NOTE:

[1]. Ricordi di Filippo Rinuccini. — March. Stefani, agli anni 1377-78.

[2]. Leggiadramente il Machiavelli: «chi non ha lo Stato in questa terra, de’ nostri pari non trova cane che gli abbaj; e non siamo buoni ad altro che andare a’ mortori o alle ragunate d’un mogliazzo, o a starci tutto dì in sulla panca del Proconsolo a donzellarci.» (Mandragola, atto II, scena 3.)

[3]. «Sempre parve da gran tempo che chi ha fare le parti guarda a farla a sè buona.» (March. Stefani, lib. XII, rub. 931.) — Vedi Cronaca del Morelli, pag. 272, i Consigli per non pagare le gravezze celando il proprio valsente, con artifizi che si descrivono; aggiugnendo infine: «non le pagare, rubèllati dal Comune ec.»

[4]. Matteo Villani, lib. V, cap. 74.

[5]. Vedi in più luoghi circa alle gravezze che s’imponevano sotto vari nomi, lo stesso Matteo; e Pagnini, Sulla Decima, tomo I. — Canestrini, Scienza di Stato de’ Fiorentini, 1ª Parte, Sulle Imposte.

[6]. Pagnini, Sulla Decima, tomo I, pag. 16.

[7]. Matteo Villani, lib. III, 106; lib. VIII, 71; lib. IX, 3; e March. Stefani, lib. XI, rubr. 883.

[8]. Provvisione del 27 aprile 1369. — Petizione del 15 gennaio 1370 stile fior. — e Provvisione del 23 dicembre 1371.

[9]. Quando a frenare le usure più ingorde vennero in Firenze chiamati gli Ebrei, ebbero proibizione d’imprestare a frutto più alto. Nell’anno 1420 uscì divieto di fare contratti a usura col pegno a più di 5 danari al mese, ch’è il 25 per cento all’anno; più tardi si trovano imprestiti fino al 30 per cento. (Pagnini, Sulla Decima, tomo II, pag. 139.)

[10]. Un altro Monte fecero per la guerra di San Miniato, dove il capitale era solamente raddoppiato, così venendo a fruttare il dieci; si chiamò il Monte dell’uno due. (March. Stefani, lib. XI, rubr. 883.)

[11]. «Ancora si fece legge; conciossiacosachè molti incantavano del Monte, e diceano: lo Monte vale 30 per centinaio questo dì; io voglio fare teco una cosa, io voglio poterti dare oggi a un anno, ovvero tu dare a me, quanto a 31 per cento; che vuoi ti doni e fa’ questo? e cadeano in patto; poi stava in sè. Se rinvigliavano, li comperava, e se rincaravano li vendeva, e ne promutava qua e là il patto 20 volte l’anno. Di che vi si puose su gabella fiorini 2 per cento a ogni promutatore.» (March. Stefani, lib. IX, rubr. 727.)

[12]. Cavalcanti, Storie, tomo I, pag. 416; tomo II, pag. 463.

[13]. «Veramente credo che comunemente già fa cinquanta anni, dal Mugello si sarebbe tratto diecimila uomini d’arme; ma i’ credo sicuro sieno diminuiti, come negli altri paesi tutti, e sì per la mortalità e sì per le guerre e gravezze, per le quali è suto forza a una gran gente il partirsi per non avere a stentare in prigione.» (Cronaca del Morelli, pag. 223.)

[14]. Matteo Villani, lib. III, cap. 36. — Intorno al vivere del popolo di Firenze in quelli stessi anni qualcosa può trarsi da un capitolo dove l’autore dei Centiloquio, Antonio Pucci, descrisse non senza vivezza le genti che praticavano in Mercato Vecchio, e le cose che ivi si vendevano. (Deliz. Erud., tomo VI, pag. 267.)

[15]. Vedi 1º vol., lib. III, cap. V; e Statuto Fiorentino, tomo II, pag. 195.

[16]. Vedi 1º vol., lib. III, cap. IV e V.

[17]. Quando una parte degli Albizzi, mutato casato, si chiamò degli Alessandri, tolsero entrambi le armi dall’arte ch’esercitavano, della Lana: gli Albizzi presero le Matasse, e gli Alessandri la Pecora.

[18]. Tumulto de’ Ciompi, di G. Capponi.

[19]. Ciò dallo Stefani; ma una Provvisione dei 23 giugno, letta dal giovine Ammirato (lib. XIV, pag. 721), mentre ordina che i rubatori restituissero il tolto, fa eccezione per coloro che aveano rubato a Lapo da Castiglionchio; tanto era in odio cotesto uomo.

[20]. «E in quel medesimo dì uno che aveva nome Cecco d’Iacopo da Poggibonsi, coll’insegna dell’arme di libertà, la quale gli fu data per alcun nostro cittadino dell’ufficio degli Otto di guerra (del quale il nome per al presente mi taccio) fece di grandissimi danni e ruberie ec.» (Gino Capponi, Tumulto de’ Ciompi, pag. 222.)

[21]. Questo afferma G. Capponi, che tra i narratori del Tumulto più aderisce agli Ottimati.

[22]. G. Capponi, Tumulto de’ Ciompi. — Una lettera sopra il Tumulto, che sarebbe d’un testimone di veduta (Deliz. Erud., tomo XVII, pag. 170), contiene tra le altre Petizioni queste: «Che nell’offizio de’ Signori sia due de’ Minutissimi, due degli Artefici minuti, e il rimanente come tocca alle sette Arti maggiori e alli Scioperati: che all’offizio de’ dodici Buonuomini v’abbia tre di questi Minuti fuori d’Arti; e che dell’offizio de’ Gonfalonieri delle Compagnie, v’abbi quattro, e che di loro si debba fare squittinio di per sè: che il Gonfaloniere di Giustizia sia comune, a ciò possa toccare anco a loro. Che nessuno possa avere più d’un offizio per volta, salvo possa esser consolo. Che gli Uffiziali dell’Abbondanza della carne si levino e non si faccin più. Che nessuno possa esser preso per debito per di qui a due anni. Che quaranta di questi Minutissimi abbino la preminenza che ebbero gli ottanta del primo rumore. Che al Consiglio del Comune si arroga dieci de’ Minutissimi: che chi non ha offizio di Comune, non possa aver di quelli della Parte Guelfa: che Spinello della Camera, e sere Stefano e ser Matteo abbino la prestanza ch’ebbono gli ottanta: che il Gonfalone della Parte Guelfa stia in casa i Priori e mai si dia a’ Capitani per nessuna cagione: che niuno de’ Grandi possa essere del Consiglio del Comune, e in luogo loro sono i dieci qua addietro scritti per Arroti cioè de’ Minuti.» Giusto fu il popolo nel remunerare Spinello che aveva tenuto più anni i danari del Comune con lealtà e fede, e denunziò e ripose nella Camera tre mila ducati che aveagli donati l’Aguto quando prese la condotta; e morì povero, che non si potè fargli il mortorio come meritava, e fu dipinto per fama nella Camera del Comune. (Morelli, Cronaca, pag. 288.)

[23]. Una Provvisione dei 21 luglio (Archivio di Stato) contiene quei punti che risguardano alla Parte guelfa ed allo Smunire; e inoltre che sia vietato ai Capitani di parte guelfa l’inviare arroti o aggiunti ai Consigli sia del Popolo sia del Comune, e che dieci popolani per Quartiere siano aggiunti di nuovo al Consiglio del Comune; che al Magistrato della Parte venga tolto il Gonfalone regale fatto fare da Lapo da Castiglionchio, siccome vedemmo. Inoltre contiene: che Spinello di Luca Alberti, ser Stefano Becchi e ser Benedetto Landi sieno consorti e confederati di Salvestro de’ Medici e degli altri Priori che furono seco in officio a tutto giugno. — Vedi per questa e per altre due Provvisioni di quel tempo l’Appendice Nº I, in fine di questo volume.

[24]. «Il quale Michele era per addietro pettinatore di lana, come che allora fosse sopra i pettinatori e scardassieri d’Alessandro di Niccolò a salario, e la madre e la moglie faceano bottega di cavoli e d’erbe e dentro stoviglie di terra.» (March. Stefani, lib. X, rubr. 796.) — Questo Alessandro era degli Albizzi e fu quello il quale avendo sciamato, fondò la casa degli Alessandri. Abbiamo dal solo Leonardo d’Arezzo, che da giovinetto avea Michele esercitato in Lombardia il mestiere delle armi.

[25]. «Gli Otto della Guerra si tennono grandemente gabbati perchè pareva loro essere certi d’avere a riformare la città eglino; ma la speranza e il pensiero fallì loro, perchè il Popolo minuto vollono essere signori loro: e fu molto giusto, che chi per propria ambizione consente le alterazioni nella città, meriterebbe altro.» Qui Gino Capponi pone termine al Commentario: noi continueremo.

[26]. March. Stefani, lib. IX, rubr. 748 e 55.

[27]. Nella Provvisione sopraccitata dei 23 giugno venne ordinata detta consorteria, con obbligo d’assistersi come se fossero d’una medesima casa o famiglia, la quale consorteria non vollero che desse fra di loro divieto agli ufizi.

[28]. Scrive il Monaldi, che ai trentuno «furono dati i confini dove chiesero andare i confinati;» era discretezza a petto a quello che poi si fece.

[29]. Tumulti del 1378. In Archivio Storico Italiano, tomo XVII, 3ª Dispensa, 1873.

[30]. March. Stefani, lib. X, rubr. 800. — Boninsegni, Storie, lib. IV, pag. 625.

[31]. Marchionne Stefani, lib. X, rubr. 801. — Frammenti di Cronichetta (Giorn. Stor. degli Arch. Toscani, tomo I, pag. 61, 78). — Ammirato, lib. XIV, pag. 737, e nella Provvisione degli 11 settembre: «illi de illa tertia Arte populi minuti sive Populi Dei, qui sunt a dicto scruptinio prohibiti et exclusi.»

[32]. Il Monaldi nel Diario esprime pur egli la paura che si aveva in Firenze di quei Ciompi: «Se i minuti avessero vinto, ogni buon cittadino che avesse, sarebbe stato cacciato di casa sua ed entratovi lo scardassiere, togliendovi ciò che avesse; in Firenze ed in contado morto e diserto era ciascuno che nulla avesse.» Accenna pure alla importanza che avea pel popolo ottenere l’estimo.

[33]. Marchionne Stefani, luogo sopra citato.

[34]. Ciò appare dal Boninsegni, il quale scrive che Michele ed un Ghiotto da Secciano che si era portato francamente contro ai Ciompi, furono dichiarati abili ad avere ufficio o beneficio del Comune.

[35]. Provvisioni degli 11 e 28 settembre (Appendice, Nº I).

[36]. Giurarono «essere fedeli e devoti e amatori del Comune e popolo fiorentino e della sua libertà e della cattolica e cristianissima Parte Guelfa, e che avrebbero difeso a tutto potere il governo popolare per conservarlo in istato pacifico e libero.» (Ammirato, pag. 737.)

[37]. Marchionne Stefani, lib. X; Deliz. Erud., tomo XV. — Ser Naddo da Montecatini; Deliz. Erud., tomo XVIII. — Boninsegni, Stor. Fior., lib. IV. — Machiavelli, Stor. Fior., lib. III.

[38]. Il signor Palermo pubblicava insieme alle Laudi l’Apologia di Giannozzo: a lui lo Stefani certamente è così acerbo da non gli credere; il Boninsegni, senz’altro aggiugnere, tiene per vera l’imputazione.

[39]. Marchionne Stefani. — Ser Naddo. — Boninsegni.

[40]. Da un luogo malconcio della Cronaca di Marchionne Stefani (lib. XI, rubr. 857) apparisce come i Cherici avessero iscritta sul Monte una rendita di fiorini diciotto mila all’anno a titolo d’interesse o provvisione.

[41]. Il Comune così guadagnava circa sessanta mila fiorini l’anno di interesse: ma fu grande cosa, perchè forse cinque mila persone aveano danari sul Monte, uomini e femmine: e molti aveano venduti i loro poderi o case, e chi disfatto bottega per l’ingordigia dell’interesse che il Monte pagava. Era vietato per legge mettere a partito o in guisa alcuna promuovere mutazione agli Statuti del Monte, e ciò fino dall’istituzione sua: ma aveano trovato modo a sospendere la legge (Stefani, lib. XI, rubr. 863), dalla quale erano eccettuati uomini e donne di case principesche; Durazzo, Della Scala, Visconti ed altri, i quali aveano danari nel Monte.

[42]. Marchionne Stefani, lib. XI, rubr. 877.

[43]. Era legge che fosse tagliata la mano a chi ferisse, e non pagasse fra dieci dì, di certe ferite. Al tempo dei Ciompi fu abolita quella legge. (Stefani, lib. XI. rubr. 864.)

[44]. Leonardo d’Arezzo scrive che Benedetto Alberti era in armi sulla piazza quando Giorgio fu decapitato. Il Machiavelli vi aggiunge del suo un’arringa che lo Scali prima di morire avrebbe fatta a Benedetto; io poco m’affido all’autorità dell’Aretino che manda a morte Tommaso Strozzi insieme e a lato di Giorgio Scali. — Vedi anche Ser Naddo da Montecatini (Deliz. Erud., tomo XVIII); e Cronichetta di un anonimo fiorentino pubblicata dal signor Gherardi (tomo VI dei Documenti di Storia Italiana).

[45]. Provvisioni dei 21, 22, 23 gennaio 1382 (stil. fior. 1381). Archivio di Stato. — Vedi Appendice Nº II.

[46]. Ser Naddo da Montecatini scrive che Salvestro andò a Lucca a confine.

[47]. Maddalena figlia di questo Carlo si era maritata (Diario del Monaldi) l’anno innanzi a Luchino Visconti, che ora viveva in Firenze spossessato come dubbio figlio di quell’altro Luchino Visconti che fu signore di Milano. È singolare che tali nozze in mezzo al governo plebeo fossero celebrate, come si trova, con palii e giostre mentre che il padre era a confine.

[48]. Boninsegni e Ser Naddo.

[49]. Rimane tuttora a un luogo dei Camaldoli di San Lorenzo il nome di Cella di Ciardo.

[50]. Storie Fiorentine di Giovanni Cavalcanti, tomo II, pag. 487.

[51]. Marchionne Stefani, lib. XI, rubr. 921-23. — Ser Naddo.

[52]. Capitoli del Comune ec., regesto pubblicato dal signor Cesare Guasti. Firenze, 1866; tomo I, pag. 371-449.

[53]. Lionardo Aretino, Stor., lib. IX. — Marchionne Stefani, lib. XII. — Boninsegni, lib. IV. — Ammirato, lib. XV. — L’Archivio Centrale di Stato (Lib. XIV dei Capitoli) ha documenti i quali risguardano a questa vertenza; e vedi una deliberazione della Signoria, Archivio Storico Italiano (tomo XIII, pag. 119).

[54]. Marchionne Stefani, lib. XI, rubr. 777.

[55]. Abbiamo il decreto di questa Balìa tra’ documenti pubblicati dal signor Passerini nella sua pregevole Istoria della famiglia degli Alberti. Il bando non era da principio che per due anni, e fu pronunziato dietro una petizione degli stessi Benedetto e Cipriano, i quali dicevano volersi per loro faccende assentare: singolare ipocrisia della sentenza la quale voleva dai condannati essere invocata.

[56]. «Molti, gioventù che non passava l’adolescenza, si trovarono negli uffici per procuro de’ padri loro che erano nel reggimento; e occorse che facendosi lo squittinio in que’ tempi, si trovò che dei quattro tre non passavano i venti anni, e pur tali furono portati allo squittinio che giacevano nelle fasce.» (Filippo Villani, lib. XI, cap. 65.)

[57]. Boninsegni, lib. IV. — Minerbetti, cap. IV e seg., dell’an. 1387.

[58]. Sismondi, Hist. des Repub. Ital., chap. LIII.

[59]. Boninsegni, Stor. Fior., lib. IV, pag. 685.

[60]. Il Conte di Virtù avea di rendita ferma delle sue terre un milione e 200 migliaia di fiorini, senza l’imposte che faceva, ed in tempo di pace avanzava assai danari. (Goro Dati, Storia di Firenze, pag. LI.)

[61]. Lionardo Aretino, lib. IX.

[62]. Così appellato, secondo narra Giovanni di Iacopo Morelli nei Ricordi (Deliz. Erud., tomo XIX, 2) per aver egli, sebbene fosse grande ghibellino, combattuto corpo a corpo con un tedesco ed uccisolo.

[63]. «Poi fece percuotere le mura con molte grosse bombarde, le quali mura perocchè erano non molto grosse, non poterono sostenere i colpi delle pietre, perocchè erano di più di trecento libbre l’una; anzi forarono in molte parti le mura, e in alcune parti le feciono cadere.» (Minerbetti, Cronaca, cap. XXII, an. 1390.)

[64]. Malavolti, Storia di Siena, lib. IX, parte 2ª.

[65]. Lionardo Aretino, lib. IX.

[66]. Lionardo Aretino, lib. X.

[67]. Sismondi, Histoire des Français. Cinquième partie, chap. XX.

[68]. «Chevauchons liement (lietamente) sur ces Lombards; nous avons bonne querelle et juste et bon capitaine, si en vaudra notre guerre grandement mieux et en sera plus belle. Et aussi nous allons au meilleur pays du monde, car Lombardie reçoit de tous côtés toute largesse de ce monde. Si sont Lombards de leur nature riches et couards; nous y ferons notre profit. Chacun de nous qui sommes capitaines retournerons si riches, que nous n’aurons que faire jamais de guerroyer.» (Chroniques de T. Froissart, lib. IV, chap. 20.)

[69]. Froissart, loc. cit. — Lionardo Aretino, lib. X.

[70]. Noi qui seguitiamo Lionardo Aretino, grave istorico di questa guerra, la cui narrazione parve a noi che procedesse chiara e netta. Il Boninsegni ed il Minerbetti pongono l’impedimento delle acque sul fiume dell’Oglio e prima della rotta dell’Armagnac. Il Poggio s’attiene al racconto di Lionardo. (Storia, lib. III.)

[71]. Lionardo Aretino, lib. X. — Ser Naddo da Montecatini. (Deliz. Erud., tomo XVIII, pag. 125 e seg.)

[72]. Minerbetti, cap. XII, an. 1392. — Boninsegni, Storie, lib. IV.

[73]. Provvisione del 19, 20 e 21 ottobre 1393. (Archivio di Stato.) — Vedi Appendice, Nº III.

[74]. Morelli, Cronica, pag. 293.

[75]. Lionardo Aretino scrive la cagione delle novità, e dell’esilio degli Alberti, fosse non tanto mancamento alcuno commesso di nuovo, quanto l’antica contesa delle parti ec.; e Ser Naddo: «Seguì detto rumore non per mancamento di nessuno degli Alberti, ma per opera di messer Maso degli Albizi Gonfaloniere, e per l’antica nimicizia che avea con gli Alberti, cominciata quando messer Benedetto, capo di quella famiglia, stette armato in piazza, mentre che Piero degli Albizzi e gli altri notabili cittadini furono indegnamente morti.» (Deliz. Erud., tomo XVIII, pag. 140.) — Vedi poi le lunghe calamità degli Alberti nella Istoria sopraccitata di quella famiglia.

[76]. Scrive il Morelli (loc. cit.) «che da principio doveano essere sei mila, e che gli chiamarono giornee: fessene assai, ma non andarono innanzi;» e veramente erano troppi, da non fidarsene.

[77]. Provvisione surriferita. — Ser Naddo da Montecatini appella l’Arte della Lana «cagione d’ogni bene, che si facesse in quelli anni nella Repubblica.»

[78]. Minerbetti, Cronaca, cap. XXII, an. 1393.

[79]. Ricordi di Filippo Rinuccini.

[80]. Minerbetti, an. 1396, cap. XIV. — P. Boninsegni, an. 1396. — Lionardo Aretino, lib. XI. — Morelli, Cronaca. — Ser Naddo da Montecatini (Deliz. Erud., tomo XVIII, pag. 153). — Lettera Di Donato Acciaioli alla Signoria; Firenze, 1857; con le Opere del Sacchetti.

[81]. Minerbetti, an. 1397, 1400. — Machiavelli, Stor. Fior., in fine del lib. III. — Morelli, Cronaca, loc. cit., ed alla pag. 324 e seg., dove narra come la Balía degli Ottantuno, fatta nel 1393, continuasse fino al 1404, e nelle borse fussero larghi a mettere nomi di persone da bene, e antiche a Firenze e specialmente delle Famiglie, i quali doveano avere trent’anni. Si vede pure come del tôrre quella Balía fosse il popolo molto lieto, ma gli uomini da guerra molto dolenti, perchè mutando anche l’imposta delle prestanze, credeano le paghe fossero peggio assicurate. — Vedi anche Morelli, Ricordi (Deliz. Erud., tomo XIX, pag. 10).

[82]. Nella più sopra lodata Storia della Famiglia degli Alberti è ampia mèsse di documenti relativi alla persecuzione e quindi al ritorno di quella Famiglia: sono da vedere le condanne fatte con le Balíe degli anni 1401 e 1412; di poi cominciano le mitigazioni.

[83]. L’effigie di Giovanni Aguto fu dipinta a buon fresco da Paolo Uccello nel Duomo: un trent’anni fa venne portata sulla tela, e si vede internamente sopra una delle minori porte della facciata.

[84]. «I Fiorentini che sanno tutti i pertugi d’entrare e d’uscire che sono al mondo, a un’otta spiavano ogni dì ciò che faceva il Duca e si provvedevano a’ rimedi loro.» (Goro Dati, Storia, pag. 56, 57.) — «Sapeano a Firenze appunto quello che il Duca aveva d’entrata da potere spendere, e sapevasi tutta la spesa che egli portava tra in soldati e donare a’ Signori, e in ambasciate e in provvigioni e doni che dava per tener le terre a sua divozione; e sapevasi che a questa spesa gli mancava tanto d’entrata, massimamente perchè in tempo di guerra non gli rispondeva la metà, che a lui era forza gravare i suoi popoli di gravissime imposte.» (Idem, pag. 66.) — «Egli colla sfrenata volontà s’avea arrecato addosso peso e soma impossibile a poterla lungamente portare e sostenere, e era veduto e conosciuto per li Fiorentini che v’avea a scoppiare sotto.» (Idem, pag. 67.) — «E quasi aveano molti fatta la ragione colla penna in mano, e diceano come di cosa certa: tanto può durare.» (Ivi.)

[85]. È in mano nostra l’originale del Copialettere della Repubblica Fiorentina per tutto quell’anno 1396. Quivi, tra molte lettere, sono le istruzioni per non meno di sessanta ambascerie fuori Stato, mandate in quell’anno a’ vari Signori, alle città collegate, a’ Capitani delle Compagnie: notabili quelle del 5 aprile agli ambasciatori Palmieri, Altoviti e Onofrio Arnolfi, mandati al Papa e al re Ladislao; quelle a Grazia dei Castellani e Andrea Buondelmonti i quali andarono a Sigismondo in Ungheria, e quelle a Francesco Rucellai ed a Lorenzo Ridolfi anch’essi mandati a Roma e a Gaeta il 4 giugno, e la lettera al Comune di Roma, 8 gennaio 1397. — Aveva la Repubblica inviato anche in Avignone un ambasciatore, il quale per mezzo del Cardinale di Firenze Piero Corsini procurasse aiuti di Francia; e quello stesso ambasciatore doveva andare pure in Guascogna a Bernardo conte d’Armagnac, sollecitandolo affinchè scendesse in Italia a vendicare contro al Duca di Milano la rotta data agli Armagnac e la morte del fratello. (Istruzioni a Pero di Ser Pero da Samminiato, 6 marzo 1395 st. fior.) — Vedi pure, circa le intenzioni del Papa, la Legazione a Roma di Iacopo Salviati nel 1401. (Deliz. Erud., tomo XVIII, pag. 200.)

[86]. «In questi tempi fece messer Maso degli Albizzi lega col Re di Francia per noi, con certi disutili patti.» (Morelli, Ricordi in Deliz. Erud., tomo XIX, pag. 6.) — Vedi anche la Cronaca di Bonaccorso Pitti, il quale racconta distesamente le pratiche avute in Parigi col Re e coi Signori, presso ai quali aveva famigliarità grande pe’ molti viaggi da lui fatti in quella e in altre contrade, dov’era stato mercante, soldato, grande giocatore e uomo di corte, sinchè in Firenze non venne tardi agli uffici della Repubblica.

[87]. Istruzioni a Maso degli Albizzi mandato a Parigi, 5 maggio; a Bonaccorso Pitti, 18 luglio; a Leonardo Frescobaldi ambasciatore al Papa, 14 dicembre. — Lettera al Papa, 4 novembre. — Lettere due al Re ed una alla Regina di Francia, 18 e 31 dicembre. — Istruzione a Bonaccorso Pitti rinviato in Francia, 16 gennaio (1397). — Istruzione a Niccolò da Uzzano, 11 gennaio. — Scrivevano a Maso (1 luglio) non si parta dal Re senza nostra espressa licenza. Questo volemmo notare come indizio della soggezione in cui cercava la Signoria tenere colui che ambiva pur d’essere come principe nella Repubblica.

[88]. Lettera a Parigi, 28 agosto. — Vedi anche le Istruzioni a Palmieri Altoviti e Lodovico Albergotti inviati a Milano, 13 giugno.

[89]. Lettera al Re di Francia, 30 novembre.

[90]. Bonincontri, Annales Samminiatenses.

[91]. Goro Dati, lib. IV.

[92]. Minerbetti, Cronaca. — Boninsegni, Storie. — Lionardo Aretino, lib. XI.

[93]. Malavolti, Storie di Siena, an. 1391-99.

[94]. Morelli, Ricordi, (Deliz. Erud., tomo XIX, pag. 6).

[95]. Minerbetti, Cronaca, an. 1399, cap. VII. — Ammirato, lib. XVI.

[96]. Minerbetti, an. 1399, cap. VII e X. Cantavano tra le altre laudi questa:

«Misericordia, eterno Iddio;

Pace, pace, o Signor pio:

Non guardate al nostro error.»

Vedi anche Lionardo Aretino, sul principio del lib. XII.

[97]. Afferma il Corio, che Francesco Gonzaga si riconobbe feudatario del Duca di Milano, e di ciò furono celebrati solenni e pubblici istrumenti.

[98]. Vedi nella Cronaca di Giovanni Morelli, pag. 309, una satirica descrizione della spedizione di Roberto, e della privata diplomazia che facevano i mercanti fiorentini residenti in Alemagna, promettendo a Firenze grandi cose dell’Imperatore, e a questo danari senza averne dalla Repubblica il mandato. — Vedi poi tutta la legazione di Bonaccorso nella Cronaca scritta da lui, e le molte andate e venute in Alemagna e a Venezia, a motivo di danaro che facesse muovere l’Imperatore; il quale onorava Bonaccorso ed i fratelli suoi d’insegna data da lui e del titolo di Conti Palatini.

[99]. Cronaca di Gio. Morelli, pag. 314 e seg. — Minerbetti, an. 1401-2, e Boninsegni, Storie.

[100]. Lionardo Aretino, fine dell’Istoria. — Corio, Storia di Milano, part. IV.

[101]. Legazione a Roma di Iacopo Salviati con Maso degli Albizzi. (Deliz. Erud., tomo XVIII, pag. 214.) — Iacopo fu anche Capitano delle genti che andarono contro agli Ubertini e ai Conti da Bagno. (Ivi, pag. 220 e seg.) — Vedi anche la Commissione di Rinaldo degli Albizzi quando era Potestà di Rimini, vol. I. (Documenti di Storia Italiana, pubblicati a cura della R. Deputazione di storia patria ec.)

[102]. Malavolti, Storie di Siena.

[103]. Corio, Storia di Milano. — Minerbetti, Cronaca, an. 1403-4.

[104]. Bartolommeo da Scorno dovette pagare 25 mila fiorini d’oro, ed a Gherardo di Compagno, altro ricchissimo cittadino, furono dati tratti di corda finchè non ebbe messo fuori quanti danari egli si avesse. (Diceria in fino de’ Commentari di Gino Capponi.)

[105]. Legazione a Genova di Bonaccorso Pitti, nella Cronaca di lui, pag. 76. — Morelli, Cronaca, pag. 321 e seg. — Minerbetti, pag. 490. — Foglietta, Storia di Genova, lib. IX. — Legazione in Francia di Iacopo Salviati. (Deliz. Erud., tomo XVIII, pag. 230.) — Vedi anche una lettera della Repubblica di Firenze a Carlo VI re di Francia, 24 aprile 1404, da noi pubblicata in principio dei Documenti di Storia Italiana (Firenze, 1836), allora ignorando fosse già stampata tra le Miscellanee del Baluzio.

[106]. Livres des faits du Maréchal Bouciquaut, part. III, chap. 3, 4, 5.

[107]. Minerbetti. — Morelli, Cronaca. — Livre des faits de Bouciquaut.

[108]. Gino Capponi, Acquisto di Pisa. — Mattæi Palmerii, De Captivitate Pisarum. — Morelli, Ricordi (Deliz. Erud., tomo XIX, pag. 11).

[109]. Gino Capponi, Acquisto di Pisa. — Livre des faits de Bouciquaut, part. III, chap. 11.

[110]. Minerbetti, Cronaca.

[111]. Giovanni Cavalcanti dice avere Gino salvato la vita ad Andrea Vettori che i maggiorenti volevano condannare. I Capponi ed i Vettori s’erano insieme legati di consorteria per contrapporsi ai Frescobaldi loro vicini e in antico potentissimi. (Tomo II, pag. 520.) — Abbiamo altrove distinto le consorterie di sangue da quelle per carta, com’era questa: il divieto di esercitare insieme gli uffici valeva pei consorti come pei congiunti. Nell’anno 1453 ottennero quelle due famiglie di non si dare divieto se non per la Signoria, Collegi e Dieci di Balía, senza più darselo per gli altri uffici di dentro e di fuori. (Deliz. Erud., tomo XX, pag. 302.)

[112]. Gino Capponi, Acquisto di Pisa; e Boninsegni Pietro, Stor. Fior.

[113]. Minerbetti, anno 1405, cap. XXIII.

[114]. Iacopo Salviati, Cronaca (Delizie degli Eruditi, tomo XVIII, pag. 242, 46, 48, 54).

[115]. Minerbetti, Cronaca, cap. IX. — Vedi pure intorno all’assedio lo stesso Minerbetti per tutto l’anno 1406. — Boninsegni, Stor. — Morelli, pag. 327 e seg.; e Morelli, Ricordi (Delizie degli Eruditi, tomo XIX, pag. 12 e seg.).

[116]. Commentari di Gino Capponi.

[117]. «Si pouvons dire et penser qu’il en est aux Florentins de tenir ou non les convénances de susdit traité, puisque le Roi avait revoqué l’acord fait avec eux et depuis sont venus à leur intention.» (Livre des faits, part. III, chap. 11, 12.) — Secondo quel libro e secondo anche gli storici fiorentini, nel fatto di Pisa andavano insieme il Duca d’Orléans e quel di Borgogna, sebbene tra loro nemici capitalissimi. L’autore finisce poco dopo il Commentario della vita del Bouciquaut, al quale intuona un panegirico dilungandosi nel dimostrare la ingiustizia e la perversità delle accuse che il Maresciallo per quel fatto ebbe alla Corte del suo Signore.

[118]. Qui hanno termine i Commentari di Gino Capponi, tenuti da molti essere scritti da Neri; ma crediamo noi, che scritti da Gino in forma d’appunti, fossero ampliati e distesi poi dal figlio, come solea farsi di molte cronache di famiglia. Due letterati fiorentini di qualche grido nel secolo XV, Matteo Palmieri e Bernardo Rucellai, latinamente rifecero i Commentari, che il primo intitolava a Neri, ed il secondo a Piero Capponi. Ma queste non furono altro che esercitazioni per dare alle cose di Firenze aspetto e forma delle Romane, com’era usanza in quella età: poco rilevasi dalla prima che giovi all’istoria, e nulla affatto dalla seconda.

[119]. Morelli, Cronaca, pag. 339.

[120]. Prefazione di Lelio Torelli alla edizione principe delle Pandette.

[121]. Ammirato, Storie; e Minerbetti. — Il Cavalcanti registra insieme queste due rapine tra le offese che più accendevano i Pisani, quando nell’anno 1431 Giovanni Gualandi tentava muovere la sua patria a scuotere il giogo e vendicarsi in libertà. (Lib. VII, cap. 20.)

[122]. Vedi Appendice Nº IV. Le gravezze imposte ai Pisani per l’opera delle fortificazioni e più altri titoli nei primi tre anni passarono la somma di cento mila fiorini. (Vedi Canestrini, La scienza di Stato de’ Fiorentini sulle imposte, part. I, pag. 128.)

[123]. Ammirato, Stor. Fior., anno 1421. — Giovanni Cambi (Deliz. Erud., tomo XX, pag. 155) dice che vennero essi da quattordici città della Magna, e descrive i privilegi.

[124]. Vedi una lettera dei Dieci di balía al Capitano di Pisa, 14 gennaio 1431, dopo alla mossa inutile del Gualandi. (Fabbroni, Vita di Cosimo de’ Medici, Appendice, pag. 8.)

[125]. Ricordi di Ser Perizzolo da Pisa, agli anni 1439-1450. (Arch. Stor., tomo VI, parte II, pag. 387.)

[126]. Goro Dati, pag. 131.

[127]. Ambedue furono chiari per dottrina e reputati di santa vita; ebbe il Dominici anche titolo di Beato. Dal Concilio di Costanza, dove intervenne, andò Legato in Boemia, fu amico a Sigismondo, e moriva in Buda. (Vedi Prefazione di Donato Salvi alla Regola del governo di cura familiare del B. Gio. Dominici; Firenze, 1860.)

[128]. Andò in quei giorni a Gregorio in Lucca Gino Capponi (Legazione MS.); e fu creduto avere egli dato gran mano ai Cardinali per quella fuga e per le cose che indi seguirono. (Deliz. Erud., tomo XVIII, pag. 369.)

[129]. Gio. Morelli, Cronaca, pag. 357.

[130]. Vi andò le due volte Iacopo Salviati, che prima era stato ambasciatore in Nizza a Benedetto. Sono da vedere le sue Memorie (Deliz. Erud., tomo XVIII, 273, 290, 302), pregevoli per acume e integrità di giudizi. Ebbe doni dal Comune, e fu onorato oltre all’usanza pei servigi resi, e per avere mostrato in quelli grande astinenza; virtù assai rara tra gli uomini di quella età. (Gio. Morelli, pag. 319.)

[131]. Legazione MS. di G. Capponi.

[132]. Minerbetti, Stor. — Boninsegni. — Ammirato.

[133]. Raynaldo, Annal. Ecclesiast. — Lenfant, Histoire du Concile de Pise.

[134]. Salviati, Legazioni.

[135]. Bonaccorso Pitti si vanta d’avere fatto egli in Francia al re Luigi le prime aperture: pure Bonaccorso, brigante uomo, era molto avverso alla setta che reggeva. Ma in Francia aveva grandi aderenze.

[136]. Vedi Salviati, Legazioni.

[137]. Un poco innanzi a questo trattato cessano insieme, e come si fossero data l’intesa, i tre principali autori fiorentini che sin a qui più spesso abbiamo noi consultati: il Minerbetti, il Boninsegni, il Morelli. Questi, il più elegante e più vivace de’ Cronisti, da bastar solo a fare onore alla lingua fiorentina nel secolo XV: il Minerbetti copioso di fatti, pratico nelle faccende e di esse giudice assennato: ampio il Boninsegni a forma di storia, continuata dipoi da un altro Boninsegni magro scrittore: e già il pensiero degli uomini fiorentini, stringendosi in sè, pareva andarsi assottigliando. Rimangono i Ricordi d’un altro Morelli, da noi citato alcune volte; nè cessano quelli della famiglia Rinuccini.

[138]. I Fiorentini ebbero in tutti quegli anni una politica decorosa, intorno alla quale sono da vedere notizie cavate da pubblici documenti nel Discorso di G. Canestrini. (Archivio Storico, tomo IV.)

[139]. Vespasiano da Bisticci nella Vita di Agnolo Pandolfini scrive che questi tornando con la pace fatta, fu presso a Firenze incontrato da un amico suo, che lo ammonì com’egli portasse per quella pericolo di perdere il capo.

[140]. Poggio, Stor. Fior., lib. IV. — Boninsegni Domenico. — Ricordi del Morelli (Deliz. Erud.). — Ammirato, Storie. — Muratori, Annali d’Italia. — Sismondi, Répub. Italiennes.

[141]. Nell’anno 1453 ottennero queste due famiglie di non si dare divieto tra loro, se non per gli uffici maggiori, nel modo stesso che lo avevano ottenuto in quello stesso anno i Capponi ed i Vettori (vedi nota 2, pag. 101-102). La Storia delle consorterie rimane da fare; e forse qualcosa avvenne in quell’anno, che fu tra gli effetti del nuovo rimpasto dato alla Repubblica da Cosimo Medici e dalla sua parte.

[142]. V’erano dei Medici, dei Tosinghi, dei Portinari, e Niccolò da Uzzano vi teneva agenti suoi: vedi un pregevole discorso di G. Canestrini su’ commerci dei Fiorentini in Ungheria e su’ vari negoziati che la Repubblica ebbe con Sigismondo e con lo Spano; che forma appendice a due Vite di quest’ultimo. (Archiv. Stor., tomo IV.)

[143]. Ammirato, anno 1416.

[144]. Istruzione originale appresso di noi.

[145]. Archiv. Stor., tomo IV, pag. 262.

[146]. Con ciascuno degli ambasciatori andavano due giovani di famiglie qualificate; e Filippo Rinuccini, dal quale abbiamo questa notizia, era uno dei due che seguitavano Bartolommeo Valori. Furono in tutto sessantadue cavalli e dodici muli con la soma. «Fece l’orazione Leonardo Dati, e durò circa un’ora; che mai s’udì simile orazione, che v’era forse cento calamai a scriverla mentre che diceva.» (Ricordi storici di Filippo Rinuccini.)

[147]. Sulla venuta e sulla dimora del Papa in Firenze e sulle feste e cerimonie vedi la Cronaca d’un anonimo fiorentino. (Muratori, S. R. Ital., tomo XIX.)

[148]. Narra Lionardo Aretino nei Commentarii (Rer. Ital., tomo XIX, pag. 931), come un giorno essendo col Papa, questi andando su e giù per la camera, tra sè replicasse irosamente la cantilena, e come lo stesso Lionardo cercasse placarlo, a tal fine enumerando i beneficii che la Repubblica di Firenze gli aveva recati in quella dimora.

[149]. Ricordi di Filippo di Cino Rinuccini.

[150]. Vedi il testamento, le obbligazioni ed una lettera di Baldassarre Cossa (Archiv. Stor., tomo IV), e i documenti pubblicati dal Fabbroni insieme alla Vita di Cosimo de’ Medici.

[151]. Romanin, Storia di Venezia, tomo IV.

[152]. Intorno al commercio dei Fiorentini aspettiamo una compiuta istoria. Infino a qui la migliore delle scritture che abbiamo è di gran lunga il Libro sulla Decima, del Pagnini, volumi quattro, con falsa data, ma è Firenze 1765. Lo abbiamo in altri luoghi consultato, e qui sono da vedere i cap. 4, 5 e 6 della parte III, sez. III. I tomi III e IV contengono le molto pregevoli antiche scritture di Francesco Balducci Pegolotti e di Giovanni da Uzzano, bastanti per sè a mostrare la grande estensione che avea il commercio dei Fiorentini nei secoli XIV e XV. Il Pagnini illustra ad una ad una le varie Arti, e massimamente quelle principalissime della lana e della seta e delle spezierie e pelliccerie; ma soprattutto quella del cambio, e i Banchi tenuti in molte parti di Europa e d’Asia, e le Zecche d’Inghilterra e d’altri luoghi, le quali andavano per conto d’uomini fiorentini.

[153]. Scrip. Rer. Ital., tomo XIX, pag. 973.

[154]. Una splendida pubblicazione fatta nel 1863 a Firenze ne porge con altri il testo dei Trattati che il Federighi ed il Brancacci fermarono al Cairo col Sultano d’Egitto. È la collezione dei Diplomi Arabi che si rinvengono nell’Archivio Fiorentino e nel Pisano, illustrati dottamente dal prof. Michele Amari, e stampati co’ bellissimi caratteri che rimangono della Tipografia Orientale fondata dal cardinale, poi granduca, Ferdinando dei Medici. Veggansi le pag. 59 e 60 della Prefazione, e i Documenti che spettano agli anni 1421-22.

[155]. Nel libro citato abbiamo notizia d’un Trattato che il Signore di Piombino Iacopo d’Appiano cercava ottenere l’anno 1414 dal Califfo di Tunisi. Aveva come Signore di Pisa pochi anni prima l’Appiano fatte stipulazioni con quel Califfo, ed i mercatanti suoi cercava passassero in Barberia sotto il nome favorito di Pisani, come appare dal testo di quel Trattato, il quale sembra però non essere stato mai eseguito.

[156]. Ammirato, anno 1429.

[157]. Goro Dati, Storia, pag. 128 e seg.

[158]. «Da questo suo pellegrinaggio prendendo gli scrittori spagnuoli occasione, lasciarono di lui scritte cose favolose: raccontando d’essere stato nel Cairo e nell’Armenia e nell’India, essergli succeduti diversi e strani avvenimenti; essendo cosa certissima lui non esser passato i termini d’Italia.» (Ammirato, anno 1428.)

[159]. «I fiorini che si spendeano l’uno anno, in gran parte si erano ritornati nell’altro anno, come fa l’acqua che il mare per gli nugoli spande nelle piove sopra alla terra, e pel corso de’ rivi e fossati e fiumi si ritorna al mare. I modi del ritornare sono assai: prima, quel che i soldati spendono per la città e pel contado in arme e in cavalli e in vestire e per vivere; mentre che stanno per le terre e il contado, questa parte tutta si ritorna. Sonne rimasti fuori quelli che hanno speso in altri luoghi; e di questi ne torna tutto dì per gli mercatanti che stanno per tutte le terre del mondo a guadagnare, e mandano il guadagno a casa. Sonne anche rimasi fuori quegli che i Capitani e gente d’arme avessono avanzati e portati alle loro case: e d’altra parte ne sono tornati dai loro sudditi, che hanno in detti tempi per bisogno del Comune dati gran tributi e censi. E ancora ve n’hanno recati gran numero i mercatanti e abitatori delle città e terre circostanti e vicine, che sono venuti a Firenze per le mercatanzie e robe: non però sono tornati tutti, ma hannogli avere dal Comune, che sono scritti in su’ libri del Monte, che que’ tali cittadini gli debbono avere, e rendonsi a poco a poco ogni anno, quando stanno in pace, delle rendite del Comune che abbondano; e intanto che penano a riavere il detto capitale, hanno di guadagno fiorini cinque per cento l’anno.» (Dati, Storia, pag. 128.)

[160]. Passerini, Storia degli Stabilimenti di Beneficenza della città di Firenze.

[161]. In fine al volume daremo l’ordine degli uffici nella città di Firenze com’era in questi anni, descritto da Goro Dati nell’ultimo libro delle Istorie sue; e come saggio de’ costumi, delle allegrie, delle magnificenze e delle borie fiorentine, ne piacque per ultimo aggiugnere la descrizione che il medesimo autore lasciò delle feste solite celebrarsi pel San Giovanni. — Vedi Appendice, Nº V.

[162]. Di queste feroci leggi si discorre molto ampiamente nella sullodata Istoria di quella famiglia che ha per autore il signor Luigi Passerini.

[163]. Vedi la Cronaca di Bonaccorso Pitti, pag. 111 e seg., dove sono registrati gli uffici di fuori e le borse ed i partiti che ci volevano per ciascuno. — Vedi anche in più luoghi la Cronaca del Morelli.

[164]. Bonaccorso Pitti, pag. 97.

[165]. Rex in foro, senator in curia, captivus in aula.

[166]. Vedi, tra gli altri, Giovanni Morelli in più luoghi.

[167]. Scrive Filippo Rinuccini, che nella moría di quell’anno tra Signori e Collegi ne morì nove.

[168]. Ammirato, anno 1417.

[169]. Cavalcanti, tomo II, pag. 519.

[170]. Istorie di G. Cavalcanti, pubblicate da F. L. Polidori; Firenze, 1838.

[171]. Giovanni Cavalcanti, lib. I, cap. 7, e lib. II, cap. 1.

[172]. Machiavelli, Storie, lib. IV.

[173]. Capitolo ultimo del primo libro, dove anche sono buone avvertenze da economista. — Il Morelli ne’ Ricordi (Deliz. Erud., tomo XIX, pag. 73) va più spedito: «Fate guerra, inducete guerra, date poppa a chi nutrica la guerra. Mai è stata Firenze senza guerra, nè starà per infino non taglia la testa ogni anno a quattro de’ maggiori.»

[174]. «Per torci lo Stato, e indurci all’odio del popolo, fece la pace col Re.» — Parole dal Cavalcanti messe in bocca di Niccolò da Uzzano; lib. VII, cap. 8.

[175]. Ammirato, Storie.

[176]. Gino Capponi si trova essere stato contrario alla pace. Sono da vedere i Commentari di Neri di Gino che hanno principio da quel fatto, narrato da lui distesamente e biasimato. — Vedi anche il lib. IX del Cavalcanti. — Giovanni Morelli nei Ricordi (Deliz. Erud., tomo XIX, pag. 43) scrive che la pace «non fu intesa dal popolo, ma sì da alquanti.»

[177]. Ammirato, Storie. — I Capitoli del Comune di Firenze, Inventario e regesto; tomo I.

[178]. Boninsegni, pag. XIX. — Poggio, Storie, lib. IV.

[179]. Giovanni Cavalcanti, Storie, lib. I e II.

[180]. Cambi, Storie (Deliz. Erud., tomo XX, pag. 162).

[181]. «La Signoria per trovar danari da mantenere la guerra fece due Monti; uno per le fanciulle e l’altro pe’ fanciulli che s’avessero a maritare. E questi erano, che mettendovi sopra cento fiorini, in capo di quindici anni, essendo la fanciulla maritata o il giovane preso moglie, ne dovesse avere per capitali e interessi cinquecento, e così per rata di maggiore o minor somma; e morendo avanti detto tempo, il tutto restasse nel Monte.» (Ammirato, anno 1425.)

[182]. Il Machiavelli mette in iscena Rinaldo degli Albizzi invece di Rinaldo Gianfigliazzi. — Iacopo Pitti, nell’Istoria, attribuisce anch’egli il discorso al Gianfigliazzi.

[183]. Ammirato, Stor. Fior., anno 1419; e Giornale Storico degli Archivi Toscani, tomo IV, pag. 36.

[184]. Intorno a queste Compagnie vedi le Commissioni dell’Albizzi, tomo III, pag. 5 e 6, dove sono recate Consulte ec.

[185]. Abbiamo a stampa (Archiv. Stor., tomo IV) un componimento dell’Uzzano in terza rima, che fu appiccato, secondo si legge, al Palazzo della Signoria un giorno dell’anno 1426. Di versi politici troviamo frequenza nelle Biblioteche della città nostra: in questi l’Uzzano predice imminente la caduta dello Stato per esservi entrati molti nuovi uomini, e svolge il partito ch’è detto nel testo: propone l’esempio della donna Veneziana, della quale erano i reggitori stati mille anni nei loro seggi; consiglia far capo di nuovo alla rossa gallina (l’aquila rossa del magistrato della Parte guelfa) che aveva dormito dopo il settantotto; e vuole schiacciare la malescia noce, per il che intendeva Giovanni de’ Medici, o certamente la parte sua.

[186]. Niccolò Tinucci nella Disamina, della quale noi dovremo più sotto discorrere, dice anzi che il Medici ne morisse di dolore. — Vedi anche Domenico di Leonardo Boninsegni, e i Ricordi del Morelli, e quelli del Rinuccini, e la Cronaca di Giovanni Cambi, e l’Ammirato, agli anni 1427-28.

[187]. Il Poggio, che molto si piace descrivere i casi di guerra e la politica degli Stati, fa come se dentro non fossero Parti, e nulla avvenisse di nuovo allora e di memorabile nella Repubblica di Firenze. Nè diamo gran fede a Michele Bruto, che dopo un secolo e mezzo, o quasi, ed egli vivendo tra’ fuorusciti, non avvalora di nuovi fatti gli appassionati e spesso incerti suoi giudizi.

[188]. Per grazia del signor Alberto Ricasoli Firidolfi abbiamo potuto a grande agio consultare un Manoscritto dove Rinaldo degli Albizzi trascriveva pel corso di trentadue anni la materia delle Legazioni e d’altri uffici esercitati da lui fuori della città di Firenze. In fine daremo l’Elenco delle Commissioni (Appendice, Nº VI); ma tutta la serie dei documenti è ora pubblicata per le cure del signor Cesare Guasti (Commissioni di Rinaldo degli Albizzi per il Comune di Firenze; vol. III; Firenze, 1867-73), e da lui corredata d’altre lettere e scritture e in molti luoghi di atti delle Consulte che si riferiscono a quei fatti: nè so quale altra pubblicazione potrebbe valere del pari alla illustrazione della Storia fiorentina in quegli anni, la quale si trova rappresentata ivi con pienezza pari all’evidenza. In quanto al trattenersi che fece in Firenze Rinaldo contro alla voglia dei Dieci, i mesi di luglio e agosto 1426, ne’ quali avvenne la radunanza in Santo Stefano, si veda il volume III delle Commissioni, a pag. 8 e seguenti.

[189]. Giovanni Cavalcanti, lib. III; e Neri Capponi, Commentari.

[190]. Notizie raccolte da G. Canestrini; Archivio Storico, tomo IV.

[191]. Commissioni di Rinaldo degli Albizzi, tomo III. N.i 45, 47.

[192]. Il Cambi, Storie, anno, 1427, annovera i Capitani dei due eserciti e le paghe.

[193]. Poggio, Storie. — Cavalcanti, lib. III; e Ammirato. — Romanin, Storia di Venezia, lib. X, cap. 4.

[194]. Poggio, Storie, lib. V.

[195]. «E’ non è maraviglia se il Marchese non negasse il passo. Più sarebbe stato maraviglia avendo il passo conteso: perchè le universitadi de’ popoli sempre invidiarono i singulari Signori; e, non che i Signori sieno invidiati da’ popoli, ma i popoli invidiano i loro splendidi cittadini. Adunque a’ Signori è lecito nimicare i popoli.... e così l’unione de’ popoli è disfacimento de’ Signori. Adunque è folle colui che rimette la libertà di molti nella guardia d’uno.» Cavalcanti, lib. IV, cap. 1 in fine. Vedi anche il principio del cap. 3., lib. III. — Egli, sebbene magnate (e quale amico dei magnati vedremo sovente), pure come antico guelfo e fiorentino, ti pare alle volte anch’egli essere popolano; e nota più sotto come «nelle adornezze delle porpore le lodi si danno più agli artefici che le fecero, che a quelli che le portano.» (Lib. IV, cap. 2, e cap. VII, pag. 195.)

[196]. Cavalcanti, lib. IV, cap. 4. — Morelli, Ricordi (Deliz. Erud., tomo XIX, pag. 78). — Serra, Storia di Genova, tomo III, pag. 138. — Corio, Storia di Milano.

[197]. Intorno a questa pace, che fu conchiusa e tosto rotta, è da vedere la Legazione Nº 49 di Rinaldo degli Albizzi nel tomo III delle Commissioni.

[198]. Romanin, Storia di Venezia, lib. X. cap. 5 e 6. — Poggio, Storie. — Corio, Storia di Milano.

[199]. Legazione pubblicata nell’Appendice alle Storie del Cavalcanti. — I Fiorentini voleano sempre che il Signore di Lucca non vi fosse compreso: fu egli nella pace solamente nominato e con ambigue parole.

[200]. Archivio Storico, tom. XIII, pag. 252 e seg.

[201]. Morelli, Ricordi ec., pag. 73.

[202]. Vedi sopra Lib. IV, cap. I.

[203]. Pubblicava il signor Berti nel Giornale Storico degli Archivi Toscani, tomo IV, pag. 32, con una sua Prefazione, le Consulte o Pratiche degli anni 1426-27 relative alla formazione del Catasto. L’atto dei 12 maggio 1427 riferisce il voto emesso da Giovanni a questo modo: ipse quidem nescit si fructus sequetur, vel non: sed, auditis aliis civibus, idem secutus est. — Ma bene aveva egli dannato le spese, e detto essere la città esausta. Cives exausti sunt pecuniis; et querendum est ut minorem expensam habeamus: nam si examinetur summa soluta per cives, innumerabile apparebit. (Atto dei 7 marzo medesimo.)

[204]. Nello Statuto del 1415 è una rubrica: De Sclavis et eorum materia (lib. III, rubr. 186, pag. 385). Non doveano essere catholicæ fidei.

[205]. La Provvisione per il Catasto venne pubblicata per disteso dal Pagnini in fine al vol. I Sulla Decima; il quale discorre questa materia ampiamente nello stesso volume, parte I, sez. II, cap. 3 e 4. — In seguito il saggio delle quote andò crescendo, ma diversamente secondo la rendita netta d’ogni cittadino, cosicchè dai cento fiorini in giù pagassero sulla ragione del tre per cento, e poi su su infino al mille, non oltrepassando il cinque per cento; il quale modo prima era detto decima scalata, e in oggi è chiamato imposta progressiva. — Vedi Canestrini, cap. III, La Scala o l’Imposta progressiva.

[206]. Di tutta l’opera del Catasto, del modo cioè della esecuzione che era più volte innanzi andata fallita, scrive il Cavalcanti essere stato inventore un Filippo da Diacceto, «uomo di sottile ingegno e molto esperto ragioniere; e con la penna in mano mostrò il modo d’avere danari: e per cosiffatto scaltrimento fu fatto il Catasto, là ove tutti i patrizi ebbero la soma col soprassello.» (Tomo II, pag. 480.) — Ma sulla materia del Catasto è poi da vedere il libro citato del signor Giuseppe Canestrini.

[207]. Cavalcanti, lib. IV, cap. 12.

[208]. Cambi, Storie (Deliz. Erud., tomo XX, pag. 162 e seg.).

[209]. Cronichetta Volterrana (Archivio Storico, Appendice III, pag. 318).

[210]. Cavalcanti, lib. V. — Commentari di Neri Capponi. — Ricordi del Morelli. — Ma soprattutto è da vedere il libro più volte citato delle Commissioni di Rinaldo degli Albizzi. In esso manca la Commissione LIV a Volterra, essendo le carte che la risguardavano strappate di dentro al libro; ed il signor Guasti per buone ragioni suppone che fossero levate di mezzo e distrutte da Rinaldo stesso, perchè tra le cose fatte a Volterra ve n’era di quelle che Rinaldo avrebbe voluto abbuiare e forse ancora egli medesimo obliare. Abbiamo però in quell’egregio volume le Consulte e non poche lettere della Signoria, che bene illustrano tutto quel fatto di Volterra.

[211]. Commentari di Neri Capponi.

[212]. Il Doge avrebbe detto a Marcello Strozzi, che andò a Venezia per la seconda pace di Ferrara: «Saprete voi, Fiorentini, gastigare quel tristo del Signore di Lucca?» (Ivi.)

[213]. Gli aveano risposto, che la Repubblica di Firenze non era consueta spoppare bambini. (Cavalcanti, lib. XI, cap. 6. — Poggio, Storie, lib. VI.)

[214]. Scrive Leonardo Aretino nei Commentari, che moltitudo urbana mirabilmente appetiva la guerra di Lucca. — Questa città era stata sul punto di essere venduta da Braccio per cento mila fiorini. «Era Gino Capponi Gonfaloniere di giustizia, e il popolo voleva l’impresa; tennesene Consiglio, e determinossi del no pe’ savi uomini.» (Ricordi del Morelli, anno 1418.)

[215]. Ricordi del Morelli, pag. 28.

[216]. Un cartolaio che aveva votato la guerra contro Lucca ne chiese più anni dopo assoluzione dal Comune dei Lucchesi. (Vedi le Commissioni dell’Albizzi, tom. III, pag. 211.)

[217]. Sono da leggere queste parole nel Cavalcanti, lib. V, cap. III, donde le trasse il Machiavelli: e l’Ammirato scrive, trovarsi quel discorso in molti giornali o zibaldoni che si scrivevano dai contemporanei. Il corpo di lui andò scoperto alla sepoltura, seguito da Cosimo e da Lorenzo suoi figli con altri ventotto della Casa Medici vestiti a bruno, e dai magistrati della Repubblica e ambasciatori che allora erano in Firenze: costò il funerale tre mila fiorini. È con la moglie sepolto sotto ad una bella tavola di marmo in mezzo alla sagrestia di San Lorenzo.

[218]. Cavalcanti, tomo I, pag. 296. — Poggio, Storie, pag. 180.

[219]. Commentari di Neri Capponi.

[220]. Cavalcanti, tomo I, lib. V. — Examina di Niccolò Tinucci, che sta con le Istorie di Michele Bruto volgarizzate dal P. Stanislao Gatteschi. — Tra’ primi Dieci, con Neri di Gino e con Nerone di Dionigi Neroni e con l’ambiguo Ser Martino, furono Alamanno Salviati uomo aderente a parte Medicea, ed un artefice delle minori Arti per nome Puccio d’Antonio Pucci, di scaltro ingegno e che fu a Cosimo grande strumento. Dipoi tra’ Dieci, che ogni sei mesi mutavano, troviamo due volte Cosimo de’ Medici ed una Lorenzo suo fratello, con altri dei loro; poi Rinaldo degli Albizzi e Palla Strozzi, e degli antichi della Repubblica Lorenzo Ridolfi e Agnolo Pandolfini, e fino allo stesso Niccolò da Uzzano che molto aveva biasimato quella guerra.

[221]. Vedi le lettere di Rinaldo e quelle dei Dieci a lui da’ 6 a’ 18 marzo 1429 stile fiorentino. Commissioni ec, tomo III.

[222]. Il Cavalcanti, che fu autore di tanto feroci accuse, toglie a sè ogni fede co’ vituperi nei quali avvolge, non che Astorre, tutta la schiatta di lui: nè il Machiavelli altro poi fece che tramandare alla posterità le cose apposte dal Cavalcanti. — Il Gianni era in campo a’ 9 febbraio, e disse a Rinaldo «avere chiesto licenza perchè non voleva stare ai pericoli e agli stenti di qua, e che di lui si tenga costà dei ragionamenti ch’egli ha sentiti ec.» Dipoi faceva pure conto rimanere, tanto che ai 18 dello stesso mese praticava affinchè ai Dieci fosse rappresentato com’egli nel campo fosse utile e necessario. Dei fatti del Gianni è un molto ampio, e noi teniamo giusto, processo nelle note apposte dal signor Guasti a quel che risguarda l’assedio di Lucca.

[223]. Lettere del 9 e una dei 18 febbraio. Commissioni ec., tomo III.

[224]. Commentari di Neri Capponi. — «Fu cosa da fanciulli; perdessi tempo e danari e opere, per avventura fiorini quarantamila, e niente riuscì: ma restò in vergogna e danno.» (Ricordi del Morelli, pag. 87.) — Vedi pure lettere de’ 6 e 8 marzo, Commissioni di Rinaldo, tomo III.

[225]. Cavalcanti, Storie, lib. VI, cap. 15. — Filippo de’ Nerli, assommando confusamente quei fatti, attribuisce all’invidia dei contrari le querele date così a Giovanni Guicciardini come ad Astorre ed a Rinaldo.

[226]. Poggio, Stor. Fior., lib. VI. — «Il Duca mandò ambasciatori a noi, che dicevano ch’ei voleva mantenere la pace; e mostrocci amorevolezza, che ci donò lioncini; e due anni il palio di San Giovanni offerse a San Giovanni con l’arme sua, acciocchè noi ci dimesticassimo con quell’arme.» (Ricordi del Morelli, pag. 88.)

[227]. «Odievoli motti per li nostri male ammaestrati figliuoli per tutta la città si cantavano: Ave Maria grazia piena, dopo Lucca avremo Siena: e altri cantavano: Guarti (guardati) Siena, che Lucca triema.» (Cavalcanti, lib. VI, cap. 18.)

[228]. Cavalcanti, lib. VI, cap. 24, 25.

[229]. «Dissesi il Duca n’avea ritratto, tra danari e gioielli, la valuta di duegento mila fiorini. Così si diceva in Firenze, ma credo più.» (Ricordi del Morelli, 93.) — Il Cavalcanti però afferma, che il Duca e lo Sforza non ne cavarono quanto si credevano.

[230]. Tommasi, Storia di Lucca (Archiv. Stor., tomo X, lib. 2, cap. 9). — Malavolti, Storie di Siena, lib. II, parte 3ª. — «Si disse in Firenze, che lo Sforza per cento mila ci dava Lucca, e che Niccolò da Uzzano non volle; ed è vero, perchè ci metteva ne’ Borghi di Lucca. Se l’avessimo acquistata non so.» — «Vedesi che i Fiorentini erano bareggiati, e perchè alcuni ingrassavano, a tutto consentivano.» (Ricordi del Morelli, 93.)

[231]. Neri Capponi, Commentari.

[232]. Malavolti, Storia di Siena. — Vedi le Istruzioni e Relazioni della Repubblica di Siena dal 1428 al 31, pubblicate nell’Appendice all’Istoria del Cavalcanti.

[233]. Tommasi, Storia di Lucca, lib. III, cap. 1. — Poggio, Stor. Fior., lib. VI. — Neri Capponi, Commentari. Da una Commissione a Neri Capponi, che fu rinviato al Campo con altri due cittadini, s’intravede la poca fede che ponevano nel Capitano quattro giorni prima della battaglia. (Archivio di Stato.)

[234]. Solo in una notte quattordici castella aveano mandate al Piccinino le chiavi, e gli ufficiali della Repubblica, dei quali aveano gli abitatori più da lagnarsi, vi rimasero prigioni. — «Io non ho forse meno terre avute (diceva il Piccinino) per mancamenti de’ cittadini, che per nimicizia dei villani. Questo è perchè mandano per guardia delle fortezze lavoranti di lana; ai quali danno a quella ragione il dì di soldo che alle botteghe avevano di salario.» — Giovanni Aguto avea detto una volta ad Andrea Vettori, che andasse a fare dei panni, e a lui lasciasse governare l’esercito. (Cavalcanti, lib. VII, cap. 25 e 33.)

[235]. Vedi Commentari di Neri Capponi. Il carteggio di Neri durante i due suoi Commissariati in quella guerra ci manca, e vorremmo noi porlo a riscontro di quello che abbiamo di Rinaldo degli Albizzi.

[236]. Malavolti, Storia di Siena; e Cavalcanti, lib. VII.

[237]. Ammirato, Storie, anno 1431. — Cavalcanti, Storie, lib. VII, cap. 29, 30. — Questi, non mai dimentico d’essere egli di casa Grandi come era il Mannelli, mentre biasima le armi date in mano ai villani, si piace a dipignerlo grande e bello della persona, con un’accia in mano facendo volgere al piloto diritta la prua contro la galera genovese. Ma nel descrivere la partenza dei legni da Pisa il nostro autore sembra pigliare la tromba epica quando rappresenta in sulle sponde dell’Arno il popolo dei Pisani, attratto dalla ferocia degli aspetti e dalle armi splendenti, bramare in cuor suo la sconfitta di quei prodi ch’egli ammirava ma che a lui erano strumenti odiosi di servitù. — Vedi Archiv. Stor., Appendice, vol. I, pag. 143.

[238]. Leonardo Boninsegni. — Neri Capponi. — «La Repubblica donava a Micheletto un ricco elmetto coperto di rose d’oro suvvi un giglio d’oro, e un cavallo coperto di chermisi broccato d’oro, e le bandiere quadre del Comune riccamente fatte e messe d’ariento: costò detto dono fiorini duemila: e un simile aveano fatto a Niccolò da Tolentino.» Morelli, Ricordi (Delizie degli Eruditi, tomo XIX, pag. 106).

[239]. Neri Capponi, Commentari. — Morelli, Ricordi. — Ammirato, Storie. — Commissione di Rinaldo degli Albizzi per accompagnare l’Imperatore, ultima del tomo III.

[240]. In quella paco Maso andò contro ai maggiorenti della città, ma fece al popolo cosa grata. (Cavalcanti, tomo II, pag. 466 e seg.)

[241]. Cavalcanti, lib. VII, cap. 6, 7, 8. — Machiavelli, Stor., lib. IV.

[242]. Vedi molte buone leggi da lui fatte fare a sollievo dei poveri ed a mantenimento della giustizia. (Cavalcanti, tomo II, pag. 464.)

[243]. Niccolò da Uzzano si sarebbe lasciato sentir dire che dove nella Repubblica dovesse diventar principe un suo cittadino, avrebbe egli amato la maggiorità di Cosimo piuttosto che quella di Rinaldo. (Cavalcanti. I, 381.)

[244]. Rinaldo essendo potestà di Prato avrebbe fatto sequestrare certi muli dei quali era Maso debitore a un vetturale che, per non avere danaro pronto, era da un creditore suo tenuto in carcere. (Ivi, tomo II, pag. 504.)

[245]. «Io dico che quella cosa ch’è di tutti, è grandissima stoltizia riconoscerla da pochi uomini; ognuno c’è per lo cuoio e per lo pelo, secondo il suo grado e la sua facoltà: a me pare che sia somma prudenza quello che non si può vendere, saperlo donare; con la legge tutto si governi ec.» Parole di Rinaldo. (Cavalcanti, lib. I, cap. 7.)

[246]. «Averardo e Giovanni di Puccio ne scrisse in tuo servizio — tutto conferisci con Ser Martino come con padre.» (Lettera di Rinaldo degli Albizzi ad Ormanno suo figlio, 3 febbraio.) — «Veggio quello t’ha detto Nanni Pucci, che è segno di buona amicizia: Averardo de’ Medici anche me ne scrive da Pisa.» (20 febbraio.) — «Dillo con Ser Martino e con N. Pucci e con chi ti piace; non t’allargare con troppi.» (Ivi.) — «Quanto scrivi di Cosimo e d’Averardo e d’Alamanno ec.» (13 marzo.) Queste ed altre parole confermano che Rinaldo avesse allora buona intelligenza con gli amici di Cosimo e con lui medesimo.

[247]. Vedi, tra le altre, la lettera ad Ormanno de’ 31 gennaio.

[248]. Examina del Tinucci, che va con le Storie di Michele Bruto.

[249]. Storie di Domenico Boninsegni e Ammirato.

[250]. Neri ne’ Commentari scrive essere stato confinato per una legge che si chiamava degli Scandalosi et majorità (così anche un nostro MS.): intendeva bastare a vincere il partito il maggior numero delle fave, senza bisogno dei due terzi che per il solito ci volevano a tali condanne. Le molte pratiche intorno a questa legge sono riferite distesamente dal signor Guasti nelle Prefazioni da lui aggiunte alle Commissioni di Rinaldo degli Albizzi, tomo III, pag. 167 e seg. — Intorno alle pratiche di Neri col Papa, le quali furono a lui causa del bando, vedi Platina, Vita Nerii Capponi (in Muratori, Rer. Ital. Script., tomo XX, col. 480-90).

[251]. Lettere dei 6 e 12 marzo 1430.

[252]. Quanto all’ufficio di Senatore di Roma tenuto dall’Albizzi, vedi l’Appendice VI, tomo III delle Commissioni.

[253]. Examina del Tinucci.

[254]. Vedi Cavalcanti, lib. VII, cap. 8; e Tinucci.

[255]. Fabbroni, Vita di Cosimo.

[256]. «Ecci chi vorrebbe, per fare vergogna e danno ad altri, che il Comune avesse e vergogna e danno, e ingegnansi in quanto possono, che questo abbi a seguire; che è cattiva condizione d’uomo. Parmi nonostante che questa impresa sia ai più piaciuta, e che veduto la cosa essere ridotta in luogo dove interviene l’onore del Comune, per ciascuno si debba dare ogni favore possibile; et così fo in quello posso qua, e simile conforto te, benchè sono certo non ne bisogni.» (Ad Averardo de’ Medici, da Firenze 4 febbraio 1430.)

[257]. «Mi pare la guerra sia più lunga non vorremmo, e tutto per non l’aver voluta quando si poteva: sicchè Iddio perdoni a chi n’è cagione.» (Accusa la quale non so a chi vada, nè a che accenni.) Allo stesso Averardo, da Verona 21 ottobre 1430, ed altra da Ostiglia 1º dicembre.

[258]. Abbiamo la Posta del capitale in commercio spettante a Cosimo dei Medici nel Catasto del 1432. I traffici per la fabbricazione di merci e le accomandite di cambio andavano per compagnie, dove i Medici spesso avevano la rata più grossa. Segue la Posta com’è nel libro:

Cosimo di Giovanni de’ Medici, figli e nipoti, pel traffico di Firenze, di fiorini 120, tocca a loro. Fior. 78 15
Per la commandita di Bruggia e Londra, in loro ditta, per fiorini 160, tocca loro 78 17
Per quella di Avignone e Ginevra, per la rata di fiorini 160, tocca loro 96 —
Pel traffico di Vinegia sotto la ditta di Pier Francesco de’ Medici e compagni, per la rata di fiorini 100, tocca loro 65 12
Pel traffico della Lana sotto la ditta Giov. di Cosimo de’ Medici, per la rata di fiorini 30, tocca loro 18 15
Pel traffico della Lana dice in Piero di Cosimo de’ Medici, per la rata di fiorini 60, tocca loro 28 15
Pel traffico di Pisa dice in Ugolino Martelli, per la rata di fiorini 80, tocca loro 30 —
Pel traffico della Seta dice in Piero di Cosimo de’ Medici, per la rata di fiorini 60, tocca loro 28 10
Somma in tutto il Catasto ed è l’imposta sul commercio di Cosimo de’ Medici fiorini d’oro 428 —

Canestrini, La Scienza e l’arte di Stato, pag. 157. — La terra, le case, l’entrate sul Monte, i crediti, i mobili, stavano da sè.

[259]. Vespasiano da Bisticci, Vita di Cosimo de’ Medici.

[260]. Si trova in addietro l’una delle due Parti (non so quale) essersi chiamati i Buoni e l’altra i Belli; e l’una Valacchi e l’altra Uomini da bene. (Cavalcanti, Stor., lib. I, cap. 1.)

[261]. L’autore dal quale più cose traemmo circa lo stato della Repubblica e il gioco vario delle parti, dicemmo noi essere devoto ai Medici; ed è vero che Giovanni Cavalcanti, avverso al governo degli Ottimati, encomia sempre con parole affettuose Giovanni dei Medici; ma inverso Cosimo il linguaggio di lui ne sembra più adulatorio che schietto, spesso involgendosi negli artifizi. Comincia l’Istoria da una sorta d’invocazione a Cosimo stesso, il quale vorrebbe chiamare piuttosto uomo divino che mortale, siccome colui che dalla fortuna, senno di Dio, venne favorito con tutte le sue divine potenze. Ma vuole tacerne, «perchè egli conosce negli uomini le virtù non essere in questa momentanea vita nè immutabili nè perpetue, e che allora quando le felicità esaltano gli uomini, la ingratitudine sottentra, e la superbia occupa le virtù.» Laonde nel seguito de’ tempi il linguaggio del nostro autore si fa più severo, e aguzza la penna contro a Cosimo ed ai suoi: finisce l’Istoria compiangendo alla morte di Rinaldo degli Albizzi, quando aveva perduto questi ogni speranza di riacquistare la patria, facendo risorgere con armi nemiche lo stato antico della Repubblica. Ma queste cose poi vedremo.

[262]. «E’ danari del Monte tornarono a fiorini diciotto per cento e non si trovava compratore.» (Febbraio 1432-33.) — «A’ 23 di aprile 1433 a ore 22 ci furono due cavallari con nuove della pace, e con l’ulivo ch’ell’era conchiusa col Duca, e sonorono le campane, e fessi fuochi. Non se ne rallegrò se non e’ poveri; e’ danari del Comune non migliororono nulla.» (Morelli, Ricordi; in Deliz. Erud., tomo XIX, pag. 168.)

[263]. Fabbroni, Vita di Cosimo, pag. 96.

[264]. Della Pratica tace affatto il Cavalcanti, e così pure il Machiavelli. — Forse dei nostri lettori taluno ricorda come nell’anno 1396 fosse pigliato con lo stesso inganno Donato Acciaioli: vi ebbero molte circostanze somiglianti, ma era il caso troppo diverso.

[265]. Fabbroni, Vita di Cosimo, pag. 75. — È un ordine dato in forma di bullettino al Capitano del Popolo, perch’egli abbia a fare eseguire la detta sentenza.

[266]. Cavalcanti, Storie.

[267]. Ricordi di Cosimo. — Fabbroni, Vita.

[268]. Cavalcanti. — Ammirato.

[269]. Cambi, Storie (Deliz. Erud., pag. 187).

[270]. «Si volsero a ridurre la terra secondo l’uso del buon vivere e pacifico, e a fare che niuno cittadino avesse più autorità l’uno che un altro, se non quella che gli avevano dato la sorte e la dignità — non pensavano che avevano a fare con un potente nemico.» — Sono parole del buon libraio Vespasiano da Bisticci, che amico a Cosimo del quale scriveva la Vita, era poi anche un fiore di galantuomo. E in altro luogo aggiunge egli: «Non tolsero lo stato a persona, ma dettenlo a tutti quelli che lo meritavano.»

[271]. Il Cavalcanti compose (com’è suo costume) una lunga diceria dell’Albizzi a fine di persuadere la chiamata dei Grandi a parte della Repubblica, ed una di Mariotto Baldovinetti che dissuase il partito. Dell’una e dell’altra il Machiavelli diede un estratto; ma sembra a me sotto quei due nomi avere voluto il Cavalcanti spiegare a disteso come l’aiuto dei Grandi ci volesse a reggere in piedi quel debole Stato, e come i Grandi, cercati forse, non se ne degnassero.

[272]. La Repubblica s’era intromessa per la liberazione del Tolentino. Il primo d’aprile 1435 la Signoria scrive a Neri Capponi ambasciatore a Venezia: «Questo dì c’è di nuovo che Niccolò da Tolentino è morto. Il modo della morte, secondo che scrive Niccolò Piccinino a’ figlioli, fu che andando del borgo di Val di Taro ad altro luogo per stanza, gli cadde addosso il cavallo che cavalcava, et così morì. Questo è secondo lo scrivere; la verità non sappiamo.»

[273]. Commentari di Neri Capponi. — Boninsegni. — Giov. Morelli, Ricordi. — Machiavelli, lib. V. — Scipione Ammirato, lib. XX.

[274]. Ricordi di Cosimo de’ Medici; Fabbroni, pag. 99.

[275]. Il Cavalcanti (lib. IX, cap. 27) dice «che la Signoria di Venezia commise inoltre a certi suoi ambasciatori che erano per le faccende della Lega in Firenze, che a’ nostri ufficiali del Catasto favoreggiassero la posta di Cosimo come Veneziano cittadino.»

[276]. Quando nel 30 andò a Verona fuggendo la peste, menava con sè Niccolò Niccoli, quell’insigne ritrovatore di antichi libri greci e latini, e Carlo Marsuppini d’Arezzo che fu poi segretario della Repubblica.

[277]. Fabbroni, Vita di Cosimo, note a pag. 86, 87. — Romanin, Storia di Venezia, lib. X, cap. 7.

[278]. Nel Catasto del 1427 la posta di Palla Strozzi era superiore a quella di Giovanni de’ Medici e ad ogni altra: quegli pagava cinquecento sette fiorini, questi trecento novantasette. (Canestrini, lib. cit.)

[279]. Vespasiano da Bisticci, Vita di Agnolo Pandolfini.

[280]. Cavalcanti, lib. X, cap. 7. — Nella vita manoscritta di Palla Strozzi, che abbiamo insieme con le altre vite della famiglia scritte da Lorenzo Strozzi fratello a Filippo, si nega l’andata un po’ ridicola del buon Palla, attribuendone l’invenzione al Machiavelli: si vede che Lorenzo Strozzi non aveva notizia delle Istorie del Cavalcanti.

[281]. Storia di Iacopo Pitti, lib. I.

[282]. «Il Papa aveva l’animo a volere il dominio della città, perchè gliene fu data intenzione.» (Commentari di Neri Capponi.)

[283]. Gio. Cambi, Istorie. — Morelli, Ricordi; e Ammirato.

[284]. Giovanni Cavalcanti, lib. X, cap. 19.

[285]. «E appunto in capo dell’anno, in quel medesimo dì, cioè a’ 5 d’ottobre, e in quella medesima ora rientrammo in su quello del Comune, e in quel medesimo luogo. Di questo ho fatto ricordo, perchè ci fu detto da più persone devote e buone, quando fummo cacciati, che non passerebbe l’anno, che saremmo restituiti, e torneremmo a Firenze.» (Ricordi, ec.)

[286]. Cavalcanti, lib. X, ultimi capitoli.

[287]. Boninsegni, Storie. — Morelli, Ricordi. — Cambi, Cronaca. — Nerli, Commentari.

[288]. Vespasiano da Bisticci, Vite di Palla Strozzi e di Agnolo Pandolfini.

[289]. «Nel mese di gennaio prossimo fui il primo tratto dalle borse dello squittinio per Gonfaloniere di Giustizia; e al mio tempo non si confinò nè si fece male a persona: ma Francesco Guadagni e più altri, i quali trovai nelle mani del Capitano della Balìa, operai in forma non morirono, ma furono condannati in perpetua carcere.» (Cosimo de’ Medici, in fine ai Ricordi.)

[290]. Ricordi di Filippo Rinuccini.

[291]. «Qui autem Vexillifer Iustitiae in relegatione Cosmæ cum esset capitaneus Pisis, vocatus ad judicium, in via sive subitanea morte, sive veneno, periit.» (S. Antonino, Chronicon, pag. 504.)

[292]. Scrisse agli Otto: «Io ho inteso il vostro bando, il quale come uomo che non voglio errare, vi avviso che in casa non ho altre armi se non un panieruzzo d’aguti, e un cultellino tutto intaccato, ed è della fante, ec.» (Cavalcanti, lib. X, cap. XXIII.)

[293]. Storia di Giovanni Cambi.

[294]. Cavalcanti, lib. VII, cap. 27.

[295]. Cavalcanti, lib. X, ultimo capitolo. — Storie di Domenico Boninsegni. — Morelli, Ricordi. — Storia di Gio. Cambi. — Ammirato, lib. XX. — Commissione manoscritta, a Neri Capponi, dove si vede come a Firenze avessero cercato non si guastare con Siena. Ved. Appendice, Nº VII.

[296]. Ma non voleva la Signoria di Venezia potesse ciascuno muovere guerra a sua posta e tirare gli altri. Allegava: «esser maggior pericolo che ciò da noi (Fiorentini) non venisse, perchè per avventura siamo più leggieri a muoverci e mutiamo la Signoria spesso. Il perchè talvolta si trovan di quelli che leggiermente vi salterebbon su, maxime cognoscendo avere obbligato la Signoria di Vinegia a concorrere, ec.» (Lettera della Signoria a Neri Capponi, rimasto in Venezia ambasciatore per la Lega; 1º aprile 1435.)

[297]. Il Cavalcanti (lib. XI, cap. 3, 4) ha i nomi dei prigionieri e il numero delle navi prese, ed a chi ciascuna di esse andasse venduta.

[298]. Machiavelli, Storie, lib. V.

[299]. Legazione a Genova di Neri Capponi; copia presso noi. — Cavalcanti, lib. XI, cap. 7.

[300]. Guasti, La Cupola di Santa Maria del Fiore.

[301]. Ammirato, lib. XXI.

[302]. «Ognuno che è in attitudine, ha prestato, e chi gran somma e chi mezzana e chi minore, secondo la sua possa.» (Lettera dei Dieci a Neri Capponi commissario sotto Lucca; 1º aprile.)

[303]. «Il Conte pose campo a S. Maria di Castello (che prima il Piccinino aveva espugnata), e piantovvi una bombarda grossa di gitto di libbre 530: in quattro pietre che trasse dalla bombarda nel pedale della Torre, la fece cadere.» (N. Capponi, Commentari.)

[304]. I Dieci nelle lettere a Neri insistono di continuo perchè sia dato il guasto alle terre dei Lucchesi. «Il guasto si dia senza più indugio, perchè per tutto Firenze non si grida altro; e se caso sopravvenisse che non si potesse fare, credaremmo esserne lapidati.» (Aprile 1437.) «Una delle maggiori e migliori sicurtà che possiamo avere etiandio essendo d’accordo con loro (co’ Lucchesi), è ch’eglino abbino bisogno d’essere pasciuti da noi e dalle terre nostre.» — «Co’ Lucchesi non è da stare a speranza d’accordo, perchè sono più gagliardi che innanzi perdessero il contado.» (Luglio 1437.)

[305]. Commentari di Neri Capponi.

[306]. «Si rannuvola verso la Marca, e dubitiamo che al Conte non convenga fare provvedimenti.» — «Tu dii che il Conte ti pare impensierito perchè crede dovere essere richiesto dalla Signoria di Vinegia, ec.» (Lettere citate.)

[307]. Insin da principio i Veneziani a quella guerra battevano freddi, e per la dimora che il Conte faceva intorno a Lucca nasceva qualche ruggine tra le due Repubbliche. Si trattava co’ Lucchesi accordo, e i Dieci scrivono: «Noi abbiamo ammirazione di quello scrivi dell’ambasciatore di Vinegia, che sia intervenuto nella pratica, perchè a questa materia non vorremmo balii.» Neri aveva scritto: «Mentre il Conte era in ragionamento meco, l’ambasciatore di Vinegia se ne venne là senza essere chiamato; che mi parve presunzione. Avvisatemi come mi ho a governare, ec.» (Lettere citate.)

[308]. Boninsegni, Storie. — Machiavelli, lib. V. — Ammirato, lib. XXI. — Tommasi, Storia di Lucca. — Il Papa in Bologna si era molto adoprato per la pace, andando persino ad offrire ai Fiorentini giurisdizione in Lucca, dove eleggessero essi il Potestà: non ci credeano, ma pure inviarono a Bologna Nerone di Nigi; poi non ne fu altro. (Lettere citate.) E se ne trova pure discorso in altre a Neri; il quale avendo ne’ primi d’agosto lasciato il campo sotto Lucca, ma essendo tuttora dei Dieci, era ito a Genova ambasciatore nell’ottobre di quell’anno stesso per causa di mercanzie.

[309]. Machiavelli.

[310]. Abbiamo (Archivio Storico, tomo XIII, pag. 299) un documento del 31 agosto 1438, per la restituzione di due mila fiorini d’oro prestati da Cosimo e Lorenzo dei Medici, per mezzo di loro soci residenti in Basilea, alla nazione Germanica rappresentata in quel Concilio, che avea promesso di rimborsarli sulle indulgenze pubblicate ivi a favore di chi desse mano alla riconciliazione dei Greci alla Chiesa.

[311]. Cavalcanti, Storie, lib. XI, cap. XIII.

[312]. Abbiamo esemplari dell’atto di unione nella biblioteca Laurenziana e nell’Archivio di Stato; sono grandi cartapecore con le sottoscrizioni di mano del Papa e dell’Imperatore e de’ Padri del Concilio. — Ved. Cecconi, Studi storici sul Concilio di Firenze.

[313]. Neri Capponi, Commentari. — Ammirato, lib. XXI.

[314]. N. Capponi, Commentari. — Romanin, Storia di Venezia, lib. X, cap. 7.

[315]. Il Machiavelli mette in bocca dei Veneziani questa sentenza conforme al linguaggio ed alle idee di quei tempi: «ch’era infamia perdere le terre, ma più infamia perdere insieme le terre e i danari.»

[316]. Scrittori fiorentini; Platina, Vita d’Eugenio IV.

[317]. Leonardo Aretino, Commentari.

[318]. Neri Capponi aveva chiesto a Pier Giampaolo Orsino tenesse sellati cento cavalli per la difesa della persona di Cosimo de’ Medici. (Cavalcanti, lib. XIII, cap. 6.)

[319]. Ammirato, an. 1440.

[320]. Cavalcanti, lib. XIV.

[321]. «Ieri furono i sospetti grandi, e i ragionamenti e pratiche lunghe; finalmente, per non avere a prendere zuffa contro a nostra voglia con Niccolò Piccinino, si deliberò di venire alloggiare qui intorno Anghiari, e così siamo; ch’è, al parere di questi intendenti, luogo forte e sicuro. Niccolò Piccinino è a piè di Celle, che a cinque miglia siamo vicini.» (Lettera di Neri ai Dieci. A lato: Anghiari, 25 giugno 1440.)

[322]. «Ieri fu presso che appiccata la zuffa. Ruppesi quattro lance, e ognuno si ritrasse; e la cagione fu perchè Niccolò Piccinino venne al Borgo con pochi e trovocci in punto.... Stamani nel campo suo si vede molti fuochi, e pare a ciascuno che levi campo, e dove s’avvierà non si sa albitrare; chi dice a Monterchi, chi al Borgo, chi verso Lombardia: tosto il sapremo; secondo farà egli, converrà seguire a noi.» (Lettera dei Commissari, scritta la mattina stessa de’ 29.)

[323]. Il Machiavelli scrive, in tutta quella famosa giornata non essere morto che un uomo solo caduto a terra e calpesto dai cavalli: ma Flavio Biondo forlivese, ch’era in quei tempi segretario del Papa, conta dei Ducheschi essere stati uccisi sessanta e quattrocento feriti; degli altri dugento, e dieci morti, secento cavalli distesi al suolo dalle artiglierie, e Astorre Manfredi rimasto prigione dopo essere stato ferito d’un colpo di lancia nell’anguinaia. — «Andiamo al Borgo e crediamo che s’arà oggi, perchè non c’è persona: faremo il me’ potremo, col Legato.» — «Niccolò Piccinino ha passato l’Alpe: crediamo per ire a Bologna, benchè alcuni dicano a Perugia.» (Lettera de’ Commissari, 1º luglio.) — Una lettera di Micheletto a Cosimo è tra i documenti de’ quali abbonda la Vita di Cosimo pubblicata dal Fabroni, pag. 147. — Vedi Commentari di Neri Capponi e tutti gli storici. — Simonetta, Hist. Francisci Sfortiæ, lib. 6 (in Muratori, R. I. S., tomo XXI.) — Leonardo d’Arezzo pone termine ai Commentari suoi tenendosi da molto per essere stato uno dei Dieci quando si ottenne quella vittoria.

[324]. Cavalcanti, capitolo ultimo del lib. XIV. — Intorno al bando e poi alla morte di Rinaldo è da vedere il libro delle Commissioni sue più volte citato; tomo III in fine.

[325]. Questo scrive Neri nei Commentari; ma in una Lettera ai Dieci del 1º luglio i Commissari scrivevano dal campo felicissimo: «In questo punto ci è ch’e’ Borghigiani hanno gridato Viva la Chiesa, e messo dentro i nostri.»

[326]. «Avvisiamovi che abbiamo avuto Monterchi, Valialla e Monteagutello, e che all’Anfrosina consentivano licenza andasse ove volesse: la roba sua gli hanno vituperato gli uomini di Monterchi; alla quale cosa ne serrai gli occhi, perchè maggior nimicizia tra loro rimanga.» (Lettera di Bernardetto de’ Medici ai Dieci, 4 luglio.)

[327]. «Il Conte di Poppi ci mandò chiedendo salvocondotto per due ambasciatori che volea mandare a Firenze, e sperava avere grazia che almanco la casa sua di Poppi rimanesse alle sue femmine; che si rendeva certo, che se non meritavano grazia i maschi, alle femmine non sare’ dinegato.» — «Rispondemmo che a Firenze non bisognava mandare: al tutto la tagliammo, consigliando gli uomini di Poppi a pigliare partito, dichiarandogli che se non facessino tosto, avevamo in commissione mettergli a saccomanno, e dare ducati diecimila alla gente d’arme di bene andata se lui ne dassino, e ducati quindicimila a chi dessi preso o morto niun de’ figliuoli; e così si farebbe bandire stasera.» (Lettera de’ 25 luglio.) — Altra de’ 31: «Quest’ora il Conte di Poppi e figliuoli e figliuole con loro robe si sono usciti di Poppi, e noi vi siamo entrati, ed egli potrà ire a uccellare il can da rete; e proverà quello che è tradire la Signoria vostra, por modo fia esempio agli altri.»

[328]. Neri Capponi, Cacciata del Conte di Poppi.

[329]. Simonetta, Hist. Francisci Sfortiæ, lib. V. — Commentari di Neri Capponi. — Poggio, Storie, lib. VIII. — Machiavelli, lib. VI.

[330]. Cavalcanti, lib. VIII, in più luoghi.

[331]. Cavalcanti, tomo II, pag. 162. — Machiavelli, lib. VI. Intorno all’Annalena, vedi Giornale storico degli Archivi Toscani (tomo I, pag. 42 e seg.); e intorno a Baldaccio, un articolo del signor Passerini (Archivio Storico, tomo III, pag. 2, anno 1866).

[332]. «Le cagioni non furono note, perchè fu opera segreta e fatta quasi in istanti: ma era huomo di grande animo e di gran condotta, e temuto da molti.» Storie di Domenico Boninsegni.

[333]. Cambi, Storie. (Delizie degli eruditi, tomo XX, pag. 234.)

[334]. Istoria miscellanea Bolognese. (R. I. S., tomo XVIII, pag. 665.)

[335]. Lettera manoscritta di Neri Capponi, dei 16 gennaio 1440-41. (Archivio di Stato.)

[336]. Istoria miscell. Bolognese, loco citato.

[337]. Naldo Naldi, Vita di Giannozzo Manetti. (R. I. S., tomo XX, pag. 344.) — Vespasiano, Vita dello stesso. — Il Cavalcanti (tomo II, pag. 160) accenna a cose ch’egli non dice, molto avvolgendosi come suole, ma qui oltre al solito misterioso. La Vita che abbiamo citata del Naldi è fatta sopra una che di Giannozzo Manetti avea scritto lungamente l’infaticabile Vespasiano, pubblicata in Torino, 1862, dal signor Pietro Fanfani, e della quale è un estratto che il Mai aveva compreso nel suo volume.

[338]. Così il Cavalcanti, che scrive già in odio a Cosimo, senza volere che si paresse: ma nella Vita di Giannozzo si trova Baldaccio essere stato a passeggiare sotto al tetto de’ Pisani quando fu dall’Orlandini chiamato in Palazzo.

[339]. Cavalcanti, tomo II, pag. 257.

[340]. Storia Fiorentina, cap. I; Opere inedite, tomo III.

[341]. Ammirato, Storie.

[342]. Bartolommeo Platina, scrisse la Vita di Neri Capponi (R. I. S., tomo XX); ma in quella non fece, com’era usanza, altro che dare celebrità di latine forme ai Commentari di lui, che ivi riescono dimagrati; e del caso di Baldaccio nemmeno fa cenno.

[343]. Cambi, Storie, pag. 231.

[344]. Canestrini, La Scienza e l’Arte di Stato, parte I: L’imposta sulla ricchezza mobile ec., pag. 213.

[345]. Idem, pag. 170.

[346]. Naldo Naldi, col. 348; e Vespasiano, Vita di Giannozzo Manetti, pag. 590.

[347]. Cavalcanti, Seconda Storia, pag. 198.

[348]. Cavalcanti, Seconda Storia, pag. 206.

[349]. Idem, pag. 188.

[350]. Cavalcanti, pag. 200 e seg.

[351]. Vespasiano da Bisticci, che scrisse tra le altre la Vita di Bartolommeo Fortini (Archiv. Stor., tomo IV, parte I, pag. 379), dice ch’egli ebbe il confine perchè era stato eletto degli ufiziali del Monte; e uno dei potenti ci voleva entrare lui. — Dello stesso Vespasiano abbiamo pure la Vita di ser Filippo Pieruzzi di ser Ugolino, che fu integro e dotto uomo.

[352]. Uno di questi, Domenico di Matteo di ser Michele da Castel Fiorentino, viene descritto dal Cavalcanti con le seguenti parole: «costui è villano, iniquo e superbo, mancatore di sua fede, barattiere, accettatore di presenti. Egli è lungo e sottile, la voce femminile, le gambe spolpate; misero ne’ fianchi, e guardo acuto: stretto nelle spalle, biancastrino e povero di barba; il volto colorito di lebbroso segno: l’andatura sua rara, col petto in fuori più che non richiede la sua lunghezza.» Tomo II, pag. 194.

[353]. Cavalcanti, Seconda Storia. — Storia di D. Boninsegni. — Cambi, idem. — Morelli, Ricordi, (Deliz. erudiz., tomo XIX.) — Machiavelli, lib. VI.

[354]. Un Sonetto satirico, pubblicato nell’Archivio Storico Italiano, tomo XVI, parte I, pag. 326-27, ammonisce il Papa di non fidarsi ai Romani, e gli ricorda che il buon sartore misura sette e taglia uno.

[355]. Vespasiano, Vita di Agnolo Acciaiuoli e di Leonardo d’Arezzo.

[356]. Citiamo parole che onorano il Piccinino. Aveagli scritto Giannozzo Manetti mettendolo sopra per virtù a Ciro ad Agamennone a Pirro ed ai famosi Romani perchè aveva fatto le imprese per solo amore di gloria; a cui rispose il Capitano con bella verecondia: «io sono un piccolo verme e un saccomanno da non farne veruna stima, a comparazione di quei magnanimi signori antichi, ec.» (Lettera del Piccinino a Giannozzo, con la Vita di questo edita dal Fanfani, pag. 190.)

[357]. Abbiamo in uno spaccio a Neri Capponi, 21 novembre 1444: «Carissimo nostro, siamo avvisati per tua lettera come a’ dì 16 di questo, monsignor di Capua Morinense et il Camarlingo e tu in tuo nome et di Cosimo de’ Medici, unitamente lodasti che Recanati et Oximo dovessono rimanere al S. Padre, et Fabriano con le sue fortezze della terra e del contado che possiede al presente la Chiesa, si debbono rimettere nelle mani nostre ed essere da noi governate per un anno, nella fine del quale sia in nostro arbitrio di dare detta terra e fortezze o al Papa o al Conte. Il perchè sommamente commendiamo la tua diligenza et prudentia. Et appresso t’avvisiamo come noi abbiamo eletto messer Bartolommeo Orlandini carissimo nostro cittadino a governare per detto tempo detta terra e fortezze, ec.» Era l’uccisore di Baldaccio.

[358]. Nella vernata il Conte venne a Firenze, e disse di fare miracoli; infra gli altri, di ridurre il Papa a pace per forza, ec. (Commentari di Neri Capponi, col. 1201.) Cavalcanti, Seconda Istoria, cap. XXXIII. — Boninsegni, an. 1446. — Fabroni, Vita Cosmæ, pag. 170 dei Documenti.

[359]. Legazioni a Venezia di Neri Capponi, che l’una nei mesi di settembre e ottobre 1445, e l’altra con Bernardo Giugni dal maggio al luglio 1446. A stento si vinse ne’ Consigli quella nuova condizione, prima essendo soliti pagare un terzo, e i Veneziani due terzi: pareva che fosse ingiusto l’andare con essi ad un giogo e tirare uno medesimo peso.

[360]. «Il Duca cercò d’avere il Conte per mezzo di papa Eugenio, e missono il Re in su la pratica, acciocchè i Veneziani non si facessino grandi. Pagò il Re al Conte ducati 40,000, e feciono tra loro molte composizioni segrete. Di poi morì papa Eugenio, e la sua morte ruppe molti disegni.» (Capponi, Commentari.)

[361]. Cavalcanti, tomo II, pag. 265; e Vespasiano, Vita di Niccolò V.

[362]. Gli ambasciatori Angiolo Acciaioli, Giovannozzo Pitti, Neri Capponi, Alessandro degli Alessandri, Giannozzo Manetti e Piero di Cosimo de’ Medici, furono dal Papa ricevuti nella sala regia, che prima solevano privatamente in altra sala. Giannozzo Manetti dotto e franco dicitore improvvisò l’orazione con molta sua lode. Il Cavalcanti distesamente narra come quell’Antonio di Checco Rosso Petrucci da Siena, che noi da più anni conosciamo grande nemico dei Fiorentini e turbolento macchinatore nella sua patria, tendesse insidie agli ambasciatori che tornavano, invitandoli nelle castella sue per quivi rubarli; e come Neri, di lui dubitando, sventasse il disegno: questi però nei Commentari suoi ne tace affatto; e il Cavalcanti a pensar male andava a nozze. (Tomo II, pag. 267.)

[363]. Istruzione a Neri Capponi e Bernardo Giugni ambasciatori a Ferrara per la pace; 28 luglio 1447, e lettere successive.

[364]. Lettere dei 7 e 9 agosto. (Istruzioni manoscritte.)

[365]. Archivio Storico Italiano, tomo IV, pag. 418.

[366]. Legazione manoscritta, 6 aprile 1448.

[367]. «Questo Bernardetto, molto amorevole di Cosimo, era uomo nettissimo e servigiato, non piazzaiolo, che non andava in Palagio se non chiamato, e rado era che non si trovasse nella sua bottega dove faceva l’arte di lana; esperto e pratico negli uffici, che intendeva le cose alla prima, ec.» (Cavalcanti, tomo II, pag. 213.)

[368]. «Condussesi il Re a chiedere salvocondotto pe’ suoi falconieri: rispondemmoli che per uccellare noi glielo davamo, se uccellasse solo alle starne, ma che uccellava ad altro, e però glielo negammo.» (Neri Capponi.)

[369]. Poggio, Storia Fiorentina, lib. VIII. — Commentari di Neri Capponi. — Bartolommeo Fazio, Vita Alphonsi Regis. — Istoria metrica in terzine dell’assedio di Piombino. (R. I. S., tomo XXV.) Malavolti, Storia di Siena.

[370]. Vedi Fabroni, pag. 176 e seg.

[371]. Simonetta, Historia Francisci Sfortiæ, in Muratori, R. I. S., tomo XXI. — Poggio, Storia. — Machiavelli, lib. VI. — Simonetta, cap. 72-73. — Archivio Storico Italiano, tomo XV, parte II, pag. 30 a 34.

[372]. In Muratori, R. I. S., tomo XXI, pag. 388.

[373]. Romanin, Storia di Venezia, tomo IV.

[374]. Tomo II, Appendice, pag. 517.

[375]. Vespasiano, Vita di Giannozzo Manetti.

[376]. Cavalcanti, Seconda Storia, tomo II, pag. 253.

[377]. L’oratore che lo Sforza teneva in Firenze, a lui scriveva nell’aprile del 1449: «Con Neri di Gino ho molto particolarmente examinata questa vostra facenda; e accordasi a questo, ed è disposto in ogni caso prestare favore al facto vostro e dimostrarvi che v’è buono amico et servitore, e vuole in qualunque nostro facto essere d’accordo con Cosimo.» In altro luogo scrive che Neri e Giannozzo Pitti e Alamanno Salviati e Diotisalvi Neroni ed altri, gli avevano date buone assicurazioni. — E a’ 30 giugno: «Questa benedecta pestilenza ha sgomentata qui la brigata in modo che di sette li cinque sono fora a le ville, per forma che la campana del Consiglio ha assai che suonare, et non si gionge mai a la metà del numero debito, et per questo la Signoria non ha mai potuto trarre le mane de più cose che hanno a fare.» Laonde lo Sforza scriveva in quel tempo: «Mi trovo ingannato de tucto quello me scriveti super lo facto di danari, sì che non so che mi dire; se non che non volendomi dare li miei denari del passato, nè la gente, questo è tanto a dire quanto assentire a la total mia disfactione. Pertanto vogliate sollecitare, ec.» (Archivio Storico, nuova serie, tomo XV, disp. II, pag. 35-36.)

[378]. Cambi, Storia, anno 1449. — Cavalcanti, Seconda Storia, cap. 69.

[379]. Diceano: «egli ha pieno sino i privati dei Frati delle sue palle (armi della famiglia Medici), ed ora fabbrica un palagio.» (Cavalcanti, cap. XXXIII, Seconda Storia, cap. 36, 69, 81, 82, 87.)

[380]. Vespasiano, Vita di Pandolfo Pandolfini. Vedi pure nella Vita di Donato Acciaioli, come lo facesse Cosimo imborsare per Gonfaloniere di giustizia.

[381]. Commentari di Neri Capponi. — Cavalcanti, tomo II, pag. 242. — Machiavelli, lib. VI.

[382]. In fine della lettera erano questi brevi versi: «Piero, all’avuta di questa te ne verrai, perchè, venendone tu, non vi rimarrà ignuno degli altri.» (Vespasiano, Vita di Giannozzo; Torino, 1862; pag. 35.)

[383]. Legazioni manoscritte di Neri Capponi (Archivio di Stato). — Vespasiano da Bisticci, Vita di Giannozzo Manetti.

[384]. Boninsegni, Leonardo. — Machiavelli, lib. VI. — Ammirato, ec.

[385]. «L’Imperatore mandò a rinnovare suoi salvocondotti a Firenze.» (Neri Capponi, Commentari.)

[386]. «L’Imperatore poi ci scrisse di casa sua, che aveva sentito come eravamo richiesti di dare spalle alla fuga, e non avevamo voluto consentire; di che molto ci ringraziò.» (Neri Capponi, Commentari.)

[387]. «Conforterete e supplicherete alla Maestà del Re di Francia a venire o mandare potentemente in Italia, sì per recuperare l’antica gloria e titoli a lei debiti, sì etiandio per salute della nostra Repubblica; nella qual parte se fussi domandato quanta gente giudichereste esser necessaria, direte che a noi parrebbe dover bastare cavalli 15 mila, rimettendo sempre questo al giudizio della regia sapienza. — E quando la Maestà del Re di Francia non volesse per sua gloria venire o mandare in Italia potentemente, com’è detto disopra, si tenti che almeno venga il re Renato con quelle genti pagate sia a lui possibile, ec.» (Istruzione ad Agnolo Acciaioli, manoscritta appresso di noi, diversa da quella pubblicata dal Fabroni, pag. 200.)

[388]. Giannozzo Manetti, Vita di Niccolò V. (Rer. Ital. Script., tomo III, parte II.) — Simonetta, Storia di Francesco Sforza. (Rer. Ital. Script., tomo XXI, lib. XXIV.)

[389]. Neri Capponi, Commentari.

[390]. Fu detto Cosimo essersi conciliato il re Alfonso col dono d’un manoscritto di Tito Livio. (Tiraboschi, Storia della Letteratura, tomo VI, lib. I, cap. 2.)

[391]. Poggio, fine della Storia. — Documenti aggiunti dal Fabroni alla Vita di Cosimo de’ Medici.

[392]. Vespasiano, che gli fu amico, racconta com’egli da privato uomo solesse dire che se una volta avesse ricchezze, le spenderebbe in libri e in edifizi. — Vedi intorno allo stato di Roma in quelli anni la lettera pubblicata dal Fabroni, pag. 165. — Enea Silvio, nei Commentari solito morsicchiare i predecessori suoi con isquisita delicatezza, scrive Niccolò con gli edifici che rimasero indi imperfetti avere accresciuto quasi a Roma le ruine. — Vedi pure quel ch’egli accenna della natura e del governo di Callisto III.

[393]. Vespasiano, Vita del re Alfonso. — Fine dei Commentari di Neri Capponi. — Machiavelli, lib. VI.

[394]. Boninsegni, Storie.

[395]. Cambi e Boninsegni.

[396]. Vespasiano, Vita di Piero de’ Pazzi.

[397]. Giannozzo, andato l’anno 1446 potestà in Pistoia, e calunniato da un Soldini, dettò un’Istoria di quella città, pubblicata dal Muratori (Rer. Ital. Script., tomo XIX in fine) e non disutile a chi voglia conoscere i modi tenuti dalla Repubblica di Firenze nell’amministrazione delle città suddite.

[398]. Presentandosi alla Signoria, disse: «Eccelsi Signori mia, se a Dio che m’ha creato, avessi con tanto amore e con tanta fede servito, quanto ho fatto a questa Signoria, io crederei essere a’ piedi di santo Giovanni Battista; ed i meriti ch’io n’ho riportati, le vostre Signorie li conoscono.»

[399]. Vespasiano da Bisticci, Commentario della vita di Giannozzo, pubblicata dal Fanfani. Torino 1862, dalla quale sarebbe in tutto cavata quella latina del Naldi, prolissa d’ornati e di classiche locuzioni; chiama il Potestà prætor urbanus, la Signoria senatus, e dice che i Dieci della guerra si creavano a badare ne quid respublica detrimenti caperet. — Quando fu eletto Giannozzo dei Dieci ne fecero tutti grande allegrezza e maraviglia, e dicevano: «ora si conosce quanta forza hanno le virtù, ec.: in breve tempo, da volerlo confinare, vòltati, egli è fatto de’ Dieci in compagnia de’ primi della città.» Vespasiano scrisse un’altra più breve vita del Manetti, tra quelle del Mai. — Nell’edizione del Fanfani (pag. 169) è una molto bella lettera che Giannozzo in nome dei Dieci scriveva alla Signoria di Siena.

[400]. Cambi, Cronaca. — «Si vinse sul Consiglio del popolo, che gli accoppiatori che tenevano le borse del prioratico a mano, dovessino per tutto il mese di gennaio prossimo averle serrate, e fosse loro levato ogni autorità e balìa ch’eglino aveano intorno a ciò: fuvvi fave nere 218 e bianche 22. E dipoi nel Consiglio del comune fuvvi fave nere 169 e bianche 7. E di questo molto il popolo se ne rallegrò.» (Rinuccini Filippo, febbraio 1454 st. fior.)

[401]. Vespasiano, Vita di Cosimo, pag. 343.

[402]. Richiesto Neri da uno dello stesso suo casato che avea commesso un omicidio, ricusò salvarlo; «questa grandigia (dicendo) non mi è stata data per le miserie nè pe’ micidii ch’io abbia fatti, nè favoreggiati; anzi me l’ho guadagnata per la mia sollecitudine e per lo favore che io ho sempre prestato alla ragione: e però abbi pazienza, che la giustizia abbia suo luogo.» (Cavalcanti, tomo II, pag. 205-6.)

[403]. Guicciardini, Opere inedite, tomo III, pag. 8.

[404]. Morelli, Ricordi.

[405]. Cambi, Deliz. erud., tomo XX, pag. 338 e seg. — Ricordi di Filippo Rinuccini. — Machiavelli, lib. IV.

[406]. Nerli, Commentari.

[407]. Canestrini, Sulle Tasse, pag. 168.

[408]. Cambi, Storie.

[409]. «Il Palagio fece venire circa quattromila cerne e circa 300 cavalli, e il Signore di Faenza e Simonetto e altri condottieri.» (Filippo Rinuccini, dove sono anche i nomi dei confinati.)

[410]. Cambi, Cronaca. — Boninsegni, Storie.

[411]. Ricordi di Alamanno Rinuccini, anno 1462.

[412]. Rinuccini, ivi. — Ammirato.

[413]. Morelli, Ricordi.

[414]. Rinuccini ed altri. — Dice l’Ammirato, Luca essersi tolta per impresa una bombarda, volendo significare che siccome questa, dove gli sia dato fuoco, trae fuori una palla, così egli poteva cacciare via le palle, arme dei Medici.

[415]. Machiavelli, lib. IV.

[416]. La descrizione di quei ricevimenti fatti ad onore di Pio II è da vedere nelle Delizie degli eruditi, tomo XX, pag. 368: l’autore, che si compiace di quella magnificenza, è pure offeso dalle profanità troppo boriose che vi si mescolavano. — Quelle pompe furono anco descritte in terza rima. (Rer. Ital. Script., nel secondo dei due tomi aggiunti in Firenze, pag. 719.)

[417]. «Era molto umile in ogni sua cosa; la camera dov’egli dormiva, v’era un letticciuolo da frate ed una sedia di legno vecchia, con un poco di desco al dirimpetto dov’egli stava a comporre le sue opere, e mai perdeva un’ora di tempo. — Non avea masserizie in casa, se non tante che furono istimate alla morte sua centoventi lire.» (Vespasiano, Vita dell’Arcivescovo Antonino.)

[418]. Questo mi pare che si argomenti da una pia opera in volgare che il signor Palermo pubblicava (Firenze, 1858), e che potrebb’essere di sant’Antonino.

[419]. Vespasiano, nella Vita d’Antonio Cincinello, narra il caso pietoso d’una donna figlia di Rinaldo degli Albizzi e nuora di Rinaldo Gianfigliazzi; alla quale povera e nell’esilio abbandonata insieme ad un figlio suo, parvero grande sussidio pochi ducati venuti ad essa in elemosina.

[420]. In tutto quel fatto la maestria politica dei Veneziani si trova descritta negli Annali di Domenico Malipiero. (Archivio Storico, tomo VII, pag. 1.)

[421]. A questo punto dell’istoria noi rimanghiamo con poco sussidio di contemporanei, avendo cessato con l’anno 1447 il Cavalcanti, e prima del 57 i Commentari di Neri Capponi. Finisce con l’anno 1460 il Boninsegni, e tace la prima parte delle Istorie che vanno col nome di Giovanni Cambi, per indi ripigliare col 1480 la parte descritta da lui testimone; e finiscono i Ricordi di Filippo Rinuccini, continuati però con maggiore ampiezza dal figlio Alamanno.

[422]. Il Fabroni pubblicava le note di Piero per le spese fatte nei funerali del padre e negli uffici e limosine, e per vestire a bruno gli uomini e donne della famiglia, e i fattori e i servi. Stanno con questi i nomi di quattro schiave. Lo stesso autore ci diede (pag. 214) il contratto di compra di una schiava circassa per conto di Cosimo dei Medici l’anno 1427 in Venezia, per mano di Giovanni Portinari, il quale pagava sessantadue ducati d’oro, prezzo della schiava.

[423]. Vedi le lettere a Piero de’ Medici, del Papa e del Re di Francia, Luigi XI, più altre poi d’uomini letterati — Abbiamo anche una bella lettera di Piero intorno agli ultimi giorni del padre. (Fabroni, Documenti, pag. 251.)

[424]. Mémoires de Phil. de Comines, lib. VII, cap. V. — E innanzi avea detto: «Cosme de Médicis, homme digne d’être nommé entre les très-grands; et en son cas qui estoit de marchandise, etoit la plus grande maison qui je croy qui jamais ait ésté au monde: car leurs serviteurs et facteurs ont eu tant de crédit, soubs couleur de ce nom Medicis, que ce seroit merveilles à croire a ce que j’en ay veu en Flandre et en Angleterre.»

[425]. «Non fu anno che non spendesse in muraglie quindici ovvero diciotto migliaia di fiorini. — Nel palazzo di Firenze 60 mila; nel chiostro e parte della chiesa di San Lorenzo, 70 mila. In San Marco ne avea spesi 40 mila, e non bastarono; nella Badia di Fiesole 80 mila.» (Vespasiano, Vita di Cosimo.) — Il Fabroni pubblicava un lodo per le divise tra’ due rami usciti da Giovanni di Bicci, nel quale è detto che le spese fatte da Cosimo nelle chiese di Santa Croce, dei Servi, di San Miniato al Monte e di Camaldoli nel Casentino, oltre a quelle notate nel testo, sieno portate sulla parte sua, sgravandone quella dei figli di Lorenzo. — In certi Ricordi il Magnifico scriveva: «Gran somma di danari trovo che abbiamo spesi dall’anno 1434 in qua fino a tutto il 1471. Si vede somma incredibile, perchè ascende a fiorini 663,755 tra limosine, muraglie e gravezze, senza l’altre spese; di che non voglio dolermi: perchè quantunque molti giudicassin meglio averne una parte in borsa, io giudico esser grande onore allo stato nostro, e paionmi ben collocati, e sonne molto ben contento.» (Lorenzo Medici, Ricordi. Fabroni, pag. 47.)

[426]. «Tolsi quarantacinque scrittori e finii volumi dugento in mesi ventidue.» Dallo stesso Vespasiano abbiamo l’elenco dei codici antichi fatti copiare da lui; un catalogo della biblioteca lasciata da Cosimo e che è nell’Archivio Mediceo, parve al Fabroni troppo lungo perchè lo stampasse. Per la Chiesa di San Lorenzo faceva scrivere ed abbellire di miniature trenta libri corali; altri per San Marco, ec. — L’inventario delle gemme incise e vasi e medaglie e gioie trovate nell’eredità di Cosimo dei Medici, aggiugne alla somma di 28 mila 423 fiorini, senza gli argenti e mobilia. (Fabroni, pag. 231.)

[427]. Guicciardini, Opere inedite, tomo III, pag. 8.

[428]. «Si vinse che le borse si serrassino e tornassesi alla sorte, la quale è molto grata a tutti generalmente, cioè quella de’ tre maggiori, Signori, Gonfaloniere e Dodici: che prima le tenevano a mano cinque cittadini, ed era de’ Signori chi egli disegnavano; e ora si cominciò a trarre a sorte. E’ Priori per novembre e dicembre 1465 feciono squittinio de’ tre maggiori. Cominciò agli 8 dicembre e finì a’ dì 30 detto. Furono in numero di 537, in tutto con priorati e magistrati e consoli, e con cinque accoppiatori, fatti per detto squittinio, che furono di più favore, ec. I Signori per gennaio e febbraio 1465-66 cominciarono lo squittinio dei capitani di Pisa, e potestà solo, e poi il partito chiamato gli otto uffici di dentro, poi undici uffici di fuori, poi provveditorati e riformatori e legionarii direttori, poi el marzocchio, e poi capitano di galere, e poi uffici di notai.» (Morelli, Ricordi, pag. 181.)

[429]. Guicciardini, Opere inedite; Storia Fiorentina, cap. II. — Machiavelli, lib. VII. — Ammirato, lib XXIII.

[430]. I Fiorentini, volendo al solito mandare galere in Levante per la tutela dei loro traffici, la Repubblica di Venezia si opponeva a ciò, allegando che i Turchi se l’avrebbono prese, usandole ai danni della cristianità: e avendo i Fiorentini risposto, che ad ogni modo le manderebbero; il Senato facea replicare, che il comandante dell’armata loro aveva piena balìa, e qualunque cosa egli facesse delle galere non se ne impacciavano. (Ricordi di Alamanno Rinuccini, anno 1463.)

[431]. Carlo Rosmini nella Storia di Milano purgava a sufficienza Francesco Sforza da quell’accusa per via di autentici documenti. Vedi pure quelli pubblicati dal Canestrini, Archivio Storico, tomo XV.

[432]. Guicciardini, Storia di Firenze, XIX.

[433]. Ricordi Storici di Alamanno di Filippo Rinuccini.

[434]. Vedi lettere di Agnolo Acciaioli e di un ser Luca, e la deposizione di Francesco Neroni. — Fabroni, Vit. Laurentii Med., Documenti, pag. 28-32.

[435]. Fabroni, Documenti.

[436]. Valori, Vita Laur. Med.

[437]. Ricordi d’Alamanno Rinuccini.

[438]. Storie di Iacopo Pitti, lib. I.

[439]. Ammirato, Storie. — Fabroni, Documenti sopraccitati. — L’Ammirato accusa, non senza ragione, il Machiavelli di molti errori ed alterazioni di questi fatti come di altri molti. Nè facciamo caso della strabocchevolmente prolissa e in parte falsa narrazione che ne lasciava Michele Bruto nelle Storie sue, egli piacendosi in quei viluppi di vani disegni donde speravano forse in patria il ritorno i fuorusciti, tra i quali viveva cento anni dopo in Lione quello scrittore di poco pregio.

[440]. Romanin, Storia di Venezia, lib. XI, cap. 1.

[441]. Il Fabroni ha pubblicato queste due lettere che il Machiavelli avea veduto; ma questi conservandone i principii, poi le rifece a modo suo, e dice che fu quella dell’Acciaioli scritta da Napoli, quando è da Siena a’ 23 settembre. (Documenti, pag. 36; e vedi anche Vespasiano nella Vita di Agnolo Acciaioli.)

[442]. Fabroni, pag. 35. — Aggiugne all’amico, di queste cose non parli «se non con Madonna o col Signore.» Madonna era Lucrezia Tornabuoni moglie di Piero dei Medici. È cosa nuova dare in Firenze a un uomo il titolo di Signore.

[443]. Annali Veneti di Domenico Malipieri.

[444]. Vedi la lunga lettera di Ferrando alla Repubblica di Firenze. (Archivio Storico, tomo XV, pag. 185.)

[445]. Annali Veneti di Domenico Malipieri.

[446]. Pigna, Storia della Casa d’Este.

[447]. «Dipoi la pubblicazione della pace, il Papa ha fatto batter talenti d’oro da venti ducati l’uno, con l’impronto della sua immagine e con lettere che dicono — Papæ Paulo pacis Italiæ fundatori.» (Malipieri, Annali.)

[448]. Malipieri, Annali. — Ammirato, Storie.

[449]. Machiavelli, lib. VI.

[450]. Vespasiano, Vita di Agnolo Acciaioli. — Machiavelli, Storie.

[451]. Lettere pubblicate dal Fabroni tra’ Documenti, pag. 28 e seg. — Gli manda arienti per convitare don Federigo d’Aragona ed altri Signori, «che si vuol fare magnificamente e onoratamente; e datevi buon tempo, e non vi date pensiero di noi di qui, che ancor sarete a tempo a smaltirle come noi.» (pag. 52). — Comunica seco via via i negozi che si trattavano, mostrando rimettersi di molte cose al giudizio suo.

[452]. Christophori Landini, Disputationes Camaldulenses.

[453]. La Giostra di Lorenzo fu cantata in terza rima da Luca Pulci con minutezza istorica e scarsa vena di poesia.

[454]. Fabroni, Documenti, pag. 42.

[455]. Niccolò Valori, Vita di Lorenzo.

[456]. «Per fare il debito nostro donammo alla Duchessa una collana d’oro con un grosso diamante, che costò circa ducati tremila; donde ne seguitò dipoi, che il prefato Signore ha voluto che battezzi tutti gli altri sua figlioli.» (Ricordi di Lorenzo; vedi Fabroni, pag. 54.)

[457]. Morelli, Ricordi (Deliz. Erud., tomo XIX). — Ricordi di Alamanno Rinuccini. — Guicciardini, Opere inedite, tomo III, cap. 3. — Ammirato, Storie, lib. XXIII.

[458]. Lettera di Piero dei Medici al figlio Lorenzo. (Fabroni, Docum. pag. 30.)

[459]. Rinuccini Alamanno, pag. 116.

[460]. Guicciardini, Opere inedite, tomo III, pag. 29. — A guerra finita il Malipiero scriveva: «Questo successo ha dispiaciuto alla Signoria (di Venezia), perchè continuando la guerra tra Volterra e Firenze se podeva solevar qualche novità in quella terra, e’ fuorusciti aiutati da Volterra saria entrati in Fiorenza.»

[461]. «Ricordovi quando fu el sacco di Volterra, che ogni uomo pubblicamente, massime e’ Venti, mostravano buona disposizione; ma se noi non trovavam modo a trarre e’ cento mila fiorini dal Monte, se avessimo avuto a far prova di più difficil cosa, credo l’aremo veduta cattiva.» (Lettera di Lorenzo. Vedi Fabroni, pag. 62 e seg.)

[462]. Vespasiano, Vita di Federigo. — Machiavelli, lib. VII. — Ammirato, lib. XXIII. — Lettera di un Inghirami a Lorenzo; vedi Fabroni, pag. 63. — Antonio Ivani scrisse in latino un Commentario di quella guerra. (Rerum Ital. Script., tomo XXIII.) — Comprò la Repubblica e donò a Federigo il bel palagio di Rusciano in pian di Ripoli, cominciato da Luca Pitti: questi si trova essere stato uno dei Venti.

[463]. I Diari Rinuccini descrivono questo e l’altro Capitolo Generale di tutto l’Ordine Francescano in Santa Croce di Firenze, al quale convennero l’anno 1449 milledugento frati; e la Repubblica stanziava a sussidio del detto Capitolo mille fiorini d’oro.

[464]. «Del mese di settembre 1471 fui eletto ambasciatore a Roma per l’incoronazione di papa Sisto, dove fui molto onorato, e di quindi portai le due teste di marmo antiche delle immagini d’Augusto e d’Agrippa, le quali mi donò detto papa Sisto, e poi portai la Scodella nostra di calcedonio, intagliata, con molti altri cammei, che si comperarono allora ec.» (Ricordi di Lorenzo de’ Medici.) — «Lorenzo, tra gli altri benefizi che ha ricevuti da Sua Beatitudine, ha guadagnato con quella un tesoro.» (Istruzione in nome di Sisto IV ad Antonio Crivelli); vedi Appendice Nº X. — Vedi anche Niccolò Valori, Vita ec.

[465]. Il Fabroni pubblicava una lettera che Lorenzo scriveva al Papa, il dì 21 novembre 1472, chiedendogli il cardinalato per Giuliano; e due a Lorenzo, del buono ed illustre, ma insieme prudente e un po’ cortigiano cardinale Iacopo Ammannati detto il Cardinale di Pavia, del quale abbiamo in latino un brano di storia e gran numero di lettere a principi, a grandi personaggi e a letterati.

[466]. Corio, Storia di Milano.

[467]. Niccolò Valori, Vita ec.

[468]. Vedi Appendice Nº VIII.

[469]. Abbiamo le due lettere pubblicate dal Fabroni (pag. 67, 68). Luigi XI proponeva a Lorenzo di tenere in Francia un suo Oratore, il quale dovesse conferire col Re solo, nè mai co’ magnati, nè co’ principi del sangue. Gli chiede poi dei cani in dono, ed anche uno solo, purchè fosse bello e grande, volendo tenerlo in camera e presso la persona sua.

[470]. Guicciardini, cap. III.

[471]. Vespasiano, Vita di Donato Acciaioli.

[472]. Rinuccini, pag. 117.

[473]. Abbiamo la data 28 gennaio 1475 nei Ricordi del Morelli, gli altri tacendo quella Giostra ed i moderni scrittori avendo confusa questa col Tornèo più grande e solenne che aveva tenuto Lorenzo l’anno 1469. Quindi affermarono che il Poliziano fosse in età di soli quindici anni quando cominciava il Poemetto: ne aveva ben venti nel principio del 75, e ventiquattro ne avrebbe avuti quando il Poema fosse scritto un poco prima della congiura de’ Pazzi e interrotto quindi per la morte di Giuliano; il che a noi sembra essere congettura fra tutte probabile. Dove il Poeta nella quarta Stanza dice che all’ombra di Lorenzo

«Fiorenza lieta in pace si riposa

Nè teme i venti, o ’l minacciar del cielo,

Nè Giove irato in vista più crucciosa,»

allude manifestamente alle ire di Sisto IV, le quali precessero al caso dei Pazzi.

[474]. Ricordi d’Alamanno Rinuccini, pag. 125 e seg.

[475]. La formula delle sentenze diceva: «Magnifici Octoviri Custodiæ et Baliæ Civitatis Florentiæ in numero sufficienti collegialiter congregati, intellecto et recepto qualiter etc. — Et idcirco habito super prædictis omnibus et singulis sano et maturo consilio etc.; deliberaverunt, scribunt, commictunt, imponunt et mandant vobis Præsenti Domino Potestati dictæ Civitatis Florentiæ quatenus vigore præsentis deliberationis, ac commissionis et bullettini, per vestram sententiam declaretis, pronuntietis et sententietis dictos etc. — Nota che sempre al Potestà dicevano Voi, «quel Voi che prima Roma sofferìe» e che era dato alla Sovranità. (Sentenze pubblicate tra i Documenti di corredo all’edizione del Commentario della Congiura de’ Pazzi per Angiolo Poliziano. Napoli, 1769.)

[476]. L’Allegretti nel Diario Senese (R. I. S., tomo XXIII, e. 782), e il Malavolti, Istoria di Siena, accusano apertamente i Fiorentini che dessero mano al conte Carlo ed ingannassero i Senesi con belle parole: «ci mandavano ogni dì una buona lettera, e il Conte Carlo ogni dì una cavalcata.» (Cronica citata.) — La corrispondenza di Lorenzo de’ Medici con la Signoria di Siena, che abbiamo in copia, si trova interrotta dall’anno 1476 all’anno 1482.

[477]. L’attentato del Porcari non giunse all’effetto, i Pazzi ed il Fieschi riuscirono a mezzo, gli uccisori di Galeazzo e quei d’Alessandro de’ Medici e di Pier Luigi Farnese compierono il fatto; ma tuttavia gli Sforza regnarono a Milano, e a Firenze i Medici, e i Farnesi a Parma; nessuno mai degli uccisori scampava la vita.

[478]. Tra questi è da porre Alamanno Rinuccini, che poi si mostra benevolo ai Pazzi: ed egli era stato compagno al Medici nelle ambascerie e negli uffici di maggior conto.

[479]. Vespasiano, Vita di Piero de’ Pazzi.

[480]. Ebbe egli il secondo premio nella Giostra, della quale il primo fu dato a Lorenzo.

[481]. Machiavelli, Storie, lib. VIII.

[482]. Confessione di Giovan Battista da Montesecco, stampata tra i documenti che fanno seguito al Poliziano, Congiura de’ Pazzi, e dal Fabroni e dal Roscoe, Vita di Lorenzo. Il Machiavelli trasse molto da quel documento; così l’Ammirato. Noi lo riproduciamo nell’Appendice Nº IX.

[483]. Nelle lettere citate di Piero de’ Medici si vede Guglielmo dieci anni prima essere tenuto fra i più intrinseci della Casa.

[484]. Abbiamo lettera di Girolamo Riario a Lorenzo da Roma a’ 15 gennaio 1478, con la quale lo invita ad andare colà, promettendogli molto adoprarsi «a levare di mezzo ogni dubitazione che fosse nata tra esso e il Pontefice.» (Fabroni, Doc., pag. 105.)

[485]. Istruzione di Lorenzo a Piero suo figlio che andava in Roma nel novembre del 1484. (Fabroni, pag. 268.)

[486]. Vasari, Vita d’Andrea Verrocchio: ma quella pittura fu indi a poco cancellata.

[487]. Congiura de’ Pazzi scritta da Filippo Strozzi che v’era presente. — Angeli Politiani, Coniurationis Pactianæ Commentarium; Napoli, 1769, in-4º. — Cronichetta di Carlo Giannini da Firenzuola (si trova in quello stesso volume). — Cronichetta di Belfredello Strinati Alfieri (ivi). — Condanne dei Pazzi e dei loro complici (ivi). — Documenti pubblicati dal Fabroni. — Ricordi di Alamanno Rinuccini. — Valori, Vita di Lorenzo de’ Medici. — Guicciardini, Stor. Fior., cap. IV. — Machiavelli, lib. VIII. — Ammirato, lib. XXV.

[488]. Vespasiano, Vita dell’Acciaioli.

[489]. Fabroni, Documenti, pag. 116. — E la Repubblica di Venezia mandava a quella dei Fiorentini savie parole, che a noi giova qui riferire: «Pare a noi che dal frappor dimora alla liberazione del Cardinale non possa quella eccellentissima Signoria conseguire alcun comodo, quando invece la liberazione del Cardinale toglie ad ognuno ogni occasione di straparlare, e di giustificare sè stessi d’ogni non buona operazione, ed anche recida ed amputi ogni offensione d’animo che i Cardinali potessero per una più lunga ritenzione concepire. Per questi rispetti adunque l’opinion nostra sarìa che al Vescovo di Modrussa si rispondesse: che quella eccellentissima Signoria, avendo per riverenzia del Sommo Pontefice e di quel Santissimo Collegio riservata la persona del Cardinale dal pericolo di tanta furia quanta era in quel popolo, delibera anche ed è contenta di liberamente lasciarlo.» (Romanin, Storia di Venezia, tomo IV, pag. 389, 90.)

[490]. Nella Commissione, manoscritta appresso di noi, di Sisto IV al Cardinale di Mantova legato a Bologna, il Papa dichiara non fare colpa a’ Bolognesi dell’avere al primo annunzio della congiura mandato soccorsi a Firenze: cum nihil adhuc Florentini in ecclesiasticam dignitatem moliti essent. Aggiugne dipoi: nos quoque casum ipsum primum indoluimus, et commiserationis nostræ testimonium per literas nostras ad Florentinos dedimus. Di queste lettere gli scrittori fiorentini non fanno menzione.

[491]. Raynaldi, Annales Ecclesiast., anno 1478. — Il Mansi nell’edizione delle Miscellanee del Baluzio, tomo I, diede alcuni brani di niuna importanza che il Rainaldo aveva omessi o abbreviati.

[492]. Documenti aggiunti all’edizione napoletana del Commentario del Poliziano ec. — Fabroni, Documenti.

[493]. Cronichetta antica (Fabroni, pag. 115).

[494]. Il Fabroni pubblicò questo (pag. 131) con altri molti documenti intorno a quel fatto; il Mansi, nell’appendice alle Miscellanee del Baluzio, alcune lettere della Duchessa di Milano e del re Ferrando e dei Veneziani, e due Invettive del Filelfo contro Sisto IV: pag. 503 e seg.

[495]. In fine allo scritto si legge: «datum in Ecclesia nostra Cathedrali Sanctæ Reparatæ, 23 Julii 1478.» — V è dentro una lettera del Cardinale di San Giorgio al Papa, tutta dolcezze di encomi alla Repubblica ed a Lorenzo; ma noi temiamo essere questa una impostura; e che il Sinodo fosse veramente celebrato, a noi non consta, e non lo crediamo. (Vedi Fabroni, Docum., ec.)

[496]. Abbiamo qui tratto dall’Ammirato ogni cosa, perch’egli ne sembra in questo come in altri luoghi avere attinto a documenti o memorie di chi era presente. L’orazione che il Machiavelli pone in bocca a Lorenzo è meno calzante, avendo in sè molto minori caratteri di convenienza e di verità.

[497]. Malipieri, pag. 246.

[498]. Lettera familiare di Sisto IV al Duca d’Urbino. (Fabroni, pag. 130.)

[499]. Ricordi d’Alamanno Rinuccini, pag. 130. — Per le Condotte d’Ercole d’Este e d’altri, vedi Archiv. Stor., tomo XV.

[500]. Vedi l’amplissima Provvigione della Repubblica (Fabroni, pag. 191); dove è statuito, tra le altre cose, che la figlia Margherita, la quale era scritta al Monte delle Doti creditrice di fiorini 290 al primo gennaio 1486 (quando ella entrava nella età nubile), avesse un’aggiunta di altri 500 fiorini di dote. E che la famiglia di Donato, ch’era segnata per quattro fiorini a ciascun sesto di gravezza, venisse gravata per quindici anni d’un solo fiorino ec.

[501]. Memoires de Comines; lib. VI, cap. 5. — Vedi una lettera molto risoluta di Luigi XI a Sisto IV, nella Cronaca del Malipieri; Archiv. Stor., tomo VII, parte I, pag. 247.

[502]. Epist. Iacobi Ammannati Cardinalis Papiensis; 16 luglio 1478. Segue una lettera a lui di Iacopo Antiquario letterato Perugino, e tutto devoto alla causa di Lorenzo.

[503]. Raynaldi Annales Ecclesiast.; il quale è da consultare con fiducia per tutto quel fatto narrato da lui con diligenza ed ischiettezza. Oltre al Breve di Sisto IV, riferisce assai documenti; e tra gli altri la risposta che diede il Papa agli Oratori francesi conforme ai consigli del Cardinale di Pavia. È tratta dai Diari di Iacopo Volterrano scrittore apostolico (Rer. Ital., tomo XXIII), il quale non vuolsi confondere con Raffaele Maffei Volterrano, autore anch’egli più volte allegato dallo stesso Rainaldo. — Iacopo, ch’era stato segretario e grande amico all’Ammannati, continuava ne’ suoi Diari, pei tredici anni di Sisto IV, i Commentari del Cardinale.

[504]. Diceva il Senato all’oratore pontificio: «e perchè la Santità Sua, a petizione d’altri e per satisfare a dishoneste voglie e appetiti di chi si sia, offende quelli (i Fiorentini) e spiritual e temporalmente, volemo che la Beatitudine Sua sapia che nui insieme cum loro, et cum el Stato de Milan unitissimi, et temporal et spiritualmente defenderemo i stati, honor et dignità della nostra confederation ec. Et non si speri la Beatitudine Sua nè altri poter cuoprire e’ fini de no’ buoni pensieri soi, cum ch’el non offende la città di Fiorenza, ma Lorenzo in ispecie: perchè ben intendemo tutti nui, questa offesa no’ esser fatta più alla particularità de Lorenzo, innocentissimo da tutte quelle calunnie li sono apposte, che al presente stato e forma de governo de la città di Fiorenza, ec.» (Romanin, Storia di Venezia, tomo XIV, pag. 390.)

[505]. Il Fabroni vidde, d’antica stampa, una invettiva molto virulenta di Cola Montano contro a Lorenzo de’ Medici. Cola era stato col Conte Girolamo Riario, e poi nell’anno 1482 pare insidiasse alla vita di Lorenzo, quando nel recarsi da Genova a Roma fu nelle Maremme preso da certi che ne seguivano le traccie, ed a Firenze condotto. L’Oratore d’Ercole da Este racconta il caso e infine aggiugne: «Credo capiterà male.» (Atti e Memorie delle Deputazioni di storia patria delle provincie Modenesi e Parmensi, vol. I, fasc. III, pag. 259.) — La Legazione di Piero Capponi, che abbiamo in copia, non contiene altro che le lettere d’ufficio a lui dei Dieci; le sue da Lucca non si rinvengono.

[506]. Guicciardini, Opere, tomo III. — Machiavelli, lib. VIII. — Ammirato, lib. XXIV.

[507]. Narrazione della Congiura dei Pazzi, scritta da Filippo Strozzi Seniore.

[508]. Il Malavolti, nell’Istoria di Siena, pubblicava l’accennata lettera di Lorenzo de’ Medici ai Duchi d’Urbino e di Calabria.

[509]. Guicciardini, Opere inedite, tomo III, 56.

[510]. Guicciardini, Storia di Firenze, cap. VI e IX.

[511]. Vedi una leggiadra lettera a Lorenzo d’Ippolita d’Aragona nuora del Re. (Fabroni, pag. 223.)

[512]. Queste cose abbiamo cavate da una Commissione di Sisto IV a messer Antonio Crivelli mandato da lui a Napoli. È manoscritta presso di noi e molto bene dichiara l’animo di Sisto ed il contegno del Re: la pubblichiamo, Appendice Nº X.

[513]. Fabroni, Documenti, pag. 213, e sono anche ivi da vedere le private lettere scritte a Lorenzo da Bartolommeo Scala e da altri de’ più confidenti.

[514]. Guicciardini, loc. cit. — Machiavelli, lib. VIII. — Ammirato, lib. XXIV.

[515]. Questo punto è ora dilucidato abbastanza dal Romanin, Storia di Venezia, lib. XI, cap. 3.

[516]. Lettere manoscritte ai Dieci, di Piero Capponi, da Napoli 18 aprile 1483.

[517]. Cammillo Porzio (Congiura de’ Baroni) attribuisce ai Fiorentini la discesa dei Turchi in Italia; ma è scrittore in quanto ai fatti poco diligente. — Lorenzo mantenne con Alfonso durante la guerra molto amichevoli relazioni, usando parole strabocchevolmente sviscerate. (Vedi Fabroni, pag. 216.)

[518]. Allegretti, Cronaca Senese (Rer. Ital. Script., tomo XXIII). — Malavolti, Storia di Siena.

[519]. Fabroni, pag. 219 e 20.

[520]. Diarii Latini di Iacopo Volterrano, che fu presente all’assoluzione. (Rer. Ital. Script., tomo XXIII.)

[521]. Guicciardini, Stor. Fior., cap. V.

[522]. Ordine dei Settanta: Provvisioni dei 10 e 19 aprile 1480. (Archiv. Stor. Ital., tomo I, pag. 321.)

[523]. Canestrini, Sulle Imposte della Repubblica di Firenze, cap. III, sez. 4 e seg. Trovò egli scritto nell’Archivio in calce d’un antico libro: «Quisquis es, quia dives es et plurimum lucraris, non es amicus pauperum tametsi simulas amicissimum; quoniam vero paucos filios habes, Catastum damnas atque explodis, et cervicibus inopum grave onus imponis.» Secondo l’antico Catasto, per ogni figlio o parente da sostentare si faceva detrazione di duecento fiorini, ond’era grande il benefizio di chi aveva molti figli.

[524]. Nel Proemio della Provvisione per l’Ordine dei Settanta si mettono innanzi le spese e i danni della peste, forse cercando attenuare quelle che aveva prodotto la guerra fatta per Lorenzo. In seguito aggiugne i danni maggiori essere «per il Monte, perchè non s’è renduto le paghe, nè valutosi senza gran danno del credito; per che è diminuito di pregio non rendendo, et però non se n’è molto contractato. Et è questo membro del Monte in tanto disordine, che se presto e saviamente non vi si provvede, nè dote nè paghe render si potranno.»

[525]. Rinuccini, pag. 135 e 137.

[526]. In Bruggia si trova che avesse perduto per cento mila ducati, e in altre Banche forse altri cento. — In quella città falliva pure una Compagnia col nome dei Da Rabatta e dei Cambi per avere servito di grande somma di danaro la duchessa Maria di Borgogna moglie dell’imperatore Massimiliano, che s’era morta, e il danaro non venne mai restituito. (Rinuccini, anno 1483.) Questa Compagnia non credo però che andasse per conto dei Medici. — Lorenzo accattava spesso danari anche dagli amici: avendogli i suoi cugini del ramo di Pier Francesco prestato nel 1478, sessantamila ducati, Lorenzo cedeva ad essi in pagamento la villa di Cafaggiolo colle possessioni che aveva in Mugello. Vendeva allo Sforza per quattromila ducati la casa che il padre di quello gli aveva donata in Milano. (Valori, Vita di Lorenzo. — Istorie di Gio. Cambi, in Deliz. Erud., tomo XXI in principio. — Guicciardini, Stor. Fior., cap. IX. — Lettera d’Antonio Pucci a Lorenzo, Fabroni, pag. 212.)

[527]. Ammirato, 1481. — Rinuccini, pag. 134. — Valori, Vit. Laur.

[528]. Lettera a Lorenzo dei Medici di Matteo Arcidiacono di Forlì. (Fabroni, pag. 226.)

[529]. Diari Romani di Iacopo Volterrano (Muratori, Rer. Ital. Script., tomo XXIII, cap. 147 e seg.)

[530]. Machiavelli, lib. VIII. — Ammirato, lib. XXV.

[531]. Sappiamo queste cose da una lettera di Lorenzo stesso, che scriveva in nome dei Dieci di guerra. Contiene, tra le altre, queste parole: «.... per essere la nostra religione in mancamento assai della sua reputazione per questi Governi tanto alieni dagli antichi e da quelli che si convengono a un pastore cristiano. Abbiamo grandissima speranza che questa santa opera si condurrà ad effetto, perchè Dio non abbandonerà la sua causa. E movendo la Sua Maestà Spagna e Ungheria, già la cosa arà sortito sufficiente effetto. Tieni confortata in questo la Sua Maestà, e ogni dì sollecita; e noi avvisa continuamente delle deliberazioni e pareri suoi, co’ quali desideriamo convenire in ogni cosa.» — Legazione manoscritta di Piero Capponi a Napoli; lettere dei 21 settembre e 14 ottobre 1482.

[532]. Vedi Archiv. Stor., Nuova Serie, vol. II.

[533]. Fabroni, Docum., pag. 227 e seg. — Vedi Raynaldo, anno 1482, pag. 25, 26, ediz. di Lucca. — Diari di Stefano Infessura (Muratori, Scrip. Rer. Ital., tomo III, col. 1153). — Nella Dieta che Pio II tenne a Mantova, i Potentati d’Italia s’erano obbligati di non appellarsi mai ad futurum Concilium, e lo stesso Ferrando aveva rinnovato la promessa a papa Sisto. (Atti ec. della Deputazione di storia patria, Modena, 1863, pag. 296.)

[534]. Legazione sopraccitata.

[535]. «Sua Beatitudine volentieri vorrebbe ogni accordo, ma e’ crede più ad altri che a sè; e il Conte (Girolamo Riario) credo che si muova per la sua mala natura, la quale è vendicativa,... e per tenere sempre il Papa in imprese e appiccato, perchè per questa via egli si mantiene in reputazione et poppa tutte le entrate della Chiesa. Il Papa ha gran desiderio di pace; e oggi a tutti noi Oratori ha confessato le pratiche tenute a Venezia ec.» Lettera a Lorenzo di Guid’Antonio Vespucci, ambasciatore a Roma, 23 ottobre 1483. (Fabroni, Docum., pag. 251.) — Vedi negli Annali del Malipiero i danni sofferti dai Veneziani per questa guerra, e le pratiche per la pace molto avanzate da Sisto IV, ma delle quali il Senato di Venezia poco si fidava.

[536]. Corio, Storia di Milano. — Guicciardini, Stor. Fior., cap. VII. — Quando vennero a Sisto IV gli Ambasciatori con la pace, il giorno che fu penultimo della sua vita, si doleva egli affannosamente delle inique condizioni, dicendo che i Veneziani, l’anno innanzi, a lui ne offrivano delle migliori. (Diario di Iacopo Volterrano in Muratori, Script. Rer. Ital., tomo XXIII, col. 199.)

[537]. Malavolti, Storia di Siena, lib. VI. — Lettere manoscritte di Lorenzo dei Medici alla Signoria di Siena.

[538]. Istorie di Gio. Cambi. — Machiavelli, lib. VIII.

[539]. Ammirato, Storie. — Lettere ai Dieci di Piero Capponi Commissario in Pisa per la guerra.

[540]. Circa l’elezione d’Innocenzio VIII sono da vedere le lettere scritte da Roma a Lorenzo e pubblicate dal Fabroni, pag. 256 e seg.

[541]. Lorenzo aveva consigliato al Re «d’avere gli occhi a tutto, e mostrare in alcuna cosa non intendere.» Anche scriveva: Dispiacemi sino all’anima che lo signor Duca (Alfonso) abbia questo nome di crudele, e falsamente le sia imposto; pure Sua Eccellenza tuttavia si sforzi toglierlo con ogni arte, che certo li metterà buon conto. Et così se le Gabelle si tollerano mal volentieri dalli popoli, levile via, et torni alli soliti pagamenti; che vale più avere un carlino con piacere e amore, che dieci con dispiacere e isdegno; che certamente, indurre usanza nuova ad ogni popolo pare forte.» (Fabroni, pag. 269.)

[542]. Guicciardini, Stor. di Fir., cap. VIII. — Machiavelli, lib. VIII. — Ammirato, lib. XXV. — Porzio, Congiura dei Baroni.

[543]. Legazione Modenese sopraccitata (pag. 285).

[544]. Il Re minacciava comparire a Roma con la lancia sulla coscia. (Legazione Modenese sopraccitata, anno 1490.)

[545]. Guicciardini, Stor. Fior., cap. VIII. — Machiavelli, lib. VIII. — Ammirato, lib. XXVI.

[546]. Fabroni, Docum., pag. 334 e altrove.

[547]. Ricordi di Lorenzo. (Fabroni, Docum., pag. 299 e seg.)

[548]. Le cerimonie per la promozione al Cardinalato di Giovanni de’ Medici, sono descritte lungamente nel Diario del Burcardo, all’anno 1492. Firenze, 1854; pag. 162-77.

[549]. Appendice, Nº XI. — (Vedi i Documenti pubblicati dal Fabroni.)

[550]. Guicciardini, Stor. Fior., cap. VIII. — Cambi. — Rinuccini.

[551]. Fabroni, Documenti, pag. 337.

[552]. Fra le Istruzioni al figlio adolescente che andava in Roma con gli Ambasciatori a papa Innocenzio ponea: «Nei tempi e luoghi dove concorreranno gli altri giovani degli Imbasciatori pòrtati gravemente e costumatamente e con umanità verso gli altri pari tuoi, guardandoti di non preceder loro, se fossino di più età di te; poichè per essere mio figliolo, non sei però altro che cittadino di Firenze, come sono ancor loro.» (Fabroni, Docum., pag. 264.) Ma nelle nozze a Milano di Giovanni Galeazzo con Isabella d’Aragona, Piero andava sempre del pari col Duca. (Idem, pag. 296.)

[553]. Discorso di Alessandro de’ Pazzi (Arch. Stor. Ital., tomo I, pag. 42), che riferisce parole della sua madre Bianca, sorella a Lorenzo.

[554]. Giovanni Cambi, ch’era figliolo del Gonfaloniere così avvilito, narra distesamente quel fatto: il Rinuccini vitupera il Gonfaloniere e accusa Lorenzo.

[555]. Alamanno Rinuccini (loc. cit.), e Guicciardini, cap. IX; il primo fu acerbo giudice di Lorenzo, il Guicciardini severo in quella Istoria Fiorentina ch’egli scriveva giovane appena di venticinque anni.

[556]. Oratore Modenese sopraccitato, anno 1489.

[557]. Fabroni, Docum., pag. 72-90.

[558]. Lettere manoscritte di Lorenzo de’ Medici alla Signoria di Siena: copia appresso di noi.

[559]. L’Oratore Modenese più volte citato, chiama lui vivo «bilancia d’Italia.»

[560]. Machiavelli, fine dell’Istoria. — Guicciardini, Storia di Firenze, cap. VIII e IX, e Istoria d’Italia, lib. I. — Rinuccini Alamanno, anno 1492. — Istoria di Giovanni Cambi. — Valori, Vita di Lorenzo de’ Medici. — Fabroni, Documenti. — Roscoe, Vita di Lorenzo, vers. ital., Pisa, 1799. — Ammirato, lib. XXV, XXVI. — Michele Bruto, ultimi quattro Libri dell’Istoria Fiorentina.

Mentre si stampava la Storia nostra, una Vita del Magnifico Lorenzo si pubblicava in Germania dall’insigne e a noi tutti caro Barone Alfredo di Reumont. È in due volumi, e vi si comprende l’intera istoria di quel tempo e la politica cercata dentro agli Archivi delle maggiori città d’Italia e quanto risguardi le arti e le lettere e i costumi. Di questa opera noi ci peritiamo a dare un giudizio per l’amicizia che da lunghi anni ci stringe all’autore e perchè in essa egli ci onorava molto al di là d’ogni ambizione nostra. Solamente, come Italiani, lo preghiamo a fare italiana egli medesimo una Storia dove noi possiamo tanto imparare. Scrive egli come un Italiano; e degli antichi fatti nostri e degli uomini ha una conoscenza tanto familiare che a noi è un miracolo. Finito il libro, gli venne a mano un Registro di Lettere di Lorenzo, che prima d’ora si credè perduto (Ved. Archiv. Stor. Ital., tomo XIX della Serie III). Di quelle lettere molte aveva prima lette in questo Archivio di Stato, e usate scrivendo: sono in numero grandissimo perchè il Registro comprende quindici anni della Vita di Lorenzo, che ne dettava o scriveva di sua mano fino a dieci e venti in un giorno. Pubblicarle tutte sarebbe cosa intempestiva, tanto vi abbondano, per esempio, le commendatizie, e i minuti affari, che senza fatica Lorenzo sapeva mandare di fronte. Ma tolte anche via le cose che a noi sono inutili, raccomandiamo una ben fatta pubblicazione delle Lettere di quest’uomo, che sempre saranno assai grande numero: l’uomo e i tempi ne sono degni, e in esse Lorenzo è grande esemplare, perchè niuno ebbe delle cose una intelligenza tanto vasta, nè le giudicò in modo sì netto e preciso; la quale ultima condizione basterebbe a rendere il suo scrivere elegantissimo, quando anche in lui non si fosse aggiunta la grande coltura. A queste potrebbero fare riscontro anche altre lettere scritte da uomini di quel tempo.

[561]. Filippo Villani nel Proemio.

[562]. Leonardi Aretini Dialog. I ad Petrum Histrium. Fu già stampato in Basilea, ed è manoscritto nella Laurenziana.

[563]. Orazione di Cristoforo Landino; Firenze, 1853.

[564]. Prefazione alla Sporta; Firenze, 1550.

[565]. Landino, Proemio al Commento sulla Divina Commedia.

[566]. Lettera stampata nel Propugnatore; Bologna, 1869.

[567]. Proemio al Commento sulle Canzoni.

[568]. Bernhardi, Dissertazione ec.; Berlino, 1868.

[569]. Commissioni di Rinaldo degli Albizzi, per il Comune di Firenze, volumi tre; 1867-73.

[570]. Documenti di storia italiana, copiati in Parigi da G. Molini, tomo I, in fine.

[571]. Cambi, Storia di Firenze, anno 1498; sta nelle Delizie ec. del P. Ildefonso.

[572]. Estratti del signor Rawdon Brown, tomo III, pag. 318.

[573]. Nel 1559 il Trattato di Castel Cambrese aveva finito le guerre d’Italia; ma in quell’anno stesso da piè delle Alpi si preparava il 1859: tre secoli tondi, e date che importano alla storia della lingua.

[574]. Varchi, Ercolano; Padova, 1744, in-4º; pag. 84 e seg., 357 e seg., 446 e seg., 508 e in molti luoghi.

[575]. Questa e le successive, sino a quella de’ 27 febbraio inclusive, vengono da un Libro di provvisioni e deliberazioni di due Balie create il 20 di gennaio e il 5 di febbraio di quell’anno; il qual Libro esiste nel predetto Archivio di Stato di Firenze.

[576]. Questa è anche trascritta nel Codice dell’Archivio dei Capitani di Parte altrove citato.

[577]. Manca della data, ma sta nel Registro tra una del 3 e un’altra del 13 marzo 1406 (stil. fior.).

[578]. Così nell’originale.

[579]. Spazio bianco nell’originale qui ed appresso dove saranno questi punti.

[580]. Così chiaramente l’originale.

[581]. Intendasi messer Iacopo, con cui egli parlava.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.