II.

LA VITA RUSTICA.

La Vita Rustica, scrive il De Sanctis, «sembra posta in fronte alle poesie del Parini quasi come prefazione; è lo spirito che aleggia in tutte le sue composizioni»[24]. Certo l'illustre critico ebbe il pensiero alla strofe meritamente famosa, Me non nato a percotere; per la quale, io credo, e per l'attrattiva del metro, rapido piú che non sogliano averlo le liriche pariniane e che simula una certa concitazione, l'ode piacque e piace ed è ritenuta anche a memoria. La strofe settenaria doppia della Vita rustica è come la prenunzia dei metri manzoniani, e la novità dell'aver fatto seguire a un primo membro alternato di sdruccioli e piani, già trovato a Bologna nel 1747[25] ma non divenuto ancora popolare negli Amori del Savioli, un secondo membro alternato di piani e di tronchi, fu feconda di effetti armonici, che sono tanta parte della impressione lirica. Se non che forse il riscontro vicino troppo de'due ossitoni finali, massime quando sono non di vocali ma di consonanti tronche se specialmente nasali, offende un po' l'orecchio. Rileggiamo, a prova, le due piú belle strofe; la prima,

Per che turbarmi l'anima,
O d'oro e d'onor brame,
Se del mio viver Atropo
Presso è a troncar lo stame?
E già per me si piega
Sul remo il nocchier brun
Colà donde si niega
Che piú ritorni alcun?

e la piú celebre,

Me non nato a percotere
Le dure illustri porte
Nudo accorrà ma libero
Il regno de la morte.
No, ricchezza né onore
Con frode o con viltà
Il secol venditore
Mercar non mi vedrà!

Questa va d'incanto. Quell'accento largo di vocale come rialza l'armonia e come afferma il sentimento! Men bene la prima: non avete che dire, ma sentite che, se quegli ossitoni nasali seguiteranno nella strofe appresso e poi in altre, finiranno con farvi l'effetto di quei dannati di Dante, che d'una parte e d'altra con grand'urli, Voltando pesi per forza di poppa, Percotevansi incontro e poscia pur lì si rivolgea ciascun. Il Manzoni infatti, a cui piaceva il Metastasio, non accolse quella combinazione nelle strofe sue settenarie: ma essa a ogni modo fu il primo passo verso l'armonia che dirò manzoniana. Il primo passo, ho detto, verso l'armonia: ché gli schemi tecnici delle future strofe manzoniane erano stati già trovati dal Frugoni. La strofe del Cinque maggio fu da prima introdotta nella lirica moderna dal buon Comante eginetico per il primo incruento sacrifizio celebrato nella cattedrale di Parma l'anno 1741 dal signor conte canonico Girolamo Baiardi.

Ecco fuor d'uso Fosforo
Apre lucente il giorno:
Tutto di fior cospargasi
Questo sentiero intorno,
Questo sentier che scorgerti
Al maggior tempio dé.

Vieni, immortal Girolamo
Che di pietà tutt'ardi,
Gentil sangue degl'incliti
Magnanimi Baiardi,
Vieni e volgi al gran tempio
Il consacrato piè[26].

Per certa novità melodica dunque, prenunzia di armonie piú moderne, la Vita rustica piacque, o meglio, piace a giudici recenti anche severi. E mentre i coetanei del Parini e quelli che lo seguirono da presso, uomini di fino giudizio, non la annoverarono mai fra le odi migliori o fra le buone, il Cantú l'allogò, in compagnia della Caduta, fra gli Esempi della letteratura italiana[27] d'ogni secolo, e il prof. Giuseppe Puccianti la elevò ai primi onori nell'Antologia della poesia moderna[28]. O, forse meglio, il Cantù e il mio egregio amico furono persuasi a quella scelta da ragioni morali e storiche. Per la concezione ed esecuzione artistica, quell'ode a me non pare che vada tra le belle del Parini.

E s'intende. O composta su la fine del '58, come affermava il primo raccoglitore delle odi pariniane Agostino Gambarelli,[29] o a mezzo il '57, come piú tosto vorrebbe Filippo Salveraglio nelle note ricche di notizie ond'egli illustrò la nuova edizione data dal Zanichelli[30], cotesta è la prima ode che il Parini scrivesse; e come nel metro cosí nei pensieri presenta a pena i primi segni d'una lenta e variegata trasformazione del materiale idillico dell'Arcadia. L'antico e immortale idillio, l'ideale della pace e del lavoro alla campagna, cantato fra le guerre civili da Virgilio da Orazio e da Tibullo, riecheggiato fra le guerre e le corti del Cinquecento dal Sannazzaro dall'Alamanni da Bernardo Tasso dal Tansillo, finí a essere strapazzato su le zampogne dei pastori del Settecento. Il Parini avrebbe voluto rialzarlo, ma non riuscí. Né pur l'ombra qui del rapimento estatico e della malinconia potente del gran poeta Virgilio, né della finitezza e determinatezza ne'particolari del paesaggio del grande artista Orazio, né il sentimento religioso della campagna del grande elegiaco Tibullo. Ci sono invece la filosofia, la filantropia, la georgofilia: tutte astrazioni rispettabili, qualcosa di meglio, se volete, delle vanità d'Arcadia; ma non ancora la poesia.

La contenenza dell'ode è questa.—(str. 1ª) Il poeta non vuol sapere d'avarizia o d'ambizione, tanto si vive cosí poco!—(str. 2ª) Meglio godersi la libertà in campagna.—(str. 3ª) Non invidia i ricchi, condannati a viver sempre in sospetto.—(str. 4ª) Si contenta di morir povero, ma libero e onesto.—(str. 5ª) Dunque se ne torna ai colli che circondano il suo lago di Pusiano.—(str. 6ª) Ivi troverà la quiete, la quiete che i monarchi non hanno e che (str. 7ª) devono invidiare a lui, tranquillo poeta tra i contadini di Brianza.—(str. 8ª) Ivi egli pregherà Dio che tenga lontana la guerra; (str. 9ª-10ª) immortalerà in versi l'agricoltore che sappia uscire dalla carreggiata del cosí faceva mio padre; e (str. 11ª) morirà quieto e compianto come quell'agricoltore.

Contenenza onesta ma povera, e tutt'altro che nuova.

L'entrata è viva: della troppo nota figura di Caronte è ritoccato con qualche virtú plastica l'atteggiamento,

E già per me si piega
Sul remo il nocchier brun:

è rinnovato bene, perché applicato meglio che nel caso del passero di Lesbia, il catulliano per iter tenebricosum Illuc unde negant redire quemquam,

Colà donde si niega
Che piú ritorni alcun.

Ma la seconda strofe con le sue ore fugaci e meste che belle ne rende e amabili la libertade agreste, con Bacco che manda il vin e con la bella Innocenza che s'inghirlanda il crin, non esce punto dai cerchiolini dell'Arcadia. Della terza strofe qualche arcade allora vivo avrebbe per avventura rigirato un po' meglio i versi, segnatamente gli ultimi, dove quella man del gelato timor è fredda da vero, e quel sovente subito dopo la mano (sotto la man sovente) ci si trova a disagio per amore, o per isdegno, della rima. La quarta (Me non nato a percotere, ecc.) è bella in tutto e per tutto, per la verità del sentimento e per la rispondenza dell'espressione: dopo i poeti del Trecento e dopo l'Ariosto nelle satire, nulla di altrettanto nobile era uscito dal petto di poeta italiano. Per vero il buon Passeroni aveva già scritto:

Cerchin cantando d'acquistar denari
E facciano de' versi mercanzia
Poeti adulatori e mercenari,
E facciansi pagare ogni bugía.
Io pensieri non ho sí vili e avari,
E non contratto l'alma poesia:
Me stesso e gli altri divertire io cerco,
Canto a Milano, e non vi cambio o merco[31].

Due anni, si può dire, prima del Parini: ma quel suo poema è tanto lungo che a pena lascia ricordare ciò che v'è di buono.

Seguitando:

Colli beati e placidi
Che il vago Èupili mio
Cingete con dolcissimo
Insensibil pendío,

sono versi che i nostri padri dicevano a mente con tanta dolcezza di enfasi; e non ho voglia di sofisticare su que' due aggiunti di pendío, uno dei quali, probabilmente insensibile, a Orazio sarebbe parso di piú. Ma credo che il Parini dopo scritto il Giorno dovè sentire egli stesso tutta la vacuità, la improprietà, la indeterminatezza, la nullaggine melodrammatica de' due versi seguenti,

Dal bel rapirmi sento
Che natura vi diè.

E dire che il piú della lingua poetica degli ultimi centosettant'anni, della lingua, dico, di quelle poesie che il volgo dilettante capisce súbito e ammira di schianto, appunto perché non sono poesia, è cosí!

Ed esule contento
A voi rivolgo il piè:

ecco un altro fiorellino di quel pattume, volevo dire di quella lingua poetica. Volgere i passi dissero Dante, il Boccaccio e l'Ariosto; anche volgere il piede disse Dante, ma da man destra a sinistra. Volgere il piede, senz'altro, lo fa dire il Fagiuoli in una commedia a uno di que' suoi personaggi civili che parlano tanto male a punto perché egli vuole che parlino bene: Non so da questa contrada volgere il piede.[32] Ma rivolgere il piede come l'usa il Parini per avviarsi, oltre che ampolloso, è anche improprio.—È piú nobile di quel prosaico avviar—Oh nobiltà dell'imaginarsi le punte delle scarpe del Parini sollevate e in moto verso la Brianza! E se andava, come si può tenere per certo, in calesse o in carrozza?

Nella quinta strofe la quiete è cantata piú che sentita. E i versi

..........in seno
De le vostr'ombre apprestami
Caro albergo sereno

avran dato a qualche arcade il mal di mare con quel loro fiotteggiare di suoni cupi, rotti, rugginosi: ma niun arcade certo avrebbe saputo verseggiare con tanta varia gravità di accenti e di spezzature armoniche e concettose la rimembranza oraziana degli ultimi quattro:

E le cure e gli affanni
Quindi lunge volar
Scorgo, e gire i tiranni
Superbi ad agitar.

Del resto, il tomo delle Rime degli Arcadi che séguita a quello ove fu pubblicata l'ode del Parini porta d'un altro Decilio License, cioè Girolamo Pompei, traduttore di Plutarco e di Teocrito, una canzone, anch'essa su La vita rustica: eccone qui una stanza e mezzo, forse il meglio: raffronti chi vuole e come vuole.

Con un garrir gentile
I poggi intorno mólce
Lo spirar de le fresche aure soavi;
E, come è loro stile,
Ronzan le pecchie, e il dolce
Tolgono a i fior per arricchirne i favi.
Dal sen de gli antri cavi
Alterna eco gli accenti,
E a l'usignol risponde.
Che su romite sponde
Tempra in musiche note i suoi lamenti
Per dar qualche conforto
Al grave antico torto.

Sotto le verdi foglie
La tortora coperta
Geme ferita d'amoroso strale:
La lodoletta scioglie
Suoi trilli, e a l'aria aperta
Tremolando si libra alto su l'ale.[33]

La sesta strofe respira la più beata ingenuità arcadica, ingenuità di gente che sapeva bene di dire cose impossibili, inverisimili e un tantino anche, buttiamo la parola, ridicole, e pur se le spacciava come nulla fosse. Che i re abbiano piú d'una volta ragione d'invidiare le condizioni di tanti loro soggetti oscuri e pacifici, fu detto e ridetto e si dice e ridice. Ma che il Parini specifichi il caso in persona sua, che egli venga proprio a contarci che Federico II, Maria Teresa, Caterina di Russia, Luigi XV o il sultano avevano da invidiar lui, proprio in quella posizione nella quale si è messo da sé, questo passa la parte.

Qual porteranno invidia
A me, che di fior cinto
Tra la famiglia rustica
A nessun giogo avvinto,
Come solea in Anfriso
Febo pastor, vivrò,
E sempre con un viso
La cetra sonerò!

Cantabitis, Arcades, inquit, montibus haec vestris. E non voglion finire di ronzarmi nel pensiero due versi del Porta:

Gh'aveven tucc on liri e on ghitarrin,
Né se sentiva olter che frin frin.[34]

Fortuna che l'abate, mobile e impaziente come era, non durò molto a sonar la cetra con quel viso lí, e scrisse poco di poi La salubrità dell'aria.

La strofe seguente, dopo i quattro primi cosí cosí, ha quattro versi notevoli, se non per novità d'imagini, pe 'l numero variato e sostenuto:

E da noi lunge avvampi
L'aspro sdegno guerrier,
Né ci calpesti i campi
L'inimico destrier.

Nulla, del resto, fuor dell'ordinario.

Ma brutte fuor dell'ordinario sono le strofe interposte in certe edizioni a questa parte dell'ode. Prima le portò la raccolta delle Odi del Parini data in Milano nel 1791 da Agostino Gambarelli, al quale, già suo discepolo, il Parini aveva accordato la facoltà di pubblicare quelle odi, e non piú; e le odi, avverte l'editore, passavano da una mano all'altra e da questa a quella città tanto infedeli e scorrette e mutile e svisate da non potersi talvolta piú riconoscere per fattura dello ingegno che le aveva prodotte[35].

Per la Vita rustica, il Gambarelli dovè essersi abbattuto in taluna di cosí fatte copie, o almeno conobbe soltanto la lezione corrente prima che il poeta avesse, stralciando, ridotta l'ode a piú unità e mandatala cosí corretta a stampare fra le Rime degli Arcadi. In fatti il Reina, discepolo e radunatore della sparsa eredità del poeta, che pe 'l testo delle odi, nel volume secondo delle Opere da lui pubblicate, si valse di un volume ove l'autore aveva raccolte quelle che disegnava egli di stampare, il Reina, dico, sotto la Vita rustica annota: «Il testo si dà quale fu pubblicato dall'autore nel volume XIII dell'Arcadia di Roma, se tolgansi alcune correzioni che vi fece dappoi. Le strofe che trovansi nelle posteriori edizioni [quella del Gambarelli, e, derivate da essa, una piacentina e una bodoniana] erano state da lui precedentemente rifiutate[36].» Avviso a cui volesse dare all'edizione del Gambarelli troppa piú autorità che ella non meriti. E troppa glie ne diede Giuseppe Giusti, quando gli fu messo in testa di curare l'edizione del Parini per il Le Monnier: se non la dottrina e l'ingegno di critico, l'orecchio e il gusto di poeta avrebbero dovuto avvertirlo a non raccattare ciò che il Parini aveva buttato[37]. Come potè il Giusti tenere non indegna del Parini una tale strofe?

In van con cerchio orribile,
Quasi campo di biade,
I lor palagi attorniano
Temute lance e spade;
Però ch'entro al lor petto
Penetra non di men
Il trepido sospetto
Armato di velen.

Non vide egli la incoerenza della comparazione e la prosaicità e la scolasticità degli ultimi versi? In paragone de' quali paiono belli questi nell'altra Vita rustica del Pompei:

Cosí mai sempre liete
Ei va passando l'ore
In mezzo a solitudini remote.
Spegne nel rio la séte,
E l'acqua è a lui migliore
De le bevande a i nostri climi ignote.
I sonni a lui non scuote
Il timido sospetto,
Che s'ange e s'addolora
Di mal non giunto ancora;
Ma sicuro è dormir sott'umil tetto
Di povera capanna
Fatta di felce e canna.

Quella strofe nelle edizioni del Gambarelli e del Giusti precede l'altra, che è in tutte le stampe, dove il poeta sona la cetra sempre con un viso. E l'avrebbe sonata male da vero, anche peggio di quello che ci parve già, se avesse seguitato con questa strofe qui, che séguita veramente nelle due edizioni:

Non fila d'oro nobili
D'illustre fabbro cura
Io scoterò, ma semplici
E care a la natura.
Quelle abbia il vate esperto
Nell'adulazïon:
Che la virtude e il merto
Daran legge al mio suon.

E il Giusti non si fece caso del gergaccio accademico dei primi quattro versi? Quelle fila d'oro, che sono anche nobili; e non basta, sono anche cura d'illustre fabbro (un fabbro per le corde del chitarrino! ma le son d'oro!); e quelle altre che sono semplici; e non basta, sono anche care a la natura (dove si va a cacciar la natura!); quelle fila che il poeta scuote, non lo scossero lui? Egli raccattò la strofe; e i due versi Quelle abbia il vate esperto Nell'adulazïon con quel tronco nasale non gli calarono come un pugno negli orecchi a fargliela cascar di mano?

Dopo la preghiera agli dèi, anzi ai cieli, acciò l'inimico destriero non calpesti i campi di Brianza, viene nelle due ricordate edizioni questa altra strofe che il Parini aveva rigettato:

E, perché a i numi il fulmine
Di man piú facil cada,
Pingerò lor la misera
Sassonica contrada,
Che vide arse sue spiche
In un momento sol;
E gir mille fatiche
Col tetro fumo a vol.

Per due bei versi, gli ultimi (e ci sarebbe che dire su quel mille determinante di fatiche), dover sorbirsi il momento sol e portare in pace la scioperataggine di quel Pingerò! Vi pingete voi, o lettori, l'abate Parini là in Brianza che sonando la cetra, descrive, anzi dipinge, a Domeneddio il guasto menato da Federico II in Sassonia nell'estate del '58, e Domeneddio che sta a sentire, aspettando il momento del pathos per lasciarsi cadere il fulmine di mano? E dire che Giuseppe Puccianti, il quale ha pur tradotto Orazio, ammette nella sua Antologia fra gli esempi della poesia italiana moderna non pur quest'ode, ma con queste strofe! Ah caro amico, se cotesti sono fiori, che saranno le ortiche?

Torniamo alle strofe accettate e riconosciute:

E te villan sollecito,
Che per nov'orme il tralcio
Saprai guidar frenandolo
Col pieghevole salcio;
E te che steril parte
Del tuo terren di piú
Render farai con arte
Che ignota al padre fu:

Te co' miei carmi a i posteri
Farò passar felice:
Di te parlar piú secoli
S'udirà la pendice.
Sotto le meste piante
Vedransi a riverir
Le quete ossa compiante
I posteri venir.

Ecco dunque i primi segni della trasformazione nel materiale poetico dell'idealismo arcadico. L'Androgeo del Sannazzaro, il tipo del genere arcadico puro, non ha fatto mai nulla al suo mondo, o ha fatto solo di quelle cose che nessuno fa, ed è morto per dare occasione al Sannazzaro di intessere una serie di versioni o variazioni virgiliane:

Chi vedrà mai nel mondo
Pastor tanto giocondo,
Che cantando fra noi sí dolci rime
Sparga il bosco di fronde
E di bei rami induca ombre su l'onde?...

Dunque fresche corone
Alla tua sacra tomba
E vóti di bifolchi ognor vedrai,
Tal che in ogni stagione,
Quasi nova colomba,
Per bocche de' pastor volando andrai:
Né verrá tempo mai
Che 'l tuo bel nome estingua,
Mentre serpenti in dumi
Saranno e pesci in fiumi:
Né sol vivrai nella mia stanca lingua,
Ma per pastor diversi
In mille altre sampogne e mille versi.[38]

Cotesto ideale ozioso dell'Arcadia napolitana spagnola romana, ora, nella Lombardia di Maria Teresa, tra le riforme e i bonificamenti, si va anch'egli riformando e modificando: Androgeo diventa il villan sollecito. Se il Gessner non avesse pubblicati i suoi Scritti nel 1765, cioè sei o sette anni dopo quest'ode, si sarebbe potuto credere a un influsso degli idilli svizzeri sul poeta de' Trasformati. Ma il secolo oramai s'avviava per quella strada. L'Arcadia passava al sentimentalismo progressivo e filantropico, per poi finire romantizzando. Ricordate la piantagione dei pini in Jacopo Ortis?

Io mi vagheggiava nel lontano avvenire un pari giorno di verno, quando canuto mi trarrò passo passo sul mio bastoncello a confortarmi a' raggi del sole sí caro a' vecchi; salutando, mentre usciranno dalla chiesa, i curvi villani già miei compagni ne' dí che la gioventú rinvigoriva le nostre membra, e compiacendomi delle frutte che, benché tarde, avranno prodotto gli alberi piantati dal padre mio. Conterò allora con fioca voce le nostre umili storie a' miei e a' tuoi nepotini, o a quei di Teresa che mi scherzeranno dattorno. E quando le ossa mia fredde dormiranno sotto quel boschetto alloramai ricco ed ombroso, forse nelle sere d'estate al patetico susurrar delle fronde si uniranno i sospiri degli antichi padri della villa, i quali al suono della campana de' morti pregheranno pace allo spirito dell'uomo dabbene e raccomanderanno la sua memoria ai lor figli. E se talvolta lo stanco mietitore verrà a ristorarsi dall'arsura di giugno, esclamerà guardando la mia fossa: Egli, egli innalzò queste fresche ombre ospitali.[39]

L'Hölty (1748-1776), un de' lirici tedeschi che spiccò nel passaggio dalla scuola del Klopstock e del Gessner alla poesia della natura, finiva un'ode a punto su la vita campestre cosí: «Sovente (il cittadino in villa) passeggia solitario, pieno di pensieri di morte, tra le fosse del villaggio; si siede sopra una tomba e contempla la croce con la funebre corona agitata dal vento.»[40]

Del resto, fuor della storia dell'arte, il villan sollecito fatto passare felice ai posteri non ci fa né caldo né freddo, né più né meno dei pastorelli savi, discreti, intelligenti, di Salomone Gessner, che giurereste pigliasser tabacco. Vien voglia di dirgli: Mascherina, ti conosco: scuoti la cipria, tu se' Androgeo.

L'ultima strofe (Tale a me pur concedasi) apparisce proprio fatta per finire; e già l'analisi fu lunga anche troppo.

E ora, facciamoci a parlar chiaro; in questi ottanta o novanta versi del Parini dov'è la freschezza e il selvatico della Vita rustica, come il poeta gli volle da ultimo intitolati? dov'è il respiro largo della Libertà campestre, come gli aveva intitolati da prima? Non io li raffronterò alla meditazione alata di Lamartine:

O vallons paternels, doux champs, humble chaumière
Au bord penchant des bois suspendue aux coteaux,
Dont l'humble toit, caché sous des touffes de lierre,

Ressemble au nid sous les rameaux;

Gazons entrecoupés de ruisseaux et d'ombrages,
Senil antique où mon père, adoré comme un roi,
Comptait ses gras troupeaux rentrant des pâturages,

Ouvrez-vous, ouvrez-vous! c'est moi!.....

Beaux lieux, recevez-moi sous vos sacrés ombrages!
Vous qui couvrez le seuil de rameaux éplorés,
Saules contemporains, courbez vos longs feuillages

Sur le frère que vous pleurez.....

Voir de vos doux vergers sur vos fronts les fruits pendre,
Les fruits d'un chaste amour dans vos bras accourir,
Et, sur eux appuyé, doucement redescendre:

C'est assez pour qui doit mourir.[41]

Sarebbe un disintendere affatto la critica, e, anche piú, un'ingiustizia. Sessantacinque anni corsero fra le due poesie; e in quel mezzo una rivoluzione avea scosse le basi dell'ordinamento sociale, e nelle malinconie e negli strazi delle conscienze che ne seguirono, un nuovo modo si rivelò di sentire la natura e di pensare la vita. E poi il Lamartine era l'unico maschio d'una famiglia di gentiluomini campagnoli, tirato su nel ritiro, con tutte le finezze d'un'educazione modestamente aristocratica, all'amore e alla gloria; e il povero abatino, figliuolo d'un setaiuolo di Bosisio, faceva il maestro per le case dei signori: tali differenze, in certe maniere di poesia, importano molto.

Né meno vorrei raffrontare le stanze del Parini alle descrizioni campestri condotte su l'esemplare di Virgilio e d'Orazio da poeti nostri del Cinquecento, dall'Alamanni, per esempio, e dal Tansillo. Gli artisti di quel gran secolo rimanevano, pur imitando, originali nella espressione; e in mezzo alle abitudini artificiose dell'imitazione si trovavano spesso, per una felice distrazione dell'educazion loro, il vero fra le mani, e lo rendevano con immediata purezza. Meno educati, certo sono sempre piú schietti e piú vivi dei settecentisti: ancor freschi della libertà, immuni dallo spagnolismo e dal gesuitismo, scrivevano una lingua non impoverita né guasta dal decoro accademico. Come i giocatori di pallone, per dar forte e alto, pigliavano la rincorsa dal trappolino dell'imitazione; ma picchiavan bene.

Il Tansillo comincia dunque imitando:

Oh troppo fortunati, se i lor beni
Conoscesser, color che si stan fôra
Tra colti poggi e valli e campi ameni!

Cui dà benigna terra d'ora in ora
Quel che altrui fa bisogno, agevolmente;
Né suon di tromba i volti ivi scolora.

E, se non han gl'inchini della gente,
Né meno han chi li turba e chi gli scuote
Dal riposo del corpo e della mente.

Oh felice colui che intender puote
Le cagion delle cose di natura
Che al piú di que' che vivon sono ignote,

E sotto il piè si mette ogni paura
De' fati e della morte ch'è sí trista,
Né di volgo gli cal né d'altro ha cura!

Fin qui è Virgilio reso con ariostesca scioltezza. Ma ecco l'uomo vero del Cinquecento, con la sua coscienza d'italiano e di galantuomo:

Ma piú felice chi, del mondo vista
La parte sua, non vi s'appoggia sovra,
Aitato dal saper ch'indi s'acquista,

Ma in villa ch'è sua tutta si ricovra,
E degli anni e dei dí c'ha speso indarno
A sé stesso ed a Dio parte ricovra!

Cosí potess'io tra Sebeto e Sarno
Menare ormai la vita che m'avanza
Con le ninfe del Tevere e dell'Arno

Dalle quai fei sí lunga lontananza,
E de' signor sgannato di qua giuso
Fondar nel re del cielo ogni speranza!

Preso l'abbrivio, séguita piano e soave:

Deh sarà mai, pria che giú cada il fuso
Degli anni miei, che a piè d'una montagna
Mi stia tra cólti ed arbori rinchiuso,

E con la mia dolcissima compagna,
Qual Adamo al buon tempo in paradiso,
Mi goda l'umil tetto e la campagna,

Or seco all'ombra or sovra il prato assiso,
Or a diporto in questa e in quella parte,
Temprando ogni mia cura col suo viso?

E ponga in opra quel c'han posto in carte
Cato e Virgilio e Plinio e Columella
E gli altri che insegnâr sí nobil arte,

E di mia mano innesti e pianti e svella
La spessa de' rampolli inutil prole
Che fan la madre lor venir men bella,

E con le care figlie e, se 'l ciel vuole,
Spero co' figli, a tavola m'assida
La state ai luoghi freschi, il verno al sole?...

Ma, badate, non è un idillio fatto per fare: l'uomo che ha militato e navigato sotto Carlo V, il cortigiano disilluso dei viceré spagnoli, si risente:

Bocche mi paion di balene e d'orche
Le porte de' palagi e le colonne....

I pavimenti miei sien fiori ed erbe,
Rami i tetti, e negre elci i marmi bianchi,
E bótti l'arche ove il tesoro io serbe:

Né curi ire a palazzo o stare a' banchi
E domandar che faccian Turchi o Galli,
S'arman di nuovo o se ambiduo son stanchi.

Non sia obbligato a suono di metalli
Giorno e notte seguir piccol zendado,
Forbir arme e nutrir servi e cavalli.

E, qual si sia, contento del mio grado,
Non cerchi di chi scende o di chi poggia,
O che altri m'abbia in odio o gli sia a grado.

E quando i dí son freddi o versan pioggia,
Con la penna io, le femmine con l'ago,
Passiam quelle ore in cameretta o in loggia.[42]

Tali cose i settecentisti, con quella loro viterella e con quella linguetta, non potevano scriverle.

Ma sarà permesso raffrontare l'ode italiana del Settecento alle stanze d'un poeta francese del secolo innanzi, d'un poeta della scuola di Malherbe: siamo in famiglia, siamo alla lirica classica che ha la religione di Orazio.

Racan (1589-1670) di latino veramente non sapeva né men quello del credo, ma fu un valoroso luogotenente nella campagna dei gerundivi e dei particípi sotto il comando generale di Malherbe. Lafontaine lo salutava emulo d'Orazio ed erede della sua lira. Orazio il Racan lo leggeva e imitava tradotto, e per ciò forse rimaneva originale e francese. Felice—poetava—chi rinunziando alle lusinghe dell'ambizione, se ne vive su 'l suo, misurando i desidéri alle forze.

Il laboure le champ que labourait son père,
Il ne s'informe pas de ce qu'on délibère
Dans ces graves conseils d'affaires accablés:
Il voit sans intérêt la mer grosse d'orages,
Et n'observe des vents les sinistres présages
Que pour le soin qu'il a du salut de ses blés.

Roi de ses passions, il a ce qu'il désire.
Son fertile domaine est son petit empire,
Sa cabane est son Louvre et son Fontainebleau;
Ses champs et ses jardins sont autant de provinces;
Et sans porter envie à la pompe des princes
Se contente chez lui de les voir en tableau,

Il voit de toutes partes combler d'heur sa famille.
La javelle à plein poing tomber sous la faucille,
Le vendangeur ployer sous le faix des paniers;
Et semble qu'à l'envi les fertiles montagnes,
Les humides vallons et les grasses campagnes
S'efforcent à remplir sa cuve et ses greniers.

Il suit, aucune fois, le cerf par les foulées,
Dans ces vieilles forêts du peuple reculées,
Et qui même du jour ignorent le flambeau:
Aucune fois des chiens il suit les voix confuses,
Et voit enfin le lièvre, après toutes ses ruses,
Du lieu de sa naissance en faire le tombeau....

Il soupire en repos l'ennui de sa vieillesse
Dans ce même foyer où sa tendre jeunesse
A vu dans le berceau ses bras emmaillottés;
Il tient par les moissons registre des années,
Et voit de temps en temps leurs courses enchaînées
Vieillir avecque lui les bois qu'il a plantés[43].

In queste stanze—osserva il Sainte-Beuve—dispiegantisi con tanta ampiezza e mollezza d'abbandono in uno stile un po' invecchiato, e che perciò tanto meglio rassomiglia ai grandi boschi paterni e alle alte selve presso il maniero, regna e respira la pace dei campi, la distesa, il silenzio. Io ne paragonerei l'effetto a quello che producono, piú che l'ode d'Orazio, certe elegie rurali di Tibullo. Ci si sente un riposato amore dei campi, non tanto per il piacere di cantarli quanto per la dolcezza e la consuetudine di viverci ... Siamo veramente nella Touraine, in buono e dolce paese, dove non tutto risplende, dove non ogni collina ha i suoi marmi scintillanti e il suo bosco sacro. Non cerchiamo altro che il sentimento sincero e pieno, la calma, la stabile tranquillità d'una vita felice, l'ideale d'una mediocrità domestica frugale e abbondante: tutto ciò esala da questi versi[44].

E tutto ciò manca nell'ode del Parini; e con ciò le manca la vita e il colorito; e per ciò ella è inferiore anche a una prosa mezzana dove ci sia almeno un po' di verità; a questo pezzo di lettera, per esempio, di Giuseppe Baretti.

Lasciando Asti al sorgere del sole, non ebbi fatte due miglia che la freschezza dell'atmosfera mi fece scendere dal calesse, invitandomi a camminare un poco a piede. Non si può dire il gusto che avevo, andando cosí passo passo lungo un sentiero che fiancheggia la strada maestra. Queste basse collinette dell'Astigiana non la cedono in bellezza alle piú belle che mai poeti e romanzieri s'abbiano sognato. Alberi fronzutissimi d'ogni banda, cespugli d'avellane, siepi di rose silvestri, macchie di fragranti fiordispini, e praticelli e poggetti coperti d'erbe e di fiorellini d'ogni fatta, e campi ondeggianti di verdi spiche, e vigneti e boscaglie e siepi di mortelle frequentate da infiniti uccelletti che gorgheggiano e cinguettano i loro innocenti amori in mille maniere di musica, fanno, lungo quella via che ho trascorsa pur ora, un molto soave incanto ai sensi d'un viaggiatore. E non voglio lasciare nella penna certi visi semplicemente giocondi e sorridenti di certe villanelle tarchiatotte, che, con canestri al braccio o in capo, se ne venivano verso questo Moncalvo al mercato, e che, a misura che andavo incontrandole, piegavano gentilmente le ginocchia a quel po' di gallone che ho sull'abito. Il vetturino, rallegrato anch'esso dalla dolcezza mattutina che l'intorniava, se ne veniva oltre pian piano cantando, sto per dire come un cucco rauco, certi suoi strambotti in lingua monferrina.[45]

Vien voglia di dare una stretta di mano a questo bravo vetturino, che ci ha liberati alla fine dall'ombra uggiosa di quel villan sollecito. Come quel paesaggio astigiano è dipinto netto ed allegro! come è veramente popolato di gente che si muove e non di marionette! quelle villanelle che accennano l'inchino del ginocchio sono proprio del Settecento e piemontesi: non c'è da sbagliare.

Il Baretti mi riporta a Gaspare Gozzi, che nel 1741, poco dopo o poco prima di quella lettera, lo descriveva così: «quel giovane di Torino, che aveva quel viso di pedale e veniva a visitarci, e cantò una sera all'improvviso con voce infernale...[46]» Il Gozzi ha pur egli una gemma di lettera, salvo alcune affettazioncelle toscanamente accademiche e alcune morbidezze venezievoli. Era a Vicinale nel Friuli, ancor giovine, ancora innamorato della moglie, padre novello, non frusto dal lavoro per la miseria di tutti i giorni, traduceva Plauto e Molière, e scriveva al compare Seghezzi, bembeggiante per le callette di Venezia:

Questa villetta si terrebbe da qualche cosa se un dí la voleste onorare con la presenza vostra; e se il mio piccioletto ospizio vi potesse raccogliere, che allegrezza sarebbe la mia! Oh che canzonette profumate vorrei che noi andassimo alternativamente recitando a mezza voce sulla riva di questa Metuna! Sappiate che per li poeti queste sono arie benedette, e che un miglio lontano da casa mia v'è quel Noncello, sulle rive del quale camminò un tempo il Navagero. Non v'accerto che vi sieno piú dentro le ninfe, come a quei dí; ma vi sono però trote e temoli che vagliono una ninfa l'uno. Orsú via, una barchetta fino alla Fossetta; e poi mettetevi, al nome del Signore, nelle mani d'un vetturale, il quale, quando sarete giunti alla Motta, vi consegnerá a un altro suo collega; e di là a due ore poco piú ritroverete questa villetta di ch'io vi parlo. È vero che la strada è alquanto fastidiosa, perché a voi che siete accostumato alla gloriosa e magnifica Brenta, dove a ogni passo vedete un palagio, parrá facilmente strano il vedere ora casacce diroccate, ora una fila d'alberi lunga lunga, e terra e terra senza un cristiano; ma fra il dormire un pochetto, la scuriada e forse i campanelli al collo de'cavalli potete passare il tempo. Quando poi sarete giunto qui, dieci o dodici rossignuoli nascosti in una siepe vi faranno la prima accoglienza, che mai non avrete udite gole piú soavi. Io sarò all'uscio, e vi correrò incontro a braccia aperte cantando un alleluia. Sarete subito corteggiato da capponi, da anitre, da pollastri e da polli d'India, che vi faranno la ruota intorno come i pavoni. Forse questo vi darà noia, ma bisognerà aver pazienza, perché sarebbe impossibile che queste bestie non volessero venire a dirvi che vi saranno ubbidienti e fedeli, e che hanno voglia di dar la vita per voi, che si lasceranno bollire, infilzare e tagliare a quarti e a squarci. Condottiera di questo esercito è una zoppettina villanella, che mai non vedeste la miglior pasta, perch'ella ama cosí di cuore questi suoi allievi, che ad ogni tirar di collo s'intenerisce, e accompagna la morte de' suoi pollastri figliuoli con qualche lagrimetta. Il bere sarà d'un vino colorito come i rubini, che va in un momento.... Pane abbiamo bianchissimo come neve che fiocchi allora; ma sopra tutto un'allegrezza di cuore, che non si canta sempre, perché la voce manca piú presto della contentezza.[47]

Ha ragione il Gozzi: certe cose non si cantano; e la falsità della poesia italiana degli ultimi secoli ogni qualvolta s'impicciasse della natura, come, imitando i Francesi, cominciavano a dire anche gli arcadi, tanto piú si sente disgustosa e sciapita quando la si paragoni a una prosa, ripeto, anche mezzana. Volete, nel caso stesso della ode pariniana, un paesaggio nell'aerosa larghezza chiaro determinato vivente, un paesaggio visto respirato goduto da un uomo sincero? Coraggio: risaliamo ancora al Cinquecento.

Giorgio Gradenigo, patrizio veneziano (1522-1600), non era già un letterato: fu podestà piú anni in Cividal del Friuli, dove avea poderi; e ci tornava volentieri, e di là scriveva agli amici. Non ha sempre pura la lingua, né sempre elegante la dicitura, e resta qualche volta impacciato dalle consuetudini scolastiche; ma il sentimento e la percezione del vero presto vince la maniera e rompe il ghiaccio e si fa largo fra gli impedimenti del fraseggiare, e trionfa.

Ieri giunsi a Cividale: voglio dir nel contorno, nell'eterna primavera di Cividale. Vengono a me i pastori e i lenti bifolci dei miei poderi; qual col viso ampio e vermiglio, credo in virtú di uva e di mosto; qual tutto gravido e pieno di cacio e di latte. Quegli con pastoral riverenza s'allegra meco del mio ritorno, e in segno di ciò mi porge un capretto: questi con allegra e compagnevole fronte mi mette innanzi un catino di fresco latte: l'uno m'ingombra le mani pur di cacio, l'altro di funghi. Colui mi dice in sua lingua, e con un moto di corpo esultante ed allegro in suo decoro—Signor, voglio che prendiamo de' tordi e gli godiamo insieme—: quell'altro mi dice voler ch'io vada con lui alla caccia, e potermi dare allora un lepre a cavalieri. Se ne vengono poi le pastorelle: una delle quali è bella qual altra mi ricorda aver veduta giammai: vince di bianchezza il latte; e il vermiglio che le sparge le guance sembra le rose e l'uva matura. Queste portano a me il grembo e le mani piene d'uva; e donandomi diverse maniere di frutta, mi salutano, s'allegrano e mi ricevono con una rozzezza pastorale amabile e cara oltre ad ogni altra. M'hanno detto tutte, con istudio d'esser ciascuna di loro la prima a portarmi questa buona nuova, che giovedí vegnente e domenica seguente si fanno due belle feste vicino di qui a due miglia e che esse ancora vi vogliono essere.

Iersera giunsi di Cividale con l'animo fatto sereno e col corpo ridotto a migliore stato che prima. Per certo, bel sito di città, bei colli, bel paese: non si può desiderar meglio! Non potreste credere quanti spirti vitali mi sieno passati al cuore, quanta malinconia mi sia uscita del petto nel mandar la vista per quei prati, per quei colli, per quelle rive. Non è poggio nel contorno di Cividale ch'io non l'abbia voluto ascendere, e ch'io non v'abbia dimorato le ore per pascere la vista di quell'amabile e grazioso aspetto che porta seco il nascer dell'aurora e del sole in quel paese. Avreste veduto prima le sommità dei monti piú alti tingersi a poco a poco di giallo, e poco appresso, ferite dal sole nascente, diventare di color d'oro, ed in ispazio d'altrettanto i colli poco rilevati dal piano esser ancora essi indorati dal sole con maravigliosa vaghezza. La quale si fa maggiore doppiamente di quella dell'Alpi, per esser i colli pieni di vigne e d'arbuscelli fruttiferi posti a lungo sopra gradi incavati nel terreno in guisa di teatro, successivamente l'un sopra l'altro: le quali vigne e arbuscelli par che con le loro ombre facciano contrasto al sole che non allumi il terreno; e ciò facendo, avviene cosa mirabile da vedere, che egli illustra la parte superiore sí che par tutta d'oro, e, penetrando per le foglie tinte di rugiada e mosse leggermente da un poco di soave aura tra le ombre di tutto l'arbore, rappresenta nel terreno alcuni splendori tremolanti e certi lumi in forma lunga, che paiono vene e verghe d'oro purissimo. Né minor vaghezza porta seco poi il percuotere che fa il sole nelle ghiare de' torrenti che discendono da' monti il verno piovoso, perché, illustrate da nuovo e chiaro splendore, le pietre maggiori sembrano rubini orientali, e l'arena, quella di Tago e di Pattòlo. Quanto respiramento credete che apporti poi all'animo il volger la vista d'intorno e vedersi vicino agli occhi per ispazio d'un mezzo miglio la città di Cividale!... Veder poi il Natisone, che le passa per mezzo, discender con acque purissime e limpidissime, e aversi fatto un letto fra monti e dirupi largo e profondo. Se voi vedeste le caverne e gli antri che la natura o il fiume ha fatto in quei sassi, la grandezza de gli scogli che sono nel mezzo, la profondità delle sponde all'acqua, gli edifizi che posti all'estremità delle rive pendono sopra il fiume, la bellezza d'un ponte di pietra che con due archi appoggiati ad uno scoglio, che è nel mezzo del fiume, con ampia altezza e larghezza dà passaggio comodo a' viandanti e abitatori della città, direste tutto sospeso e sopra di voi: Questa è cosa notabile e meravigliosa. Stendendo poi la vista piú oltre sopra lo spazio di una pianura d'intorno otto miglia, si vede la città di Udine: il cui castello posto sopra un monte di mediocre altezza e nell'ombilico della Patria rappresenta un aspetto piacevolo e novo. Volgete poi gli occhi alla parte di mezzogiorno, cioè verso il mare: voi vi godete la vista infinita e il piacere che porta seco la cultura de' campi, lo stendersi de' piani e il pascere degli armenti: godete d'appresso Rosazzo, abbazia coronata di colli bellissimi ed amenissimi: un poco di lontano il sito di Aquileia, quel di Monfalcone, ed altri che il narrarli saría cosa lunga e soverchia. Se piegate il volto poi un poco verso oriente, vi si fa innanzi il paese che si chiama Colli; cioè un numero infinito di monticelli cólti, che posti l'un dietro l'altro nelle lor cime paiono onde di mare che si movano piacevolmente. Quindi girando gli occhi verso tramontana, ove la vista è terminata dall'Alpi vicine, scoprite valli, selve, dirupi, aperture di monti; ed abbassando gli occhi alle radici loro, ecco poggi piacevoli da salire, pieni di vigne e di varie maniere di frutti. È cosa incredibile il desiderio che mettono quei bei prati di camminarvi e sedervi sopra, posti in riva e sotto quei monticelli, partiti da quei cespugli, col loro piano pieno di fiori di mille colori, simili a tappeti finissimi che vengono di Levante. A queste cose s'aggiunge l'udir eco rispondere da molte parti a un confuso suon di campane, a varie e diverse voci di animali, al cantar di pastorelle e pastori; l'udir similmente il canto di mille vari uccelli, sentir gli uccellatori, qual con foglia, qual con fischio, rappresentar le loro voci sí gentilmente, che di lor ne fanno abondanti e sollazzevoli prede. Ma che dirò io del respiramento che viene al core dalla bontà e purità di quest'aere?... Oh come interamente ho goduto la parte mia! oh come gustevolmente la sera fin alle due ore passava tempo in diportarmi per prati e pianure vicino al mio albergo! e nel respirare e prender fiato sentiva soavemente entrarmi un non so che di odorifero e spiritale nel petto. La mattina poi l'aurora non mi coglieva in letto giammai. Riducendo le molte parole in una, a Cividale il sole mi è paruto piú splendente che in altro luogo, il cielo piú azzurro, le stelle piú luminose. Gli uomini, domandati del male dello stomaco, dicono che non lo conobbero mai, e si sputa di rado, se non quando si vuole assaggiare qualche buon vino. E vanne via, maninconia.[48]

Conchiudendo: che rimane dell'ode del Parini dinanzi a questa prosa? Nulla, e peggio che nulla. Vorremo dire però che l'abate brianzolo non avesse il sentimento della natura? No, perché certi tócchi di altre odi e certi paesaggi, almeno un paesaggio, del Giorno, provano il contrario. Vorremo dire che G. G. Rousseau non aveva ancora spalancata la finestra per far respirare una boccata d'aria fresca alla gente del Settecento tappata nei salotti, e che il sentimento della natura mancava in generale agli scrittori di quella età? No, perché il Baretti e il Gozzi, mi pare, descrivevano alla brava e con un vigore di verità ignoto ai sentimentalisti della scuola del Rousseau che abbondarono poi anche in Italia. Diciamo piú tosto che la forma lirica accolta dal Parini non si prestava all'uopo, che egli stesso non era anche uscito fuori del tutto dalle consuetudini delle accademiche lucidazioni, e, piú d'altro, ch'egli non era il poeta da compiacersi e trovarsi bene della vita rustica o della libertà campestre; che la natura l'educazione i casi il contorno lo avevano fatto poeta di città e di società, poeta dei contrasti e delle antitesi civili e sociali. Per ciò l'ode, con la quale parrà troppa la nostra severità, letta in casa Imbonati, a un pranzo o ad una cena di Trasformati, fra i sorbetti, fu bella; oggi non ne riman viva che una strofe: tutta intera non è il manifesto della lirica pariniana, né può figurare tra i migliori esempi della poesia italiana moderna.