I.
PRELIMINARE.
È egli permesso, in Italia, ai giorni che corrono, scrivere di critica e letteratura senza nascondere tra il verde e i fiori la trappola d'una tesi? e non per isfoggio d'abilità ne'salti mortali dei paradossi? e né meno col sottinteso di rifare noi il mondo da capo e con la esplicita dichiarazione che i nostri predecessori in materia furono un branco di brave persone sí, ma tutt'altro che critici, tutt'altro che dotti, giudiziosi ed onesti? E, data la permissione, si potrà egli scrivere critica italiana leggibile, senza prima, per cattivarsi il pubblico, proclamare che in fondo in fondo noi siamo tanti bei pezzi d'asini, che discorriamo secondo ci frulla, e che ci ingegneremo di tenerci bassini bassini e lisci lisci, e ci proveremo anche a fare, secondo le nostre forze, i buffoni, per divertire le signore e i signorini, maestri e giudici inappellabili del torneo in ogni arte e in ogni critica? O non si potrà in quella vece annunziare che noi intendiamo parlare d'arte di proposito e a minuto, e discutere, interpretare, raffrontare, tradurre, senza per altro volere impolverare i lettori? E a farci leggere, scrivendo cosí, riusciremo? O, per meglio dire, e parlando per mio conto, riuscirò io? Non lo spero, e pur mi provo a discorrere, nei modi che dissi, di quattro odi del Parini.
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Nel giudizio comunemente recato intorno alle odi di Giuseppe Parini poco c'è da aggiungere o da togliere e non molto da correggere. Anche nella lirica l'abate milanese fu, per una parte, il maestro e duca di quella scuola neoclassica la quale fece un po' piú che comporre versi antichi su pensieri moderni; e, per un'altra parte, in certi tócchi che qua e là osò, netti, precisi e nervosi, accennò anche, oltre ai limiti di quella scuola, a una rappresentazione del vero piú immediata che non soglia trovarsi nella poesia italiana, specialmente lirica, dopo il secolo decimoquinto.
Ma nulla dal nulla. Dall'elemento fantastico e affettivo d'un popolo, vivaio comune della poesia o spontanea o riflessa, è un continuo procedere di forme che si vanno organando secondo le attitudini della nazione negli ambienti delle età diverse; e, al mutar dell'ambiente, le deboli o troppo usate cadono a mano a mano formando il detrito storico, dal quale altre si svolgono e crescono, e le forti superstiti se ne giovano, fin che esse pure non perdano nel lungo attrito l'energia. Può quindi essere non inutile ricercare nelle odi del Parini ciò che resta del vecchio e ciò che è su'l cambiar colore, e ciò che spunta timido o già vigoreggia ardito: può esser utile seguire le tracce e i segni della trasformazione che il Parini, quando ebbe da vero il possesso e la conscienza della sua forza, fece nella poesia del tempo suo, e avvertire anche ai punti dove egli fu debole e incerto.
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Nelle poesie di Giuseppe Parini, segnatamente liriche, primi i coetanei accusarono un po' di stento e certa fra ruvidezza ed asprezza. Saverio Bettinelli, che nella dedicatoria delle Lodi del Petrarca (1787) avea concesso a Milano il vanto di possedere un vero Orazio, introdusse poi in certi Dialoghi d'Amore[20] esso il nume, nume allora comune dei filosofi e degli abati, a giudicare, parlando col Petrarca, il poeta milanese cosí: «Un gran poeta talor mi invoca ed onora: ma latino dietro Orazio vuol dirsi per l'asperità e lo sforzo nella lingua e piú pe'l fiero animo catoniano, e poco a te (Petrarca) somiglia.» A cotesto giudizio dell'Amore gesuita uno de' due amici che nel 1801 pubblicarono dieci lettere Della vita e degli scritti di Giuseppe Parini, e propriamente Luigi Bramieri piacentino, primo anche a dare nel 1805 una edizione critica del Giorno secondo l'ultime intenzioni del poeta, opponeva: «L'autor delle odi intitolate Il brindisi, Il piacere e la virtú, Le nozze, non era egli padrone, se ben gli piacea, di portare in tutti i suoi scritti la mollezza e la facile soavità di quei componimenti? Ma egli aspirava ad una gloria maggiore ...»[21]
Il Bramieri ha ragione. Lasciando Il piacere e la virtú all'efimero onore di essere stata una delle tante strimpellate per il matrimonio dell'arciduca Ferdinando con l'ultima Estense; le due piú veramente canzonette, Le nozze e Il brindisi, e le due altre piú tecnicamente odi ma di natura musicali, La vita rustica e L'impostura, meritano di essere un po' studiate in loro stesse e nelle attinenze con l'arte del tempo, per vedere fino a qual punto l'autore si avvicini a'suoi contemporanei o se ne discosti e gli avanzi, o se altri per avventura non avanzi lui, o se egli regga intiero al confronto degli antichi.
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Anche il Parini, come tutti, salvo l'Alfieri, i nostri poeti del secolo decimottavo, move dall'Arcadia: anzi, si potrebbe fin dire, senza fargliene colpa, che in Arcadia almeno il tacco del piè sinistro ce l'ebbe sempre. Cominciò Ripano Eupilino a ventitre anni (1752) con sonetti e componimenti pastorali, «in tempo—scriveva egli stesso nella prefazione—che era ogni maniera di letteratura al suo colmo venuta.[22]» Circa trent'anni dopo (1780), mandava, sotto il nome di Darisbo Elidonio, al volume decimo terzo delle Rime degli arcadi, ordinate a raccolta dall'abate Gioachino Pizzi custode generale, quattordici sonetti quasi tutti pastorali, e con questi un'ode Su la libertà campestre, che poi egli od altri rititolò La vita rustica.[23] Cosí nessuna meraviglia che le sue odi per quattro gruppi almeno si ricongiungano a quattro forme liriche che l'Arcadia aveva a preferenza rinnovate, coltivate e lavorate.
Il primo gruppo è a punto delle odi, La vita rustica, La impostura, Le nozze, Il Brindisi. Queste per il motivo idillico e famigliare, per gli argomenti accademici, vezzosi e scherzosi, quasi da conversazione, per le strofe di settenari e ottonari, che nella nostra poesia sono i versi piú antichi e piú popolari a uso del canto, alternate di sdruccioli e di piani e di tronchi, appartengono alla forma lirica piú caratteristica dell'Arcadia, alla lirica mezzana musicale. Non è l'anacreontica, come si ostinarono a chiamarla i trattatisti, se bene qualche volta imiti le imagini delle piccole poesie degli eroti attribuite ad Anacreonte; non è la chanson francese, cantata a coro con l'allegro o entusiastico ritornello, se bene qualche volta possa prenderne gli andamenti. È la canzonetta; la canzonetta che i provenzali non ignorarono; che in Italia prevalse fra i generi popolari dalla fine del secolo decimoterzo alla fine del decimoquinto, coi vari nomi di ballata, di ballatina e ballatella, di frottola; che tacque per tutto quasi il Cinquecento, ristrettosi a cantare, almeno nelle società eleganti, il madrigale e l'idillio; che risorse alla fine del Cinquecento, prendendo col Rinuccini e col Chiabrera nuovi congegni di strofe e di rime per servire alla musica rinnovata e trasformantesi; che furoreggiò in tutti gli immani divertimenti teatrali e musicali del Seicento; che l'Arcadia raccolse, e la ravviò e la pettinò e le insegnò a fare il minuetto e la riverenza in contegno; che il Rolli e il Metastasio recarono al sommo della perfezione, come poesia classica per musica da sala; e il Frugoni tentò di restituirle piú lirica andatura, e il Parini riuscí a farla piú seria e morale. Per ciò a punto le canzonette del Parini non furono mai cantate, e sono odi.