IV.

L'IMPOSTURA.

Questa, secondo la notizia lasciatane dal Gambarelli nell'edizione che diè delle Odi nel 91, fu «recitata in una pubblica adunanza dei Trasformati circa un trent'anni fa[65]»: dunque nel 1761, tre anni dopo la Vita rustica e due avanti la pubblicazione del Mattino. Il poeta a trentadue anni era in succhio. Si sente al vigore onde tócca certi tasti che non aveano ancor risonato o non risonavano piú da un pezzo nella lirica italiana, all'arditezza onde cerca la nota stridente, al coraggio onde presenta l'antagonismo della sua personalità, all'ardenza saputa trasfondere nel metro, che solo si raffredda per poco qua e là nei passaggi.

L'ottonario è de' versi piú antichi e piú veramente popolari della poesia romanza. Nella lingua provenzale, nella francese, nella spagnola, con maggior varietà e libertà di accenti e di cesure, serví meglio al racconto eroico, e diè, ammirabili frammenti di epopea cantata, i romanzi di Bernardo del Carpio, dei Sette infanti di Lara, di don Beltrano, del Cid: in Spagna serví anche al dialogo drammatico. In Italia da principio fu adoperato a qualche sbozzo di canzone epica; ma piú si allargò per tutti i primi tre secoli, nelle ballate, nelle laude, nei canti carnescialeschi, poesia lirica e narrativa, famigliare e comica. Meno pregiato nel classico Cinquecento, rifiorí, col fiorire della nuova musica, nei cori e nelle liriche del Rinuccini e del Chiabrera, nelle melodie del Caccini. Circa il 1740, quando il Vinci il Pergolese il Jomella musicavano i melodrammi del Metastasio, il Quadrio scriveva: «L'ottonario è divenuto a' nostri giorni celebratissimo; e fra i versi di sillabe pari, per la sua sonorità e numero, si può dire che sia il piú degno e però il piú frequente presso gli autori.»[66]

Oltre che rimato a coppie, nella qual forma serví specialmente alla narrazione e alle epistole o in generale agli scherzi famigliari e galanti (il Parini l'adoperò cosí nell'Indifferenza[67], il Frugoni poi ne abusò in cento o duecento argomenti), fu intrecciato in strofe di varia struttura. Col Seicento, direi, incomincia la strofe di quattro versi baritoni (piani) a rima alternata; e fu molto felicemente, per l'effetto musicale, introdotta nei cori dell'Euridice dal Rinuccini:

Cruda morte, ahi pur potesti
Oscurar sí dolci lampi.
Sospirate, aure celesti;
Lagrimate, o selve, o campi...

Fiammeggiar di negre ciglia
Ch'ogni stella oscuri in prova,
Chioma d'òr, guancia vermiglia,
Contr'a morte ohimè che giova?

L'Appennin nevoso il tergo
Spira gel che l'onde affrena,
Lieto foco in chiuso albergo
Dolce april per noi rimena.

Quand'a' rai del sol cocente
Par che il ciel s'infiammi e'l mondo,
Fresco rio d'onde lucenti
Torna il dí lieto e giocondo.

Ben nocchier costante e forte
Sa schermir marino sdegno...
Ahi fuggir colpo di morte
Già non val mortal ingegno.[68]

E fu popolare nelle canzoni di quel secolo: graziosissima, e caratteristica, anche per il costume, questa:

Monicella mi farei,
S'io pensassi esser accetta:
Et il nome ch'io vorrei
Saria Suor Bell'Angioletta.

Vorre' aver le tonicelle
Di saietta milanese
E le bende bianche e belle
Co i soggòli alla franzese,

Il bavaglio largo e fine,
La cintura lunga e stretta,
Con le belle forbicine
Il coltello e la forchetta.

Quando poi fossi chiamata
Da parenti o da stranieri,
Verrei presto a quella grata
Dove io stéssi volentieri;

E con dolci paroline,
Col tener la bocca stretta,
Direi mille coselline
Da fermar chi avessi fretta.[69]

Continuò nel Settecento, adattandosi alla descrizione e alla narrazione nelle poesie degli Arcadi.

Ecco una descrizione assai garbata del Frugoni:

Ve' che spiaggia, ve' che sponda,
Dove pace signoreggia!
Che bell'aer la circonda!
Che bel mare al piè le ondeggia!

Là son antri ove tra i vivi
Sassi l'edere tenaci
Van serpendo, e qui son rivi
D'acque gelide fugaci.

Là di cento alberi folte
Son lietissime selvette,
Qui son piani, e là son cólte
Rilevate collinette.[70]

Del Parini ecco una narrazione, che ha già qualche atteggiamento da ballata romantica:

Ne le fasce ancor lattante
Le sdentate donnicciuole
L'alma debole incostante
Mi nudrîr d'assurde fole.

Io da lor narrar m'udía
Come spesso a par del vento
Van le streghe in compagnia
De' demòni a Benevento,

Come i lepidi folletti
Di noi fanno e gioco e scherno
E gli spirti maledetti
A noi tornan dall'inferno.

Con la bocca aperta e gli occhi
E gli orecchi intento io stava,
Mi tremavano i ginocchi,
Dentro il cor mi palpitava.

Al venir de le tenébre
M'ascondea fra le lenzuola;
Quindi un sogno atro e funébre
Mi troncava la parola.

Non di meno al novo giorno
Obliavo i pomi e il pane,
A le vecchie io fea ritorno
E chiedea nuove panzane.[71]

Non è se non uno svolgimento di cotesta prima la strofe di sei versi, che aggiunge, cioè, ai primi quattro una coppia a rime baciate. Piú larga, ricorda un po' l'antica ballata.

Maggio, onor di primavera,
Oggi nasce in grembo a'fiori:
Spira l'aura lusinghiera,
Scherzan lieti i nudi amori:
Con dolcissimo diletto
Rido e canta ogni augelletto

è una maggiolata del secolo decimosettimo, semipopolare[72]. Tale strofe riprese bene il Chiabrera, nelle odi ad Amarilli, tra descrittive e narrative.

Vieni almen per trarre un'ora
Tutta lieta e dilettosa
Qui vermiglia esce l'aurora,
Qui la terra è rugiadosa,
Qui trascorre onda d'argento,
Qui d'amor mormora il vento.

Mirerai rive selvagge,
Chiusi boschi, aperti prati,
Spechi ombrosi, apriche piagge,
Valli incólte e colli arati:
Che dirò di tanti fiori?
Fior che dan cotanti odori?

I nevosi gelsomini,
Le vïole impallidite,
Gli amaranti porporini
Di beltà movono lite;
Ma la rosa in su la spina
Sta fra lor quasi regina.[73]

Dal Chiabrera l'ebbero il Frugoni e gli Arcadi, e l'abbiosciarono. Da essi la liberò il Parini; e la racconciò nel Parafoco,[74] la rialzò nell'Impostura imprimendole impeti nuovi e nervosi, e pur lasciandole un po' della popolare pianezza. Il Monti in poesie rivoluzionarie e imperiali la fece squillare a battaglia.[75] Il Manzoni la fece parere un'altra, aggiungendole un tronco, nella Resurrezione, che è delle sue poesie meno eguali e forse meno corrette ma piú originalmente liriche.

Perdonino i liberi e profondi ingegni queste chiacchiere su' metri, troppo lunghe e minute: ma senza conoscere la storia della metrica, poco fin ora o nulla curata in Italia, si potrà benissimo fare molta retorica inspirata e chiamarla poesia o critica, ma non s'intenderà mai Io svolgimento organico e lo spirito della lirica, non si discernerà quello che sia da innovare o modificare e quello che giovi meglio lasciar morire.

Tornando al Parini e all'Impostura, comincia con un'entrata molto franca in mezzo alle cose [1-6].

Venerabile Impostura,
Io nel tempio almo a te sacro
Vo tenton per l'aria oscura;

E al tuo santo simulacro,
Cui gran folla urta di gente,
Già mi prostro umilemente.

A proposito: è egli lecito supporre che l'adunanza dei Trasformati, ove il poeta lesse da prima questi versi, fosse una carnevalata, e la sala rappresentasse il Tempio dell'Impostura, e i poeti recitanti o leggenti figurassero da sacerdoti o da devoti e supplichevoli della dea? Saremmo nel costume della poesia academica d'uno o due secoli fa, e l'ode ne acquisterebbe un tanto di vivezza.

La quale ode, dopo l'entratura, si divide in due parti, ha due quasi intonazioni diverse: la prima [7-38] è dell'ipocrisia in universale, la seconda [49-84] è delle ipocrisie particolari: finisce con una chiusa [85-96] forse inutile, certo moralissima, ma un poco strascicata.

Nella prima parte il poeta invoca e saluta la Impostura, mente e anima del mondo.

Tu degli uomini maestra
Sola sei. Qualor tu dètti
Ne la comoda palestra
I dolcissimi precetti,
Tu il discorso volgi amico
Al monarca ed al mendíco.

Che disinvoltura! E, pur conservando il solenne movimento trocaico e l'ondeggiamento delle coppie a rime alterne, quanto è già lontana questa intonazione dalla morbida e vuota sonorità delle canzonette! Egli è che non son piú parole; son colpi di pensieri, come colpi di ala.

L'un per via piagato reggi,
E fai sí che in gridi strani
Sua miseria giganteggi;
Onde poi non culti pani
A lui frutti la semenza
De la flebile eloquenza.

Tu dell'altro a lato al trono
Con la Iperbole ti posi;
E fra i turbini e fra il tuono
De' gran titoli fastosi
Le vergogne a lui celate
De la nuda umanitate.

Cose nuove per la vecchia lirica italiana. E la elocuzione poetica insorge anch'essa, nella prima delle due strofe, fiera, vigorosa, a tócchi e sbòzzi; e nella seconda la verseggiatura, con quegli sdruccioli nelle cesure e con quelle vocali gravi nelle ultime sedi, par che sbuffi il vento e il bombo dell'ironia plebea verso le nebulose cime delle grandezze sociali. E forse che dalle pareti della sala pendeva, in asburghese solennità carnaloccia, il cesareo regio ritratto di Sua Sacra Maestà Apostolica, la imperatrice e regina di non so quanti paesi e madre di Maria Antonietta. La filosofia, come dicevasi allora, faceva capolino nei metri dell'Arcadia e nell'Accademia dei Trasformati; e i Trasformati, marchesi, canonici, consiglieri aulici e conti, battevano le mani, e non vedevano quali figure seguissero caliginose per l'aria la salutata apparizione.

L'abate intanto, preso l'abbrivio, procede di bene in meglio: dimentico che forse la mattina stessa si è consumato fra le sue dita dinanzi all'altare dell'Uomo-Dio il mistero della transustanziazione (Limosina di mésse Dio sa quando Ne toccherò), procede e passa all'impostura religiosa; alla impostura, cioè, di altre religioni che non sia la cristiana:

Già con Numa in sul Tarpeo
Désti al Tebro i riti santi,
Onde l'augure poteo
Co'suoi voli e co'suoi canti
Soggiogar le altere menti
Domatrici delle genti.

Del macedone a te piacque
Fare un dio, dinanzi a cui
Paventando l'orbe tacque.

A confronto di questi ultimi tre versi il prof. D'Ancona, nella illustrazione che opportunamente ha fatto delle odi pariniane a uso delle scuole,[76] cita quelli del Guidi nella canzone La Fortuna:

Allor dinanzi a lui tacque la terra;
E fe' l'alto monarca
Fede agli uomini allor d'esser celeste,
E con eccelse ed ammirabil prove
S'aggiunse ai numi e si fe' gloria a Giove:

dei quali, per due belli, tre sono superflui, inutili, vescicosi. Da tali confronti apparisce la misura del progresso e la qualità del rinnovamento mosso e operato dal Parini, quando e dove, anche nella elocuzione, anzi specialmente nella elocuzione, fece bene da vero.

La strofe séguita con tre versi brutti, proprio brutti:

E nell'Asia i doni tui
Fûr che l'arabo profeta
Sollevaro a sí gran meta.

Prima di tutto: Maometto è un di piú: bastavano Numa e Alessandro: la lirica non si fa mica per enumerazioni. Poi, la elocuzione casca trivialmente scorretta: i doni tui fûr che è costrutto francese: a una mèta si arriva di per sé, si scorge si guida si conduce altrui, non si solleva.

Le due strofe, che seguitando incontriamo [37-48], sono come il passaggio dalla prima parte alla seconda, dal generale al particolare. Nei passaggi il Parini è per lo piú poco cigno e manco aquila: fa un saltetto, e stramazza: o pure per la lunga risale la corrente finché trovi il ponte.

Qui aveva cominciato bene:

Ave, dea. Tu come il sole
Giri e scaldi l'universo.

Due bellissimi versi, ampi di giro e di suono, pari alla contenenza; ma che sono anche un bellissimo schiaffo alla storia della civiltà e alle credenze, delle quali il genere umano è solidale, nelle idealità o nelle idealizzazioni della società. Al che pensi un po' chi ci ha da pensare. Io dico che son brutti, brutti di core, brutti in modo da non si potere far peggio volendo, i seguenti:

Te suo nume onora e còle
Oggi il popolo diverso:
E fortuna a te devota
Diede a volger la sua ruota.

I suoi dritti il merto cede
A la tua divinitade,
E virtú la sua mercede.
Or, se tanta potestade
Hai qua giú, col tuo favore
Che non fai pur me impostore?

E non mi scalmano da vero a dimostrare come e perché sono brutti; né saprei o vorrei sottilizzar troppo a ricercare come e perché il Parini, che pure di versi belli s'intendeva, e di che guisa!, s'abbandonasse poi a farne talvolta di cosí: era per amore d'una semplicità al rovescio e per riazione contro la vuotezza sonora? Ad altro c'è da pensare. Ecco: questa scuola lombarda, che fu giustamente definita la scuola del buon senso, del buon senso sollevato all'idealità e alla lirica, incomincia con l'inno all'Impostura, e finisce o tócca il piú alto punto con gl'Inni sacri. Tanta è la logica nelle parabole dello spirito umano.

Passiamo alla seconda parte: ipocrisie individuali.

Anche il Parini vorrebbe far l'impostore, ma non scioccamente da essere súbito scoperto e fischiato, come era pur allora avvenuto a qualcuno di sua conoscenza e di conoscenza, pare, di tutta Milano. Perocché, dopo i brutti versi piú sopra recati, nei manoscritti dell'ode seguitano tre strofe, rifiutate poi dal poeta, delle quali una è bella e curiosa:

Temerario menzognero
Già su l'Istro non vogl'io
Al geografo Buffiero
Tôrre un verso e farlo mio,
E buscar gemme e fischiate,
Falso conte e falso vate.

Pare dunque che quella di fare il conte e la contessa non sia un'impostura democratica, cioè di questi ultimi tempi di democrazia titolata. Ma chi era egli cotesto falso conte? Né il Salveraglio che tante ricerche fece su i personaggi delle odi pariniane, né il D'Ancona che tante brache pur sa del secolo decimottavo, ne trovarono nulla. Questo è un bel caso per certi critici impostori di mia conoscenza. Costoro leggono un libro o un saggio o un fascicolo, che all'autore è costato tempo e fatiche, e dal quale essi imparano tutto quello che non sapevano; ma avviene per caso ch'e' ricordino o si abbattano a un nonnulla, che era sfuggito all'autore o non se ne era curato. Ecco cotesti farabutti a menar giú un articolo, come qualmente quel pover uomo è un ignorante e un disonesto, e che in Italia non si sa questo, e che in Italia non si fa quello, e che è tempo di smettere, e che è tempo di cominciare. Ed essi cominciano facendo de' libroni ove c'è tale un'allegria di chiacchiere e di spropositi da mandarli diritti diritti a una cattedra. Cerchino i su lodati farabutti, cerchino, ciò che probabilmente non troveranno. Quel falso conte dovè essere persona e ricordanza già svanita nel '91, quando la prima volta fu stampata l'ode, e il poeta ne tolse via questa e le strofe che nei manoscritti le seguono, una anche piú enigmatica, e tutt'e due insieme bruttarelle anzi che no.

Il poeta tira avanti nella buona intenzione di far l'impostore. E disposizione ne avrebbe: invenzione e chiacchiera a sufficienza. Ma ... c'è un ma, che gli fa molto onore.

Mente pronta e ognor ferace
D'opportune utili fole
Have il tuo degno seguace,
Ha pieghevoli parole;
Ma tenace e quasi monte
Incrollabile la fronte.

Ma bravo l'abatino! In mezzo a tanti

.........marches,
Marchesazz, marcheson, marchesonon,

questa è una bella scappata. Che ne dirà ella la padrona, la duchessa Maria Vittoria Serbelloni? Prima di tutto, donna Vittoria era una signora molto per bene e spregiudicata, che stimava per quel che valeva l'orgoglio della nobiltà milanese: e poi l'abate era per la parte sua uomo da tener duro anche con donna Vittoria. L'anno dopo la recitazione di quest'ode il Parini si trovava in campagna a Gorgonzola con la duchessa e col maestro San Martino, adorato allora in Milano per il dio della musica. La figliuola del San Martino voleva tornarsene in città: la duchessa non voleva che tornasse, e le menò un par di schiaffi. Che fa il Parini? Il Parini pianta la duchessa, e accompagna lui la ragazza a Milano. «J'ai dû me défaire—scriveva poi la duchessa al figliuolo—de l'abbé Parini à cause qu'à Gorgonzola il m'a fait une tracasserie bien grande».[77] Il terzo stato s'annunziava non soltanto in poesia.

Segue una strofe cosí cosí, della quale il poeta non potea far di meno per congiungere imagini e ragionamenti. E un danno per altro che in tali o ricongiungimenti o passaggi il Parini, o piú generalmente i lirici moderni, abbiano a spendere strofe intere; mentre la lirica antica e la popolare n'esce con un colpo d'ala.

Sopra tutto ei non oblia
Che sí fermo il tuo colosso
Nel gran tempio non staría,

Se, qual base, ognor col dosso
Non reggessegli il costante
Verosimile le piante.

«Altri vegga—dice il D'Ancona—se è bello e perspicuo il Verosimile che, qual base, regge col dosso le piante al colosso dell'impostura.[78]» Bello no; è una rappresentazione barbara e barocca, tra di chiesa del Mille e di pagoda; e però figura benissimo, a parer mio, nel culto dell'Impostura.

Belle, cioè vive, di vena, d'un'arguzia civettuola come il soggetto, facenti gl'inchini con le pòse del verso, seguono le strofe che presentano un tipo immortale d'impostura, il medico delle signore.

Con quest'arte Cluvïeno,
Che al bel sesso ora è il piú caro
Fra i seguaci di Galeno,
Si fa ricco e si fa chiaro;
Ed amar fa, tanto ei vale,
A le belle egre il lor male.

Tal medico oggigiorno mescerebbe dell'oscenità galante a un po' di socialismo mulso, e il tutto dibattuto in molta prosa vaporosa romantica darebbe a bere come un siroppo di scienza e d'arte. Allora il leggiadro birboncello, il cattivo soggettuzzo, faceva madrigali ed ariette. Era un poetastro, e avea scorciato la pazienza al Parini: era di certo un poetastro, me lo assicura Giovenale:

.....facit indignatio versum
Qualemcumque potest, quales ego vel Cluvienus.
[79]

Peccato che il poeta escludesse o lasciasse escludere dall'edizione del '91 le due strofe che seguono nei manoscritti:

Ei non come i pari suoi
Pompa fa di lingua argiva,
Ma vezzoso i mali tuoi
Chiama un'aura convulsiva,
E la febbre ch'ei nutrica
Chiama dolce e chiama amica.

Ei primiero il varco aperse
A un ristoro confidente,
Egli a' medici scoperse
Come l'utero si pente:
Dea, ben dritto è se n'hai scólto
Nel tuo tempio il nome e il volto.

Ma forse nel '91, pur restando il tipo, il personaggio vivo era passato, e dileguato e dimenticato il suo linguaggio prezioso. Perché Cluvieno è un ritratto dal vivo: il Parini non rifuggiva dai ritratti personali, come non ne rifuggirono tutti gli artisti veri e forti, tutti i greci, il temperatissimo Orazio, tutto il Trecento con a capo Dante, tutto il Cinquecento con a capo l'Ariosto, fino il Boileau. Il Giusti, sempre e ferocemente falso e academico nelle teoriche, predicò anche contro la satira personale; ed egli ne faceva a tutto spiano, di sottécchi, spalmandola poi con molte manate di vernice civile. A proposito del Giusti, sarebbe da raffrontare a questa Impostura il San Giovanni di lui, per rilevar meglio il difetto di facoltà plastica, il contrasto tra la volgarità e la convenzionalità, l'urto tra la sciattezza e la pretensione, il prosaicismo inorganico e sconclusionato, che offende segnatamente nei primi tentativi satirici di cotesto poeta che non fu quasi mai perfetto e intero artista.

Sarà meglio tornare al Parini.

Ma imitar Cluvieno e farsi largo tra le signore egli non può: è prete. Farà dunque il Tartufo.

Ma Cluvien dal mio destino
D'imitar non m'è concesso.
Dell'ipocrita Crispino
Vo' seguir l'orme da presso.
Tu mi guida, o dea cortese,
Per lo incognito paese.

Di tua man tu il collo alquanto
Sul manc'omero mi premi:
Tu una stilla ognor di pianto
Da mie luci aride spremi:
E mi faccia casto ombrello
Sopra il viso ampio cappello.

É il tipo figurato per l'eternità dal Molière, qui la prima volta ridotto alle brevi proporzioni della caricatura popolare.

Ma quest'altra strofe con quanta efficacia non rende il giólito degli sfoghi bestiali grugnante dallo stabbiolo della conscienza ipocrita! Quel fregamento di mani interiore, quella interrogazione e quella esclamazione che s'incalzano con uno sguardo di sotto in su, come é drammatico!

Ch'io non macchi e ch'io non sfrondi,
Dalle forche e dall'esiglio
Sempre salvo? A me fecondi
Di quant'oro fien gli strilli
De' clienti e de' pupilli!

Le ultime due strofe sarebbe meglio non ci fossero. C'è l'amabil lume e il fervido pensiere, ci sono i rai della verità e le zanne fiere del mostro orrendo dell'Impostura, c'è un E me nudo nuda accogli che fa ridere, facendo pensare alla bella figura che farebbero que' due nudi lí, la Verità e l'abate. Quei nostri vecchi, con tutte le lodi del buon tempo antico, doveano aver da vero di molto poca stima o dell'intelligenza o dell'onestà dei loro lettori uditori: attaccavano sempre la moralità dove n'era meno il bisogno. Oggi affettiamo invece la immoralità. Né l'uno né l'altro è arte.