Capitolo IX. GLI STUDI CLASSICI IN FIRENZE; GRANDE INCREMENTO DELLE BELLE ARTI. [AN. 1378-1434.]

Gli studi classici erano grandemente venuti a scadere nei popoli latini prima che fossero cancellati dall’urto dei barbari e avessero incontro la scuola cristiana. Breve regno ebbe la lingua latina quanto alla eccellenza dello stile; e al cominciare del terzo secolo i primi autori cristiani già non avevano tra i pagani chi li pareggiasse. L’amore del bello cadeva bentosto di cuore ai Romani, la poesia dopo all’età d’Augusto fu arte oratoria più che poesia vera. Dipoi vennero i grammatici, non d’altro studiosi che di salvare la lingua; gli studi ogni giorno più assottigliavano, e gli antichi libri poco erano letti; Virgilio rimase in cima sempre allora e poi, ma come fonte della grammatica; indi nelle età più barbare fu anche profeta. Quei popoli nuovi e incolti cercavano in ogni cosa il maraviglioso; l’ingegno esercitavano volonterosi nelle dottrine più astruse, amavano nell’istoria la leggenda: quindi molti seppero l’istoria delle dottrine, pochi o nessuno quella dei fatti, imperocchè il sapere dei più si formava di quel che avevano imparato a scuola. Duravano queste cose fino anche dopo all’età dell’Alighieri, nel quale può dirsi che fosse divinazione avere sentita e in sè compresa la squisitezza della poesia di Virgilio, cui fu seguace senza mai farsi imitatore. Ma da quello in fuori, parte piccolissima dei libri classici era conosciuta, e spesse volte non dei sommi, dove le finezze stanno più riposte: Orazio leggevano poco, rimase Ovidio come esemplare di versificazione, Lucano in grazia dell’argomento; amavano in Seneca le brevi sentenze e alcune cose da lui attinte (come noi crediamo) negli scritti o nella conversazione dei cristiani, di Tullio conoscevano gli Uffici e le Tusculane e piccol numero di Orazioni e quasi null’altro: l’Istoria romana attingevano da Paolo Orosio, poco bastando i brevi tratti che ne dà Sallustio, Tacito ignoravano, a Tito Livio poco si arrischiavano.

Tostochè Dante ebbe inaugurato la scienza laica e che una vita letteraria cominciò ad essere fuori della scuola, cercare i codici dove si nascondevano i grandi scrittori latini e farsene studio, fu agli Italiani come andare alla recuperazione d’un antico patrimonio vantato sempre, ma non goduto e gran parte ignoto. A questo si accinse, e a lui ne spetta la prima lode, Francesco Petrarca; fu a lui passione com’era ogni cosa, e di questa sola dice non avrebbe voluto guarire. Scriveva oltremonti, scriveva oltremare per avere codici antichi, dei quali si fece copiosa biblioteca, legata da lui alla città di Venezia e principio a quella di San Marco; nei viaggi frequenti, ogni monistero che incontrasse, vi accorrea cercando se un qualche tesoro di antichi libri non vi fosse sotterrato. Rinvenne di Tullio le Lettere familiari e tutte le Orazioni; ebbe in Firenze da Lapo da Castiglionchio le Istituzioni di Quintiliano, ma guaste e scorrette. Le opere trovate copiava spesso di mano sua, lagnandosi della scarsità dei copisti, del caro prezzo e della temeraria infedeltà delle copie. Promosse lo studio anche della lingua greca, della quale ebbe i rudimenti da un Barlaam calabrese vissuto in Grecia monaco Basiliano. Aveva il Petrarca da Costantinopoli avuto in dono un manoscritto dei poemi d’Omero in greco, ma non seppe mai decifrarlo nè mai si diede molto allo studio di quella lingua, egli uomo latino di genio e allora in età provetta. Chiedeva pertanto al Boccaccio amico suo gli procurasse di quei poemi una versione latina, la quale ottenne ma non compita: n’era stato autore, a quello che sembra, un altro calabrese Leonzio Pilato, dottissimo nelle greche lettere, e quanto gli concedevano i rozzi e strani costumi, familiare al Petrarca ed al Boccaccio. Si deve a quest’ultimo che fosse Leonzio chiamato l’anno 1360 ad insegnare nello Studio fiorentino le lettere greche, cominciando dalla spiegazione dei poemi Omerici; prima cattedra di greca lingua che si conosca nell’occidente d’Europa. Nessun altri fece quanto il Petrarca ed il Boccaccio pel risorgimento dei classici studi, i quali bentosto ebbero in Firenze un assai rapido incremento.

Al quale prestava opera lunga e autorità grande Coluccio Salutati, che fu trent’anni Cancelliere della Repubblica Fiorentina [m. 1406]. Questa soleva a tale ufizio chiamare uomini letterati che già si avessero acquistata fama; Coluccio, insigne per dottrina, fu anche onorato per l’animo virtuoso. Per sè negli studi fu tutto latino, ma Leonardo d’Arezzo scrive doversi a lui quel che si sapeva di greco in Firenze. Il nostro Coluccio fu anche poeta, essendo questo come un necessario finimento dei classici studi, poichè il latino cercavasi allora massimamente nei poeti; e come poeta fu egli portato alla sepoltura con la corona d’alloro in capo, avendone prima la Repubblica ottenuto privilegio, in quella età necessario, dal Papa o dall’Imperatore o forse da entrambi. Ma la sua gloria principale stette nelle molte lettere latine scritte in nome della Repubblica, o in proprio suo nome a principi o a letterati per l’Italia, questi accattando l’amicizia del celebre uomo con molto incenso di lodi magnifiche: a noi quelle lettere, che pure mostrano padronanza della lingua e copia di stile, appariscono lontane assai da vera eloquenza. Ma tali non parvero al grande nemico dei Fiorentini Gian Galeazzo Visconti, il quale soleva dire (se scrivono il vero), temere egli una lettera del Salutati più che molte spade: bisogna dire che certe nuove bellezze dello scrivere destassero affetti, che in noi oggi non valgono a destare. Il che avviene, credo, sempre nelle arti, dove un certo modo di sentire si forma vario nei diversi tempi; e chi risponda più a quel modo, col destare ammirazione produce negli animi un commovimento più simpatico: nelle arti imitative ogni somiglianza al vero che prima non fosse veduta dagli uomini, potè suscitare ad occhi inesperti anche una sorta d’illusione, sebbene l’immagine ai nostri apparisca rozza ed informe.

Scriveva Coluccio in italiano le lettere che giornalmente andavano per la Signoria dentro lo Stato ai rettori o ai comuni del contado; e queste ora sono da noi cercate più avidamente di quelle famose in lingua latina. Ma gli eruditi di quella età poco degnavano il volgare, fatti ambiziosi di porre in mostra le nuove eleganze ch’avevano attinte dall’uso dei classici. Si giunse a tale, che traducevano in latino le istorie o le vite d’uomini insigni perchè ottenessero (così scrivevano) maggiore divulgazione: già era formata quella che poi si chiamò repubblica delle lettere; da questa accattavano le lodi, per questa scrivevano. Dal che avvenne che separando troppo la scienza dall’uso e la scuola dalla vita, la lingua avesse meno autorevole disciplina, perchè i più dotti non si curavano di farsi uomini popolari. Troviamo quindi per cento anni lo scrivere nella Toscana istessa come bipartito; da un lato nell’uso familiare progredire, dall’altro fermarsi quasi inceppato o irrigidito. Il quattrocento non è vero che in italiano scrivesse male, ma fu sua colpa lo scrivere poco: scorreva la lingua nelle scritture familiari e nelle lettere private forse meno viva perchè già più adulta, ma più ordinata; ed il periodo era più finito e le frasi meglio tra sè collegate di quello che fossero nell’aureo trecento.

Ma sugli ultimi di quel secolo le novelle di Franco Sacchetti sono il libro dove più s’impari in fatto di lingua, e molto ancora se ne ricava circa i costumi di questa e d’altre città italiane. Si tenne il Sacchetti lontano affatto dal Boccaccio quanto alla forma, ed ebbe diverso il fine stesso delle novelle. Non pensò a farsi egli inventore di bella prosa, ma scrisse alla buona, usando le naturali grazie della lingua e quelle che uscivano a lui dall’animo esercitato al bello ed al buono: racconta spedito con le sole circostanze che meglio conducano a intendere il fatto ed a mostrarne la significazione. Scrisse anche poesie leggiadre talvolta, ma le più risguardano a cose politiche, la città essendo molto agitata in quegli anni che seguitarono al fatto dei Ciompi. Il Sacchetti popolano, sebbene portasse casato di grandi, odiava le tirannie di chi stava in alto, e quelle cercate in nome del popolo e col mezzo della plebe. Di lui sono a stampa alcune lettere, e scrisse un breve suo Quaresimale da far contrasto alle intemperanze dei predicatori: sicuro e forte nella religione, fu molto severo a chi l’abusava. Un poco più tardi il Pecorone di Ser Giovanni Fiorentino contiene racconti più spesso che novelle, di buona lingua, ma senza che altro sia da dirne.

Molto abbondarono i Cronisti in quella età della lingua e della repubblica. Marchionne Stefani terminava l’anno 1385 la lunga sua Cronaca, la quale pei tempi da lui veduti e quando ebbero cessato i Villani, è pregevole sopra ogni altra per la materia, bene esprimendo lo stato della città e delle parti in quegli anni fortunosi che prepararono il tumulto del 1378, poi, finchè rimase in vita lo Stato allora fondato: Marchionne stava con le Arti minori, e in quel governo ebbe qualche ingerenza. Non fu, a dir vero, felice scrittore; ma sa metter fuori di quelle parole che riescono tratti di luce all’istoria. Piero Minerbetti comincia laddove finisce lo Stefani e va fino al 1410; è buono scrittore, nè manca di certa sua gravità nè di acutezza, sebbene alle volte alquanto prolisso. Di Gino Capponi abbiamo una molto pregevole narrazione del tumulto de’ Ciompi, da lui condotta fino alla distruzione del governo delle Arti maggiori: abbiamo anche scritti nella ultima vecchiezza alcuni Ricordi a Neri suo figlio. Non bene sappiamo a quale dei due appartenga il Commentario sopra l’acquisto di Pisa, ma forse Neri ampliò e distese gli appunti del padre. Scriveva Neri anche un Commentario delle cose da lui operate in molti commissariati ed ambascerie, ma questo risguarda per la maggior parte un tempo diverso, che sarà materia del libro seguente. Iacopo Salviati anch’egli narrava le ambascerie onoratamente da lui sostenute. Due Boninsegni continuarono una Istoria di Firenze fino al 1460. A tutti sovrasta per la finezza della lingua e del dettato Giovanni Morelli; non gli cadevano dalla penna inavvertite le eleganze, ma pochi le ebbero più sincere e di miglior conio: una descrizione del Mugello, d’onde era uscita la sua famiglia, pare abbia in sè tutta la freschezza di quella grandiosa e amena provincia. Si estende la Cronaca dal 1393 al 1421. In quelli anni stessi Goro Dati diede a un suo libretto titolo di Storia; dovea chiamarlo Discorsi politici intorno allo Stato di Firenze ed al vivere della città. Noi l’adoprammo più volte come di uomo pensatore che guarda e giudica le cose addentro, acuto e pratico e che sa bene ritrarre le qualità e gli umori di questo popolo fiorentino. Bonaccorso Pitti scrisse con vivacità le sue fortune alle Corti di Francia e di Borgogna e di altri Principi, dei quali rendevasi familiare, mi dispiace dirlo, per via del giuoco. Ma questo dovette riuscirgli bene perchè tornò in patria ricco, ed ebbe la mano nelle cose dello Stato: fu padre a quel Luca, le cui ricchezze fruttarono male a lui e peggio alla Repubblica. Di altri minori sarebbe tedioso il dare qui la enumerazione.

Tra’ libri di cose morali ed ascetiche è da contare un Trattato circa il Governo della famiglia composto dal Beato frate Giovanni Dominici dell’ordine dei Predicatori. Lo abbiamo a stampa da pochi anni, e vi si scorge che l’autore aveva la buona lingua popolana dalla culla, ma poi formava lo stile in gran parte sulle latinità dei Padri e degli Scrittori ecclesiastici, il libro essendo tutto ascetico. Il Dominici, creato cardinale da papa Gregorio XII in Lucca l’anno 1408, seguì le fortune del suo promotore fino al Concilio di Costanza; dopo di che inviato dal nuovo Pontefice in Ungheria Legato, moriva in Buda l’anno 1420. Assai dei libri di devozione ed altri che senza nome d’autore furono pubblicati la maggior parte ai tempi nostri, o sono citati manoscritti come testi di lingua pel molto studiato trecento, appartengono sicuramente agli ultimi anni di quello ed ai primi del seguente secolo. Ma in questo crediamo venissero meno le traduzioni popolari dai Padri o dai Classici latini poichè se ne furono impadroniti i letterati. La poesia non ebbe nei primi anni di questo secolo insigni cultori.

Ma fu come principe di quell’età Leonardo Bruni d’Arezzo, che morì vecchio l’anno 1444: in Roma fu Segretario apostolico sotto quattro Pontefici, indi molti anni Cancelliere della Repubblica fiorentina. Tradusse in latino i libri politici di Aristotele e più altri di greci scrittori; illustrò alcuni punti speciali delle antiche istorie. Pure in latino scrisse una Istoria di Firenze dalle origini della città fino alla morte di Gian Galeazzo Visconti, ed i Commentari delle cose da lui vedute o fatte ne’ vari ufizi nei quali fu esercitato. Questi ultimi offrono con le particolarità più vive, a noi più gradito insegnamento; ma le Istorie sono libro da leggere utilmente anche ai giorni nostri per l’alto senno che l’autore vi dispiega e per l’intelligenza della Repubblica, della quale vidde l’interno roteggio. Ma vero è che piace a lui non uscire dalle cose generali, e come erudito dare ai fatti nostri romano colore. Le Vite pregevoli di Dante e del Petrarca furono da lui composte nella nativa sua lingua.

Intanto lo Studio s’illustrava per Emanuele Crisolora, che nel 1396 vi fu chiamato da Costantinopoli sua patria per cura di alcuni dotti fiorentini, e massimamente di Palla Strozzi, ad insegnare la greca lingua. Cessava però lo Studio nel 1404; riaperto nel 12, fioriva nel 1421. Sovente uomini fiorentini di grande affare nella Repubblica attendevano quivi a spiegare le leggi, tra’ quali ebbero molta fama Lorenzo Ridolfi e Marcello Strozzi; Paolo Minucci da Prato Vecchio, rendutosi chiaro nelle maggiori Università d’Italia, fu ordinatore del Diritto feudale. Paolo di Castro insigne giureconsulto, oltre all’insegnare leggi, compilava quello Statuto fiorentino che nello scorso secolo fu dato a stampa. Francesco Zabarella padovano insegnò qui lungamente la teologia, poi fu Vescovo di Firenze e Cardinale molto famoso nel Concilio di Costanza. Fra Leonardo Dati Generale dei Predicatori ebbe in Firenze molta fama di sapiente in cose ecclesiastiche ed autorità di cittadino. Filippo Villani professò lettere, nelle quali si acquistò lode; egli e Giovanni da Ravenna tennero la cattedra per la illustrazione della Divina Commedia. Altri uomini chiari in lettere vennero ad insegnare in Firenze, tra’ quali Pier Paolo Vergerio da Capo d’Istria, e per breve tempo Guarino Veronese e Giovanni Aurispa e il Filelfo; lo Studio essendo spesso trascurato a cagione della spesa. Nè pensarono i Fiorentini a condurre qui l’Università che aveano fatta tacere a Pisa: più tardi Niccolò da Uzzano avendo lasciato gran parte dell’eredità sua per la fabbrica di un Collegio che annesso allo Studio potesse contenere cinquanta alunni, metà fiorentini e metà esteri, nella via che allora pigliò nome della Sapienza, non fu eseguito quel testamento per la gelosia di chi non voleva che tanto Firenze dovesse all’Uzzano.

Più della Repubblica, per l’incremento del nuovo sapere faceano i privati. Molti cercavano manoscritti, viaggiavano in Grecia a tal fine uomini oggi poco noti, Firenze abbondava già di buoni copiatori. Palla Strozzi, grande cittadino, giovò agli studi egli sopra ogni altro; ebbe a grande spesa i libri di Platone e di Plutarco, e la Politica d’Aristotele e la Cosmografia di Tolomeo ed altri moltissimi; teneva in casa chi gli facesse copie belle e sincere in greco ed in latino. Radunò in breve ricca biblioteca, la quale voleva rimanesse a pubblico uso, ad essa innalzando un edifizio molto degno in Santa Trinita, luogo comodo a ciascuno per essere posto nel mezzo della città. Ma il bel disegno andò fallito pel bando in cui finiva la vita, come tra poco narreremo, quest’uomo illustre e benemerito. Un Piero de’ Pazzi, gran ricco e grande spenditore, tardi si diede alla magnificenza del fare copiare con ornamento di miniature gli antichi libri, lasciandone in morte numero assai grande. Viveva in Firenze monaco Camaldolese negli anni stessi Ambrogio della famiglia dei Traversari, che era stata grande in Ravenna. Dotto nel greco, tradusse in lingua latina le Vite dei Filosofi di Diogene Laerzio e molte scritture di antichi Padri. Fatto Generale dell’Ordine suo, descrisse col titolo di Odeporicon i viaggi per le visite dei monasteri, narrando ogni cosa che meglio servisse al promovimento degli studi: di lui abbiamo anche non poche lettere scritte ad uomini che attendevano allo stesso fine. Inviato da Eugenio IV al Concilio di Basilea, ebbe poi gran parte in quel di Firenze, che appena era chiuso quando Ambrogio fu rapito da morte immatura con grande rammarico della città, dove la sua cella era il ritrovo dei maggiori uomini e più virtuosi. Lo studio di quella prima metà del secolo XV pareva che fosse tutto nel ritrovamento d’antichi codici e nell’esibirli ad uso comune per dare agli ingegni nutrimento dell’erudizione tuttora mancante. Nella quale opera niun altri meritò quanto Niccolò Niccoli di famiglia mercante in Firenze, ma non dei più ricchi. Nulla pare che scrivesse del suo, ma dottissimo nel latino impiegò la vita in fare copie di sua mano dei buoni scrittori, o nel corregger le altrui. Molte se ne riconoscono tuttora dovute al Niccoli, che spese poi anche gli averi suoi nel procacciarsi manoscritti latini e greci, dei quali lasciava il numero allora molto considerabile di ottocento. Di questi ordinava si formasse una pubblica Biblioteca, la quale dopo la morte sua fu aperta in San Marco: ebbe grandi amicizie e grandi brighe co’ letterati dell’età sua, soliti astiarsi oltre al costume tra gli eruditi non infrequente. Nessuno però nelle arrabbiate contese e nelle diffamazioni svergognate, ma insieme nei servigi lungamente resi ai classici studi, vinse Poggio Bracciolini da Terranuova in Valdarno. Questi fu autore di molti libri o trattati in lingua latina, spettanti a cose o filologiche o antiquarie, cui si aggiungono esercitazioni su vari argomenti. Primeggia fra tutti una assai nota Istoria Fiorentina, tradotta poi da Iacopo suo figlio. Descrive le guerre con la Casa dei Visconti, non senza taccia di adulatore alla città sua; d’interni fatti è scarso, e va circospetto sì che, a dir vero, non molto se ne cava di sostanzioso. Fu cinquant’anni Scrittore delle lettere pontificie e poi da ultimo Cancelliere della Repubblica fiorentina, avendo protratta la vita molto più in là che non giunga la materia di questo Capitolo. Di lui si cercano ai dì nostri con maggior cura le Lettere che egli scriveva in gran copia nei viaggi frequenti e di mezzo alle varie faccende nelle quali fu implicato. Andò al Concilio di Costanza, da dove recatosi alla vicina e celebre abbazia di San Gallo, ne riportò ricca merce di scritture d’autori latini, tra’ quali non pochi giacevano ignoti anche di nome. Ampliava del pari d’antichi libri le greche lettere, avendo lasciato può dirsi aperta l’antichità quand’egli moriva nel tempo in cui venivano in luce le prime grandi opere a stampa.

Così erano entrati il mondo greco ed il latino dentro al pensiero degli Italiani, al quale era dato un libero spazio fuori della disciplina dei maestri e delle tradizioni delle scuole. Alla grandezza dei fatti ed alla copia delle dottrine si univano la magnificenza delle forme, la varietà d’esse, e un’eleganza da ottenersi con l’uso dell’arte. Ma con la forma va la sostanza; e l’antichità prestava intorno alle cose nuovi concetti e giudizi nuovi, e certa finezza d’osservazioni e di sentenze, benchè autorevoli, sempre disputabili: un fare insomma tutto diverso da quello che aveva sino allora formato gli animi e dominato gl’intelletti. Età più incolte viveano di fede e di passioni; ora gli animi s’erano alquanto ingentiliti ma non per anche universalmente guasti, nè la corruttela del seguente secolo si vidde spuntare in Italia prima che declinasse il quattrocento. Guaste le Corti e i letterati; ma per tutti quegli anni dei quali si è finquì discorso, il popolo meno agitato da passioni le quali fossero a lui proprie, teneasi più quieto e più castigato: quando il governo è in mano di pochi, si adoprano questi generalmente a mantenere gli ordini posti in tempi migliori. A Firenze le arti belle, cresciute in quelli anni, furono educatrici buone; del popolo vero pareva che fossero a capo gli artisti, e n’erano spesso tra’ più virtuosi.

Fu troppo creduto (secondo pare ai moderni critici) che la pittura dopo Giotto avesse aspettato quasi cento anni prima di avanzare un altro gran passo per opera di Tommaso da San Giovanni in Val d’Arno, che noi conosciamo sotto il nome di Masaccio. Di lui si fece come una leggenda, nè abbastanza si riconobbe come la maniera del dipingere d’alcuni dei predecessori suoi già mostri un progresso. Certo è che Masaccio ampliò i confini dell’arte; diede al concetto maggiore sostanza, ed alle figure più rilievo; per la espressione da dare ad esse ed al conversare dell’una coll’altra, non si appagò della verità semplice degli atteggiamenti nè di accennare la bellezza delle forme, studiandosi renderle più evidenti con la esecuzione: di queste cose fu maestro a quelli che dopo lui vennero, e che da lui furono eccitati a studi maggiori e fatti abili a più ardimenti.

Da Giotto a Masaccio e da questo a Fra Bartolommeo e ad Andrea Del Sarto, può dirsi che l’arte in Firenze lentamente percorresse tutto il suo cammino, segnato dai nomi d’uomini eccellenti: di questi ve n’ebbe tanto gran numero, che deve bastare a noi solamente fermare il discorso su quelli che furono come principi dell’età loro, e dalle seguenti furono tenuti in conto di maestri. Ma non potremmo senza peccato tacere del più caro e più veramente spirituale dei pittori, Frate Giovanni soprannominato Angelico per la singolare bontà de’ costumi e per la fervente devozione che a lui fu sola ispiratrice dell’arte; per il che non volle trattare altro che argomenti sacri, e il suo dipingere era una preghiera. Benchè nato nel Mugello, fu detto da Fiesole dov’egli vestiva l’abito dei Predicatori: delle opere sue grandissimo è il numero, più spesso in piccole figure, ma cercate molto ai giorni nostri perchè, a tutti superiore pel sentimento, ebbe dall’arte già progrediente e dall’ingegno in lui grandissimo, acconci mezzi a bene esprimere e a colorire ogni suo concetto. Nato nel 1387, moriva nel 1455.

In quegli anni stessi fu ritrovata in Firenze un’arte plastica, dove la pittura chiamata a soccorso della statuaria, venne con l’opera dei colori a fare più vivi ed a variare gli effetti che si ottengono dal bassorilievo. Luca della Robbia [n. 1400], dopo avere provato sè stesso nel marmo e nel bronzo, inventò questa molto più spedita maniera di lavorare, con la quale fece anche talvolta grandissimi quadri con molte figure e bellissime composizioni, avendo trovato il segreto di una vernice rilucente e tanto solida, che più secoli non hanno bastato ad alterare quelle opere, le quali tuttora ci appariscono come fatte ieri: fu anche eccellente negli ornati con frutta e fiori, dei quali faceva cornici ai bassirilievi. Per questo modo condusse a fine grandissimo numero di opere, continuate nella sua famiglia per oltre un secolo: Andrea ed un altro Luca furono tali artisti che si confondono facilmente col primo inventore; ma il secondo Luca essendo morto in Parigi dopo il 1551, lasciò perir seco il bel segreto della vernice che fu impossibile imitare. Di queste opere, cui rimane il nome della Famiglia che le faceva, molte ve ne ha sparse per l’Italia, e ne è piena la Toscana, dove più volte m’è occorso trovarne in luoghi affatto deserti: fra tutti bellissimi e grandiosi, quelli della chiesa dell’Alvernia.

Questo fu il tempo nella città di Firenze dei più splendidi edifizi. Prima d’allora i palagi pubblici e più assai le chiese avevano aggiunto al fiero stile dei rozzi secoli qual cosa di più italiano, dove le classiche reminiscenze s’intravedevano, poi fatte palesi nel Campanile di Giotto: aveva l’Orcagna disegnata ad arco tondo la grande sua Loggia. Ma nell’aprirsi del quattrocento erano entrati nella giovinezza tre grandi ingegni, dei quali ci siamo riservati a dire per ultimo: le forme del bello già educavano anche per mezzo della scrittura la mente agli artisti, ai quali nel tempo stesso divenivano grande studio i monumenti dell’antichità, dimenticati per lunghi secoli nella stessa Roma. Ed era Firenze allora in grande fortuna e splendore, cresciuta di stato e meglio ordinata che in altri tempi mai, fiorente di molto diffusa ricchezza per le manifatture di seta e pei lavori d’oro e d’argento; i maggiori artisti uscivano spesso dalle botteghe d’orificeria.

Era della fabbrica di Santa Maria del Fiore condotta a termine la navata, e alzati i quattro grandi pilastri su’ quali doveva posare la Cupola: questa intendevano fare a somiglianza del Pantheon d’Agrippa; ma farla girare su base ottagona aveva grandissime difficoltà, e molto se ne disputava, quando si fece innanzi tale uomo che pensò altro modo, e compiè un’opera di cui non aveva lasciato esempio l’antichità. Filippo di Ser Brunellesco [n. 1379], d’illustre casato ma di piccola fortuna, prima nella bottega d’un orafo imparò il disegno, e lavorando di quell’arte, presto divenne eccellente in legare pietre fini, e nei lavori di niello, e figurette d’argento e bassirilievi. Ma il grande suo ingegno molto inclinato alla speculazione si diede bentosto alle combinazioni della meccanica, tantochè fece di mano sua buoni orologi, avanzò la scienza della prospettiva, e la insegnò ad altri, piacendosi molto dell’immaginare cose ingegnose e difficili; esercitò l’arte della scultura, facendo in quella opere che sono anche ai dì nostri molto ammirate. Ma più che ad altro sentiasi nato all’architettura, e credo pensasse fin dai primi anni alla Cupola del Duomo, perchè nel 1401, venduto un poderetto che aveva, si condusse a Roma, e dimoratovi lungamente, altro non faceva che esercitarsi dietro agli antichi edifizi, e cercarne sotterra le rovine, studiando i modi a girare le vôlte, ed i congegni delle pietre ed ogni parte delle costruzioni. Alternò fino al 1417 la dimora tra Roma e Firenze, dove interrogato circa la Cupola, fece prevalere il suo consiglio di cavarla fuori del tetto, sottoponendole un fregio o tamburo di quindici braccia che avesse per ognuna delle otto faccie un occhio grande. Già fino dal 1407 si erano cominciate a costruire le tre grandi tribune intorno al coro, ciascuna con le cinque sue cappelle, e si chiuse l’anno 1420 la terza tribuna. Filippo intanto, che tutti quelli anni avea studiato segretamente e preparato il suo modello, cominciò a dirne ed a mostrarne qualcosa agli uficiali preposti all’Opera; i quali per mezzo de’ mercanti fiorentini che dimoravano in Francia, in Lamagna, in Inghilterra ed in Ispagna, aveano chiamato a concorrervi i più sperimentati e valenti ingegni che fossero in quelle regioni: questo almeno si legge. Nel marzo del 1420 si tenne un Consiglio generale, dove ciascuno dei maestri, presentato il suo modello, e fattesi le più strane proposte sul modo di volger la Cupola, il Brunelleschi mostrò e difese il suo concetto che parve cosa impossibile ad eseguire; ond’egli irritato e per le bestiali cose che furono dette, s’infervorò tanto da essere creduto pazzo e dai donzelli sarebbe stato fatto portare di peso fuori della sala. Documenti certi mostrano poi come un mese dopo venendosi più seriamente a trattar seco, il Brunelleschi mettesse in iscritto l’istruzione per eseguire il suo modello, su di che l’opera gli fu allogata. Voltare la Cupola con nuovo ardimento, senza armature che la reggessero durante la costruzione; farla salire a sesto acuto, il che era darle una maggiore e più terribile elevatezza di sentimento; sovrapporre alla Cupola interna un’altra fuori, in modo che fra l’una e l’altra si cammini; collegare insieme le due cupole con morse di pietra, e assicurare tutta la fabbrica facendo girare le faccie di quella sopra il tamburo con una forte incatenatura di ventiquattro travi di quercia fasciate di ferro: questo fu il disegno che il grande architetto potè condurre ad esecuzione, facile a lui che nella mente aveva da prima ogni cosa preveduto. A’ dì 7 agosto del 1420 si cominciò a murare, e nell’anno 1434, che fu di sì grande mutazione nelle cose di Firenze, fu chiusa la Cupola: mirabile opera sopra ogni altra non solamente dei tempi antichi ma dei moderni, perchè quella che il Buonarroti fece in Roma, piantata più in alto, non ha in sè stessa maggiore ampiezza, e meno intende verso il cielo. Anche il disegno della Lanterna è del Brunelleschi; se non che l’opera andò in lungo, ed egli intanto dirigeva altri edifizi, tra’ quali le chiese di Santo Spirito e di San Lorenzo; ed a Luca Pitti fece il disegno del Palazzo che poi finito ed ampliato assai, divenne reggia ai principi di Toscana. Moriva Filippo l’anno 1446.

Donato, più spesso appellato Donatello, trovò la scultura rimasta indietro alle Arti sorelle, e la condusse tanto innanzi da potere essa prestare ogni cosa che a lei chiedessero il genio e l’anima dell’artista. Quasi coetaneo al Brunellesco, era egli andato seco in Roma a fare pratica sulle antiche statue; non però divenne imitatore degli antichi, seguendo piuttosto la propria sua indole, che nulla aveva del romano e non abbastanza del greco sentire. Non ebbe chi lo agguagliasse quanto alla intelligenza del vero, ed alla scienza dei movimenti, ed al possesso di tutti i mezzi dell’arte e alla maestria dell’esecuzione; ottimamente riuscì ad esprimere gli affetti comuni, ma giunse di rado alle profondità del sentimento, e nelle forme non parve intendere a ideale bellezza: fu tale insomma, che portò l’arte della scultura fino alla eccellenza, ma egli medesimo non ne toccò il colmo. Vero è però che il grande artista superò sè stesso nella statua di San Giorgio, una di quelle che adornano l’imbasamento dell’edifizio d’Or San Michele; qui pare la bella persona muoversi dentro al marmo, ed un’espressione dignitosa è nelle fattezze di quel nobile soldato. In quella faccia del Campanile che sta di contro a San Giovanni, è in alto una nicchia con entro la statua di un uomo calvo; questa Donatello solea chiamare il suo Zuccone, mostrando amarla più d’ogni altra cosa sua, e nel guardarla diceva ad essa motteggiando: parla, che ti venga la malora. Fu eccellente nei bassorilievi, e osò primo nei moderni tempi fare una statua equestre in bronzo, che i Veneziani decretarono al Gattamelata, e sta in Padova sulla Piazza di Santo Antonio. Vissuto a lungo, è grande il numero dei suoi lavori; ma egli semplice e modesto, e trascurato del molto danaro che avea guadagnato, non soffrì mai di abbandonare la sua bottega nè il grembiule di artigiano.

Di rado avviene che ad un artista sia dato raccogliere in una sua opera quanto egli abbia in sè d’eccellenza ed egli medesimo passarne il segno. Ma ciò si vidde in Lorenzo Ghiberti, che figlio di un orafo valente, avendo bentosto superato il padre, si diede a gettare figure in bronzo e a lavori di tal sorta con molta sua lode: si esercitò ancora nella pittura che gli fu di grande aiuto (come vedremo), alle altre sue opere. Era Lorenzo di età giovanissima quando i Consoli dei Mercanti deliberarono fare al tempio di San Giovanni una Porta in bronzo a somiglianza di quella che Andrea Pisano aveva fatta cento anni prima; e, come era buona usanza in Firenze, chiamarono artisti che facessero a concorrenza ciascuno una storia sul disegno di quelle d’Andrea. Fra molti anche il Brunelleschi e Donatello presentarono per saggio la storia loro; ma, essi medesimi consenzienti, fu data l’opera al Ghiberti, che riescì bellissima; e fu grande progresso nell’arte: se non che essendosi nello spartimento delle storie voluto seguire il disegno del vecchio artista, parve nell’insieme essere qualcosa che non aggiungesse l’eleganza cui gli occhi già s’erano esercitati in Firenze. Ma nelle figure tutti ravvisarono quanto Lorenzo valesse: talchè non appena finita la prima, gli diedero a fare la Porta maggiore che sta in faccia al Duomo. Di questa null’altro è a dire, se non che ogni cosa è bello di quanta bellezza è capace l’arte; nè mai gli antichi avean fatta opera somigliante. In essa le dieci grandi storie sono quanto alle figure ed alle composizioni quadri veri da stare accanto ai più eccellenti; pare a guardarli, vedervi dentro il colore. La grazia, la verità e la varietà delle mosse, le invenzioni e la maravigliosa esecuzione delle cornici di foglie e frutta che girano attorno alla porta, la perfetta proporzione e l’armonia di tutta l’opera, tali si mostrano, che il Buonarroti la chiamò Porta degna del Paradiso. Io non ricordo avervi mai posati su gli occhi, che io non dicessi in me medesimo: qui è perfezione. Mentre il Ghiberti attendeva quasi per tutta la vita a queste due opere, altre ne fece pure lodatissime; l’arca storiata di San Zanobi in Santa Maria del Fiore, e tre delle grandi statue in bronzo che stanno attorno ad Or San Michele. Era egli anche stato dato compagno al Brunelleschi nell’opera della Cupola, ma parve non essere altro che d’impaccio, e dovè ritrarsene. Lasciò alcuni Commentarii intorno ai suoi studi: mai non aveva abbandonato l’arte sua prima, e di oreficeria lavorò sempre; il che gli dava grossi guadagni. Fece a Martino V un bottone da piviale con gioie e figure d’oro in rilievo; ad Eugenio IV una mitra di trasmodante ricchezza e di bellissimo artificio. Dovemmo tacere di lui e del grande e vario numero degli artefici, tante opere insigni di cui si abbellivano i forzieri dei privati, le case, le ville e le cappelle ornate a quel tempo nel quale in Firenze parve risedere il fiore del bello. Queste cose erano state prima che le arti e le lettere sentissero la protezione di Casa Medici.