Capitolo VII. CATASTO. — RIBELLIONE DI VOLTERRA. — GUERRA DI LUCCA. [AN. 1427-1433.]

Costò quella guerra contro a Filippo Maria tre milioni e mezzo di fiorini, e aveano di spesa continua settanta mila fiorini al mese.[201] Non poteva la Repubblica oggimai vivere disarmata e non sapeva; entrata anch’essa nel ballo delle ambizioni, minacciata e minacciante, e avendo levato di sè gran sospetto appresso ai popoli di Toscana. Poniamo qui una impresa fatta contro Marradi (sebbene avvenuta alcuni mesi più tardi), per la quale i Fiorentini acquistarono quella terra pel sito fortissima e chiave delle Alpi, cacciandone uno dei Manfredi di Faenza. Ma quella impresa pure ebbe biasimo dai molti che amavano lo stare in pace e con poche spese. Al fare moneta non bastavano gli antichi modi; cagione di scandali il nuovo reparto, nè a rimutarlo si sarebbero chetate le accuse. Aveano cercato già da molti anni descrivere i beni e le entrate di ciascuno, cosicchè non venissero le persone tassate ad arbitrio, ma fatta imposizione sopra gli averi da una legge fissa e con regolate proporzioni: questo domandava, siccome vedemmo, il popolo di Firenze quando si levò nel settantotto; ed anco di prima un estimo o tavola o censimento dei beni, decretato inutilmente, fu messo da parte perchè ai potenti non piaceva cotesta forma d’egualità.[202] Ma oggi essendo di tanto cresciuto il bisogno del danaro, gridavano tutti che si mutassero le gravezze, cosicchè i pochi volta per volta non le ponessero, ma una legge misurata dal parere di tali che usciti di mezzo alla buona popolare comunanza oprassero (quanto era possibile) senza parte. Scrive il Cavalcanti, avere Giovanni dei Medici molto confortato questo modo, egli solo tra’ patrizi e tra i potenti della Repubblica; dal che il Machiavelli passò a dire che Giovanni ne fosse autore e trovatore, essendo ciò stato a lui principio di grandezza. Ma una recente pubblicazione metteva in luce come Giovanni non fosse stato nei Consigli promotore nè grande fautore di quella legge, che fu invece messa innanzi e propugnata da Rinaldo degli Albizzi e da Niccolò da Uzzano.[203] Nei Consigli si veniva, come vedemmo, a cose fatte negli scrittoi e nelle botteghe, talchè i voti erano spesso d’apparenza: l’istoria officiale non è mai l’istoria intera, e non è sempre l’istoria vera. Qui bene sappiamo essere la legge voluta dal popolo, col quale stavasi Casa Medici, e gli ottimati la proposero quando viddero sè fatti inabili a impedirla. Giovanni forse non si teneva certo che la formazione del Catasto in mano ai potenti, che ogni cosa regolavano, portasse quel frutto che il popolo ne sperava; nè della natura sua era il troppo commettersi e sbracciarsi molto; nè poteva essere che tacesse in lui, come in uomo tutto mercante, l’avarizia, sapendo che avrebbe, siccome avvenne, egli pagato assai più di quello che prima soleva. I primi passi di Casa Medici, oscuri e ambigui per sè stessi, ci sono mal noti, nè abbiamo certezza d’avere sincera e intera l’immagine di questo Giovanni. È poi da notare che fu da Cosimo figlio suo il Catasto messo da parte per alcun tempo.

Fu il Catasto decretato a’ 22 maggio 1427. Dichiara il Proemio, seguire la voce e il comune desiderio del popolo di Firenze, non si potendo per lingua nè per iscrittura numerare quali e quanti cittadini avesse l’antica inegualità dei carichi spogliato dei beni, condotti a disperazione o fatti incerti dell’essere loro, privati della patria, o tenuti fuori quei che bramavano di tornarvi; e insomma, di quanti e quanto gravi mali fosse cagione quella inegualità. Ordina che debba ogni cittadino sottoposto alle gravezze del Comune, prima denunziare ciascuno sotto al Gonfalone suo il nome di tutte le persone componenti la sua famiglia, l’età, le industrie o l’arte o mestiere che ognuna d’esse esercitava; e similmente i beni stabili ed i mobili da loro posseduti dentro o fuori il dominio fiorentino e in qualsivoglia parte del mondo, le somme di danaro, i crediti, i traffichi e le mercanzie, gli schiavi e le schiave,[204] i bovi i cavalli gli armenti e le greggie che a loro spettavano: chiunque occultasse alcuna cosa, era soggetto alla confiscazione di quegli averi che non avesse manifestati. Le quali portate fossero poi divise in quattro libri, uno per Quartiere, per cura di dieci cittadini eletti sul numero di sessanta estratti a sorte, e i quali fossero gli ufiziali destinati alla compilazione del Catasto, e a regolare e distribuire le nuove gravezze. Dovevano questi, di tutti gli averi descritti in quei libri, cavare le rendite minutamente capo per capo, e quindi al saggio del sette per cento ridurre le rendite in capitale, di modo che per ogni sette fiorini di rendita se ne ponesse cento di stima, e questa fosse notata in piè di ciascuna posta. Dalla quale stima si doveano detrarre gli aggravi che vi posassero sopra, cioè canoni o livelli ed obblighi e debiti, la pigione delle case da loro abitate e delle botteghe, la valuta delle cavalcature necessarie all’uso loro; e inoltre dugento fiorini di capitale per ogni bocca la quale fossero essi tenuti d’alimentare: col variare il numero di queste persone cresceva o scemava lo stato attivo dei cittadini sopportanti. Il quale essendo così fermato e al netto delle detrazioni, pagasse ciascuno per ogni cento fiorini di capitale dieci soldi, che viene ad essere il mezzo per cento, ossia la decima parte del frutto a ragione del cinque per cento.[205] E se avvenisse che per le detrazioni fatte nulla avanzasse, dovevano gli ufiziali sommariamente imporre al cittadino quella rata, della quale egli andasse d’accordo. In tutto e per tutto al giudizio degli ufiziali doveva starsi, e le quote imposte era vietato correggere o alterare fino alla nuova formazione del Catasto, il quale doveva ogni tre anni essere rinnovato; nè con altra regola distribuirsi gravezze od imposte. Con l’istesso ordine si formarono altri Catasti, cioè dei contadini, delle università delle Arti, dei forestieri abitanti dentro al dominio, e d’ogni persona ordinariamente non tenuta al pagamento delle gravezze.[206]

È da notare come la scelta d’ufiziali cui tanto arbitrio era dato, venisse commessa primariamente alla sorte: ma fuori di questa, a Firenze non pareva giustizia essere nè egualità, e il contentarsene dimostrava pur sempre un legame di scambievole fiducia nella gran massa della cittadinanza. Contiene la legge ogni sorta di facilità, e di cautele e di riserve a pro dei gravati; e come riusciva dura a coloro ch’erano soliti da sè medesimi esentarsi, così fu allegrezza agli impotenti ed ai poveri o a tutto il popolo universalmente. Vedeano coloro che prima si erano dalle gravezze difesi con la scusa della pompa, ossia del grado il quale erano per gli uffici costretti tenere, essere oggi ricresciuti dall’uno a sei. Niccolò da Uzzano, che mai di prestanza non avrebbe passato i sedici fiorini, fu per il Catasto tassato in fiorini dugentocinquanta; tra’ ricchi, il solo Giovanni dei Medici avrebbe avuto poco divario nella posta. Ma i patrizi dicevano il Catasto non essere giusto: durare essi soli tutte le fatiche a pro del Comune e a mantenere la città grassa; occultare gli altri sovente gran parte di loro ricchezza, e non esserne tassati. Al che dai plebei si rispondeva: «perchè cercate voi dunque gli onori, che poi volete anco esserne rimeritati? e se delle ricchezze sono in persone ignote e meccaniche, e che ne’ traffici non le manifestano e per questo non sono accatastati; rispondesi, che quello avere che frutto non mena, catasto non merita; perocchè voi avete nella legge del Catasto, che in su la rendita si misuri il valsente: così adunque dove non è rendita non è valsente; e però se egli hanno occultato l’avere, e rendita non si vede, catasto non merita.» Aggiungevano: volesse Iddio che il Catasto fosse stato trovato innanzi che la guerra così a gabbo fosse stata presa contro a Ladislao ed alla Casa di Francia, tutrice antica del nome guelfo; la quale guerra fu al Comune causa di spendii e di pericoli.

Ma come accade (bene avverte il Machiavelli) che mai gli uomini non si soddisfanno, e avuta una cosa, non vi si contentando dentro, ne desiderano un’altra; chiedeva il popolo che si riandassero i tempi passati, e veduto quello che i potenti secondo il Catasto aveano dovuto pagare di più, si facessero pagare tanto che eglino andassero a ragguaglio di coloro i quali aveano pagato quello che non dovevano, nè potevano senza che fosse disfacimento loro e dei figliuoli e della casa. Alla quale tanto odiosa dimanda Giovanni de’ Medici troviamo si contrappose. «Se le gravezze (diceva) per l’addietro erano state ingiuste, ringraziare Dio poichè si era ritrovato il modo a farle giuste; sia questo modo pace del popolo e non motivo di divisione alla città; non fu nè esser può che nei popoli e nei governi non siano errori ed ingiustizie: che fate voi figliuoli miei? abbiate pazienza a quello che avete sin qui conseguito, e non vogliate ogni cosa con tanta sottilità vedere; perocchè di filo troppo sottile più spesso la gugliata si rompe: vogliate piuttosto essere creditori che debitori, io dico delle ricchezze di Dio, perchè ci è sopra capo chi ha il giudizio delle cose e la bilancia dei pregi.[207]» Ottenne così che del ragguaglio non fosse altro.

La somma da levare per via del Catasto montava in città a venticinquemila e cinquecento fiorini d’oro; ma erano pôste che ogni tratto si ripetevano: quelle levate al modo antico rendeano ciascuna venti sole migliaia di fiorini, ma ne pigliavano due o più per volta, e nel corso di pochi mesi aveano fatto pagare quarantacinque di tali prestanze:[208] per una guerra di poca spesa qual si fu quella contro Marradi, troviamo levassero un quarto di Catasto. Ma questa era come una tassa permanente e senza la subita odiosità dell’arbitrio, laonde cercavano ampliarla col fare che i distrettuali ed i popoli soggetti fossero anche eglino accatastati; al che i Sangimignanesi ed i Volterrani faceano grandissima resistenza. Diceano: «non siamo a voi sottoposti se non in quanto per nostra volontà volemmo; per nostro arbitrio chiamiamo il Capitano di nostra terra, ed eleggiamo liberamente il Potestà; pochi anni addietro il Capitano per noi si eleggeva e per voi si confermava: la Signoria ai nostri ambasciatori si levava ritta; poi tutti seduti, questi esponevano l’ambasciata.» Fu a loro da prima risposto, per nulla volersi occupare le loro ragioni; ma era perchè non fosse da’ cittadini di Firenze frodato il Catasto, molti avendo beni in quel di Volterra fintamente sotto il nome di uomini volterrani. Infine allegando che la legge del Catasto valeva dovunque avesse il Comune giurisdizione e guardia, e avendo chetati quelli di San Gimignano, tuffarono dentro alle carceri delle Stinche i diciotto ambasciatori Volterrani, e ve li tennero sei mesi; dopo i quali uscirono con promessa di dare le scritte, cioè le portate, perchè il Catasto si facesse. Cosimo de’ Medici, nel quale molto si confidavano i Volterrani e gli altri oppressi o malcontenti, animò prima quelli a resistere, poi gli consigliava dessero le scritte, che non sarebbe altro che pro forma, e non avrebbe esecuzioni.[209] Ma tornati appena gli ambasciatori in Volterra, uno di nome Giusto, col favore di molti plebei, corsa la terra e preso il Capitano, gli tolse le chiavi; poi senz’altro lo lasciava tornare in Firenze. A Volterra tutti stavano con l’armi indosso, i lieti del fatto non si conoscevano dai dolenti per la paura dei Fiorentini. Mandarono per aiuto a Paolo Guinigi signore di Lucca ed a’ Senesi ed in più luoghi; ma perocchè folle pareva l’impresa, da tutti furono ributtati. Ed intanto i Fiorentini a quelle novelle si diedero tosto a raccorre gente d’arme quante ne avessero pronte, inviandole contro a Volterra sotto la condotta di Rinaldo degli Albizzi e di Palla Strozzi commissari: questi liberarono dalla soggezione dei Volterrani gli uomini di Ripomarance e d’altri castelli che se ne tenevano gravati. Già si appressavano alle mura, quando Giusto essendo ucciso a tradimento dai suoi, la parte contraria lasciò entrare i Commissari, chiedendo però di non avere Catasto e di riavere le loro castella. Le quali cose a Firenze da principio non furono assentite, e la città di Volterra fu privata del contado, e fu descritto il Catasto; ma non ebbe effetto, e le castella vennero ad essi restituite due anni dopo nelle strettezze della Repubblica.[210]

Domata così agevolmente la ribellione, le genti condotte dai Fiorentini tornarono ai consueti alloggiamenti; le quali ubbidivano a Niccolò Fortebracci da Perugia, nato da una sorella di Braccio, e primo in quelle armi dopo al Piccinino. Costui, rapace ed irrequieto, veduta fallire a sè un’impresa, nè sofferendo rimanersi ozioso in Fucecchio, dov’egli soleva stare per i Fiorentini a guardia di Pisa e dei confini inverso Lucca; pensò un bel giorno tornargli conto valicare quei confini, predare le terre e fare bottino; al che in Firenze non mancava chi lo incitasse, e sapeva egli ad ogni modo dovere l’impresa riuscire gradita. Ai richiami del Guinigi la Repubblica si tirava fuori col dire non ci essere per nulla, e che era tutta farina del Fortebracci: fu detto ancora che lo stesso ambasciatore Lucchese con insigne tradimento oprasse ai danni del suo Signore; del che ebbe premio dai Fiorentini. Ma intanto in Firenze si tenevano Consigli, e a molti piaceva pigliare l’impresa. Piovevano lettere dei Vicari e Potestà presso ai confini di Lucca circa la mala disposizione delle castella lucchesi che voleano darsi alla Repubblica; scriveva uno d’essi che mandassero delle bandiere, perch’egli aveva già logore due paia di lenzuola a farvi dipingere Gigli colla sinopia.[211] Diceano il Guinigi, oltrechè tiranno, sempre essere stato nemico ed avere quant’era in lui cercato ogni male ai Fiorentini, contro ad essi provocando le armi lombarde; per ultimo avere mandato il figlio giovinetto Ladislao sotto le insegne del duca Filippo Maria quando era in guerra questi con la Repubblica; ora il tempo essere opportuno, l’acquisto facile dappoichè Venezia già si era legata a non soccorrere il Guinigi,[212] nè il Duca poteva per le condizioni della pace: debole essere il tiranno e male accorto e sprovveduto. Indarno i più vecchi, tra’ quali l’Uzzano ed Agnolo Pandolfini, allegavano la ingiustizia e la temerità d’un’impresa della quale ognuno vedeva agevole il principio, e niuno vedeva dov’ella andasse a terminare; nè avere il Guinigi voluto più male alla Repubblica ch’essa a lui, nè mandato il figlio col Duca se non quando lo ebbero i Fiorentini rifiutato con dileggio;[213] a guerra non breve infine gli amici non gli mancherebbero. Ma era in Firenze una manía di conquiste entrata persino giù dentro al popolo:[214] taluni già s’erano divise tra loro le terre dei Lucchesi e i vicariati e le potesterie, talchè nei Consigli chi mettesse innanzi parole di pace non lo lasciavano dire — con tossire, picchiare e spurgare;[215] — di loro spargendo, che avessero dal Guinigi pigliato danari. Privati disegni e occulte pratiche eccitavano la popolare temerità; ma tutto ciò era (scrive un ingenuo popolano) a fine d’indurre viepiù il popolo sotto il giogo. Fu a questo modo contro al Guinigi deliberata la guerra in grande Consiglio di quattrocentonovantotto cittadini, dov’ebbe contrari soli novantanove;[216] e creati i Dieci, ch’era segnale a principiarla.

Era morto in quello stesso anno 1429 Giovanni de’ Medici, lasciando due figli Cosimo e Lorenzo; e di lui vengono riferite nelle ultime ore parole benigne e d’uomo da casa, che ai figli raccomanda sempre di essere popolari, ma non farsi segno al popolo o capi di setta, nè autori di turbazioni alla Repubblica.[217] Troviamo quell’altro prudente vegliardo ch’era Niccolò da Uzzano avere compianto alla morte di Giovanni; ma era l’Uzzano anch’egli sull’orlo della ultima vecchiezza: moriva poi l’anno 1432, egli e Giovanni traendo seco il fiato estremo di tempi migliori e le ultime voci che dessero fede a una repubblica temperata.

Neri Capponi ebbe accusa d’avere spinto a quella mossa il Fortebraccio; il che si credeva per molti in Firenze.[218] Neri stesso viene innanzi a quella accusa nei Commentari che di sè lasciava, là dove allega le parole dette contro alla guerra in Consiglio sul fondamento che era poi sempre bene mostrare clemenza ed allargare le braccia.[219] Ma quelle non erano parole da fare poi troppo gran breccia, e furono dette, per testimonianza dello stesso Neri, innanzi che avesse Niccolò violato i confini de’ Lucchesi. Troviamo anche scritto: quattro cittadini avere preso per sè medesimi quella guerra: il primo di tutti Neri di Gino, quindi Rinaldo degli Albizzi, poi quell’Averardo dei Medici il quale, più ardente di Cosimo, sembra avere tolte a sè le parti di più apparenza; e con loro Ser Martino di Luca Martini, quello che noi vedemmo per fatto dei Medici tenuto in ufizio di Cancelliere, e cassato quindi con grande angoscia di Giovanni. Apparisce egli siccome strumento delle ritorte più segrete di parte medicea; ma noi lo troviamo nel tempo medesimo essere in grande intrinsechezza con Rinaldo degli Albizzi, il quale tutto in lui fidava. Tutto ciò è indizio di molti arcani avvolgimenti: e fatto è che tra i Dieci della guerra, i quali ogni sei mesi mutavano, si trovano uomini dei principali di tutte quelle parti dalle quali usciva poi trasformata sostanzialmente la Repubblica di Firenze.[220] La guerra infine era promossa da tutti variamente gli ambiziosi, poi l’uno sull’altro versando la colpa della mala riuscita: ma in campo andavano di coloro che aveano lo Stato, come più pratichi nelle guerre; e gli altri, temendo la loro grandezza, in ogni cosa gli attraversavano.

Dapprincipio andarono Commissari a governare l’impresa Rinaldo degli Albizzi e Astorre Gianni; dei quali Rinaldo si fermava sotto Lucca, mentre che Astorre poneva un altro campo nelle marine sotto Pietrasanta, cercando chiudere quelle vie d’onde venissero ai Lucchesi le vettovaglie nella città ed i soccorsi di Lombardia. Attese Rinaldo a pigliare le castella per indi accostarsi a stringere Lucca, e aveva già fatto l’espugnazione di Collodi, quando ecco subito cominciare dissensi tra’ capi, e quello scambiarsi d’accuse e sospetti donde ebbe sì mala riuscita quella guerra. Accusavano Rinaldo ch’egli cercasse i suoi privati più che i pubblici vantaggi, e che si facesse mercante di prede per la comodità d’inviarle alla sua villa di Monte Falcone, come aveano detto del padre suo Maso nella guerra contro Pisa. A quello sparlare che si faceva di lui s’accese l’animo di Rinaldo, altiero com’era non che dignitoso. Abbiamo una lettera di lui ai Dieci (18 gennaio): «Io debbo ubbidire ai vostri comandamenti, ma la V. S. dee comandare cose oneste e che si possano sopportare. — Io sono nato nella città e allevato come cittadino, e non come un saccomanno di bosco. Il perchè vi prego, Signori, mi diate licenza ch’io possa tornare a casa a posarmi.» Rispondono i Dieci parole a lui molto onorifiche; e Rinaldo, mandato a Firenze il figlio Ormanno, rivocava la licenza; ma era in città mormorio e bollore, e molto i Dieci erano morsi. Inviarono in campo due di loro, Neri Capponi ed Alamanno Salviati, i quali si trassero addosso ai monti sotto Lucca. Rinaldo, fermatosi nella pianura, conduceva arcani maneggi co’ quali sperava entrare in Lucca. Ma egli co’ Dieci male s’accordava, e contro a Neri aveva sospetti; cosicchè Rinaldo separatosi da loro, per lungo giro si accostava sotto Pisa all’altro campo, d’onde volgendo, e tornato a porsi dal lato opposto presso alle mura di Lucca, espugnava Pontetetto. Ma qui per fastidi e per disagi, la notte col fango a mezza gamba e sempre combattendo, lasciato in penuria di viveri, e per vedersi assottigliato di soldati che a lui venivano tolti, operando virilmente ma sempre dolendosi, e avendo più volte chiesta licenza, la ottenne in fine a’ 18 marzo, nè d’allora in poi ebbe ingerenza in quella guerra.[221]

Diversa alquanto è la narrazione la quale discese negli scrittori di questa guerra contro Lucca; ma noi seguitammo gli irrefragabili documenti che sono le lettere scritte dal campo. Per quegli autori assai più trista celebrità rimase all’altro Commissario Astorre Gianni; e i fatti atroci a lui apposti sarebbero questi. Costui, essendo malvagio uomo ed a vantaggiare la sua Repubblica parendogli essere ogni via buona, predava le terre, i castelli disfaceva, recava ogni danno ai miseri contadini. Al che atterriti gli abitatori di Seravezza, ed ancora forse come antichi guelfi odiando il tiranno Lucchese e avendo amicizie con la Repubblica di Firenze, avrebbono al Gianni mandato ad offrire liberamente l’ingresso nella popolosa valle, dalla quale promettevano aprirgli le vie a fare acquisto di Pietrasanta. Accettò quegli; e occupato subito l’adito angusto a Seravezza, e messo sue genti nei luoghi muniti ch’erano attorno, mandava grida per tutto il paese, che a una data ora si radunassero nella Pieve a udire le leggi che il Comune di Firenze ad essi darebbe, e a giurare fedeltà. Nè prima furono ivi accolti ch’entrando i soldati, fecero prigioni quanti erano dentro, e di lì andarono ogni cosa mettendo a ruba e ad esterminio, le donne a vergogna; faceano crudeli e orribili vituperii. Per la notizia di questi fatti sarebbe Astorre stato richiamato con grande sua infamia; quei di Seravezza, quanto potevasi ristorati.[222] Nessuna conferma di tanta malvagità ci viene da molto credibili documenti: qualcosa era stato contro lui nella opinione dei Dieci; ma pure è scritto, che se avessero lasciato Astorre intorno a Pietrasanta l’avrebbe avuta e chiuso la strada ai soccorsi di Lombardia; che egli fu richiamato con villane lettere per la improntitudine d’Averardo de’ Medici, e con la scusa del rimanere scoperta Pisa. Crediamo noi essere qualcosa di vero in queste asserzioni, e assai più del vero in quelle che contro lui rimasero nell’istoria.[223]

Era fatale che in quell’impresa riuscisse a male ogni divisamento. Recavasi al campo quel mirabile uomo di Filippo Brunelleschi che allora inalzava la grande Cupola in Firenze: ardito com’era in ogni concetto, ma delle opere d’ingegnere non bene pratico, offeriva d’allagare Lucca, voltandovi addosso l’acqua del Serchio per un nuovo argine, e sperandola condurre per via di chiaviche a sua posta. Piacque il disegno ai Magistrati, che furono vinti dal parlare di Filippo, e avevano fretta perchè Lucca si pigliasse dentro al tempo loro; intanto che il popolo si confidava di terminare la guerra in breve ora, e fare acquisto della città, della quale erano tanto cupidi. Invano il Capponi si contrappose al disegno, col dire che il campo sarebbe allagato e non la città, la quale avrebbe in quella guisa, oltre alle mura, difesa d’acque. Non fu ascoltato, e infine anch’egli dovè consentire: ma quando l’argine fu presso a cingere la città, i Lucchesi guastarono la pescaia e ruppero l’argine in più luoghi, cosicchè la predizione di Neri avverandosi, divennero le condizioni degli assedianti di molto peggiori, e il campo, che s’era condotto fin sotto le mura di Lucca, dovette ritrarsi dov’era innanzi, a Camaiore.[224] Ciò fu nel maggio del 1430. Nel giugno seguente mutati i Dieci, andò Commissario tra’ nuovi eletti Giovanni Guicciardini, al quale più tardi fu tolto l’ufficio perchè intorno a Lucca facea mala guardia, e si diceva che i cittadini liberamente uscissero a comprare nel campo stesso degli assediatori.[225]

A chi si piace nei viluppi della politica e considera le cose umane come un gioco di tanto più bello quanto è condotto più sottilmente, parranno quei tempi avere di molto progredito su’ passati, perchè se nascesse d’allora in poi alcun fatto tra due vicine città, tutta l’Italia se ne commuoveva, e di quello variamente pigliavano briga quanti erano principi e repubbliche e condottieri da un capo all’altro della penisola: certo era un principio di sorti migliori, ma era lontano. Aveva Firenze mandato in più luoghi a notificare quella guerra che essa imprendeva contro a Lucca, e le più amiche risposte sarebbono ad essa venute da quello che più avea in animo di tradirla, Filippo Maria Visconti, mentitore fra tutti solenne, e ora di fresco pacificato.[226] Ma era grandissima l’ansietà in cui vivevano i Senesi, nella pace abbandonati, come vedemmo, alle cupidigie male celate dei Fiorentini, e non che offesi dalle macchinazioni di quei che reggevano, messi in canzona popolarmente, come facile conquista a cui bastava il porre mano.[227] Aveano mandato a Firenze ambasciatore un loro insigne cittadino, Antonio Petrucci; il quale ivi essendo non senza dispregio menato in parole, tornato in Siena e persuadendosi che alla città per allora non giovava dichiararsi, ma egli volendo pur venire a’ fatti, prima ne andava in Roma a papa Martino sempre a Firenze poco amico, e col favore di lui raccolta in Maremma e per la riviera di Genova quanta più gente potesse, venne in proprio suo nome e come stipendiato da Paolo Guinigi su quello di Lucca, riuscito a munire di maggior guardia la città. Nel passare aveva ripigliato molte terre dai Fiorentini occupate, lasciando al marchese di Ferrara Castelnuovo ed altri luoghi di Garfagnana, che da principio della guerra questi aveva pigliato per sè. L’assedio però intorno a Lucca stringeva forte, e più valido soccorso dentro era da tutti invocato variamente, secondo portavano le condizioni della città. Recavasi quindi Antonio in Milano, dov’erano andati due nobili Lucchesi, un Trenta e un Buonvisi, a chiedere aiuto, non tenendo fede a Paolo Guinigi che, odiato da molti, vedeano prossimo a cadere; ma offrivano al Duca darsi in protezione a lui, quando egli traesse Lucca dalla cittadina servitù e lei scampasse dall’esterna. Il Duca esitava, e trovo scritto che avesse egli dapprima tentato il Piccinino perchè andasse sotto la coperta di servire Paolo Guinigi in Lucca a torgli la città di mano; al che essendosi Niccolò negato, chiamasse il Duca al brutto ufizio Francesco Sforza, che lo accettava.[228] I Fiorentini aveano mandato a Milano ambasciatore Lorenzo dei Medici fratello minore di Cosimo, ed allo Sforza un Boccaccino Alamanni che gli era amicissimo: nulla ottenevano, perocchè l’impresa già era sul muovere e il conte Francesco, prima fermatosi in Parma a raccorre genti col dare voce ch’egli andasse per suo proprio conto inverso Napoli, quando si trovò in punto, calava ad un tratto giù per la via di Pontremoli, e sforzato i passi e le difese dei Fiorentini, entrò in Lucca nel luglio del 1430: gli assediatori, levato il campo, si ritrassero in Ripafratta. Condusse lo Sforza la guerra infino sotto le mura di Pescia, la quale avendogli fatta resistenza (sebbene l’avessero abbandonata gli ufficiali che la Repubblica vi teneva), egli abbruciate nella Valdinievole alcune castella, tornato indietro, si faceva forte presso alle mura di Lucca, o già guadagnato dall’oro dei Fiorentini o avuto sentore delle pratiche tenute da Paolo Guinigi con questi per dare ad essi Lucca in possessione al prezzo di dugento mila fiorini d’oro. Non io però mi tengo certo che il Guinigi espressamente a quelle pratiche aderisse; ma fatto è, che da quelle avendo ragione ovvero pretesto lo Sforza, e il Petrucci ch’era dentro la città, e quanti in essa nimicavano la signoria del Guinigi, dei quali era capo un Piero Cenami, si misero insieme; e Antonio Petrucci andato una notte a visitare il Guinigi, che di lui non si guardava, lo fece prigione; Piero Cenami levò in arme la città, ed a quel cenno Francesco Sforza pigliava il giovane Ladislao Guinigi che seco era in campo: il padre ed il figlio, così dispogliati della signoria di Lucca e d’ogni ricchezza,[229] furono condotti nella fortezza di Pavia, dove l’infelice Paolo Guinigi tiranno di nome, in fatto però come uomo da poco, men reo che non fossero il maggior numero de’ suoi pari, veniva a morte in breve tempo. Lo Sforza, accordatosi con la Repubblica di Firenze per cinquanta mila fiorini e ritrattosi d’intorno a Lucca, se ne andava pe’ suoi fatti in Lombardia, nè più ebbe mano in quelle cose.[230]

I Lucchesi fatti liberi tentarono, io credo con poca fiducia, l’animo de’ Fiorentini perchè cessassero dalla impresa che aveano tolta contro al tiranno. Era il caso dei Pisani quando si furono liberati da Gabriele Maria Visconti; ma pur questa volta i Fiorentini erano andati troppo innanzi, e si credevano facilmente avere la terra, non bene guardata e molto scarsa di vettovaglie. Fecero risposta benigna a parole, nel fatto dura, ponendo condizione che subito dessero Monte Carlo e Camaiore in via di pegno, il ch’era un volere Lucca nelle mani.[231] Teneano l’animo anche volto a Siena, e al conte Francesco, il quale credevano andasse nel Regno, proposero fare per proprio suo conto l’impresa di Siena, e con lui quindi si aggiusterebbero. Ma questi, alieno dall’impacciarsi nelle cose di Toscana, denunziava il tutto ai Senesi; ai quali non parve più essere tempo da usare rispetti, viepiù irritati da un’insidiosa e falsa ambasciata che ad essi aveano i Fiorentini mandata in quel mezzo.[232] Antonio Petrucci ogni cosa conduceva; il quale essendo in Lombardia, potè agevolmente persuadere al Duca di Milano, che se non voleva manifestamente rompere una pace conchiusa di fresco, mandasse in Toscana sotto altro nome di quei soldati ch’erano a’ suoi cenni; usato modo in quella età. Filippo Maria, siccome vedemmo, aveva allora in protezione la città di Genova, di nome libera; ed i Genovesi mandarono a dire in Firenze, desistessero da ogni offesa contro ai Lucchesi amici loro: della quale intimazione, fatta da uomini servi, non si tenne conto; e Niccolò Piccinino, come licenziato dal Duca e come soldato di Genova, muoveva con quattro mila cavalli e due mila fanti alla volta di Toscana. Il Conte d’Urbino, molle Capitano che di recente i Fiorentini aveano condotto, stavasi accampato presso alle mura di Lucca; dov’egli soffriva, sendo il verno crudo, penuria di viveri per la difficoltà di condurli. Ne avea il Piccinino grande provvigione condotta per mare dalle navi genovesi, e appena giunto volendo farne entrare in Lucca, tentava il guado del fiume del Serchio con tutto in arme l’esercito suo: a fronte gli stava il campo nemico, dal quale una schiera uscita per foraggiare, avendo passato il fiume in un luogo dove le acque erano molto basse, mostrava al nemico la via; per la quale fatto impeto il Piccinino con tutte le schiere, mentre che da Lucca usciti quanti erano capaci alle armi di fianco assalivano il campo sprovvisto e male guardato, lo mise in rotta, cosicchè pochi scampati a fatica non rimasero prigioni. Le donne ed i vecchi dall’alto dei tetti e delle torri di Lucca batteano le palme per allegrezza della vittoria: i Lucchesi celebrarono sempre dipoi con festa solenne, fino al cadere della Repubblica, quel giorno che fu il secondo di dicembre.[233]

Era tra’ minori condottieri i quali ubbidivano agli ordini del Piccinino un Antonio da Pontadera fuoruscito che si diceva Conte, cui parendo essere aperta una via a liberare la patria sua, insieme con molti usciti da Pisa che in Lucca viveano, e co’ villani del territorio e gli abitatori delle piccole castella che gli erano aperte per avere mala guardia,[234] faceva gran pressa al prudente Capitano perchè egli pigliasse l’impresa di Pisa. Ma i luoghi più forti aveano presidio così da volere assedio lungo; e Pisa fortificata con gelosa cura dal non mai cessante sospetto dei Fiorentini, sebbene bramosa di scuotere il giogo, nulla poteva: ed una congiura, della quale s’era fatto capo un dei Gualandi, non ebbe effetto; ed i Fiorentini chiudendo le porte agli uomini del contado, e poi cacciando fuor della città per l’inopia di vettovaglie le donne misere dei Pisani ed i fanciulli, stavano dentro sicuri contro ad ogni assalto che avesse tentato il Piccinino. Laonde questi con sano consiglio voltatosi prima all’acquisto delle Fortezze di Lunigiana che a lui tenevano la strada aperta di Lombardia, scendeva dipoi giù per la pianura nel contado di Volterra; imperocchè i passi della Valle d’Arno gli erano chiusi, quivi essendosi affortificati con molta industria i Fiorentini, che avendo raccolto del vinto esercito molti avanzi, facevano guerra sempre intorno a Lucca, di là spingendosi al racquisto dei castelli di Garfagnana, di Calci e d’altri in quel di Pisa.[235] Ma si era in quel mezzo Siena dichiarata contro a’ Fiorentini, che invano mandavano a ritenerla ambasciatori, e in lega con essa era entrato il Signore di Piombino; e di Lombardia veniva soccorso di nuove genti capitanate dal conte Alberigo di Zagonara. Pe’ Fiorentini stava in Poggibonsi Bernardino della Carda, e aveano condotto Micheletto Attendolo da Cotignola parente di Sforza; al che il Fortebracci, seguendo la solita rivalità delle armi, aveva lasciato i loro stipendi accostandosi al Piccinino. E questi volgendo le sue schiere da Volterra nel territorio di Siena, e di là scorrendo per quel di Firenze, aveva espugnato parecchie castella; e muovendo verso Arezzo, credevasi entrarvi per una congiura, la quale falliva: ma il Piccinino, dopo aver fatto per Toscana gravi danni, veniva dal Duca richiamato in Lombardia per le necessità della guerra che i Veneziani un’altra volta collegatisi co’ Fiorentini gli aveano mossa.[236]

Pel Duca erano i due maggiori condottieri delle armi rivali, il Piccinino e Francesco Sforza; a questo, perchè stesse con lui, Filippo aveva insino d’allora promesso in isposa la figliuola naturale, erede unico ch’egli avesse. Contro ai quali Francesco da Carmagnola menava la guerra con dubbia fortuna e (siccome parve al Senato di Venezia) con dubbia fede: la distruzione che in grossa battaglia fecero i ducheschi d’un grande armamento di navi sul Po, la rotta in Soncino, e invano tentato avere Cremona dai Veneziani molto ambita; queste cose furono imputate a tradimento del Carmagnola, il quale condotto a Venezia con inganno, vi perdè la testa con esecuzione solennemente palese, ma con giudizio segretissimo: delitto inutile (se degli utili ve ne fossero) e sfoggio di cruda ragione di Stato, nella quale non ved’io nulla altro di buono, eccetto il volere con un grande esempio tenere in paura la razza iniqua dei condottieri. Dopo ciò la guerra fu trascinata più mesi: ma innanzi un fatto di mare vuol essere da noi ricordato. I Genovesi tenevano in armi un forte naviglio, contro del quale Venezia aveva mandato sedici galere sotto la condotta di Pietro Loredano, le quali usavano la comodità dei Porti venuti in possesso della Repubblica di Firenze, e avevano seco sei legni sottili armati da questa, che stavano agli ordini di Paolo Rucellai. Si affrontarono le due armate a Portofino con grande impeto, e le due navi capitane erano alle prese, quando Raimondo Mannelli, il quale guidava una galeazza fiorentina, cogliendo il vantaggio del vento, con essa venne ad urtare siffattamente nella genovese ch’ella restò presa, tirando con sè la vittoria de’ collegati: questi guadagnarono otto galere; ma i prigioni, tra’ quali era il capitano Francesco Spinola, condotti prima in Firenze a testimonio della virtù del Mannelli, furono dipoi mandati a Venezia, non senza rammarico e malumore dei Fiorentini.[237] Uniti a Venezia, avevano sempre le seconde parti; dal che oltre all’essere umiliati, vedevano anche i vantaggi della guerra andare a crescere la potenza di quello Stato di cui temevano più che d’ogni altro la soperchianza, perchè la grandezza dei Visconti sapeano mutabile, e in Venezia era perpetuità. Quindi usare i Fiorentini al collegarsi mille cautele, che dai Veneziani maestri in politica erano tratte a loro pro: nè l’alleanza tra le due migliori città d’Italia e tra’ due Stati che primeggiassero per virtù, fu altro mai che una svogliata e ognora breve necessità.

Qui un grande mutarsi fu di Capitani tra le due parti combattenti. Niccolò da Tolentino, che prima era dai Fiorentini andato al Duca, tornava ora, lasciato il Duca, ai servigi della Repubblica; la quale a lui dava il bastone del comando generale, trovata essendosi male soddisfatta di Micheletto. E Bernardino che, ricordando più l’origine toscana degli Ubaldini che le offese a questi recate dalla Repubblica di Firenze, soleva tenere quivi lieta vita, mutò ad un tratto anch’egli bandiera e divenne capitano dei Senesi, i quali aveano messo in catene il conte Alberigo di Zagonara che gli conduceva, e così prigione mandatolo al Duca. Menava la guerra con buona fortuna Niccolò da Tolentino, che prima avendo in Val d’Elsa racquistato con molta battaglia il castello di Linari, e sentendo come le genti del Duca erano a campo intorno a Montopoli e con gran forza l’aveano stretto, portavasi tosto alla liberazione di quel castello; e venuti a zuffa tra la Torre di San Romano e Castel del Bosco, fu ivi per lo spazio di sei in sette ore molto aspro e grande combattimento, sinchè i ducheschi furono rotti, lasciando in preda agli inimici mille cavalli e centosessanta prigioni da taglia e molto numero di fanti a piè. Di là il Tolentino spingeva al racquisto di Pontedera; e avrebbe avuto anche Ponsacco, se non che venne al popolazzo di Firenze gran voglia di fare danno ai Senesi, e costretto egli a recarsi da quel lato, non vi fece altro che guasti inutili. Micheletto avea pure avuto dal canto suo buoni successi contro a Lodovico Colonna, mandato in Toscana dal Duca con rinforzo di nuove genti.[238]

Ma intanto avveniva in Italia maggior cosa. L’imperatore Sigismondo, amico al Visconti, aveva pigliato la corona di ferro in Monza, e la imperiale era convenuto di ricevere in Roma dal nuovo papa Eugenio IV. Giugneva in Lucca, nè i Fiorentini però cessavano dal fare offese alla città guidati da un giovane e molto audace capitano Baldaccio d’Anghiari, fra tutti valente a bene usare le fanterie. Da Lucca recavasi in Siena l’Imperatore con soli ottocento Ungheri, ed una guardia d’altre poche centinaia di soldati avevagli aggiunta Filippo Maria. Voleva dapprima Sigismondo, che a lui andassero due de’ Dieci di guerra; ma fugli risposto, non essere usanza muovere gli uomini di quel magistrato. Aveva ben egli contro alla Repubblica querele assai, e fra tutte massima l’occupazione di Pisa, città ghibellina e solita essere nella bassa Italia principale forza di parte imperiale; alle quali rispondevano i Fiorentini, avere Pisa per giusto titolo, e che la tenevano ad onore di Sua Maestà. Così acquetavasi la Cancelleria; e cosa più grave fu il deliberare, se all’Imperatore dovesse impedirsi la via di Roma, il che potea farsi collegandosi col Papa; ma questi voleva maggiore sussidio di soldati e di moneta che a lui non potessero i Fiorentini somministrare. Sarebbe anche stato uopo condurre a pace i Senesi e avergli seco; pure un accordo stretto col Papa ebbe qualche effetto, ed alcuni scontri così avvennero, dei quali uno di più importanza alla Castellina, dove perirono molti Ungheri. Si erano in quel mentre scoperti trattati contro alla Repubblica in Volterra e in San Miniato. Passava infine Sigismondo, che avrebbe pur anche voluto accordarsi toccando venticinque migliaia di fiorini, e contentandosi venire in Firenze, per quindi senz’altro tornare in Ungheria: ed anche troviamo che avesse passaporto dalla Repubblica di Firenze; tanto era scaduta l’Imperiale Maestà: ma vero è che altri dice, aver egli domandato trecento mila fiorini.[239] Cessato il contrasto, pigliava in Roma Sigismondo la corona: e intanto la pace a’ 10 di maggio 1433 si pubblicava in Ferrara tra ’l Duca di Milano e le Repubbliche di Venezia e di Firenze ed i collegati di ambe le parti, ciascuna tenendo quel che prima possedeva: era conchiusa per la intromessa del marchese Niccolò da Este, che pare tenesse fra tutti in Italia il bell’ufficio di paciere. Da Roma pigliava l’Imperatore la via del mare, ed abboccatosi in Talamone col re Alfonso, quindi recavasi in Basilea, dove un Concilio era adunato a continuare (sebbene avesse poi mala fine) l’opera impresa già in Costanza per la riforma di Santa Chiesa.