III.

IL BRINDISI.

Fu composto, secondo rilevò dai manoscritti il Salveraglio, nel 1778[49], che il poeta aveva quarantanove anni.

È l'addio alla gioventú e all'amore: ha solo qualche somiglianza di occasione e di circostanze con qualche scolio anacreontico, ma l'intonazione è oraziana,

Eheu fugaces, Postume, Postume,
Labuntur anni...

oraziano il motivo

Intermissa, Venus, diu
Rursus bella moves? Parce, precor, precor.
Non sum qualis eram bonae
Sub regno Cinarae. Desine, dulcium

Mater saeva Cupidinum,
Circa lustra decem flectere mollibus
Jam durum imperiis: abi
Quo blandae invenum te revocant preces[50].

(Venere, tu ripigli dunque le guerre giá da tempo dismesse? Risparmiami, prego, risparmiami. Non sono quale io era sotto il regno di Cinara bella. Lascia, o fiera madre de' soavi amori, di volermi, già indurito dal decimo lustro, piegare ai morbidi imperii: va dove carezzevoli t'invocano le preghiere de' giovini).

Le strofe del Brindisi—doppie, cioè a due periodi, ciascuno di quattro settenari—sono dello stesso metro già aggraziato per la musica dal Rolli e trattato insuperabilmente dal Metastasio nella canzonetta Grazie agl'inganni tuoi. Sono dello stesso metro, se non in quanto il Frugoni, materialissimo ma pur tecnico rinnovatore di colori e di suoni, lo modificò rendendo sdrucciolo il primo verso d'ogni periodo tetrastico e aggiungendogli cosí pe 'l concitamento dell'ode quell'agilità e sveltezza di mosse che nell'ondeggiamento melodico della canzonetta non potea avere. Il Frugoni, rinnovatolo in questa guisa, ne abusò per tutti gli argomenti, di nozze, di monacazioni e di lauree; un po' meglio lo usò nella ninna nanna alla culla del real principe di Parma don Ferdinando.

Venite, o sonni placidi,
Venite al canto mio;
Addormentar vogl'io
Il pargoletto amor.

È desso a quelle rosee
Labbra, a quel vago riso,
Al leggiadretto viso,
Al guardo feritor.

Di questa sorta di dolcezze e di vezzi si usava allora co' principini. Chi avesse detto al Frugoni che quel bamberottolo cosí carino sarebbe cresciuto uomo molto gaglioffo, per quanto bonaccione! Per il poeta sarebbe stato lo stesso: a ogni modo dovea fare la canzonetta. E séguita verseggiando alle care pupille:

Adesso deh chiudetevi
In placido riposo:
In voi bello e vezzoso
Il sonno ancor sarà.

Sparso di fresca ambrosia
All'aurea culla intorno
Vago sonnino adorno
L'ali scotendo va.

Cento sognetti il seguono
Figli dell'alma Aurora,
A cui le penne indora
A pena nato il dí.

Ciascun di lieto augurio
Fedele apportatore
Vorrebbe dirgli al core:
Le cose andran cosí.

Chi regni e chi vittorie,
L'un pace e l'altro guerra.
Or questa or quella terra
Sembrano disegnar.

Sí proprio: tutta la faccenda di quel povero Borboncello fu di essere ballottato da prima fra la moglie Maria Amalia, e il Du Tillot nella lotta co' preti ch'egli non voleva fare, ballottato in fine tra la Spagna e la Francia repubblicana per un mutamento e allargamento di dominio che egli non volea avere, preferendo a tutto lo starsene in Colorno a cantare in coro co' frati.

Ma cedon tutti e sgombrano
A un gentil sogno vago,
Che la materna immago
Studiato ha di formar.

Questo piú dolce rendere
Sa al pargoletto il sonno:
Gli altri turbar lo ponno,
Questo il piú accorto fu.

Tacete, o versi garruli,
Ché delle amate forme
Sogna il fanciullo e dorme:
Voi non cantate piú.[51]

Cotesto metro il Parini elesse con ottimo accorgimento a rappresentare il moto rapido d'un sentimento improvviso e la concitazione bacchica; nessuno prima di lui lo aveva trattato sí bene, nessuno dopo lo maneggiò meglio. Il povero Leopardi, forse per mostrare al volgo de' leggiucchiatori, che si dichiarava annoiato delle sue lungaggini, come sapesse al caso fare anche strofette, verseggiò cosí il Risorgimento; ma ahi, in quei versi né l'anima ferita del Leopardi né l'allegro metro del secolo decimottavo risorsero.

Del Brindisi i due momenti propriamente lirici sono la protasi o proposta (1-16) e l'apodosi o conchiusione (41-56), fra i quali è un intermezzo (16-40) un po' discorsivo.

Conciso, animato, rapido il primo momento:

Volano i giorni rapidi
Del caro viver mio,
E giunta in sul pendío
4Precipita l'etá.

Le belle oimé che al fingere
Han lingua cosí presta
Sol mi ripeton questa
8Ingrata verità.

Con quelle occhiate mutole,
Con quel contegno avaro
Mi dicono assai chiaro:
12Noi non siam piú per te.

E fuggono e folleggiano
Tra gioventú vivace,
E rendonvi loquace
16L'occhio, la mano e il piè.

Versi di squisita fattura, eccetto forse il quindicesimo, ove il rendonvi è per lo meno inelegante nel senso di fanno e la particella vi apposta non parrebbe usata rettamente e correttamente a determinare una specie di stato in luogo di gioventù vivace: tant'è vero che il poeta da prima aveva scritto E rendono loquace, ma è anche vero che quel rendono cosí solo sembrava sospeso in aria o smarrito. Le varianti, del resto, e le prime lezioni in questi versi sono poche o di poco momento: segno che vennero di gétto.

Eccoci all'intermezzo.

Che far? degg'io di lacrime
Bagnar per questo il ciglio?
Ah, no; miglior consiglio
20È di godere ancor.

E il consiglio di Anacreonte: «Mi dicono le femmine—Anacreonte, se'vecchio: prendi lo specchio, mira, non ci son piú capelli, la fronte è pelata.—Per i capelli, se ci sono o se ne andarono, io non lo so: questo ben so, che a un vecchio tanto piú sta bene lo scherzar co' piaceri quanto piú gli è presso la Parca».[52]

Se giá di mirti teneri
Colsi mia parte in Gnido,
Lasciamo che a quel lido
24Vada con altri Amor.

È delle solite allegorie del vecchio fondo dei poemi d'amore del secolo XIV e dei romanzi della Scudèry del XVII passate nel linguaggio poetico dell'Arcadia.

Dove il mar bagna e circonda
Cipro cara a Citerea,
Lungo il margin della sponda
Bella nave io star vedea.

Cosí il Frugoni, e altrove ripigliava invitando:

La bella nave é pronta;
Ecco le sponde e il lido
Dove nocchier Cupido,
Belle v'invita al mar...

Al mare, ei grida, al mare,
Belle che mi seguite:
Meco a imparar venite
L'arte che detta Amor.[53]

Nei versi del Parini stan male quei mirti teneri, per un difetto anche piú grave di quello che tutti sentiranno nella ripetizione del suono dentale: ed è, che l'aggiunta di teneri, conveniente al termine reale morale (amore) dell'allegoria, non si affà, anzi ripugna, al termine figurato sensibile (mirti). E un cotal poco strascicate nel manierismo anacreontico appaiono anche le strofe seguenti, ove con elle è una peregrinità pesante, ed è lungo Or di cantar dilettami Tra' miei giocondi amici; ma non mancano i versi belli, che lascerò ammirare ai lettori, contentandomi io a fare la parte dell'avvocato del diavolo.

Volgan le spalle candide
Volgano a me le belle:
Ogni piacer con elle
28Non se ne parte al fin.

A Bacco, all'Amicizia
Sacro i venturi giorni.
Cadano i mirti, e s'orni
32D'ellera il misto crin.

Che fai su questa cetera,
Corda che amor sonasti?
Male al tenor contrasti
36Del novo mio piacer.

Or di cantar dilettami
Tra' miei giocondi amici,
Augúri a lor felici
Versando dal bicchier

Tutto lirico e veramente di getto il momento ultimo.

Fugge la instabil Venere
Con la stagion de' fiori:
Ma tu Lieo ristori
44Quando il dicembre uscì.

Amor con l'età fervida
Convien che si dilegue;
Ma l'amistà ne segue
48Fino a l'estremo dí.

Il poeta aveva da principio scritto, Ma tu Lieo dimori Quando il dicembre uscí; e il dimorar di Lieo rispondeva meglio, a dir vero, al fuggire di Venere, ma troppo era freddo; anzi, col quando e il dicembre parevan tutt'insieme battere i denti.

Le belle, ch'or s'involano
Schife da noi lontano,
Verranci allor pian piano
52Lor brindisi ad offrir.

E noi, compagni amabili,
Che far con esse allora?
Seco un bicchiere ancora
56Bevere, e poi morir.

Bevere e poi morir!

E dire che il pensiero della morte, assiduo o imminente ospite tra i diletti che infioran la vita, e il pensiero del distacco inevitabile imperioso repente dalle piacevoli contingenze del mondo, ha un contorno piú vivo, un'espressione piú mesta, un compianto dalle profondità del senso umano piú vero, nella poesia d'Orazio, che non in questa di questo prete cristiano e poeta civile! «Qui dove il pino dalla larga chioma e il bianco pioppo maritano con gli associati rami l'ombra ospitale, e l'acqua del rivo affrettasi in fuga pe'l sinuoso letto mormomorando; qui fa recare vini e profumi e i fiori ahi troppo brevi dell'amena rosa, mentre la fortuna e l'età e gli stami delle fatali sorelle il concedono. Ti bisognerà lasciare i grandi parchi e la casa e la villa bagnata dalla bionda corrente del Tevere; e un erede s'impadronirà delle ammontate dovizie» ....«Addio terreni e casa, addio moglie piacente! Di questi alberi che tu coltivi, soli gli odiosi cipressi seguiranno il lor signore d'un giorno»[54]. E che versi quelli di Orazio!

Quo pinus ingens albaque populus
Umbram hospitalem consociare amant
Ramis, quo et obliquo laborat
Lympha fugax trepidare rivo,

Huc vina et unguenta et nimium breves
Flores amoenae ferre iube rosae...

E come al confronto il classicismo del secolo passato è liso e frusto, o, meglio casca a pezzi fracidi quasi carta a fiorami muffita per umido!

Bevere e poi morir!

L'abbiamo dunque còlto l'abate Parini nel momento di fare o dire, senza di certo accorgersene, senza rendersene conto, egli, l'autore del Giorno e delle Odi civili, il credo, l'atto di fede, il testamento di quella società leggera, frivola, egoista, corrotta, della quale egli si vantò e fu vantato il piú nobile inimico, e fu certo de' piú operosi guastatori. Il prete ambrosiano, quegli che nel capitolo al canonico Agudio, troppo ammirato come documento di povertà degna, confessava, Limosina di mésse Dio sa quando Ne toccherò, trovò dunque pe' contemporanei e lasciò ai posteri nel Brindisi la vera e genuina espressione dell'epicureismo galante di quella società che ebbe per legittimo re Luigi xv e per vangelo il suo Après moi le deluge, di quella generazione cui le ruine della Rivoluzione ferirono impavida, minuettante e versante champagne alle impudiche sue donne. Pochi mesi dopo scritta quest'ode, l'anno 1779, Giuseppe ii, occupando la Boemia e pigliando guerra col vecchio Federico, e non piú celando gli intenti di arrotondare i dominii italiani a spese de' vicini, anche del papa, e di riformare a dispotica unità gli stati di oltr'alpe, mandava i primi lampi dell'irrequieto ingegno, che fiutó, quasi volendo farla cesarea, la rivoluzione; Luigi xvi sottoscriveva il trattato d'alleanza offensiva e difensiva coi cittadini degli Stati Uniti d'America, e pochi mesi prima il marchese di La Fayette era passato al soccorso di quei repubblicani non senza fornimenti d'armi e d'artiglierie dal re di Francia.

Morire. Di certo fra tredici anni, sotto la scure umanamente riformata dal dottor Guillotin filantropo, dame, cavalieri, filosofi, poeti, tutto ciò che adesso brilla e balla e beve e canta ed ama. E per ciò, in capo a trent'anni da cotesta ode, l'addio alla gioventú e all'amore prenderà ben altre intonazioni nel romanticismo conseguente agli strazi della Rivoluzione e alle disillusioni della Ristorazione. Fino Vincenzo Monti apre il secolo decimonono con un presentimento della crescente tristezza:

Fior di mia gioventute,
Tu se' morto, né magico
Carme, ahi, piú ti ravviva, o fior gentile[55].

E la intensità della tristezza ingrandiva piú sempre fino all'irrigidimento della disperazione nella poesia leopardiana del male e del dolore.

Dal Brindisi al Tramonto della luna, qual passo! Si sente bene che in questo mezzo tutta insieme una società è crollata. Non però che la nuova generazione romantica e leopardiana sia piú nel vero moralmente che i vecchi epicurei del secolo passato. Non è mica una gran trovata che la fine alle altre età della vita è la sepoltura. Sta a vedere se, passata la gioventú, non sia piú virile e piú umano affrontare le dure pugne del reale per l'ideale, anzi che passarsela a frignare sulla caduta del fior degli anni e degli ameni inganni, quasi che l'anima umana sia uno stupido uccello che per cantare abbia bisogno d'inghebbiar nebbia e libar, come dicono, la rugiada dai fiori. Questo non per il Leopardi—intendon bene i discreti—il quale fu un gran poeta grandemente infermo; ma per i leopardiani. Che se ve ne sono ancora degli intignati che si ritingano nei colori di moda, bisognerebbe rincorrerli a scapaccioni fino alla porta d'una pia casa di lavoro.

Ma torniamo al secolo decimottavo, fuori per altro d'Italia.

Il Voltaire, a quarantasette anni, nelle stesse condizioni d'animo e di pensiero che il Parini, scrisse le stanze alla signora Du Châtelet, delle piú ammirabili fra le mirabili pièces fugitives di quel vivissimo ingegno a cui la Musa negando l'os magna sonaturum concesse il tenuem spiritum come a pochissimi de' suoi piú favoriti. Quelle stanze, nella prima parte, se non fosse certa pesantezza qua e là di forme stilistiche proprie del secolo e anche certa prosaicità della lingua francese, sarebbero del piú puro Orazio: nella seconda parte son tutte francesi, cioè hanno una cotal punta di quella maniera che non manca quasi mai alla poesia ed anche alla prosa francese, ma è una maniera cosí graziosa, e la graziosità è cosí tenera e delicata, che, senza piú, incanta, pure sforzando a sospirare.

Si vous voulez que j'aime encore,
Rendez-moi l'âge des amours;
Au crépuscule de mes jours
Rejoignez, s'il se peut, l'aurore.

La mossa è anche qui oraziana,

Quod si me noles usquam discedere, reddes
Forte latus, nigros angusta fronte capillos,
Reddes dulce loqui, reddes ridere decorum et
Inter vina fugam Cinarae moerere protervae.[56]

(Che se non vuoi che io mi stacchi mai da te, rendimi il fianco gagliardo, i capelli che ombreggino neri la fronte, rendimi il dolce favellare e il rider grazioso e il sapermi lamentar tra i bicchieri della fuga di Cinara capricciosa).

Ma la plasticità romana di Orazio è, e doveva essere, smorzata e smussata nella causerie dello spirito francese.

Des beaux lieux où le dieu du vin
Avec l'Amour tient son empire,
Le Temps, qui me prend par la main,
M'avertit que je me retire.

De son inflexible rigueur
Tirons au moins quelque avantage:
Qui n'a pas l'esprit de son âge,
De son âge a tout le malheur.

Laissons à la belle jeunesse
Ses folâtres emportemens.
Nous ne vivons que deux moments:
Qu'il en soit un pour la sagesse.

Quoi! pour toujours vous me fuyez.
Tendresse, illusion, folie,
Dons du ciel qui me consoliez
Des amertumes de la vie!

On meurt deux fois, je le vois bien:
Cesser d'aimer et d'être aimable,
C'est une mort insupportable;
Cesser de vivre, ce n'est rien.

Certi pesanti illustratori delle poesie leggiere di Voltaire, il Rivarol li paragonava ai commessi di dogana che marchiano co' loro piombi i veli d'Italia: sarà dunque meglio passare senza commenti alla seconda parte, che è anche piú bella, a parer mio, della prima.

Ainsi je déplorais la perte
Des erreurs de mes premiers ans;
Et mon âme, aux désirs ouverte,
Regrettait ses égarements.

Du ciel alors daignant descendre,
L'Amitié vint à mon secours:
Elle était peut-être aussi tendre,
Mais moins vive que les Amours.

Touché de sa beauté nouvelle,
Et de sa lumière éclairé,
Je la suivis; mais je pleurai
De ne pouvoir plus suivre qu'elle.[57]

La signora di Staël nell'Allemagna volle contrapporre per certo modo alle stanze del Voltaire Gl'Ideali di Federico Schiller, non tanto insistendo su 'l paragone, quanto rilevando i modi di sentire e fare del poeta tedesco e le proprietà di quel, per cosí dire, romanticismo classico e filosofico, che s'intendeva dedurre dagli esempi di lui e d'altri grandi coetanei. «Nel poeta francese—scrive la Staël—è la espressione d'un amabile rammarico del venir meno i piaceri dell'amore e le gioie della vita: il poeta tedesco piange la perdita dell'entusiasmo e dell'innocente purezza dei pensieri della gioventú, e pur si lusinga di ancora abbellire con la poesia e col pensiero il declinare degli anni. Le stanze dello Schiller non hanno la facile e brillante chiarezza d'un ingegno agile e aperto a tutti; ma vi si può attingere di quelle consolazioni che operano intimamente su l'anima. I più profondi pensieri Federico Schiller presenta vestiti sempre di nobili imagini: egli parla all'uomo come proprio la natura, perché la natura è insieme pensiero e poesia. Per dipingerci la idea del tempo ella ci fa scorrere dinanzi gli occhi le onde d'un fiume che pure non resta mai; e perché la eterna sua giovinezza faccia a noi pensare la nostra esistenza passeggera, ella si veste di fiori che han da perire, ella fa nell'autunno cadere dagli alberi le foglie che primavera vide in tutto il loro splendore. La poesia deve essere lo specchio terrestre della divinità e riflettere con i colori con i suoni e i ritmi tutte le bellezze dell'universo.»[58]

Che che sia da pensare di questo misticismo filosofico o di questo panteismo poetico, e lasciando stare la questione s'ei possa divenir mai fondamento saldo della critica e della estetica o condizione unica dell'arte, certo è che esso esulta potente nella poesia in generale dello Schiller e che Gli Ideali particolarmente, composti nell'estate del 1796, sono una poesia, anche nella significazione individuale, molto nobile. Fu da più d'uno fatta italiana, e con armoniosa larghezza da Andrea Maffei; ma, se ai lettori non spiaccia, io terrei a rappresentare in nuda prosa la potenza, non forse senza difetti, della composizione tedesca.

Tu vuoi dunque partirti, infedele, da me con le tue leggiadre fantasie? tu vuoi con le tue pene, con le gioie, con tutto, inesorabile, fuggire? Nulla dunque può indugiarti fuggente, o età dell'oro della mia vita? In vano! le tue onde si affrettano giú al mare dell'eternità.

Sono spenti gli allegri soli che rischiararono il sentiero della mia gioventú; svaniti gli ideali che un tempo mi facevano sobbalzare il cuore inebriato; è sparita la dolce fede in esseri che i miei sogni aveano partoriti: preda alla rozza realità ciò che un tempo fu cosí bello, cosí divino.

Come un giorno Pigmalione abbracciò con súpplici desidèri la pietra fin che il sentimento traboccò nelle fredde guance del marmo infiammando; cosí io con giovanile talento avvolsi le braccia dell'amor mio intorno alla natura fin che ella cominciò a respirare, a riscaldarsi sul mio petto di poeta,

e fin che partecipando il mio ardore ella già muta trovò pur la favella e inteso il bàttito del cuor mio mi rese il bacio d'amore: allora visse a me l'albero, visse la rosa; a me cantò l'argentea cascata del fonte; sin la cosa inanimata senti l'eco della mia vita.

Un movente universo premeva con impulso onnipossente l'angusto mio petto, per prorompere nella vita, in parola e opera, in imagine e suono. Come grande era in formazione cotesto mondo fin che il bocciuolo lo avvolse! come poco fu allo sbocciare, come picciolo e scarso!

Come slanciavasi alato d'audacia, beato nella illusione del suo sogno, da niuna cura ancora imbrigliato, lo spirito giovanile spinto nella via della vita! Sino alle più pallide stelle del lontano etere lo inalzava il volo dei propositi: nulla era sí alto e nulla sí lontano che l'ale no 'l vi portassero.

E come di leggeri portato! Che v'era di troppo difficile per lui felice? Come danzava avanti al carro della vita l'aerea compagnia! l'Amore con la sua dolce mercede, la fortuna con la sua corona d'oro, con la sua corona di stelle la Gloria, la Verità nello splendore del sole!

Ma ahimè! io non sono anche a mezzo del cammino, e le scorte già si perderono; rivolsero indietro i passi, e l'un dopo l'altra sparirono. Leggera su' piedi volò via la Fortuna, la sete del sapere restò insaziata, il fosco nuvolato del dubbio si distese su la imagine solare della Verità.

Io vidi le sante corone della Gloria sconsacrate su fronti volgari. Troppo presto, ahimè!, dopo breve primavera s'involò il bel tempo d'amore. E sempre piú silenzioso e sempre più deserto tutto facevasi intorno per l'aspro sentiero: a pena che la speranza gittasse ancora un pallido raggio su la tenebra del cammino.

Di tutta la numerosa compagnia chi mi sta ancora amorevole appresso? Chi mi sta ancora consolatore al fianco, e mi seguirà fino alla cupa dimora? Tu, che sani tutte ferite, leggera tenera mano dell'amicizia, che amorosa partecipi i pesi della vita, tu che io di buon ora cercai e trovai.

E tu, o studio, che volentieri a lei ti mariti, e scongiuri, come essa, le tempeste del cuore: tu che non ti stanchi mai, che lento costruisci, ma non mai distruggi, che per l'edifizio della eternità rechi un grano di sabbia dopo l'altro, ma cancelli dal gran conto del tempo minuti, ore, anni.[59]

Un letterato lombardo, oggi dimenticato, che nel 1832 pubblicò un saggio di poesie alemanne tradotte, e fra queste Gli Ideali in ottava rima, fece delle stanze del Voltaire, dell'ode del Parini e dell'elegia dello Schiller un raffronto che si può non senza piacere rileggere anche oggi: «Le stanze di Voltaire tengono come il dimezzo fra quelle di Schiller e di Parini. Tempera Voltaire la libera popolarità di Parini e la severa filosofia di Schiller con la eleganza e con la grazia dei modi francesi e con lo spirito amabile di quella nazione; corregge la gioia quasi clamorosa del primo e la malinconia un po' cupa del secondo con una tinta di malinconia piú delicata e col tócco magico del sentimento. La poesia di Parini è un vero brindisi, sgombra dall'animo ogni cura e ci ispira tripudio. Quella di Voltaire ci scende dolcemente fino al cuore, c'invita all'abbandono, ad andare vagando dietro ai nostri pensieri, e ci lascia come in una cara estasi di malinconia soave. Effetto è questo veramente strano, se si pensa che parte da quell'arguto cinico di Voltaire. Le strofe di Schiller ci concentrano in noi stessi, ci fanno fissare la mente in pensamenti profondi, dai quali scaturisce una consolazione severa sí ma solida, senza illusione, appoggiata alla realtà. E degno è poi di osservazione che Voltaire e Parini sembrano avere dettate le poesie loro in una età piú tosto avanzata, Schiller dettava la sua tanto severa nella ancor fresca età di 36 anni, e sembrava presagire che altri soli dieci glie ne rimanevano di vita»[60].

Conchiudendo per conto mio: le due poesie del Voltaire e del Parini non hanno, specie la seconda, oltre l'artistico, un valore umano: quella dello Schiller sí. Lette le due prime, voi potete, riportandovi in voi, dire—Io non farò mai di cosí bei versi:—letta la terza, voi potete pensare—Questo è un alto documento della dignità e serietà della vita, che posso anche io seguire.

Se non che sarebbe questo un troppo pretendere da versi come quelli del Parini, che sono bensí un addio alla gioventú e all'amore, ma anche un brindisi. E come tale l'ode del Parini vuole anche esser considerata da parte e per un altro lato nella produzione lirica italiana.

L'Italia, Oenotria, la terra del vino, non ha la poesia del vino; come fervida voluttuosa serena l'ebbe la Grecia, come giocondamente borghese la Francia, come fantasticamente cordiale la Germania. Il popolo italiano, oltre che di natura è piú generalmente sobrio che non paia (ne chiedo perdono ai bolognesi e ai milanesi che oggi trionfano del Santo Natale), ama anche di star su le sue, su le grazie, su le gale; non ama abbandonarsi neanche in poesia, perché in vino veritas. Il popolo italiano oggigiorno fa e ode, quanti niun altro popolo mai, brindisi-discorsi, politici, scientifici, artistici, economici, industriali; e com'è naturalmente ed utilmente scettico, cosí egli sa bene che tutta quella chiacchiera, novantanove su cento, è per darsi la polvere negli occhi gli uni agli altri, per adularsi in faccia gli uni gli altri e farsi poi lo sgambetto, per imbrogliarsi gli uni gli altri; ed egli, artista consumato in machiavellismo, si gode alle sottigliezze con le quali e fra le quali svolgesi o avvolgesi l'imbroglio, e giudica da maestro i colpi dei toreadores della menzogna; gode, e giudica, superiormente, come Nicolò Machiavelli descriveva i modi tenuti dal duca Valentino per ammazzare Vitellozzo Vitelli e compagni. Ma il popolo italiano, né anche fra i tanti sonetti e capitoli e ballate e frottole su' beoni, dei secoli piú originali, non ha un vero canto popolare convivale o bacchico, vero, espansivo, cordiale.

Nel secolo del Parini chi ne diè qualche saggio, imitando non male la galante spigliatezza delle chansons à boire francesi, fu il Rolli, nato, per vero, di padre borgognone. Anche nelle sue canzonette, come nelle francesi, e piú che negli scolii greci, il vino s'accorda all'amore e la nota epicurea prevale.

Beviam, o Dori, godiam, ché il giorno
Presto è al ritorno, presto al partir:
Di giovinezza godiamo il fiore,
Sian l'ultim'ore tarde a venir...

Versa, Fiammetta, vezzosa figlia,
Quella bottiglia di vin clarè:
Duchi e regnanti or non vogl'io,
Ma sol, ben mio, brindisi a te....

Oh come, o bella, l'ardor dei vini
Piú corallini tuoi labbri fa!
Bacco vi stilla soave umore
Di un tal sapore che Amor non ha...

Altri versi del Rolli mostrano qual canzonier popolare sarebbe egli riuscito in tempi migliori: di rado, salvo forse in qualche aria del Metastasio, la facilità scorrente e sonora dei settenari ebbe una intonazione corale piena e colorita come in queste strofe qui:

Compagni, Amor lasciate:
Sofferto io l'ho abbastanza:
È pien di stravaganza
E di difficoltà.

Troppo il suo ben si stenta;
E quando poi s'ottiene,
In un momento viene
E in un momento va.

In buona compagnia
Un fiasco di sciampagna,
Che i labbri e il cor vi bagna
Col vivo suo liquor,

Smorzata pria la fiamma
D'ogni penoso affetto,
Pone la gioia in petto
E l'allegria nel cor.

Individuale in vece, ma di movimento lirico piú intimo, e spumanti come il buon vino, queste altre:

Un vaso cristallin
Ripieno di buon vin,
Numi immortali!,

È don celeste in ver,
Se apporta col piacer
L'oblio dei mali.

Nel compiacermi in te
Son come il tuo gran re,
Vin di Borgogna.

Ripien del tuo vigor
D'aver quant'ama il cor
La notte sogna.

Oh come è bel mirar
La spuma che in versar
Gorgoglia fuora,

E in un istante ancor
Lo spirto del liquor
Che la divora![61]

Ma chi volesse vedere un saggio o un cenno o un esempio del come sarebbe riuscita la canzone convivale nel vero sentimento popolare italiano, gli bisognerà ricorrere a un marchese erudito, a un marchese tragico, a un marchese che sapeva di latino, di greco, di ebraico, di tedesco, e volea sapere, credo, anche di etrusco, al marchese Scipione Maffei. Il quale del resto da giovane fu anche soldato, e nel 1704 prese parte alla battaglia di Donawerth sotto un suo fratello generale al servizio della Baviera e autore di Memorie che nessuno più legge e che sono tutt'altro che spregevoli. Nella sua vita militare l'autore della Merope e della Verona illustrata scrisse canzonette da tavola adattate a certe arie. Eccone una:

Amici, amici, è in tavola;
Lasciate tante chiacchiere;
Tutti i pensier se 'n vadano,
Se 'n vadan via di qua.
Che il cielo sia sereno,
Che sia di nubi pieno.
Buon tempo qui sarà.

Quand'io mi trovo a tavola,
Non cedo al re del Messico,
Né mai pensier di debiti
Allor mi viene in cor.
Segghiamo allegramente,
Godiam tranquillamente,
Ci pensi il creditor.

Ch'arrabbin questi economi
C'han sempre il viso torbido!
Per gli anni c'hanno a nascere
Tesoro io non farò.
Ch'io serbi per dimani?
Follia! che san gl'insani
Diman s'io vi sarò!

Ma se a noi fan rimprovero
Che siamo a mangiar dediti.
Non mangiam senza bevere,
Ché non è sanità.
Qua coppe, qua bicchieri,
Vin bianchi, vini neri:
Quest'è felicità.

Un tempo era il mio genio
Languir per un bel ciglio:
Error degli anni teneri,
Pazzia di gioventú!
Quant'è miglior diletto!
Versar dentro il suo petto
Due fiaschi e forse più.

L'amore ci fa piangere
E 'l vino ci fa ridere:
Cui piace Amor lo séguiti.
Ché il vino io seguirò.
La dama, con sua pace,
Allora sol mi piace.
Che brindisi le fo[62].

Non in tutto eguale. Ma Plauto l'avrebbe scritta cosí, e cosí l'avrebbero scritta i ballatisti del Quattrocento, del secolo in cui l'arte, come espressione del popolo italiano, fu piú sincera, piú rilevata, piú, direi anche, originale, sí nella scultura e nella pittura, sí nella poesia.

Per trovare in questo genere qualche cosa di piú fine che non la canzone da tavola del Maffei, di piú vario che non le canzonette del Rolli, di piú nuovo che non il Brindisi del Parini, bisogna pur troppo tornare indietro, molto indietro; ricorrere a quell'artefice superiore che seppe albergare sí buon sangue greco nella polpa romana, ad Orazio.

Era fra il 725 e il 730 di Roma; quando, chiuso Giano, dedicato il tempio di Apolline Palatino ed il Pantheon, la terra pacata lasciava al felice Ottaviano, quasi cacce a divertirsi dalle cure della repubblica, le sole guerre con i Cantabri ed i Salassi, e permetteva alla poesia imperiale et iuvenum curas et libera vina referre. Orazio, poeta di moda, frequentava ancora e celebrava i lieti banchetti. In alcuno dei quali una volta, avendo i commensali alzato un po' il gomito e troppo dimesticamente essendosi affrontati con certo vecchio e burbero falerno, dalle grida e dagli schiamazzi eran venuti alle mani fra loro su per i lettucci del triclinio; e gli scifi (chiamateli, se volete, còppe) cominciavano a volare fra le teste in vano ghirlandate di mite apio. In tale frangente, Orazio, il solo forse della compagnia rimasto padrone di sé, come piú anziano, si rizza su la sponda del suo letto, e, arbitro del bere, col braccio teso, ammonisce i baccanti.

—Farsi arma degli scifi nati al servigio dell'allegria, è da Traci: via il barbaro costume, e lungi dalle sanguinose risse Bacco che n'è rosso di vergogna. Oh immane contrasto la nuda scimitarra fra il vino e le lucerne! Quetate l'empio schiamazzo, o compagni, e rimanetevi col gomito appoggiato ai cuscini.

I rissanti invece di calmarsi si accordano contro il pacificatore.—Ah sí? Ma tu non hai bevuto. Un'anfora di falerno per il predicatore.—L'affare si parava male. Ma Orazio aveva lí accanto un greco, famoso delle glorie della sorella, un biondino sentimentale, un Cupieno perseguitatore delle bianche stole ma che poi si contentava anche delle serve (Xanthia foceese?), e pensò a divergere su lui l'attenzione e l'assalto e ad estinguere cosí nelle risa gli elementi della rissa. Séguito traducendo:

—Volete che anch'io prenda la mia parte di questo brusco falerno? Bene! Il fratello di Megilla d'Opunte dica onde partí lo strale la cui ferita lo fa morire di felicità. Esita? Non beverò ad altra condizione. Qualunque sia la bellezza a cui Venere ti sottomise, la tua non è certo fiamma da vergognare: tu pecchi sempre di nobili amori. Or via, che che tu abbia, deponi il secreto in questo orecchio fedele.

Difficile trasportar in altra lingua, sia pur l'italiana, la suprema squisita eleganza d'ogni parola, e della collocazione e della disposizione e dell'atteggiamento delle formole, onde nel latino risalta a ogni tratto la finissima corbellatura della allungata lusingheria. È impossibile, parmi, supporre in questi versi un'imitazione al solito dal greco. La subitaneità e la vivace verità dell'apparente disordine mostrano, parmi, che è il caso di un allegro episodio, d'una scena animata, còlta lí per lí e tradotta in una breve odicina, ammirabile per movimento drammatico. C'è,—per vero,—un frammento d'Anacreonte, ove si riscontra l'accenno agli Sciti, ma (vediamolo in una recente e accurata traduzione)

Via, non piú di questa guisa
con fracasso ed ululato
a la scitica maniera
non si bea, ma centellando
fra soavi inni d'amore[63]

è tutt'altro. Anacreonte placa i suoi bevitori col canto; Orazio li richiama dal tumulto con lo scherzo.

Ricevuto nell'orecchio il segreto del giovane vagheggino, il poeta si mette le mani ne' capelli, e raccogliendo con un tono d'enfasi comica l'attenzione alla sua pietà su quella vittima d'amore, prorompe:

—Oh sciagurato, in quale Caribdi ti travagli, ben degno di fiamma migliore! Quale strega, qual mago ti potrà con tutti i tessali incanti liberare? qual dio? Bellerofonte a pena sul Pègaso varrebbe a strapparti dai lacci di questa triforme chimera.[64]

Il poeta ha ottenuto l'effetto che voleva. I compagni rasserenano l'ebrietà sfogandola in un turbine di risa e di motti che avvolge il biondino, la famosa Megilla e la non meno famosa fiamma novella. E Orazio può riadagiarsi sul lettuccio meditando lentamente una strofe alcaica ad amici piú degni, a Postumo o a Dellio.

E poi si vuol asserir tutto ai moderni il vanto di aver drammatizzato la lirica!