella lettera assegnate le rate che ognuno doveva pagare per le spese della guerra; e in quanto a queste due città è da vedere la lettera ai Lucchesi di santa Caterina che ha il n. 206 nella edizione del Gigli. E pure la Cronaca Pisana di Ranieri Sardo (Arch. Stor., tomo VI, parte II, pag. 289 a 94); e la Cronaca Senese di Neri di Donato, in Muratori, S. R. I., tomo XV, pag. 245 e seg.
[306]. Domenico Boninsegni, Storia Fiorentina, pag. 367-68.
[307]. Marchionne Stefani, lib. IX, pag. 144.
[308]. D. Boninsegni, pag. 565.
[309]. Raynaldus, tomo VII, pag. 278.
[310]. Si legge pure (Marchionne Stefani, rubr. 836, tomo XV) che «essendo al Concistoro il Papa co’ Cardinali, e cominciato a leggere il processo, un prete ch’era colla moltitudine a vedere, gli si diè il mal maestro (epilessia). Messer Donato cominciò a gridare: guardatevi dinanzi, chè il Santo Padre vegga. Ogni uomo si cessò; egli si trasse innanzi, e non disse Santo Padre, ma — Messere, guardate come li vostri famigli e clientoli cominciano a stramazzare per la ingiusta sentenza, innanzi ch’ella sia letta; pensate che seguirà, letta: eh perdio non date sì ingiusta sentenza, come questa è! — con tanto ardire e franco animo che ogni uomo si maravigliò; ed il Papa turbato delle parole, se non fosse stato raffrenato, gli avrebbe fatto villania. Donato gridava, che la morte era acconcio a soffrire per non tacere la ingiusta condannagione contro al Comune di Firenze; e molto prima avea rimediato con umiltà infino a quello punto, quanto uomo avesse potuto fare.»
[311]. Cronaca Pisana in Muratori, S. R. I., tomo XV, pag. 1071; e vedi gli altri sopracitati. — Bonnaccorso Pitti giovinetto fu tra’ Fiorentini imprigionati in Avignone. (Vedi la sua Cronaca.)
[312]. «La gente che avete assoldata per venire di qua, sostentate e fate sì che non venga, perocchè sarebbe piuttosto guastare che acconciare. Guardate, per quanto Voi avete cara la vita, Voi non veniate con sforzo di gente; ma con la croce in mano, come agnello mansueto.» (Santa Caterina, Lettera VI a Gregorio XI.) — Petrarca, Apologia contra Gallorum calumnias.
[313]. Sull’eccidio di Cesena vedi Scritture sincrone (Arch. Stor., Nuova Serie, tomo VIII, parte II, 1858): e vedi intorno a questi fatti, S. Antonin., Chronicon; e Baluzio, Vitæ Paparum Avenionensium.
[314]. Cronaca Senese in Muratori, R. I. S., tomo XV.
[315]. Scrive la Cronaca di Bologna in Muratori, S. R., tomo XVIII, pag. 511 e seg.: «I Fiorentini tutto faceano per torsi la briga d’addosso e darla a noi, come di continuo aveano fatto: aveano a male la pace che noi trattavamo colla Chiesa, ma non era in loro danno; e la libertà che essi ci diedero, co’ nostri cattivi cittadini fu favoreggiata per modo che Dio ne guardi i cani.»
[316]. Abbiamo una lettera di Coluccio Salutati dove in nome della Repubblica esorta gli Aretini ad estirpare le radici di quel male e a procedere senza misericordia contro gli autori di esso; ed in un’altra dello stesso giorno (8 settembre 1377) gli rimprovera perchè avessero incautamente rimosso la scure pendente sul collo del Vescovo, e lasciatolo fuggire. Tuttociò in ampie altisonanti parole, molto ammirate in quella età. (Epist. Colucii; Firenze, 1741; tomo I, pag. 104.)
[317]. Bonincontri, Annales, in Muratori, S. R. I., tomo XXI, pag. 27.
[318]. Epistolæ Colucii, tomo I, pag. 58 a 82. «Recordetur Regnum Dei non esse cibum et potum, sed iustitiam, pacem et gaudium in Spiritu sancto ec.» In queste parole sembra a me che la rettorica di Coluccio pigliasse colore dalla eloquenza della Senese, le cui Lettere dovevano in Firenze essere divulgate.
[319]. Boninsegni, pag. 588.
[320]. Lettera di Coluccio a Ruggero Cane, 22 ottobre 1377.
[321]. Stefani Marchionne, lib. IX, rubr. 757.
[322]. D. Boninsegni, pag. 581; e Cronichetta d’incerto ec, pag. 211.
[323]. Capponi Gino, Tumulto de’ Ciompi, pag. 227.
[324]. Santa Caterina, lettere 197, 198, 199. — Vedi anche la lettera 207 a Niccolò Soderini.
[325]. Lettera 2 a Gregorio XI; e vedi pure la lettera 6.
[326]. «Fu sì grande il numero di coloro che furono riformati (ammoniti), che tutta quasi la città per tal cagione gridava; ma la Santa Vergine nè ciò fece nè volle farlo, anzi sommamente se ne dolse, e di più comandò e tosto disse a molti e fece dire ad altri, che pessimamente facevano a stender le mani a tanti e di tal condizione; nè dovevano di ciò ch’era stato fatto per ottener la pace, valersi per gli odii loro tanto ingiustamente ad una domestica guerra.» (Vita di Santa Caterina da Siena, per Fra Raimondo da Capua.)
[327]. Vita di Santa Caterina di Fra Raimondo da Capua, ediz. del Gigli, tomo I, pag. 452-53. — Capecelatro, Vita della medesima. — Tommaséo, Lettere di Santa Caterina. — Marchionne Stefani, lib. IX, rub. 773, pag. 179.
[328]. Vedi oltre allo Stefani il Diario del Monaldi pubblicato con le Istorie Pistolesi (Firenze, 1733). — Il Magalotti, essendo una volta dei Priori, aveva tentato imporre un freno alle violenze dei Caporali di Parte guelfa. (P. Boninsegni, pag. 607.)
[329]. D. Boninsegni, pag. 580-81.
[330]. Vedi Appendice, Nº VII.
[331]. Pagarono centocinquanta mila fiorini d’oro, ed altri scrive dugento mila. (Stefani Marchionne, lib. X, pag. 15.)
[332]. «La Chiesa divisa fa per il Comune nostro e per la nostra libertà mantenere; ma è contro all’anima, e però non vi si debbe dare opera, ma lasciar fare alla natura.» (Ricordi di G. Capponi.) — «La vicinità della Chiesa è stata ed è grandissimo ostacolo; la quale per avere le barbe tanto fondate quanto ha, ha impedito assai il corso del dominio nostro.» (Ricordi di Francesco Guicciardini, nº 353.)
[333]. Questo si vede nella lingua inglese, dove generalmente le parole astratte e certe derivazioni più sottili vengono dal latino, perchè insegnate e propagate da scuole latine; l’idea più semplice esprimendosi tuttavia con voce germanica. Le scuole poste dai Romani cominciarono la coltura del popolo inglese fino dai tempi di Agricola; ed il re Alfredo più secoli dopo sapeva di latino, e anche di greco, quando nulla ne sapevano i suoi Germani: così la lingua inglese si formava tedesca di origine, latina di scuola.
«De secreto conflictu curarum suarum.»
«Nè sì nè no nel cuor mi suona intero.»
[335]. Tommasèo, Lettere di Santa Caterina da Siena. Quattro volumi, Firenze, G. Barbèra, 1860.
[336]. Lettere del Beato Giovanni dalle Celle. — Lettere di Santi e Beati Fiorentini.
[337]. Matteo Villani, lib. I, cap. 8 e 90. — Ammirato, Stor. Fior., an. 1334. — Prezziner, Storia dello Studio fiorentino.
[338]. Marchionne Stefani, lib. XII, rub. 946.
[339]. Il Boninsegni, che trasse ogni cosa dal Villani, rinchiude il discorso in queste parole: «Chi cercherà bene, troverà che Roma e tutte l’altre terre di Toscana sono libere da ogni sommessione imperiale, perchè in lei fu il principio dello Imperio.» Storia Fiorentina del Boninsegni, pag. 437.
[340]. In questo luogo è oscurità, dipoi vengono parole inutili: alcuni però dei punti che abbiamo dovuto noi porre sono colpa della fallace lezione, la quale deturpa e toglie senso alcune volte alle Istorie dei tre Villani. Sarebbe tempo cessasse questa vergogna della inerzia nostra, e che uno al certo tra’ più insigni documenti di que’ secoli non fosse a luoghi un geroglifico.
[341]. Discorsi di Vincenzio Borghini, tomo II.
[342]. Chi si sarebbe mai figurato che Anton Maria Salvini fosse un uomo feroce?
[343]. Ritrinciarsi, se retrancher. Abbiamo trincèa, non da trinciare, ma da tranchée, parole che sono tutte dello stesso parentado; ed il Salvini per uso suo fece quest’altro equivalente.
[344]. Le provvisioni che si pubblicano in quest’Appendice son tratte dagli originali Registri, esistenti nell’Archivio di Stato di Firenze; e alcune di esse furon trascritte in un Codice di Nº 749 già appartenuto al Magistrato dei Capitani di Parte ed ora conservato nel medesimo Archivio.
[345]. Riproduciamo questa Nota qual’era nella edizione prima e solamente con poche aggiunte che allora non furono in tempo alla stampa. D’allora in poi molti hanno continuata questa benedetta controversia intorno alla Storia di Dino Compagni, e i nostri lettori ci sapranno grado se noi ci asteniamo dal ripigliarla per nostro conto: qual cosa vorremmo potere dire del breve esame che ne ha fatto il dotto signor prof. Hegel, ma non è permesso a noi di lodarlo perchè egli inclina verso le opinioni nostre. Dunque ce ne stiamo a quello che prima fu detto da noi.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.