Capitolo III. GUERRA DI PISA. — I FRANCESI A MILANO, GLI SPAGNOLI A NAPOLI — IL DUCA VALENTINO. — PIERO SODERINI GONFALONIERE A VITA. [AN. 1498-1503.]

In Francia essendo morto Carlo VIII senza figli, andò la corona in Luigi duca d’Orléans che fu duodecimo re di quel nome; aveva in proprio la signoria d’Asti, si teneva personalmente investito dell’eredità dei Visconti; e ora succeduto come re nelle ragioni degli Angiovini, vedendo i Francesi bramosi di guerra e sè in forze e in età da farla, si diede tutto a quella impresa: già era l’Italia pei re stranieri come una terra che aspettasse di fuora i padroni, ond’egli con nuovo esempio pigliava titolo di Re delle Due Sicilie e Duca di Milano. Era disciolta la Lega poderosa che aveva cacciato fuori d’Italia Carlo VIII, rinate le grandi gelosie tra lo Sforza e i Veneziani, aggiuntasi un’altra esca terribile all’incendio. Alessandro VI, poichè fu morto il Savonarola ed egli conobbe non avere fondamento l’idea di un Concilio, credette sè stesso libero ad ogni cupidità più sfrenata, intantochè a lui s’aggiunse uno stimolo ed uno strumento capace alle opere che si preparavano. Per la uccisione avvenuta del Duca di Gandia erano andati tutti gli affetti e le ambizioni di Alessandro nel figlio secondo, che fino allora aveva dovuto dispettosamente chiudersi nelle ecclesiastiche dignità. Cesare Borgia, lasciato il manto di cardinale, non pensò ad altro che a farsi uno stato, usando a tal fine la tenerezza del padre e la potenza della Chiesa e gli sconvolgimenti d’Italia, ai quali convennero di dare la mano il Papa e il Re con volontà pari; e Cesare Borgia, andato in Francia, ebbe una moglie di sangue reale di Navarra, che fu Isabella degli Albret, e in dote il ducato di Valenza nel Delfinato, col promettersi le due parti aiuto scambievole alle grandi opere di sovversione, che noi vedremo bentosto seguire.

Lodovico il Moro, tardo a riscuotersi, e fidando col tempo e con le arti rimuovere da sè la tempesta, dopo avere condotto egli stesso a Pisa le forze dei Veneziani; poichè gli ebbe veduti andare con molto ardore a quella guerra, temè non trovarsi posto a discrezion loro, quando con la possessione di Pisa gli stessero incontro dall’uno all’altro mare. Vedeva inoltre, dopo la tanto da lui bramata ruina del Savonarola, passato il governo della città di Firenze in mano a quegli uomini co’ quali a lui era più facile intendersi: deliberò quindi fin dai primi giorni dell’avvenuta mutazione mandare soccorsi ai Fiorentini contro alle armi Veneziane che da più parti discendevano verso a Pisa. Già fino dal maggio del 1498 aveva l’aiuto di queste rialzato le fortune dei Pisani a Santo Regolo, dove poichè i soldati di Firenze furono rotti, parve la colpa essere stata del Capitano: quindi fu chiamato a governare tutta la guerra contro Pisa Paolo Vitelli, condottiero allora di molta reputazione e di possanza per avere quella famiglia la signoria della Città di Castello. Questi, dopo essersi avanzato alquanto in quelle infelici terre dei Pisani tante volte calpestate, sapendo che per la Lombardia scendevano in molto numero altre genti dei Veneziani, fu d’accordo con i soldati del Duca di munire i passi dell’Appennino così da impedire ad esse l’entrata nella Toscana; che fu consiglio prudente, sebbene male gradito in Firenze e sospettato di pravi disegni. Tentava allora la Signoria di Venezia altre vie contro ai Fiorentini; e prima cercava di avere il passo dai Senesi, dei quali era poco meno che signore Pandolfo Petrucci; ma questi per concessioni avute nelle cose di Valdichiana si mantenne in pace con la Repubblica di Firenze. Esclusi da questa banda i Veneziani, si provarono in Romagna ad occupare Marradi; ma non poterono pei soccorsi che vi mandò il Duca di Milano e, a sua richiesta, Caterina Sforza signora in Forlì, ultimamente lasciata vedova da Giovanni dei Medici mentre portava in seno un altro Giovanni che poi fu in arme tanto famoso.

Voltarono allora in Casentino la guerra, dove sulla fine d’ottobre occuparono furtivamente Bibbiena col favore di Ser Piero Dovizi da noi già mentovato: Piero de’ Medici e Giuliano suo minor fratello seguivano le armi dei Veneziani governate dal Duca d’Urbino e da Bartolommeo d’Alviano. Talchè la Signoria di Firenze richiamava di sotto Pisa in grande fretta Paolo Vitelli; e seco le genti dello Sforza entrate in Casentino sostentavano quivi la guerra, sebbene fosse in luoghi aspri nel cuore del verno: i villani di quei monti, sotto la condotta dell’abate di Camaldoli, molto infestavano i nemici. Ma Bibbiena non si racquistava; del che il popolo in Firenze dava cagione al Vitelli e al Duca di Milano come fossero insieme d’accordo per allungare la guerra. Pagava lo Sforza, col non trovare chi a lui credesse, la pena dei vecchi peccati suoi; ma veramente questa volta, di già odorando che i Veneziani tenevano pratiche con Francia, andava sincero nel desiderare che i Fiorentini, reintegrati di Pisa, gli fossero aiuto valido: bramava inoltre avere a’ suoi soldi Paolo Vitelli, molto in lui fidando. I Veneziani vedeva già stracchi di quella guerra; e poichè il cessarla credeva sarebbe tenuto comune beneficio, confidava così meglio unire le forze d’Italia contro all’assalto di oltremonti. Volgeasi pertanto al Duca di Ferrara perchè praticasse, come uomo di mezzo, un accordo sopra il fatto di Pisa: al che avendo le due parti consentito, fu nel mese d’aprile del 1499 pronunziato un lodo in Ferrara, ma tale che a niuno potè soddisfare, perchè ai Fiorentini concedeva in Pisa una signoria mezzana, come se in tanti odi e in tanto invecchiata sete di vendette potessero avervi libertà i Pisani e i Fiorentini sicurezza. Il compromesso non fu accettato da nessuno; ma i Veneziani di cheto ritrassero le genti loro dalla Toscana, e in quel mezzo pubblicavano la lega stretta già prima segretamente col Papa e col Re di Francia, che si obbligava dopo l’acquisto di Milano cedere ad essi Cremona con la Ghiaradadda. Così era imminente il pericolo del Duca, e molto in Firenze la città divisa, potendo in alcuni il pensiero del recente benefizio e in altri l’antico amore per Francia; ma indugiavano a scuoprirsi mentre pendeva tuttora dubbioso l’evento.

Contro a Pisa invece andavano allegri di nuova baldanza, poichè i Pisani più non avevano chi gli soccorresse; duello di popoli fiero e terribile sopra ogni altro. Pigliate a soldo altre milizie, le posero tutte sotto al comando di Paolo Vitelli, che richiamato dal Casentino, e dopo l’espugnazione di alcuni di quei castelli tante volte perduti e ripresi, poneva il campo sotto Pisa; dove accadde che mentre ai 10 d’agosto piantava le artiglierie, una mano di soldati suoi trovando male difesa la rôcca forte di Stampàce, che è sopra le mura, v’entrassero dentro: del che nei Pisani fu grande sbigottimento, e per alcune ore la città fu detto che stesse a discrezione del Vitelli; ma questi cauto per natura, e non avendo a ordine le milizie, temette cacciarsi dentro vie mal note, in mezzo ad uomini disperati, e suonò a ritratta: i Pisani rincorati fecero altri ripari.[55] Pochi dì poi il Capitano aveva con le artiglierie gittato a terra tanta parte di muro ch’era possibile entrarvi, ma, come diceva, con molta uccisione dei suoi; ond’era meglio aspettare pochi giorni perchè fosse aperta più larga entrata. Ma in questo mezzo cominciarono per la stagione a regnare in campo certe febbri pestilenziali per cui le compagnie de’ soldati molto diradavano, e gli stessi Commissari tutti ammalarono; talchè a due per volta quattro volte rinnovati, quattro di essi perirono, e tra questi Paol’Antonio Soderini, ch’era sempre dei primi nella città, ma poco amato: cadeva su’ Fiorentini l’abbandono crudele nel quale aveano tanti anni lasciato gli scoli della provincia Pisana. Convenne bentosto al Capitano levare il campo di sotto Pisa, dov’erano anche entrati trecento fanti mandati dai Lucchesi. Di ciò in Firenze fu grande lo sdegno ed alte le grida, che il Vitelli accusavano traditore. Contro lui erano antichi sospetti: egli superbo e rozzo ed avaro, riusciva male atto dove una moltitudine richiamata subitamente a libertà credeva spiegare la forza sua nell’avere sempre per nemici coloro che stavano più in alto di lei. Nè mancavano uomini ai quali paresse rinnalzare il nome di una Repubblica popolare con l’abbattere senza rispetti un Capitano che aveva in Italia fama di possente: credeano agguagliarsi alla Repubblica di Venezia se tagliassero il capo al Vitelli, come aveano fatto in simile caso i Veneziani al Carmagnola. La forza in quei tempi, qualora sapesse un po’ di delitto, cresceva agli Stati quel che appellavano reputazione. Fu il Vitelli da un Commissario della Repubblica, sotto specie di conferir seco, fatto venire a Cascina e ritenuto quivi in custodia: Vitellozzo suo minor fratello, riuscendo a salvarsi tra’ suoi, fuggiva, serbato più tardi a morte peggiore. Paolo Vitelli, condotto a Firenze e messo ai tormenti, benchè non trovassero per molti esami contro a lui cosa di sostanza, ebbe nel seguente giorno mozzata la testa: gli uomini della piazza lodarono il fatto.[56]

In questo tempo era il re Luigi entrato in Italia. Qui niuna alleanza fortificava lo Sforza, e quella di Massimiliano imperatore gli tornò vana, sebbene questo principe fosse legato a lui di parentela, e bramasse molto difendere i diritti della imperiale investitura, chiudendo ai Francesi la via d’Italia: ma i suoi disegni cadevano a vuoto per la leggerezza dell’animo e per l’inopia di danaro. Non avea lo Sforza temuto chiamare contro alla Repubblica di Venezia i Turchi; e questi gli furono migliori amici, poichè mentre assalivano la Morea, invasero il Friuli fino alla Livenza, devastarono ogni cosa, uccisero o trassero in schiavitù gli abitanti. Comandava l’esercito milanese Galeazzo da Sanseverino, guerriero da mostra più che da campo, il quale al primo urto dei Francesi abbandonata vilmente Alessandria, apriva ad essi la via di Milano; e i popoli erano mal disposti: al che sbigottito il Duca, insieme col cardinale Ascanio suo fratello e col tesoro e co’ figliuoli si fuggiva in Allemagna. Del Castello di Milano aveva fidata la guardia a Bernardino da Corte suo allevato, ma questi corrotto dal Re con danaro gli aperse il Castello. Così tutto lo Stato del Duca venne in mano dei Francesi, eccetto Cremona e la Ghiaradadda; le quali sebbene facessero istanza che il Re le accettasse, andarono ai Veneziani secondo le convenzioni. Ciò fu nel settembre del 1499, dopodichè il re Luigi tornò in Francia, lasciato il Trivulzio governatore in Milano. Lodovico fuggiasco attendeva con la sola potenza che a lui rimanesse, la moneta, a farsi un altro esercito assoldando Svizzeri e Lanzichenecchi; e quando poi seppe rimasti in poco numero i Francesi ed essere i popoli già infastiditi di loro, tornava indietro nel mese di febbraio del 1500, e agevolmente rientrato in Milano, cercava munirsi per quando i Francesi, come n’era certo, scendessero un’altra volta giù dalle Alpi. S’era il Trivulzio rinchiuso in Novara, dove assaltato cedè al valore degli Svizzeri di Lodovico; ma intanto venivano con singolare prestezza in Lombardia tra le genti del Re altri Svizzeri al soldo di questo. Lodovico di già s’apprestava a dare battaglia; ma quei suoi Svizzeri medesimi tumultuavano per le paghe, e poi ben tosto venuti ad intendersi con quelli del Re, insieme convennero di abbandonare Lodovico: nè ai preghi di lui cedendo nè alle lacrime, gli permisero solamente uscire travestito in mezzo alle file come uno di loro; ma non gli valse, perchè riconosciuto e forse tradito, cadeva ben tosto in mano ai Francesi. Non sia permesso ad altra nazione levare accusa contro agli Italiani perchè mancassero alla fede: i grandi principi e i liberi uomini del pari tradivano; i semplici alpigiani dell’Elvezia venderono lo Sforza ad un Re. Lodovico andò prigioniero nel castello di Loches in Turena, dove finiva la vita.[57]

I Fiorentini godevano poco favore alla Corte e nei consigli del Re francese per essere stati tardi a dichiararsi, e ultimamente per l’uccisione di Paolo Vitelli ch’era stato soldato di Carlo VIII, e perchè sempre mettendo innanzi la recuperazione di Pisa, andavano contro ai disegni del Trivulzio al quale i Pisani aveano offerta la signoria. Purnondimeno prima che il Re partisse da Milano aveva firmato una carta, della quale la sostanza era pe’ Fiorentini riavere Pisa con le armi francesi, promettendo poi d’essere insieme col Re nell’impresa che egli disegnava contro Napoli.[58] Nè appena spedite le cose di Lombardia, scendevano per la via di Pontremoli soldati Guasconi e Svizzeri sotto la condotta di Ugo di Beaumont, che i Fiorentini aveano al Re chiesto come loro bene affetto. Chiudeano i Pisani le porte all’esercito, dichiarando che al Re si darebbero con allegrezza, ma sotto promessa di non essere mai ceduti ai Fiorentini: ricevevano nella città i soldati quanti venissero alla spicciolata, e gli servivano di viveri e d’ogni cosa domandassero. Il Beaumont con l’artiglierie batteva le mura; ma quando i Francesi ebbero aperta una larga breccia, trovarono che i Pisani, uomini e donne, erano lì a munire una fossa scavata in fretta dietro alle mura. Questo fu il termine dell’impresa: le vettovaglie scarseggiavano all’esercito, e i Commissari della Repubblica ne aveano carico, tantochè si venne a non più intendersi; i soldati predavano i carri degli approvvigionamenti, e in Pisa praticavano come amici. L’onore del pari e la compassione gli muovevano; Pisa era stata a quelle miserie condotta da Francia. Si legge che a due Francesi d’alto grado mandati ad intimare la resa, le fanciulle pisane andate incontro abbracciassero le ginocchia, e poi menatigli davanti a un’immagine della Vergine e cantando preci da spezzare il core, chiedessero almeno che si unissero con loro a invocare dal cielo pietà, se dagli uomini non l’ottenevano.[59] Il disordine entrò nel campo, e si avvicinavano i tempi delle febbri; era discordia tra Guasconi e Svizzeri, e tutti sgombrando, questi condussero prigioniero il Commissario Luca degli Albizzi che pel riscatto pagò grossa taglia.[60]

Luigi XII per le convenzioni con papa Alessandro si era obbligato dargli aiuto alla conquista di Romagna che il Papa agognava. Già nei Pontefici era antico desiderio finirla una volta con quel grande numero di tirannetti e di terre libere che di nome ubbidivano alla Chiesa, ma in fatto nè pagavano tributi, nè si astenevano dall’entrare in guerra tra loro e con altri, e di frequente contro a Papi stessi. Nel Borgia, che era uomo di vasti concetti, le ambizioni di pontefice si univano alla brama di fare uno stato al figlio e spingerlo alle grandi cose: col nome e con le armi di Francia avean essi deliberato abbattere e distruggere i Vicari che già da più secoli tenevano la Romagna. Contava il Re molto sull’amicizia d’Alessandro pel grado e per la moneta, e perchè vedeva nel padre e nel figlio uomini da non lasciare a mezzo le cose; la Lega pertanto avea saldi vincoli, perchè utile a entrambi. Andava il Papa franco all’impresa, che nessun altri oppugnerebbe; poichè i Veneziani avendo addosso la guerra col Turco, e a condizione che non se gli toccasse Ravenna e Cervia, ritiravano la protezione sotto la quale erano usi tenere i Signori della Romagna; nè i Fiorentini poteano allora prestare a questi valido aiuto.

Cesare Borgia, chiamato generalmente il Duca Valentino, era di Francia venuto col Re, che non appena entrato in Milano gli aveva dato trecento lance sotto Ivo d’Allegri, e col Balì di Dijon quattromila Svizzeri da essere mantenuti a spese del Papa. E questi intanto con la paura aveva costretto a seguitare le armi della Chiesa gli Orsini, i Vitelli, i Baglioni di Perugia e gli altri Signori i quali erano più vicini a Roma e che di solito faceano vita di condottieri. Altre forze erano già in pronto, e il Valentino espugnata Imola, condusse la guerra contro a Forlì dove risedeva quella valorosa Caterina Sforza, la quale mandati i figli a Firenze con tutto il mobile, perchè non poteva difendere la città, si chiuse nella cittadella; e a questa essendo dalle artiglierie aperta una breccia, poi nella rôcca, dove animosamente si difendeva; ma quivi pure entrati con molto sangue i nemici, andò essa in Roma prigioniera. Allora essendo Lodovico Sforza tornato in Milano ed i Francesi richiamati in Lombardia, fu costretto il Valentino per qualche mese interrompere la conquista; ma sul finire dell’anno 1500 reintegrata la guerra, ed avendo già il Malatesti abbandonata Rimini, e Giovanni Sforza lasciatogli Pesaro senza contrasto, poneva il campo sotto a Faenza. Qui era signore il giovinetto Astorre Manfredi, che aveva appena diciotto anni e poca guardia di soldati; ma i Faentini avvezzi a quella domestica signoria, e per lo spavento che metteva il nome del Borgia, chiusero le porte, sostennero un primo assalto e quindi un altro ed un altro. Correva l’inverno rigidissimo, ed ai soldati era impossibile alloggiare a cielo scoperto, sempre infestati ferocemente da quei di dentro: il Valentino si rodeva, ma gli convenne fino a primavera distribuire le sue genti nei luoghi all’intorno. Tornato a battere la città, ne fu respinto un’altra volta con grave perdita; ma i Faentini allora vedendosi essere all’estremo si arresero, salvi gli averi e le persone, e con che Astorre andasse libero conservando le sue possessioni. Il Valentino, grande maestro d’una politica scellerata, ai Faentini mantenne i patti; ma perchè l’arte di spegnere le persone valeva qualcosa in tempi nei quali pareva la forza degli Stati e delle parti essere tutta in certi uomini ed in certi nomi, aveva già in sè deliberato la distruzione di tutte intere le famiglie dei Signori da lui spossessati: amava condire col tradimento la crudeltà; e più che vi fosse infamia, più gli piaceva. Ritenne appresso di sè il bello e misero giovinetto, poi di notte tempo lo mandò a Roma, dove in modo oscuro fu messo a morte insieme a un fratello suo naturale. Dopo di che il Valentino ebbe dal Papa e dal Concistoro titolo e investitura di Duca di Romagna.[61]

Voleva andare contro a Bologna, ma perchè Giovanni Bentivoglio era in protezione del Re di Francia, s’accordò con lui che intanto insanguinava Bologna con la uccisione della famiglia e della parte dei Marescotti a lui nemica. Ferrara fu salva perchè Alfonso d’Este consentì a farsi quarto marito di Lucrezia Borgia; lo costrinse la paura e lo attirò il molto danaro e l’inestimabile ricchezza d’arredi e di gioie che la sposa portò seco da Roma a quelle ducali nozze, che i Fiorentini molto onorarono con presenti.[62] Il Valentino, cui non bastava la Romagna, prese la via di Toscana; dimandò il passo alla Repubblica di Firenze, dicendo ch’era per andare a Roma; poi non appena ebbe valicati gli Appennini e investito Firenzuola, scese difilato giù per la via di Mugello presso alla città fino a Campi, dove giunse nei primi del maggio 1501. Firenze a quel tempo era in molto basse condizioni: la guerra di Pisa l’avea logorata, le città vicine la nimicavano; poca guardia di soldati, perchè i cittadini erano stracchi dall’averne pagati tanti con tanto mal frutto; debole il Governo e dalle moltitudini sospettato. Il che s’era veduto in Pistoia: qui da oltre due secoli si mantenevano le parti dei Cancellieri e dei Panciatichi, fomentate anche dalla Repubblica di Firenze, dove era antica regola tenere Pisa con le fortezze e Pistoia con le parti. Le due famiglie che davano il nome a quella discordia potevano meno, perchè essendo ambedue dei Grandi, erano escluse da ogni partecipazione nello Stato; ma i loro aderenti, che aveano gli uffici, in quelli si urtavano. Erano i Panciatichi fautori de’ Medici e parenti dei Vitelli: Giovanni Bentivoglio favoriva i Cancellieri: questi un giorno, e sotto agli occhi degli Ufficiali e dei Commissari di Firenze, levatisi in arme, cacciarono i Panciatichi di Pistoia e arsero le case dei capi di quella parte. La guerra s’accese per il contado e per la montagna; nè la Repubblica vi poteva nulla, divise le voglie e le opinioni dei governanti. Un contadino di parte Panciatica, giovane di grande animo e di senno, mostratosi prode nella difesa di casa sua e fatto capo dei suoi, gli guidava contro ai Cancellieri; dei quali molti, mutate le sorti erano uccisi e arse e devastate le possessioni: durò quella peste continua più mesi. Così in Italia si viveva quando gli stranieri vi furono entrati.[63]

Intanto per opera del Valentino Piero de’ Medici era venuto fino a Loiano; Giuliano era andato in Francia, sperando favore dal Re; Vitellozzo, mandato in Pisa con le sue genti, faceva ogni danno ai Fiorentini; e una segreta convenzione tra il Duca e i Pisani, a questo dava la signoria, con che dovesse recuperare tutto l’antico stato di Pisa, escludendone tutti e per sempre i Fiorentini. A questi il Borgia si protestava sempre amico: domandava però il ritorno dei Medici, o almeno la formazione d’un Governo stretto con altre condizioni; quindi soprastette un poco, sperando che nella città divisa ed agitata potesse nascere qualche movimento. Qui era tumulto ed in alcuni volontà incauta di uscire popolarmente e assalire il campo nemico: prevalse il consiglio degli uomini più autorevoli benchè sospetti, ed il Vescovo d’Arezzo con altri oratori fu mandato a trattare con Valentino. Questi dal canto suo vedeva intanto che mutare lo stato in Firenze non sarebbe facile opera nè sollecita, ed a lui tardava fare cammino per gli avvisi ricevuti di Roma e di Francia. Prima lentamente di luogo in luogo si condusse infino ad Empoli, e per via conchiuse con la città un trattato pel quale, mettendo da parte ogni altra pretensione, veniva egli nominato Capitano generale della Repubblica per tre anni, con certo numero d’uomini d’arme, e con condotta di trentaseimila fiorini l’anno; trattato che dava a lui grandezza di nome piuttosto che forza effettiva: ma nè questo, nè l’altro che aveva fatto in contrario co’ Pisani, ebbero mai sorta alcuna d’esecuzione. Da Empoli il Duca accompagnato dai Commissari della Repubblica, ma non senza fare alle campagne grandissimi danni, lasciata da banda Volterra e occupata con qualche difficoltà Ripomarance, scese in Maremma e pose il campo sotto a Piombino. Iacopo d’Appiano qui era signore; il quale veduta la mala parata, si condusse per mare in Genova; ma i Capitani suoi continuavano la difesa, nè Piombino cadde sotto all’obbedienza di Cesare Borgia se non quando questi era già in Napoli co’ Francesi.[64]

Abbiamo alla fine del primo Capitolo di questo Libro, lasciato il giovane Ferdinando aragonese padrone del regno che egli si aveva recuperato con le armi. Ma nelle gioie della vittoria e d’un matrimonio troppo da lui desiderato, quel nobile giovane moriva nel settembre del 1496; onde la corona andò in Federigo suo zio, di mite animo ed immune dalle colpe del fratello Alfonso e del padre. Il nuovo Re, scorato al primo avanzarsi dei Francesi, offrì a Luigi XII di rimanere in Napoli come suo vassallo; partito invero nè da proporre nè da accettare, perchè ad entrambi era impossibile mantenerlo. Ma iniquo fu quello che accettò Luigi. Il regno di Napoli conquistato dal primo Alfonso, era stato da lui trasmesso a Ferdinando suo figlio naturale; il che pareva essere contro alle ragioni della famiglia d’Aragona, sebbene con astuzia e pazienza spagnuola (scrive il Guicciardini) non mai le avessero messe innanzi, e invece prestassero a quei di Napoli buono ufficio di parenti sempre, e da ultimo al re Federigo. Ma parve essere buona l’occasione al re Cattolico ora che il Francese consentì seco venire a patti per la divisione del reame. Bene potè Ferdinando vantarsi d’avere un’altra volta ingannato suo fratello Luigi, il quale veniva con quel trattato a porsi a fronte un re possente e di lui più accorto, che aveva piede in Sicilia e sempre aperte le vie del mare. Tale convenzione rimase più mesi segretissima, e si svelò quando già essendo i Francesi venuti innanzi, papa Alessandro improvvisamente concedeva l’investitura a quei due Re, ciascuno per la parte che gli spettava. Del che Federigo essendo ignaro, sollecitava Consalvo di Cordova, che di Sicilia era venuto in Calabria come a soccorrerlo, si affrettasse, non potendo ancora credere all’inganno, che lo spagnuolo negava fin quando si ebbe la prima notizia dell’investitura. Intanto i Francesi avanzavano condotti dall’Aubigny; ciò fu nell’agosto 1501. Federigo, la cui maggior forza era nei due valenti capitani di casa Colonna, Fabbrizio e Prospero; poichè ebbe scoperto il tradimento, fidò al primo la difesa di Capua; e questi dopo avere ributtati nel primo assalto con grave perdita i Francesi, era costretto venire a patti, quando rallentate le guardie entravano i nemici dentro alle porte inferociti del danno sofferto. Fabbrizio rimase prigioniero; la città fu saccheggiata con grande uccisione, molti presi e poi venduti, massime le donne, con empietà efferata. Così perduta ogni speranza, Federigo convenne con l’Aubigny cedergli Napoli e tutta la parte superiore del reame, andando libero co’ suoi nell’isola d’Ischia, dove stavano raccolti miseramente gli avanzi di quell’antica Casa d’Aragona che fu in Italia tanto possente. Dipoi Federigo si cercò un asilo in Francia, piuttosto che averlo in Ispagna da quel parente che gli era stato traditore.

Il Valentino, poichè fu terminata l’impresa di Napoli, avuta frattanto la possessione di Piombino con l’isola d’Elba, venne ad accogliere nel nuovo Stato il Papa con grande pompa di solennità guerresche;[65] andava poi seco a Roma, intantochè i Capitani suoi risalivano per la Toscana, chiamati a nuovi e a vari disegni che allora si ordivano. Era in quel tempo il re Luigi male disposto verso i Fiorentini dai quali non era stato servito, nonostante i patti, nè di soldati nè di danari; e per la poca fermezza loro non si fidando a quel governo, dava ascolto ai Medici e si era vôlto a rimetterli in Firenze. Questo volevano con passione Vitellozzo e gli Orsini soldati del Duca; Pisani e Lucchesi a ciò inclinavano, sperando che Piero dei Medici sarebbe contento rientrare con lo Stato dimezzato; Pandolfo Petrucci in Siena ordiva trame diverse contro i Fiorentini. Da costui fu mosso Arezzo un giorno a ribellarsi: non vi credevano a Firenze da principio, e non provviddero; il Capitano della terra Guglielmo de’ Pazzi e il Vescovo, ch’era figliolo suo, rifuggiti nella rôcca, furono costretti a renderla. Piero de’ Medici e il Cardinale suo fratello vennero in Arezzo; gli Orsini stavano tutti per loro, Vitellozzo ed il Baglioni ciascuno seguivano privati disegni: il Valentino, che aveva messo le sue genti in quel di Viterbo, guardava incerto quale a lui sarebbe preda più facile. Ma subitamente l’animo del Re s’era mutato: aveva questi cercato rimuovere per mezzo di parentadi Massimiliano imperatore da ogni pensiero circa le cose di Lombardia; ma quell’accordo essendosi rotto, e perchè ambasciatori di Massimiliano venuti a Firenze annunziavano che presto scenderebbe egli in Italia per la corona; Luigi XII a cui parevano già troppo grandi le ambizioni e la fortuna del Papa e del Duca, si credè fermarle col dare soccorso ai Fiorentini. Già Cortona e la Valdichiana, Anghiari e Borgo San Sepolcro in Valle Tiberina, avevano ceduto alle armi di Vitellozzo, credendo quei popoli che fosse per conto di Piero de’ Medici. Luigi allora, che aveva fatto della persona sua una comparsa fino a Milano, consentì alle istanze degli Ambasciatori fiorentini, inviando alla recuperazione d’Arezzo quattrocento lance sotto a Carlo di Chaumont nipote del Cardinale d’Amboise, il quale era arbitro dei consigli del Re francese. Vitellozzo, che già era venuto fino presso a Montevarchi, lasciò l’impresa; e così Arezzo tornò al dominio della Repubblica, alla quale era tornata nel giorno stesso Pistoia, per una forzata concordia che si fece allora tra le due Parti.[66]

Il Valentino in queste cose non s’ingeriva; ma da Viterbo, lasciata stare la Toscana, si era condotto verso le Marche; e diceva andare contro al Signore di Camerino; e a quel d’Urbino mostrando intanto ogni amicizia, fece trattato con lui d’avere seco le genti sue e le artiglierie; le quali non prima ebbe tratte fuori dallo Stato, entrò in Urbino, e presane possessione, costrinse a fuggirsene il duca Guidobaldo.[67] Poi subitamente voltatosi a Camerino, l’ebbe per sorpresa, facendo morire Giulio da Varano che n’era signore, e i suoi due figli. Ma perchè intanto a lui premeva sopra ogni cosa purgarsi col Re, ed il momento vedea propizio perchè tra Francia e Spagna già era minaccia d’offese, andò a Milano in poste avanti che il Re ne uscisse; col quale ebbe tosto ristretta la Lega ed ottenute da lui dugento lance che gli fossero aiuto al riacquisto degli Stati della Chiesa. Presentiva radunarsi contro lui una gagliarda tempesta, e venne ad Imola guardando gli eventi. Quei condottieri che aveva tratti seco, sapevano bene che sarebbero alla volta loro spogliati anch’essi in nome del Papa, del quale erano vassalli; odiavano quindi in segreto il Valentino, odiati da lui; e ora trovandosi molti in questo pensiero e nella speranza d’un qualche aiuto in Italia o fuori, e perchè il pericolo intanto stringeva; si unirono insieme ad un comune intendimento Vitellozzo e gli Orsini ed i Baglioni ed un Oliverotto, valente soldato che per iniquo tradimento era divenuto signore di Fermo; anima d’ogni più astuto consiglio Pandolfo Petrucci: col Bentivoglio erano d’intesa, poichè il Valentino avea già l’animo a Bologna. Fatta tra loro una Dieta alla Magione in quel di Perugia, scopertamente si dichiararono nemici al Valentino; e procedendo, restituirono lo Stato d’Urbino al Montefeltro. Il Valentino pazientava fermato in Imola, e aspettando l’aiuto di Francia: co’ negoziati che si tenevano allora in Roma si era accertato che avrebbe favore dai Veneziani, e l’ottenne anche dai Fiorentini, che più di lui temevano Vitellozzo e gli altri che avrebbero rimessi i Medici in Firenze. Abbandonava intanto l’impresa di Bologna, e diede al Bentivoglio sicurezza; radunava genti da ogni parte, e in quell’indugiare si sentì forte ad ogni evento. Del che fatti accorti i collegati della Magione, e veduto essersi arrischiati troppo e messi in grande paura, cercarono accordo: il Valentino gli accoglieva benigno e facile. Ricacciarono essi d’Urbino il Duca; e il Valentino licenziate le genti francesi col dire che non ne aveva più bisogno, e avanzando a bell’agio per la Romagna, si rafforzava segretamente di lance spezzate e di gentiluomini di campagna soliti a vivere delle armi. Accostatosi a Sinigaglia, chiamò i suoi riconciliati Condottieri a convenir seco le cose comuni. Vennero a colloquio Vitellozzo e gli altri fuori della porta della città, ed egli intrattenutigli con discorsi, quando ebbe cenno che le genti sue gli attorniavano da ogni parte, fece mettere le mani addosso a Vitellozzo e ad Oliverotto e a Paolo Orsini e al Duca di Gravina, i quali essendo portati nell’alloggiamento suo, due furono strangolati la notte medesima e gli altri poco dopo: era la notte che principiava l’anno 1503. Di che pervenuta segretamente al Papa la notizia, questi fece subito chiamare in palazzo il Cardinale degli Orsini, che ivi dopo alcuni giorni moriva; altri quattro di quella famiglia, uno dei quali era Arcivescovo di Firenze, nel tempo stesso furono ritenuti. Non mai si vidde tale scelleratezza nè più meditata, nè condotta con tale maestria: io mi confondo al pensare quanto malvagio spreco si facesse allora in Italia di fiere indoli e d’ingegni, di scienza di cose e d’esperienza accumulata, in mezzo a un vivere elegante ed alla cultura delle arti gentili; nè so più intendere ciò che sia quel che oggi chiamiamo civiltà.

Da Sinigaglia il Valentino, senza perder tempo, s’indirizzò a Città di Castello che trovò abbandonata dai Vitelli, e quindi a Perugia, d’onde medesimamente Gian Paolo Baglioni s’era fuggito. Prese la possessione dell’una e dell’altra città come Gonfaloniere della Chiesa; e quindi avviatosi ai confini dei Senesi, ma non osando pigliare quell’impresa, mandò ambasciatori a Siena perchè fosse cacciato Pandolfo Petrucci, dichiarando che fatto ciò, continuerebbe la sua strada in terra di Roma. Il Re di Francia gli avea mandato intimazione di non recare molestia ai Senesi: bene bramava fossero battuti quegli armigeri Baroni, reputando essere utile a conservazione del suo Stato che la milizia d’Italia si spegnesse.[68] Pandolfo, lasciata la città in guardia dei suoi, andò a Pisa per breve tempo. Gli Orsini e i Savelli correvano la campagna intorno a Roma; onde il Valentino andatigli a cercare nei loro castelli, espugnò Ceri rôcca fortissima degli Orsini; per tal modo avendo fiaccate le forze di quelle famiglie che più non riebbero l’antica grandezza. Ma in questo tempo il Re s’alienava dal Papa, temendo che non divenisse troppo forte, ora che le cose di Francia vedeva già messe in pericolo nel regno di Napoli.[69]

Nella divisione tra i Re di Spagna e di Francia non era espresso bene a chi andasse la provincia di Capitanata che è parte della Puglia, ma senza la quale i bestiami degli Abruzzi non avrebbero dove svernare; mutando luogo, dovevano ogni volta pagare una gabella che dava provento ricchissimo. I Francesi, più forti e più baldi, aveano occupata quella provincia, e quindi essendo bandita la guerra, venuti innanzi per le altre che erano tenute dagli Spagnuoli, non lasciarono a questi rifugio se non poche città poste sul mare Adriatico, obbligando Consalvo di Cordova a rinchiudersi dentro Barletta; alla quale il vicerè di Napoli Duca di Nemours poneva assedio, intantochè l’Aubigny campeggiando la Calabria rompeva altre genti di Spagnuoli venute a soccorso dalla Sicilia. In Barletta era somma carestia d’ogni cosa, e la peste vi regnava; ma Consalvo, il gran Capitano, con mirabile fermezza faceva durare ai suoi quelle crudeli strettezze, dandone egli stesso il primo esempio; ottenuto anche con le uscite che egli faceva dalla città sugli assedianti qualche vantaggio non piccolo. Avvenne che in quelle lunghezze d’assedio nascesse disfida tra’ cavalieri Francesi e quelli Italiani che seguitavano gli Spagnuoli: dal che si venne, col consenso dei due Capitani, a fermare le condizioni d’un combattimento fuori delle mura di Barletta, dove tredici Francesi doveano affrontarsi con tredici Italiani, primo dei quali Ettore Fieramosca capuano. Al giorno dato fu la battaglia ferocissima con le picche e con le spade; gli Italiani rimasti superiori conducevano in Barletta con grande trionfo i Francesi prigionieri: nobile tema di romanzo in quella miseria di storia. Avendo i due Re in questo tempo fatta una pace tra loro per mezzo di Filippo arciduca d’Austria, marito alla erede del trono di Spagna; fu ai Capitani dei due eserciti mandato ordine si fermassero. Il che da Consalvo non fu voluto consentire, ed egli di suo proprio moto continuava la guerra nella quale già vedeva essere superiore. Imperocchè nuove genti di Spagna essendo venute per mare, assaltarono in Calabria l’Aubigny che aveva raccolto in Seminara il grosso delle sue forze, e che ivi fu rotto e fatto prigione insieme ad altri Capitani e Baroni del Regno di parte francese. Allora Consalvo uscì di Barletta; ed erano seco Fabbrizio e Prospero Colonna: si affrontarono i due eserciti alla Cerignola, dove fu battaglia grandissima e memorabile; il Nemours vi cadde morto, e i Francesi andarono in fuga avendo perduto i carriaggi e le artiglierie: si raccolsero le reliquie dell’esercito sotto Ivo d’Allegri e il Principe di Salerno, ma Consalvo procedendo entrava in Napoli a’ 14 di maggio 1503.

Abbiamo voluto finora descrivere sommariamente i grandi fatti, i quali nei primi tre anni di quel secolo aveano mutato le sorti d’Italia col mettere in essa le Signorie forestiere e dare la possessione effettiva dello stato secolare ai Papi, che prima non l’avevano goduta che a brani ed incerta. Diremo adesso d’una alterazione che avvenne allora dentro allo stato della Repubblica di Firenze, rifacendoci un poco più indietro a dire le cause che la produssero. Dopo alla morte del Savonarola nulla fu innovato quanto al Governo della città, contentandosi di mutare le persone di quei magistrati che troppo sembrassero ligi alla setta; ma non appena era scorso un anno, che uomini di parte fratesca con gli altri entravano negli uffici. Una repubblica popolare col Consiglio Grande si può quasi dire che tutti volessero; e chi non amava di per sè quel modo, lo accettava temendo peggio. Era una forma ampia e solenne di libertà, e sarebbe stata come un’idea astratta, sorta in un popolo disavvezzo, se l’esempio della Repubblica di Venezia non avesse prestato ad essa un’autorità somma: tenevasi allora in Italia e fuori, Venezia essere quello Stato che avesse fra tutti migliore governo. Ivi però il nome di Maggior Consiglio significava la generale assemblea dei nobili, i quali erano quel che altrove i cittadini aventi parte nella sovranità; e sotto a quello era l’altro popolo, e sopra un certo numero di famiglie che aveano la forza e in sè custodivano le tradizioni e la scienza dello Stato. Ma in questa nostra città popolana il Gran Consiglio rappresentava l’intero popolo senza distinzioni di ceto nè d’ordine; lo aveano formato di tutti coloro le cui famiglie fossero state nei maggiori uffici o sotto il governo dei Medici, o sotto il precedente Stato libero: il qual modo, sebbene vizioso perchè derivava dalla formazione sempre arbitraria delle borse, pure con l’andare tanto indietro comprendeva tutte le parti della cittadinanza, o come dicevano i benefiziati: le famiglie delle Arti maggiori ivi entravano per tre quarti, e le minori per l’altro quarto; il che alla forza univa la libertà con proporzioni che erano abbastanza giuste. Veramente del Consiglio Grande, com’era formato, nessuno può dirsi fosse malcontento; questo mantenevano tenacemente quanti volevano la libertà, che in esso aveva tutto il fondamento suo; era una difesa contro al ritorno dei Medici, e gli stessi partigiani di questa Famiglia gradivano meglio confondersi tra la universalità dei cittadini, che avere sul capo la signoria di pochi, nemici antichi e più inclinati alle oppressioni e alle vendette.

Nella Repubblica veramente le antiche parti si urtavano poco per essere ognuna d’esse divenuta molle e cedevole. Viveva qui pure, come da per tutto, la perpetua guerra tra’ pochi ed i molti; ma più non aveva l’antica sostanza, nè più serbava le antiche forme: il nome di guelfi o di ghibellini nulla più valeva, i grandi si erano venuti a confondere co’ grossi mercanti, il Consiglio Grande aveva finito d’uccidere i Collegi delle Arti, nè più era guerra degli Artefici della bottega contro a’ loro capi; nei cittadini più facoltosi la terra formava il minor cespite di ricchezza, ed in Firenze tra’ patrimoni di molte famiglie poco era l’eccesso. Tuttociò avrebbe dato buone condizioni a quell’Assemblea la quale doveva qui essere sovrana come a Venezia; nè il male era in quella, ma nella mancanza di chi preparasse le cose che in essa erano poi da decretare, o in altri termini, di chi governasse la Repubblica sotto il freno dei sì e dei no che l’Assemblea pronunzierebbe. Negare o approvare ma non discutere si potevano le grandi e le piccole faccende là dove sedevano intorno a mille cittadini, ed erano oltre a due mila i nomi scritti di coloro nei quali il diritto propriamente risedeva. Spettavano quasi tutte le elezioni a quel Consiglio, ma per non esservi chi le avesse avviate prima e procacciato ad esse i voti, non si vincevano senza difficoltà grande o andavano a caso. La libertà era antica in Firenze, ma il congegno del governo già logoro dopo essere stato per sessant’anni coperta facile alla servitù, era d’impaccio più che di guida oggi a questa Repubblica nuova, nella quale entravano idee dottrinali o ch’aveano pregio dall’imitazione. Ricondurre le cose ai loro principii sarebbe stato qui pure intempestivo com’era impossibile, essendo invece mestieri dedurre principii nuovi dai nuovi fatti che il corso del tempo avea generati.

Fin da principio avea la Repubblica avuto qui sempre migliore il popolo delle istituzioni; alle grandi cose non era formata, ma nell’istoria di Firenze confrontata a quella del resto d’Italia ritrovò il Balbo maggiore bontà. Sugli antichi ordini poco fondamento era da fare: i Collegi che formavano il Consiglio stretto della Signoria, perchè si traevano come prima dalle borse con la sola aggiunta del dovere essere approvati, oggi godevano poca stima. Dovevano gli Ottanta in questa nuova costituzione essere la mente della Repubblica o il Senato; ma eletti come alla rinfusa da un grande numero di persone, pareva togliessero al popolo parte di quello che al solo popolo spettava; quindi erano sempre guardati con gelosia, benchè scelti a breve tempo: sopra ad ogni cosa temevano divenisse quel Consiglio il patrimonio di poche famiglie, e ad esso chiamavano uomini spesso di qualità mediocri. Aveano voluto farne un Senato a imitazione di quello di Venezia, ma era il contrario; perchè ivi il Senato, benchè ogni anno sembrasse dal popolo riattingere la potestà, si manteneva continuo negli stessi uomini e in quelle famiglie dove era la forza delle tradizioni e della scienza, e che in sè avevano la sovranità effettiva. Inoltre gli Ottanta erano impediti dalla ingerenza degli altri uffici, attraverso dei quali come per vagli stretti doveano passare le cose, e che avevano arbitrio ciascuno nella specialità sua. Le Provvisioni, per essere vinte, aveano bisogno di seicentosettantasette volontà, come dicevano; oggi più modestamente le chiamiamo voci. Il Magistrato dei Dieci, creato nei tempi di guerra, diveniva tirannico, avendo facoltà di ogni cosa la quale servisse alla difesa dello Stato: regolavano le condotte e quindi le spese, imponendosi alla Signoria; donde si tiravano addosso grande odio. Gli chiamavano i Dieci spendenti; imputavano ad essi le imprese male riuscite e le gravezze: aveano cercato di limitarne le facoltà, ma era peggio ora che le cose volevano azione tanto più spedita quanto più vasti e subitanei erano i pericoli: infine lasciarono per qualche tempo di creare quel Magistrato.

La città era in basso stato, e la plebe malcontenta per la mancanza dei lavori; gli anni aveano dato una mezza carestia. Le gravezze, che molto divenivano frequenti, passavano a stento nel Consiglio Grande, nel quale dovevano avere i due terzi: i poveri e i mediocri ne facevano accusa agli uomini di maggior potenza. Volevano far legge di quella gravezza che aveva nome di Decima Scalata, e per la quale dove i meno agiati pagavano il terzo, la tassa pei ricchi era in quel tempo alle volte più dell’entrata; il che riusciva tanto più gravoso che le ricchezze in danaro essendo facili a nascondere, il peso cadeva su’ pochi che vivevano delle possessioni: ritenevano alle volte i cittadini più ricchi, e gli facevano per forza prestare al Comune. Ma tali violenze sempre avevano scarso effetto; e il peggior male stava in questo, che i malcontenti, seguendo il modo usato del dire di no a ogni cosa, faceano che spesso nel Consiglio Grande nessun partito potesse vincersi, e nessuno uomo avesse voti per la Signoria per gli Ottanta, fuorchè i dappoco e meno sospetti. Frattanto le varie parti s’ingegnavano a speculare intorno al numero dei voti richiesti: con l’obbligo della metà più uno le provvisioni passavano con difficoltà; e quindi le fecero vincere con le più fave, cioè col maggior numero relativo: in ambo i modi è da vedere quanto sottili calcoli facessero affinchè i partiti riuscissero dominati dall’una o dall’altra delle varie condizioni di cittadini.[70] I meno agiati, col portare i carichi, volevano anche avere una larga distribuzione degli uffici; e ottennero quindi che fossero tratti a sorte i minori, dei quali era il maggior numero nel Contado.

Così alla macchina del Governo erano intoppi le antiche forme, nè questo popolo rinveniva più sè medesimo nei tempi nuovi. Grande fu quando la sua politica per le cose di fuori si racchiudeva in un’idea sola, ampliare e svolgere il principio guelfo; questa era compresa da tutti del pari, ed in quel semplice andamento il fascio intero della cittadinanza spesso facea meglio dei suoi reggitori. Ma i tempi avevano spenta in Italia ogni idea comune; la forza era in pochi, gli stranieri prevalevano; era un difendersi per sottili astuzie cercando vivere, o i meglio accorti strappare qualcosa in quelle rovine alle spese d’un vicino che fosse più incauto. Era una scacchiera sulla quale il gioco voleva uomini molto esercitati che sapessero odorare le cose da lungi, e che pure ingannando l’uno l’altro, avessero modo tra loro d’intendersi: in ciascuna trattazione tra Stato e Stato bisogna pure che l’una parte possa contare sull’altra, perchè altrimenti non si va innanzi. Era oggimai la politica un mestiere che bisognava con l’abitudine aver fatto suo; e non poteva essere in uomini tratti fuori a caso, i quali restando in ufficio poche settimane, rigettavano poi l’uno sull’altro il carico delle cose male consigliate o male condotte. Al che in Firenze si aggiugnevano i lunghi divieti che le leggi davano alla casa e alla persona del Magistrato da una volta all’altra, i quali accrescevano i vizi di quello spesso variare, fatto peggiore dai sospetti pei quali temevano che i primari cittadini non volessero mutare lo Stato. «Concorrevaci tutti i disordini che fanno i numeri grandi, quando hanno innanzi le cose non punto digerite; la lunghezza al deliberare, tantochè spesso vengono tardi; il non tenere secreto nulla, che è causa di molti mali. Da questi difetti nasceva che non pensando nessuno di continuo alla città, si viveva al buio degli andamenti e moti d’Italia; non si conoscevano i mali nostri prima che fossero venuti; non era alcuno che avvisassi di nulla, perchè ogni cosa subito si pubblicava; i principi e potentati di fuora non tenevano intelligenza o amicizia alcuna colla città, per non avere con chi confidare nè di chi valersi pel frequente mutare dei Magistrati.» Era il filo delle trattazioni tenuto solamente dal Cancelliere della Signoria, Marcello Virgilio Adriani, uomo dotto come la Repubblica gli sceglieva. «I danari andando per molte mani e per molte spezialità, e senza diligenza di chi gli amministrava, erano prima spesi che fossino posti; e si penava il più delle volte tanto a conoscere i mali nostri e dipoi a fare provvisioni di danari, che e’ giungevano tardi: in modo che e’ si gittavano via senza frutto, e quello che si sarebbe prima potuto fare con cento ducati, non si faceva poi con centomila. Nasceva da questo, che non si potendo fare provvisioni di danari, erano costretti da ultimo lasciare trascorrere ogni cosa, stare senza soldati, tenere senza guardia e munizione alcuna le terre e le fortezze nostre. E però i savi cittadini e di reputazione, vedute queste cattive cagioni, nè vi potendo riparare perchè subito si gridava che volevano mutare il Governo, stavano male contenti e disperati, e si erano in tutto alienati dallo Stato, ed erano il più di loro la maggior parte a specchio, nè volevano esercitare commissarie o legazioni se non per forza, perchè sendo necessario pe’ nostri disordini che di ogni cosa seguitassi cattivo effetto, non volevano avere addosso il carico e grido del popolo senza loro colpa. Non volendo gli uomini savi e di reputazione andare commissari o ambasciatori, bisognava ricorrere a quelli che andavano volentieri: non andavano se non quando non potevano far altro un messer Guid’Antonio Vespucci, un Giovan Battista Ridolfi, un Bernardo Rucellai, un Piero Guicciardini,» padre dello Storico di cui trascriviamo qui molte parole.

«Questi modi dispiacevano ai cittadini savi e che solevano avere autorità, perchè vedevano la città ruinare ed essere spogliati d’ogni riputazione e potere. Aggiungevasi che ogni volta che nasceva qualche scompiglio, il popolo pigliava sospetto di loro, e portavano pericolo che non corressi loro a casa; e però desideravano che il Governo presente si mutassi, o almeno si riformassi. Era il medesimo appetito in quegli che si erano scoperti nemici di Piero de’ Medici, perchè per i disordini della città avevano a stare in continuo sospetto che i Medici non tornassino, e così reputavano avere a sbaraglio l’essere loro. Così gli uomini ricchi e che non attendevano allo Stato, dolendosi di essere ogni dì sostenuti e taglieggiati a servire di danari il Comune, desideravano un vivere nel quale, governasse chi si volesse, non fossero molestati nelle loro facoltà. Agli uomini invece di case basse, e che conoscevano che negli Stati stretti le case loro non avrebbono condizione; ed agli uomini di buone case, ma che avevano consorti di più autorità e qualità di loro, e però vedevano che in un vivere stretto rimarrebbono addietro: a tutti costoro, che erano in fatto molto maggior numero, piaceva il presente Governo nel quale si faceva poca distinzione da uomo a uomo e da casa a casa; e con tutto intendessero che vi era qualche difetto, pure ne erano tanto gelosi e tanto dubbio avevano che non fossi loro tolto, che come si ragionava di mutare ed emendare nulla, vi si opponevano.[71]» Una volta che il vecchio Guid’Antonio Vespucci, essendo Gonfaloniere, si era lasciato innanzi al Consiglio uscire tra’ denti e tra i labbri questa conclusione, che non essendo essi cittadini contenti dei modi e della qualità del presente governo, non si volessero astenere di farlo intendere alla Signoria, la quale non mancherebbe ai loro desideri; fu tale il romore nella Sala del Consiglio per la frequenza degli spurgamenti e dello stropicciare per terra i piedi, che egli tutto perturbato si ripose a sedere. Il Proposto subito diede licenza al Consiglio, ed il Gonfaloniere se n’andò la sera medesima a casa con la febbre, dove gli cantavano la notte: «Zucchetta, Zucchetta, e’ ti sarà tolta la forma della berretta.[72]» Ma in seguito stracchi dalle grandi e spesse gravezze e dal non rendere il Monte le paghe a’ cittadini, e in ultimo mossi dai casi d’Arezzo e di Pistoia, divennero facili ad acconsentire che si pigliasse qualche modo di riformare il Governo, purchè il Consiglio non si levasse, nè lo Stato si ristringesse in pochi.

Aveano a tal fine chiamata una Pratica di Quaranta dei principali cittadini, ma si trovarono le opinioni varie: taluni volevano per mezzo d’una Balía mutare ad un tratto lo Stato del popolo; ad altri pareva senza toccare il Gran Consiglio, mettere invece di quello degli ottanta come un Senato dei più qualificati cittadini che fossero stati nei grandi uffici; i quali fossero a vita, ed avessero le facoltà maggiori, come quella di creare i Dieci ed altre cose. Giudicavano altri che il fare tali alterazioni sarebbe con troppo scandalo e pericolo, contentandosi di correggere quei difetti dai quali venisse il peggior male, soprattutto quanto alle provvisioni dei danari, le quali volevano che si vincessero alla metà più uno, senza bisogno di avere i due terzi. Ma riscaldando i dispareri, dopo essere stati in Pratica più giorni, cominciarono quando uno e quando un altro a non volere più radunarsi; talchè per allora cotesta Pratica andò in fumo. Ma il popolo a queste cose dubitando che non volessero i primi cittadini mutare lo Stato, quando si venne a eleggere la Signoria nuova pe’ mesi di luglio e agosto 1502, si accordarono nel Consiglio Grande a eleggere un Gonfaloniere di piccola qualità e dappoco. Il caso fece che al Priorato portassero uomini qualificati, come un Acciaiuoli ed un Morelli, e primo tra tutti per vigore d’animo, Alamanno Salviati; i quali avendo scorto che ogni altro partito dispiaceva troppo, s’accordarono a proporre la creazione d’un Gonfaloniere a vita.

Avrebbono intorno a questo supremo Magistrato voluto porre una deputazione di cittadini, i quali avessero più facoltà che gli Ottanta e a lui servissero di freno, cosicchè lo Stato venisse di fatto, come a Venezia, in mano di pochi. Ma quel disegno dovette essere abbandonato, perchè il popolo, anzichè il consiglio di pochi, soffriva la potestà d’uno: gli uomini intendono a questo modo la libertà; la sanno cedere ma non confinare. Venne in consulta se invece del Gonfaloniere a vita dovessero farne uno a tempo lungo; ma vinse l’altro modo, considerando che un Gonfaloniere a vita, avendo il maggior grado che potesse desiderare, l’animo suo si quieterebbe; dove se fosse a tempo, avrebbe in cuore il desiderio di perpetuarsi procedendo con più rispetti, massime in quanto a fare giustizia, che era uno di quelli effetti principali pel quale s’introduceva questo nuovo modo. Vollero che l’autorità sua fosse quella medesima che solevano avere pel passato i Gonfalonieri di Giustizia, nè accresciuta nè diminuita in alcuna parte, eccetto che potesse, come Proposto, sedere e rendere il partito in tutti i Magistrati della città nelle cause criminali. Si aggiunse che avesse cinquant’anni, non potesse avere altri uffici; i suoi figliuoli e fratelli avessero divieto nei tre maggiori; fosse loro proibito fare traffico, perchè ne’ conti del dare e avere non avessero a sopraffare altri; avesse, oltre alle spese di Palazzo e quartiere per la moglie e famiglia sua, cento ducati al mese pagati dal Camarlingo del Monte; potesse, portandosi male, esser deposto e punito sino alla morte da’ Signori e Collegi, Dieci, Capitani di Parte guelfa, e Otto, congregati insieme pe’ tre quarti delle fave: potesse ognuno essere eletto sebbene fosse inabile per conto di divieto o di specchio, e coloro anche i quali andavano per le Arti minori; il che si fece perchè gli artefici vi concorressero più volentieri: la Signoria continuasse ogni due mesi a farsi come per l’addietro. Questa Provvisione portata agli Ottanta e quindi al Consiglio generale, si vinse, ma non senza difficoltà, nei due luoghi. Quanto all’elezione poi della persona che fosse Gonfaloniere a vita, decretarono si facesse dal Consiglio grande, togliendo via ogni esclusione di chi era a specchio, perchè si estendesse a maggior numero. Ma non si vincesse però alla prima, e quelli che avessero la metà più uno dovessero andare insieme a un secondo squittinio, nel quale chi rimanesse al modo medesimo, andasse al terzo che fosse poi definitivo. La Provvisione fu vinta in agosto, ed ai 22 settembre radunato il Consiglio generale, al quale intervennero più di 2000 persone, riuscì eletto Piero Soderini, rimasto solo già nel secondo squittinio, cosicchè il terzo fu di mera forma. Entrò in ufficio il primo di novembre 1502.

Era figlio di Tommaso Soderini che fu come balio al Magnifico Lorenzo, e fratello di Paolo Antonio: «ricco e senza figlioli, di casa non piena di molti uomini nè copiosa di molti parenti. Aveva cinquant’anni, di mezza statura, viso largo e di color giallo, gran capo, capelli neri e radi; grave, eloquente, ingegnoso, di poco animo e d’intendimento poco forte, e non di molte lettere; vano, parco, religioso, pietoso e senza vizi; aveva per donna la figlia del marchese Gabbriello Malaspini di Fosdinovo, bellissima benchè attempata e savia con modi regi.[73]» Spesso adoprato anche da Lorenzo, si diede poi tutto al governo popolare; e dove gli altri cittadini reputati come lui, avevano fuggite le brighe e le commissioni, lui solo l’aveva sempre accettate e tante volte esercitate quante era stato eletto; del che gli era grata la moltitudine, e teneva che egli fosse più valente uomo degli altri e più amatore della Repubblica. La sua natura lo inclinava a stare coi più, e quando l’anno innanzi fu per due mesi Gonfaloniere, non chiamò pratiche nè cercò il parere dei cittadini più qualificati, comunicando le cose più volentieri ai Collegi dov’erano popolani di poco valore. Fu eletto mentre era in Arezzo Commissario, donde poi tornò a Firenze standosi in casa fino al giorno che fu pubblicato; entrò con molta grazia dell’universale e molta speranza. Pochi mesi dopo, Francesco suo fratello, vescovo di Volterra, allora ambasciatore in Francia, fu creato Cardinale insieme con altri da papa Alessandro.

Il giorno stesso in cui fu istallato il Gonfaloniere a vita, cessò l’ufizio del Potestà, che era da principio come la figura del sovrano, ma ora non doveva essere più altro che un giudice. Finattantochè in Italia dominava il solo pensiero d’essere o guelfi o ghibellini, andavano i nobili per le città della parte amica a fare ufficio di Potestà, recando seco legisti che erano sufficienti in quel destarsi della giurisprudenza, seguace allora della politica; era questo come un segno d’unione e un vincolo tra le città sparse che professavano l’una o l’altra parte. Ma ora i nobili da per tutto altro avevano da pensare; guelfi e ghibellini valeva lo stesso, e la scienza delle leggi stava in alto da sè. Già da molti anni le signorie cittadine, rassicurate nella coscienza del loro diritto, aveano abbassato l’uffizio del Potestà caduto in mano di molti bisognosi che seco menavano dei cattivi Giudici. Una provvisione vinta nel Consiglio Generale, dove intervennero 1180 cittadini, ordinava la formazione d’un Consiglio di Giustizia, o Ruota di cinque dottori forestieri con salario di ducati cinquecento per uno, i quali dovessero stare tre anni e avessero tutti insieme a giudicare le cause civili, e che non potessero dar sentenza se non erano quattro almeno d’accordo, e che ogni causa fosse udita almeno una volta; dalle sentenze loro non si potessi appellare che a loro medesimi, avendo abolito anche l’ufficio del Capitano del Popolo. Dapprincipio volendo continuasse l’antico nome, non che per dare più lustro a quel Magistrato, decretarono che uno dei cinque tratto a sorte per sei mesi, avesse titolo di Potestà con accrescimento di stipendio; da ultimo stessero al sindacato di otto cittadini, tratti dal Consiglio Grande. La Ruota in seguito ebbe variazioni, finchè ne fu tolto il nome del Potestà, disceso indi nei minori giusdicenti del Contado.[74]