V.

LE NOZZE.

Quest'ode fu scritta del 1777, nella prima quindicina di ottobre: l'abate Gian Carlo Passeroni la mandava con lettera del 15 a Verona al dottor Paolo Patuzzi, che era dietro a compilare una delle tante raccolte nuziali d'allora. Il Passeroni scriveva: «Per servirvi presto e bene, mi sono raccomandato ai due piú classici scrittori che io conosca in Milano; ambedue m'hanno promesso; ma un solo m'ha favorito; onde ho dovuto io subentrare al peso, che l'altro non ha voluto o potuto portare. Dunque la canzonetta scritta di mia mano è mia, fatene quell'uso che volete; l'altra è dell'abate Parini, e ve la raccomando ...» La canzonetta del Passeroni che segue alla lettera è troppo simile alle troppe sue sorelle sparse per venti o piú volumi di rime e d'apologhi del buon nizzardo: incomincia

Fu a color la sorte amica
Che spirarono di vita
La primiera aura gradita
In città nobile antica,
Per pietà per saver chiara;
Quanto mai da lei s'impara!

e séguita

Quanto celebre è Verona!
Cosí ognun di lei favella,
Ed il titolo di bella
E di dotta ognun le dona:
Voi la cuna a lei dovete:
Quanto mai felice siete!

Quanto mai siete un buon uomo, dové pensare il dottor Patuzzi; e non pubblicò la canzonetta dell'autore del Cicerone, sí quella del Parini, nella raccolta intitolata Per nozze de' nobili signori marchese Carlo Malaspina e contessa Teresa Montanari, stampata in Verona dal Moroni nel 1777.[80]

Dunque l'ode Le Nozze fu composta per una raccolta e stampata in una raccolta ventisette anni dopo che il Bettinelli aveva composto il poemetto satirico allegorico critico in quattro canti d'ottava rima su le raccolte o contro le raccolte[81]; sí che potrebbe parere che il Parini fosse rimasto addietro in franchezza di opinioni e in audacia di ribellioni dalle mode letterarie al gesuita falsificatore di Virgilio, se il Bettinelli non avesse pur egli seguitato a dar del suo alle raccolte per tutta la vita e se le raccolte in Italia non durassero tutt'oggi a divertire forse quelli che noiano gli altri per metterle insieme.

Il Bettinelli riporta, solo per capriccio poetico, alla metà del secolo XVII l'invenzione delle raccolte dei versi. Ma la prima forse fu fatta per la morte di Dante, che anche nelle sue ecloghe inventò l'Arcadia. Il Cinquecento incomincia con le Collettanee grece latine e vulgari in morte de l'ardente Serafino Aquilano [1504], e ne conta poi delle celebri, parecchie: Il tempio di donna Giovanna d'Aragona [1554]: Rime in vita e in morte della signora Livia Colonna [1555]: Rime in morte del cardinal Bembo [1549], in morte d'Irene dei signori di Spilimbergo [1561], in morte e per le esequie di Michelangiolo [1564]. Le raccolte in specie per nozze abondano dal 1575 al 1625 particolarmente in Romagna, e nominatamente nelle città di Bologna, di Ferrara, di Ravenna. La piú antica a me conosciuta fu impressa in Bologna del 1575 nel fausto sposalizio di Carlo Antonio Fantuzzi e Laerzia Rossi. Altra stampata in Ravenna del 1583 per le nozze d'Alfonso d'Avalo marchese del Vasto e di donna Lavinia Feltria Della Rovere ha una canzone di Torquato Tasso.

Il Bettinelli anche attribuí l'uso di verseggiare le nozze principalmente al Marini, che, egli scrive, divulgò, senza tener conto de' sonetti, egli solo dieci e forse piú poemi di tali argomenti. Ma piú assai che dieci canzoni nuziali, oltre sonetti moltissimi, avea già composto Torquato Tasso, e prima di lui per nozze di Medici e di Farnesi ne compose Francesco Maria Molza. Sí veramente che in quelle rime del Tasso e del Marini è già tutta la materia e il maneggio della poesia nuziale, quale derivò nelle raccolte dell'Arcadia, con due amminicoli o luoghi comuni, la lascivia rimbiondita con frasi e figure piú o meno garbate, e l'adulazione su gli avi famosi e su i nepoti che han da nascere anche piú famosi.

Il Baretti in certo capitolo a un amico che raccoglieva rime per nozze toccò bravamente della lascivia, mirando al Frugoni:

Dite un poco a quel vostro pretacchione
Che, quando vuole far versi per nozze,
Non istomachi tanto le persone.

Non dico che non usi frasi sozze:
Ma non vorre' neppur ch'egli adoprasse
Certe rubriche imagini mal mozze.

Vorrei che con ritegno egli parlasse,
Vorrei che il molle seno e il casto letto
E i casti baci da un canto lasciasse.

Cosí procaccerebbe piú rispetto
Alla sua toga, e un certo soprannome
Non gli saría cosí sovente detto.

Faccia pure scherzar le bionde chiome
Sulle guance vermiglie e sulle bianche
Spalle soavemente, io non so come;

E batta pure a suo piacer le franche
Ali, e se 'n vada a ragionar col fato
E parlare per forza lo faccia anche...

Ma da' pudichi talami si stia
Alquanto lunge e da' lor puri lini
La sua poco pretesca poesia.[82]

E il Passeroni con la sua piacevolezza bonaria mise in burla le adulazioni cosí[83]:

Se prende moglie un ricco cavaliere,
Un Orlando, un Achille, un novo Aiace
Fan nascere i poeti; e aste e bandiere
Vedono tolte al già tremante Trace;
Additan di nepoti immense schiere,
L'un sarà chiaro in guerra e l'altro in pace,
E faran gli uni e gli altri in pace e in guerra
Cose che star non puon né in ciel né in terra.

Nascerà, Italia, Italia, il tuo soccorso,
E fioriranno in te virtú novelle,
Gridano i vati, e vendono dell'orso,
Prima che preso l'abbiano, la pelle,
E portano, di penne armati il dorso,
I nascituri eroi fino alle stelle;
E spesso accade poi, come Dio vuole,
Che muoiono gli sposi senza prole.

E voi, poeti, avete ancor coraggio
Di dir che penetrate entro il futuro?
Di dir che in voi scende un celeste raggio
Che vi rischiara ciò che agli altri è oscuro?
Che parlate in profetico linguaggio
E che un Dio rende il vostro dir securo?
Affé, se debbo anch'io far da indovino,
Credo che questo Dio sia il Dio del vino...

Dovreste essere ormai disingannati,
E non dovreste dir piú tante insanie;
Lasciar dovreste ormai l'orror de' fati,
Le vie de' venti e altre parole estranie,
E il pegaseo cavallo e i cento alati
Destrier, su cui fate cotante smanie;
Ma chi d'altro caval non si provvede,
Faccia pur conto d'andar sempre a piede.

Anche il Bettinelli con quel suo stile franco-gesuita e con que' suoi versettucci ripicchiati alla Boileau disse cose argute su le raccolte; ma piú che altro gli dispiaceva, pare, che le si fossero, come oggi si direbbe con francesismo democratico, volgarizzate:

È la raccolta un traditore ordigno,
Vago in vista, piacevole, pudico;
Sembra un cortese libricciuol benigno,
Ma in volto onesto asconde un cor nemico.
Sparge un succo sonnifero maligno,
A l'oro insidia, a la menzogna è amico;
Di monache fa strazio e di dottori,
E le nozze avvelena e i casti amori.

Tempo già fu che d'onorato sprone,
Servir poteva a l'anime gentili,
Or destando a cantar dotte persone,
Or lodando atti onesti e signorili:
Ma le antiche Gonzaghe e le Aragone
Cangiò col tempo in giovinette vili,
Trovò nel vulgo l'Elene e i Pompei,
E fu veduto a nozze con gli ebrei.[84]

Già, anche con gli ebrei. In Ferrara, nel 1744, fu pubblicata per Bernardo Pomatelli stampatore arcivescovile, con licenza de' superiori, una raccolta di rime Per li felici sponsali del signor Moisè Vitta Coen ferrarese colla signora Consola Coen mantovana; ebrei, come sentite, e della tribù sacerdotale, mi pare. Sono sette sonetti e una canzonetta, sottosegnati di denominazioni academiche, D'un pastor arcade, D'un accademico infecondo, D'un accademico intrepido. Entrano in uno de' sonetti Rachele e Giacobbe:

Onor di Carra e la piú illustre e bella
Delle sirie fanciulle era Rachele;
Ma tre lustri servir, soffrir per quella
Del suocero gl'inganni e le querele,

Ma unirsi a forza alla maggior sorella
E l'assenzio gustar prima del mèle,
Tal la nemica fu sorte rubella
Dell'amoroso suo sposo fedele.

Tu che senza sí gravi affanni e rei
Questa accogli gentil vergine al seno,
Ben di Giacobbe or piú felice sei;

Che se al placido volto ed al sereno
Volger degli occhi lusinghieri e bei
Non è Rachel, la rassomiglia almeno.

In un de' rari esemplari di cotesta raccolta presso di me è manoscritta una nota che dice: 31 marzo. Per mano del Boia [lettera maiuscola] avanti le prigioni fu abbruciata d'ordine di Roma. Uscirono molte satire manoscritte contro questi sonetti. D'alcuna delle quali satire, e proprio di una intitolata con accesa pietà cristiana Pentapoli arrostita, era autore il Baruffaldi seniore, autore anche del Canapaio; che per essere arciprete di Cento nel ferrarese e per avere scritto non bene qualcosetta intorno all'Orlando si credea avere un ramo dell'Ariosto, e dovea tenersi certamente piú poeta del Redi per avere scritto molti ditirambi, ch'egli denominava Baccanali, a ogni proposito, per esempio, su 'l Museo volpiano e su San Filippo Neri, su 'l libro d'oro della repubblica di Venezia e sul tabacco, e anche su le nozze saccheggiate.

Una sola città, racconta il Bettinelli, delle men popolate, Ravenna, ebbe una raccolta pubblicata del 1739 con rime di centotrentasei poeti suoi. E a mettere insieme tutte le raccolte stampate per quei cento anni in Imola, Faenza, Forlí, Cesena, Rimini, Ravenna (oltre che in Bologna e Ferrara), ci sarebbe da trovarsi a dosso una biblioteca altro che ordinaria. In quel secolo i romagnoli correvano a far rime come oggi a far comizi.

La satira del Bettinelli valse non a scemare in Italia il numero delle raccolte, ma a cambiarne un poco le intitolazioni, il metodo, la contenenza, direi quasi la indole.

Così nel '53 ne uscí in Ferrara una intitolata Gli augurii delle nove muse per le nozze del marchese Francesco Calcagnini colla marchesa donna Alessandra Scotti. In una lettera preliminare si riprendeva l'indocile stemperato appetito di raccolte; si affermava che i poeti se ne dicono stanchi, stanchi fino allo stomaco i lettori; con tutto ciò si trovava ottimo il pensamento di far raccolte di autori eletti, di argomenti obbligati e di stabilita maniera di versi. Alla lettera seguono gli augurii delle fatidiche sorelle: fra le altre, Talia, nella persona del conte Camillo Zampieri, autore d'un poema su Tobia, d'una infinità di sonetti frugoniani e di catulliani endecasillabi, augura agli sposi copia di beni e buona economia: Euterpe, per bocca dell'ab. Girolamo Ferri, latinista, quel tanto di sapere che può loro convenire, con molte raccomandazioni d'avere nella debita stima gli uomini dotti ecc. ecc.

Imitazione della raccolta ferrarese paiono I fasti d'Imeneo nelle nozze degli dèi stampati in Bologna dalla tipografia del Sant'Ufficio (chi l'avrebbe detto a San Domenico?) il 28 aprile del '62. Imeneo reca nel consiglio dei numi notizie del gran fatto: degli sponsali cioè del conte Giov. Francesco Aldrovandi Mariscotti senatore bolognese con la marchesa Lucrezia Fontanelli di Reggio. Alla novella balena un degnevol sorriso su 'l terribile sopracciglio di Barba Giove. Gli dèi applaudono e attaccano discorso su le brave persone che uscirono dalle due casate: Minerva parla degli scienziati e de' letterati, Marte de' guerrieri, Febo de' poeti. Le Muse si preparano anch'esse a cogliere e mettere in mostra i piú bei frutti delle due piante amiche al cielo. Quando Giove, stendendo la destra,—Zitti là—dice—meno schiamazzo;—e fa lui una chiacchierata lunghissima, conchiudendo che, per meglio onorare le nozze Aldrovandi e Fontanelli, alle beate e immortali nozze si paragonino degli dèi e queste in commendazione e quasi in concorrenza di quello si cantino. E qui sette canti. Ricordo Proteo che nelle strofe di Ludovico Savioli celebra le nozze di Nettuno e Anfitrite, Erato che per bocca di Agostino Paradisi canta quelle di Apollo e di Calliope. Infine Vincenzo Corazza, per Bacco e Arianna, pensò meglio di tradurre un epitalamio dal secondo libro, Le nozze della Filologia e di Mercurio, dell'opera su le Arti liberali di Marziano Capella. Cotesto bolognese nella seconda metà del secolo decimottavo propugnò validamente la imitazione dei metri classici nella poesia italiana, e in questa raccolta imitava i versi di Marziano con tali senza rima:

Non cosí tosto l'aurea
Nel scintillante ciel luna fia apparsa,
Accoppierò le rose a un laccio e i gigli.

Per entro i sacri talami
S'aggiungeranno la fanciulla e il dio:
Odorate di cinnami le sponde.

Esper la vegga vergine
Per poco ancora e intatta: alla prim'alba
Fosfor dall'alto ciel vedralla sposa.

Splendidi per opera tipografica e pregevoli per testimonianza d'erudizione, lo stesso anno che I fasti d'Imeneo, uscirono in Bologna dai tipi della Volpe I riti nuziali degli antichi romani a festeggiare le nozze di don Giovanni Lambertini e donna Lucrezia Savorgnan: sono dieci capitoli in terza rima—ce ne ha di Vincenzo Corazza, di Camillo Zampieri, di Agostino Paradisi—che percorrono l'argomento per tutte le sue parti, con innanzi una dotta memoria di mons. Floriano Malvezzi (Diomede Egeriaco) e con incisioni e vignette di marmi e oggetti antichi bellissime. Piú tardi (1771) e piú modesto non ostante la superbia del titolo, esce pure in Bologna e dalla oramai profanata stamperia del Sant'Uffizio, Il coro delle Muse a celebrare le nozze del conte e senatore Gius. Dalla Serra Malvasia Gabrielli e della marchesa Eleonora Zambeccari. Le nove sorelle cantano in tutti i metri: Apollo esordisce con endecasillabi sciolti per bocca, meno male, di Ludovico Savioli, e chiude ahimè con un sonetto, per bocca, ahimè ahimè ahimè, del padre Bovi. Molto piú ancora modesti, almen nella forma tipografica del Riccomini, ne si presentano del '72 in Lucca, per nozze Lucchesini e Orsini, gli Imenei festeggiati in Citera; e Pindaro canta in sestine ed è.... è un padre Romualdo Baystrocchi Accademico Ricovrato e Dissonante, Tibullo in terzine non mica male è il Cerretti, il Petrarca è Giuliano Cassiani, l'Ariosto è niente meno Cristoforo Boccella.

Piccolina, presuntuosetta, battendo il tacco come un petit-maître, esce, un anno innanzi la rivoluzione in Bologna, per le nozze del sen. Giacomo Ottavio Beccadelli con la marchesa Violante Bovio, La toilette; e il cavalierino Clementino Vannetti canta in strofette settenarie Il déshabillé, e il marchesino Ippolito Pindemonte in strofette savioliane Lo specchio, e il poetino Giacomo Vittorelli in strofette pur settenarie Le forcelle, e l'abatone Lorenzi in strofette savioliane La polvere di Cipro, e la futura professoressa greca Clotilde Tambroni, in strofe idem, La cuffia e i veli: meno male!

Ultimi, tra gli splendori del classicismo napoleonico, nel 1812, i Pemeni Filopatridi coi tipi bodoniani di Parma invocavano in terzine magnificamente elaborate gli Dei Consonti a sorridere benefici su le nozze di Alceo Compitano dodecandro con Telesilla Meonia, figliuola di Acrone Meonio poeta massimo: avete capito, credo, che erano le nozze di Giulio Perticari con la Costanza figliuola di Vincenzo Monti.

Qualche poeta trattò da sé solo argomenti nuziali in una serie di piú composizioni, per lo piú sonetti, che continuando svolgessero per ordine un concetto o una rappresentazione unica.

L'ab. Pellegrino Salandri, quel delle Litanie della Madonna in sonetti, anche ne scrisse cinquanta, per le nozze di Pietro Leopoldo Granduca di Toscana con Luisa Borbone di Spagna; nei quali descrisse e narrò il viaggio della sposa per le diverse città con fermata in Mantova fino ad Innsbruck, e i divertimenti, e il ritorno degli sposi in Italia per Mantova a Firenze, e le glorie e le speranze ecc. ecc. Meglio, per nozze in Mantova della marchesa Teresa Castiglioni, espose in dodici sonetti una Galleria di donne illustri; nella quale a una greca o romana fa regolarmente riscontro una barbara, Maria d'Austria a Cornelia madre dei Gracchi, Cristina regina di Svezia (non senza meraviglia, penso, di tutt'e due) a Veturia. Meglio ancora, per le stesse nozze, verseggiò in trentacinque sonetti, prima e con piú spirito che i poeti della raccolta bolognese per il Lambertini, Le nozze secondo i riti degli antichi: de' quali sonetti alcuni sono, per raffigurazione plastica, belli. Ai nostri vecchi piaceva piú di tutti quello che descrive il sacrifizio:

Questo bosco e quest'ara a te consacro,
Santa madre d'Amor, Venere bella:
Ecco intorno al pietoso simulacro
L'amaraco, la persa e la mortella:

Ecco il sal puro, ecco il lustral lavacro,
La candida odorifera facella,
E il coltel che, compiuto il rito sacro,
La bianca sveni ed innocente agnella.

Or cinta il crine dell'idalie rose
Vieni, e del nume tuo spargi l'altare.
Bella unitrice de le belle cose;

Ché coppia non vedrai d'alme piú chiare,
Se non riede il garzon che in duol ti pose,
Se non torni tu stessa a uscir del mare.

Ma per graziosa agilità nelle mosse forse che non gli cede questo, che è la presentazione e la preghiera della sposa al tempio di Giunone:

Cinge il ceruleo manto, il capo infiora,
Riveste il breve piè, vela le ciglia
Licori; e il piede e il velo a lei colora
La diletta a Giunon vaga giunchiglia;

E al tempio della dea, cui Giove onora,
Pensosa e taciturna il cammin piglia;
E ovunque move, la ridente aurora,
Ch'esca dal balzo orïental, somiglia.

Al sacro limitar ferma le piante,
E il pio ministro, che per man la prende,
La riconforta e guida all'ara avante.

Là le supplici palme al cielo tende,
E mostra agli atti e alle parole sante
Che di là solo ogni soccorso attende.

E per animata verità storica può anche piacere quest'altro che rappresenta l'entrar della sposa nella casa del marito secondo la costumanza romana:

Chi sei?—Caia son io.—Vieni, e seguace
Gaudio in questo ti sia nuovo soggiorno—:
Dice il custode, ella risponde, e pace
Spira dagli occhi e dal bel viso adorno.

Fregia l'uscio di bende, e con sagace
Man l'olio versa a' cardini d'intorno:
Pronto è il fanciullo per ghermir la face,
Che non rapita le saría di scorno:

Entra, donna immortal, ma deh! che il saggio
Virginal piede il limitar non tócchi:
Sai qual alto n'avresti un giorno oltraggio.

Ma già in meno che stral d'arco si scocchi
Lanciossi entro la soglia, e al suo passaggio
I cardini si alzâr, benché non tocchi.[85]

Sonetti nuziali parecchi scrisse il Cesarotti, con la solita pretensione filosofica, e nel fatto declamando con molto barocchismo di lingua e di stile. E pure il Leopardi li ricettò in quella sua Crestomazia, che pare un ospitale di storpi o una sala di pezzi anatomici della poesia italiana. Che sugo c'è, si domanda, a mettere fra le cose utili ad apprendere de'versacci di questo conio?

Era un bosco la terra: ivano a squadre
Gli uomini errando e si mescean quai fere:
Sceso Imeneo da le celesti sfere
La sua possanza ah di qual ben fu madre!

Sacri nomi s'udir di sposo e padre;
Ministro di virtú fèssi il piacere;
Saggio divenne amor, dolce dovere;
Nacquer leggi, cittadi, arti leggiadre.

Fu di famiglia pria quel che fu poi
Amor di patria; ché ad amar s'apprese
Ne'suoi sé stesso e ne la patria i suoi.

S'eternàr chiari nomi, avite imprese;
Virtú scambiârsi, e s'innestaro eroi.
Sposa, Imene a tal fin sue faci accese.[86]

Anche l'ex-gesuita Clemente Bondi, quando la rivoluzione ebbe reso alla vita un po'piú di serietà, cantò, diciamo oramai cosí anche noi per tacita convenzione, il matrimonio in dodici sonetti, se non cristiani, come a lui prete saría stato bene, almeno morali. Ecco un saggio:

Coppia gentil, che ai pronubi misteri
T'accosti a piè degli invocati altari,
Dal sacro laccio a cui la man prepari
Sai cosa il cielo e la tua patria speri?

Sposa, da te sensi d'onor severi
E custodia ed amor dei casti lari:
Da te, signor, che a sostenere impari
Di padre e cittadin cure e pensieri:

E d'ambedue, di gentilezza avita
E di pietà religïosi esempi,
E prole poi, che di virtú nutrita

Del moribondo secolo ristori
Gli acerbi danni, e de'futuri tempi
I rei costumi ed il destin migliori.[87]

Ah sí, padre Clemente? Bisognava pensarci un po'prima, in scambio di scriver tanti sonetti su la cagnolina d'Amarilli, su Nice salassata, su Nice elettrizzata, su Nice che tira a'pipistrelli, e anacreontiche su la. .. giacché non siamo gesuiti, diciamo diarrea.

Troppi ne scrisse il Frugoni, e senza mai affettazione di filosofemi o di moralità: a lui piaceva la mitologia decoramentale: ma fra i troppi ne ha di anche piacenti per impasto almeno di colori e di suoni.

Silvia, sovviemmi de la bianca Aurora,
Quando fu sposa del marito annoso.
Ahi sventurata! che non disse allora
Ch'ei se la strinse al vecchio sen rugoso!

Pianse, e di sua crudel lunga dimora
Accusò il pigro sol fra l'onde ascoso;
E al par del giorno sonnacchiosa ancora
Lasciò le ingrate piume e il freddo sposo.

Forse ancor tu di questo orror notturno,
Silvia, i silenzi e l'ombre in odio avrai?
Ti vedrà sorta il nuovo albor diurno?

Tirsi non è Titon: piú bella assai
Tu sei de l'Alba, e l'aureo letto eburno
Amor sa quando abbandonar potrai.[88]

Cotesto è in una raccolta. E le raccolte, massime nella seconda metà del secolo, offrono qualche fiore, e nominatamente de'due lirici estensi, Agostino Paradisi e Luigi Cerretti, inferiori d'assai al Parini e forse anche al Savioli, ma superiori a molti altri del tempo, per certa correttezza di forme non sempre disgiunta da nobiltà e civiltà d'intendimenti.

A Giuseppe Puccianti piacquero del Cerretti per la sua Antologia di poeti moderni i Fasti d'Imeneo. E di fatti le prime strofe, compendiate di su l'antico di Catullo, sono graziose.

Bella in siepe frondosa
È la fiorita spina
Allor che rugiadosa
Fuor de l'epa marina
L'alba novella uscí:

Ma, se gentile innesto
Non cangia il tronco duro,
Cadon le foglie, e presto
Rozzo virgulto oscuro
Torna qual era un dí.

Bella in piagge fiorite
Di pampinosi colli
È la nascente vite.
Cura de l'aure molli,
Primo de'campi onor:

Ma, se a l'olmo il bifolco
In accoppiarla è lento,
Lei su 'l negletto solco
Calca co 'l piè l'armento,
L'insulta ogni pastor.

Bella è in chiuso soggiorno
Vergin pudica anch'ella;
Tutto le ride intorno,
Tutto la fa piú bella
Ne la sua fresca età:

Ma, se Imeneo con presta
Man non ne unisce il core,
Oltre che inutil resta,
Illanguidisce il fiore
Di sua gentil beltà[89].

Migliori sarebbero quelle che seguono discorrendo i civili effetti del matrimonio, se troppo non sottostessero al paragone col carme catulliano dal quale derivano.

Con piú novità il Paradisi introdusse Urania a cantare Imeneo principio della società umana:

Ruotino gli astri, il sole
Dispensi il giorno da l'eterna sfera.
Rinovelli sua prole
Ogni germe di fiori in primavera,
Rompa fulmineo telo
Il ciel di nubi carco,
Su 'l tranquillato cielo
Iri dipinga l'arco;

L'uomo ognor di natura
Fia la maggior, la piú ammirabil opra,
L'uom fia la miglior cura
Del mio pensier che in meditar s'adopra,
L'uom che ne' sensi frali
Simile ai bruti ha vita,
L'uom che i numi immortali
Per la ragione imita.

Io lui nel mondo antico
(Memoria orrenda) già selvaggio vidi.
Ora il deserto aprico
Or le selve assordar d'incólti gridi,
Ora i destrieri al corso
Vincer co i piè non pigri,
Or con l'ugne e co 'l morso
Sfidar lioni e tigri.

A i natii boschi tolto
Necessitate entro i tuguri il chiuse,
Poi crebbe in popol folto
E bisogni e voleri insiem confuse.
Allor le ghiande e l'erbe
Fûr mensa de le fere,
Allor città superbe
Erser le torri altere.

Conobbe ognun suo gregge,
Pose ciascun suoi limiti al terreno;
Sentí de l'util legge
La indomita licenza il primo freno.
La nuzïal facella
Piacque a l'amante ardito,
E rise la donzella
A l'unico marito[90].

Altrove descrisse gli abitatori della selva primitiva, la cui immagine dalla filosofia del Vico e di Gian Giacomo sorrideva spesso alle visioni dei poeti del secolo:

Vago per selve inospite
L'uom primo alpestre e duro
Non conoscea ricovero
Di tetto e d'abituro,
Né spoglia difendevalo
Dal vicin sole o da l'acuto gel.

Fra i perigli e il disordine
Terribili a mirarsi
I crin si rabbuffavano
Sovra le ciglia sparsi;
Gli occhi di furor lividi
Rado trovar sapean la via del ciel.

Quando le stelle inducono
Il sonno ai membri lassi,
Sotto chiomata rovere
Giacea tra fronde e sassi,
E nel feral silenzio
Ministro de' suoi sogni era il terror.

Se foglia in ramo tremula
Mormorava per vento.
Còlto da pavor gelido
Premea nel petto il mento:
Scosso raccapricciavasi,
E stringea freddo sangue il tardo cor.

Per l'atra solitudine
Tal di sé stesso incerto
Se 'n gía con orme pavide
Misurando il deserto
L'uomo, a le belve símile,
Sconoscente a natura, ignoto a sé.

Salve, o fanciullo idalio,
Spirator di leggiadre
Cure ne l'uomo indocile;
Salve, de l'uomo padre.
In società raccoglierlo,
Se non Amor, qual altro dio poté?[91]

Anche il Parini, per tornare pur una volta a lui, disseminò per le raccolte nuziali, oltre la canzonetta, altre rime parecchie. Un sonetto meritò di essere tradotto in leggiadro disegno da Andrea Appiani:

Fingi un'ara, o pittor. Viva e festosa
Fiamma sopra di lei s'innalzi e strida:
E l'un dell'altro degni e sposo e sposa
Qui congiungan le palme: e il Genio arrida.

Sorga Imeneo tra loro; e giglio e rosa
Cinga loro a le chiome. Amor si assida
Su la faretra dove l'arco ei posa;
E i bei nomi col dardo all'ara incida.

Due belle madri al fin, colme di pura
Gioia, stringansi a gara il petto anelo,
Benedicendo lor passata cura.

E non venal cantor sciolga suo zelo
A lieti annunci per l'età ventura;
E tuoni a manca in testimonio il cielo[92].

È una fantasia archeologica, vaga come un bassorilievo antico; e mostra il gusto plastico del poeta. Tutto nella vita, ma in quella vita senza cuore e senza testa, che finí con la società del Settecento, è invece quest'altro, che pare il séguito di quel del Frugoni:

O tardi alzata dal tuo novo letto
Lieta sposa, a lo speglio in van ritorni,
E di fiori e di gemme in vano adorni
E di candida polve il crin negletto.

La diva che al tuo sposo accende in petto
Fervide brame onde bear suoi giorni
Vuol che piú volte oggi lo speglio torni
A rinnovare il tuo cambiato aspetto.

Ecco a la bella madre Amore addita
L'ombra che ad or ad or sul crin ti viene
La dissipata polvere seguendo;

E pur contando su le bianche dita
E fiso nelle tue luci serene
Guarda vezzosamente sorridendo.[93]

Graziosissimo, del resto, salvo il sesto verso, strascinato con quell'onde bear suoi giorni.

Ma nell'ode nuziale del '77 la prima novità che il Parini trovò fu del metro: fra tante migliaia d'impolverati sonetti e di canzoni strascicate e di compassate odi e di ecloghe e di capitoli e di ottave e di sciolti, venir fuori con delle strofette ottonarie andanti, sonanti, inebrianti di famigliare letizia:

È pur dolce in su i begli anni
De la calda età novella
Lo sposar vaga donzella
Che d'amor già ne ferí.

In quel giorno i primi affanni
Ci ritornano al pensiero
E maggior nasce il piacere
Da la pena che fuggí.

Pare il còro della Sonnambula.

La strofe di quattro ottonari a rime barítone e ossítone (piane e tronche), usata prima, credo, dal Rinuccini, risponde meglio alla concitazione patetica ed entusiastica; cosí nell'elegia del Rolli, prima poesia imparata a mente da Goethe fanciullo,

Solitario bosco ombroso,
A te viene afflitto cor,
Per trovar qualche riposo
Fra i silenzi in questo orror,[94]

come nell'epinicio del Monti, tanto caro ai nostri padri,

Bella Italia, amate sponde.
Pur vi torno a riveder!
Trema in petto e si confonde
L'alma oppressa dal piacer.[95]

La strofe doppia o geminata, composta cioè di due strofe di quattro versi collegate fra loro per una rima barítona e una ossítona (piana e tronca) combacianti nel principio e nella fine, si presta meglio al periodo poetico e al periodo armonico, allo svolgimento lirico e al coro. Questa elesse il Parini per la sua ode nuziale, e primo l'aveva usato il Rolli.

Nel partir dal patrio suolo
Con amor pur meco viene
La memoria del mio bene
Che m'è forza abbandonar.

A Partenope me 'n volo,
Indi solco il mar tirreno;
E afferrando il tosco seno
Rendo grazie a' dèi del mar.[96]

E al movimento franco rapido allegro del metro risponde nelle Nozze del Parini la cordiale movenza interna dell'ode e la intonazione spontanea, quasi direi popolare. Non miti né simboli, non archeologia né filosofemi, non allegorie non mitologie non pastorellerie; ma in quattro versi la sera delle nozze, e súbito appresso, con un bell'accorgimento di passaggio, lo svegliarsi degli sposi la dimane della notte nuziale.

«Quante cose e tutte belle—nota a questo punto un degli amici biografi, il Bramieri—potuto avrebbe il poeta collocare fra la terza strofe e la quarta! E al suo pennello delicato e sicuro non sarebbe mancata l'arte del velo modesto; ma la casta sua musa, schiva di quelle dipinture che sono sempre pericolose, si slancia pudicamente d'un facil salto dal cominciar della sera allo spuntar del mattino. Che se vi piaccia di riconoscere in quel salto anche un altro intendimento, quello cioè che corrisponde alla nota apposta dall'autore della Nuova Elvisa alla sua lettera LV della parte I, verrete cosí a confermare vie maggiormente che egli è poeta del cuore per eccellenza.»[97] «O amore,—annotava il Rousseau—s'io rimpiango l'età in cui l'uom ti gusta, non è per l'ora del godimento, è per l'ora che lo segue.»

Quando il sole in mar declina
Palpitare il cor si sente:
Gran tumulto è ne la mente:
Gran desio ne gli occhi appar.

Quando sorge la mattina
A destar l'aura amorosa
Il bel volto de la sposa
Si comincia a vagheggiar.

Bel vederla in su le piume
Riposarsi al nostro fianco,
L'un de' bracci nudo e bianco
Distendendo in sul guancial:

E il bel crine oltra il costume
Scorrer libero e negletto,
E velarle il giovin petto
Che' va e viene all'onda egual.

Bel veder de le due gote
Sul vivissimo colore
Splender limpido madore
Onde il sonno le spruzzò;

Come rose ancora ignote
Sovra cui minuta cada
La freschissima rugiada
Che l'aurora distillò.

Bel vederla all'improvviso
I bei lumi aprire al giorno;
E cercar lo sposo intorno,
Di trovarlo incerta ancor:

E poi schiudere il sorriso
E le molli parolette
Fra le grazie ingenue e schiette
De la brama e del pudor.

Dal Poliziano in poi la lirica media non avea prodotto in Italia altro di sí fresco e sí vivo. Incredibile, ma in cotesti versi fin la donna pupattola di Arcadia diventa alla fine sopportabile; nei quali, del resto, anche i piú rigidi settatori della purezza e proprietà del linguaggio poetico de'due grandi secoli poco avrebbero, credo, da apporre e poco da desiderare.

Desiderare forse potrebbero che il poeta avesse lasciato ai soliti cantori di Filli le grazie ingenue e schiette, che assomigliano tanto tanto all'umilissimo devotissimo servitore del formulario epistolare. Anche il giovin petto che va e viene all'onda egual, potrebbe per avventura osservare alcuno di quei rigidi antiquari, non è mica bello né vero: altra cosa è egual all'onda cosí in generale, e altra cosa è l'ariostesco,

Due poma acerbe e pur d'avorio fatte
Vengono e van com'onda al primo margo.

Capisco, era peggio come il poeta aveva scritto da prima.

Ch'or discende or alto sal.

Il Parini aveva dato questa canzonetta al Passeroni una sera: la mattina di poi gli scrisse: «Stracciate di grazia la copia della canzone che vi diedi iersera, e sostituite la presente.» Il Passeroni—nota il Salveraglio, al quale dobbiamo anche questa notizia—accolse la nuova lezione, ma non distrusse l'altra; che fu publicata da esso Salveraglio[98]. È pur sempre curioso per gli uomini di gusto, se anche in questa ignobile trascuranza dell'arte della parola non serva piú a nulla, il notare con quanta insistenza, e in quante guise e con quanti assalti diversi, poeti e artisti quali il Petrarca, l'Ariosto, il Tasso, e, dopo loro, l'Alfieri, il Parini, il Foscolo, tornassero e ritornassero su i loro versi, e come da monchi informi brutti pesanti li rendessero un po' per volta intieri agili raggianti volanti. Tant'è vero che nella poesia—s'intende, d'arte individuale—, dopo la barbarie scolastica del medio evo, la percezione del vero e la concezione del fantastico non fu né spontanea né facile né sincera. A noi moderni poi, dopo l'oscurazione dell'ingegno italiano nell'abiettamento degli ultimi tre secoli, bisogna con la profonda meditazione e con la perseverante osservazione levar via le scaglie agli occhi dell'anima contemplante, e gli sbozzi dei fantasmi ci bisogna con la paziente industria dell'arte rassettarli dalle storture e rinettarli dalla scoria che han dovuto pigliare passando per i canali del nostro sentimento, nei quali permeò con l'atavismo la falsità di tante generazioni. Non ci aduliamo, cari compatrioti e coetanei; noi siamo nati brutti, bugiardi e infelici. E l'ispirazione è una delle tante ciarlatanerie che siamo costretti ad ammettere o subire per abitudine.

La prima strofe dunque nella prima redazione diceva cosí:

È pur dolce in su i prim'anni
De la calda giovinezza
Lo sposare una bellezza,
Onde Amor già ne ferí.

In quel dí gli antichi affanni
Ci ritornano al pensiere:
Ed accrescesi il godere
Da la doglia che finí.

Inutile avvertire quanto non pur d'agilità e d'eleganza ma di verità nell'espressione abbiano acquistato dall'emendamento gli ultimi due versi: doglia in quella posizione e con quell'accompagnamento era senz'altro un'improprietà: vano e contraddittorio in termini accrescesi il godere da la doglia: increscioso per lo meno l'aggiunto di antichi agli affanni d'un amore oramai beato. Nei versi secondo e terzo quella giovinezza e quella bellezza erano coi loro doppi zeta due veri macigni; ed era proprio una smanceria d'astratto spropositato, da arcade di terzo o quarto grado, lo sposare una bellezza onde amor già ne ferí.

Della seconda strofe i primi quattro versi non ebbero mutamenti: s'intende: contengono non una rappresentazione ma una osservazione còlta e resa con sentimento istantaneo. I quattro versi di poi sonavano da prima cosí:

Quando riede a la mattina
Con la luce avventurosa;
Il bel volto de la sposa
Si comincia a contemplar.

Tiriamo via su la convenzionale ridondanza del sole che riede a la mattina con la luce avventurosa, ma quel contemplar!

Anche della terza il primo periodo restò immutato: il secondo diceva,

E, contrario al suo costume,
Il bel crine andar negletto
A velarle il giovin petto
Ch'or discende or alto sal.

Inutile notare la pesantezza, la sgarbatezza, forse la scorrettezza di quel contrario al suo costume: inutile notare quanto di verità e determinatezza abbia acquistato la rappresentazione dallo scorrer libero e negletto: ma forse che a velarle per la unità dell'impressione era meglio che e velarle.

Nella quarta un limpido madore era sparso, assai men bene dello splender. Ma il verso quinto e il sesto dicevano,

Come rose al guardo ignote,
Ove appar minuta e rada
La freschissima rugiada, ecc.

dove io, passando sopra quell'al guardo ignote, mi fermerei volentieri a vagheggiare Ore appar minuta e rada: mi sembra piú vera la raffigurazione, piú logica la correlazione di tempo, che fu guasta dalla correzione; nella quale il cada e il distillò si urtano fra loro, o, meglio, si allontanano troppo l'uno dall'altro.

La prima lezione della quinta offre un Riaprire i rai lucenti e un restar pochi momenti, dei quali non mette conto né anche dir male.

A ogni modo, questa prima parte dell'ode è delle migliori rappresentazioni plastiche dal vero che sia dato ammirare nella lirica pariniana e in generale nella lirica del secolo passato. Ma vien pur fatto di domandarci: una cosí viva e commossa descrizione delle gioie matrimoniali sta ella bene in bocca di un prete, che pur dicea messa, almeno quando n'avea bisogno?

Il Frugoni certa volta, dopo descritti con tante mitologie e sudicerie metaforiche tanti talami, scappò a fare l'ipocrita:

Perché di nozze pingermi
Lieta pompa festevole?
Non sai che vita celibe
Trarre promisi al ciel?

Tu schifosetta e rigida
Ma desiosa vergine
Mi fai veder, che vassene
Sposa a garzon fedel.

Sguardi furtivi e cupidi
E sospir caldi narrimi,
Ch'esser potrebbon mantice
Al sopito desir.

Abbiansi moglie e talamo
Que' ch'altra vita seguono;
Io di cose a me indebite
Non vo' novella udir.[99]

Il Parini almeno, in quel vagheggiamento del matrimonio dal suo stato di celibatario obbligato, è piú sincero e meno impuro. Peggio, per la morale, da vecchio e a letto, misurava e palpeggiava col classico verso le rotondità e le morbidezze delle carni della procuratessa Tron e della contessina di Castelbarco. Ma il Giusti ebbe scrupolo ad accogliere nella sua scelta pariniana Le nozze; e certa gente a ogni passo rinfaccia a questo e quello la purità e la severità dell'arte pariniana. O inchiostranti italiani, se non vi scusasse l'ignoranza, sareste pure di gran begli impostori!

Dissi l'altra volta due essere gli amminicoli o gli ingredienti della poesia nuziale arcadica: la lascivia e l'adulazione. Il Parini riuscí a trasmutare i luoghi comuni della lascivia nella viva rappresentazione di legittime gioie; non riuscí a trasmutare, come pur volle, l'adulazione in civile moralità.

All'ode Le Nozze dopo le prime cinque strofe cascano le ale; o, meglio, ella trascina i frasconi per anche tre; una sola bella, questa:

Ma oimè come fugace
Se ne va l'età piú fresca,
E con lei quel che ne adesca
Fior sí tenero e gentil!

Come presto a quel che piace
L'uso toglie il pregio e il vanto,
E dileguasi l'incanto
De la voglia giovanil!

Se bene non a tutti gli orecchi arriverà proprissimo quell'incanto della voglia giovanil; che anche peggio sonava nella prima lezione, E dilegua con l'incanto De la voglia giovanil! Cotesto ammonimento, del resto, cotesto alto là alla gioventú, a me pare un contrasto non pur morale, ma poetico, di assai effetto. Altro ne pareva a un de' due autori delle Lettere su la vita e gli scritti del Parini, all'avv. Bramieri; delle cui parole mi piace riferire, per una mostra di quanto sia antica abitudine ai critici italiani, o che lodino uno di scriver bene, o che biasimino un'altro di scriver male, lo scrivere sempre pessimamente loro. «Era egli codesto il momento di turbare le delizie dello sposo, di ammorzare il sí dolce entusiasmo e il senso della somma sua felicità, con una riflessione crudele sulla caducità della bellezza, sulla brevità della gioventú e sui tristi effetti della abitudine? Sia pur vero che il poeta non debba giammai perdere di vista l'utile morale, e certo il rimprovero di averlo obbliato non si potrà mai fare al nostro: ma assai di morale istruzione e piú propria all'istante poteva egli dal suo soggetto ricavare, parlando della sobrietà necessaria e vantaggiosa ne' piaceri, del bisogno, che questi hanno, del magico velo del pudore ecc., senza avvelenare le gioie d'un giovine innamorato, che sta per fruirne legittimamente, coll'intonargli all'orecchio e in aria di lamento quelle dure verità. Che s'egli ha poi cercato di consolarnelo coll'idea della virtú, onde, come della bellezza, era fregiata senza pari la sposa, ognuno ben vede che sterile consolazione sia codesta, massime per quel tempo in cui l'uomo è tutto dei sensi ed ascolta una sentenza lor sí funesta. O i sensi parlano allora in lui un linguaggio imperiosamente esclusivo, ed è perduta presso di lui la fatica di moralizzare; o non parlan sí forte, e dalla importuna morale gli è avvelenata la fonte dei piaceri che gli amanti illusi credono inesauribile, immanchevole. Oltre di che madonna la virtú, di sembianze sempre poco grate alla giovinezza, arriva cosí inaspettata, che il venir suo non lascia neppur sentire da lei quella consolazione che meglio preparata poteva arrecare.. .. .»[100]

Quanto a questo il Bramieri ha ragione: la Virtú arriva proprio inaspettata: pare che il poeta se la cacci innanzi spingendola per le spalle: Oh va un po' là e prèdica tu, per finirla; ché io dopo la contemplazione di quel che va e viene non so come cavarmela.—Nella prima lezione la prèdica era anche piú predicozzo: diceva,

Giovinetto fortunato,
Che vedrai fra i lieti bari
Ne la bella Montanari
Un tesoro di virtú!

La virtú non cangia stato,
Ma risplende ognor piú chiara;
Senza lei saría discara
La piú bella gioventú.

Oh Piccolo Lemmi, indimenticabile lettura morale de' miei teneri anni! Il poeta corresse,

Te beato in fra gli amanti
Che vedrai fra i lieti lari
Un tesor che non ha pari
Di bellezza e di virtú!

La virtú guida costanti
A la tomba i casti amori.
Poi che il tempo invola i fiori
De la cara gioventú.

E i versi sono di certo e senza paragone migliori: ma, mutati i sonatori o i suoni, l'antifona è la stessa. E quando non ce n'è, Quare conturbas me? E quando non c'è la poesia, cioè l'invenzione il fantasma la passione e il volo il colore e il canto, quando non c'è tutto insieme l'impasto di tutte queste attività e qualità, metteteci quanta morale volete, e la religione per giunta, metteteci la monarchia la democrazia l'anarchia, Dio o il diavolo, l'arcangelo San Michele o Satanasso, quando la poesia non c'è, non c'è materia o contenenza, non ci sono intenzioni o tendenze che la sostituiscano o la scusino o la compensino. Ciò che in questa occasione e in questo argomento il poeta aveva sentito, e col desiderio o il rimpianto d'un celibe cinquantenne aveva idealizzato, erano i godimenti della luna di miele: di cotesto fece vivo e vero ritratto; tutto il resto non è sentito, è accattato, è impiallacciato per mettere una cornice al quadro.

Cinquant'anni, poco piú poco meno, dopo l'ode pariniana, Giacomo Leopardi compose la canzone per le aspettate nozze della sorella Paolina. Che mutamento! La diversità dei tempi e degli uomini, delle ispirazioni e delle aspirazioni, risulta dalla diversità non pur del contenuto ma dell'intonazione e del metro. Non piú metastasiani ottonari, ma endecasillabi alfieriani; non piú strofette danzanti, ma la stanza della canzone togata con lo strascico; non piú musica, ma eloquenza. Piú che poesia, cotesta del Leopardi è una concione col suo bravo esordio in un periodo a tre membri e piú incisi, e col suo bravo episodio storico in fine; episodio che anche è confermazione; confermazione che anche è perorazione o commozione degli affetti, perché è da vero poesia: ritoccato a pena il seno della madre terra classica, storia o poesia greca e romana, il povero Anteo di Recanati rimbalza.

Virginia, a te la molle . . . . . .

ecc. ecc.; perché spero che tutti i lettori italiani abbiano a memoria quelle due stanze.

Ma, tornando alla canzone intiera, che gravità, che contegno! Par di ritrovarsi con un gruppo di carbonari come va. Che grandi bianche cravatte! che baveri! che cappelli! che ciuffi, e che moschettoni! Ed ecco, tra le classiche reminiscenze di Orazio (Virtú viva sprezziam ecc.) e di Anacreonte (al dolce raggio Delle pupille vostre il ferro e il foco Domar fu dato), tra i fremiti convulsi del dialogismo alfieriano (o miseri o codardi Figliuoli avrai. Miseri eleggi ecc.), tra le severe armonie della piú peregrina della piú diamantina della piú finamente martellata elocuzione poetica che da gran pezzo avesse udito l'Italia, ecco svolazzare al vento sul dirupo una punta della fusciacca nera di Manfredo e di lord Byron:

...D'amor digiuna

Siede l'alma di quello a cui nel petto
Non si rallegra il cor quando a tenzone
Scendono i venti, e quando nembi aduna
L'olimpo, e fiede le montagne il rombo
Della procella.

Nel 1827 o 28 non si può fare a meno d'un po' di romanticismo, anche essendo Giacomo Leopardi. E, pur sedendo al banchetto nuziale, bisogna far giuramento di salvare la patria, e,—pst, pst, chiudete bene le porte—di ammazzare il tiranno. Va bene, e ci sto anch'io, nobili padri! Vogliamo cominciare la rivoluzione col coro di Donna Caritea? Oh meglio, meglio da vero che vendere l'orvietano di frasi sgrammaticate dai palchi scenici di qualunque specie a un popolo che non vuol piú saper nulla di grandezza e di patria!

Ma, tornando anche una volta alla canzone del Leopardi, tutto cotesto era vero?—È storico.—È bello?—Era utile, opportuno, civile.

La lirica nuziale, ripetizione oggimai vieta di luoghi comuni piú o meno affettuosi od occasionali, è non per tanto delle piú antiche tradizioni del canto popolare della nostra razza; e in Grecia e in Roma, quando la poesia accompagnavasi veramente, ideale emanazione, a tutti quasi gli atti della vita sociale, fu altamente civile e religiosa, senza per questo rimanere obbligata a forme fisse liturgiche o rituali.

I greci ebbero di piú maniere poesie nuziali: epitalamii, cantati da cori di fanciulli e fanciulle davanti la camera degli sposi, o la sera al colcarsi o la mattina al levare: scolii, canzonette intonate in mezzo al convito da alcuno dei commensali: imenei, canti morali di ammonimenti e documenti intorno al matrimonio; e altri, descrittivi della pompa delle nozze; e inni a onore degli sposi.

Di scolii uno ce ne avanza, male attribuito ad Anacreonte, tutto ancor fresco e brioso:

O regina de le dive, Cipride; o Amore, forza de gli uomini; o Imene, custode della vita; voi chiamo con la parola, voi ne' canti onoro, Amore, Imeneo, Cipride. Guarda, o giovine, guarda la novizza: sta' su, ché non ti sfugga la caccia della pernice.

Stratocle diletto di Citerea, Stratocle marito di Mirilla, mira la cara moglie, adorna, fiorente, splendida. La rosa è regina dei fiori, rosa tra le fanciulle Mirilla. Il sole t'illumini il talamo: ti cresca nel giardino un cipresso.[101]

Degli epitalamii propriamente cantati non ne avanza. Teocrito, o chi altri nell'età alessandrina, rifece l'epitalamio di Elena; e, o che parte lo deducesse dalle antiche epopee o che parte vi raccogliesse degli spiriti dalla vita ancor poetica del popolo, fe' cosa, pur negli atteggiamenti studiati dall'arte, graziosamente ingenua. Sono dodici fanciulle di Sparta, che, col giacinto alle chiome, in casa il biondo Menelao, intrecciano carole cantando Imeneo dinanzi al talamo di fresco dipinto della Tindaride e del piú giovine Atride. Le fanciulle cominciano giovanilmente scherzose. (Riferisco dalla versione del Salvini, che, dove non falla per difetto del testo seguíto, è delle men peggio).—Dovevi—dicono allo sposo—

. . . . . dovevi tu per tempo.
Tu che mestier n'avevi, andare a letto,
E lasciar poi che colle sue compagne
Presso alla cara madre in festa e in giuoco
Si stésse la figliuola infino a giorno;
Poi che ce n'era ancor por la dimane
Della tua sposa, e ancor per anni ed anni.

Noi siamo—seguitano, cambiando tono, le figlie di Sparta—noi siamo, tutte compagne di età, duecentoquaranta fanciulle, femminil gioventú usa a correre, unte la persona a mo' de' maschi, lungo i lavacri del nostro Eurota; ma niuna di noi è, comparata ad Elena, senza taccia. Quale la veneranda aurora spuntando, mostra la bella faccia, o quale la serena primavera allo sparire del verno, tale anche Elena mostrasi aurea fra noi, ben vegnente come biada che sorge ornamento del solco o cipresso nel giardino o cavallo tessalo al cocchio.—E poi ancora, con desioso e casto intrecciamento delle memorie virginee alle condizioni e agli offici di sposa:

Vaga fanciulla, omai tu donna sei,
Ed a guardar la casa omai ti tócca.
Noi la mattina al corso ed ai giardini
Andremo a coglier fiori e a far ghirlande,
Molto, o Elena, te membrando; quali
Pecorelle di latte, che son prive
Della materna desiata poppa....
Godi, sposa, e tu godi, o nobil sposo....
Doni Latona a voi leggiadra prole,
Latona di bei figli alma nutrice;
Venere a voi, Venere dea conceda
Un eguale d'entrambi amor perfetto....
Dormite, l'un nell'altro, o cari sposi,
Amore ed amistà spirando in seno.
Destatevi al mattin, non ve 'l scordate.
Torneremo ancor noi qui domattina,
Tosto che sorto il buon cantor del giorno
Strepitando alzerà il piumoso collo.[102]

Ma questa riproduzione artistica dell'età epica non può compensare la perdita degli epitalamii di Stesicoro o dei piú molti composti da Saffo, quando nella lirica eolia batteva giovine il cuore ed esultava la fantasia del popolo greco.

Può essere che da alcuno o da piú degli epitalamii di Saffo ritragga il carme di Catullo per le nozze di Tito Manlio Torquato con Vinia Aurunculeia di nobilissime famiglie romane negli ultimi tempi della repubblica. Imitazioni dal greco certe, almeno di luoghi conosciuti, non pare vi sieno; se bene è vero che abonda di imagini e memorie e forme greche, massime nella prima parte, e greca è la invocazione a Imeneo, dove i romani chiamavan Talassio; ma tutto il carme è anche una perfetta rappresentazione di tutti quasi i riti delle nozze romane. A ogni modo le forme della religione greca sono cosí amicamente conciliate alle romane costumanze, e la vita del momento è còlta cosí in accordo alle relazioni eterne della famiglia e della patria, che quel carme resta ammirabile non solo tra le fantasie pittrici piú graziose e pure che la poesia latina lasciasse, ma fra i piú bei monumenti della classica antichità.

Il rito delle nozze romane, né anche ai dí nostri sparito affatto dagli usi delle popolazioni italiche particolarmente montigiane e isolane, era una poesia per sé stesso, rinnovando in una quasi drammatica raffigurazione le origini e tradizioni epiche della famiglia e del giure gentilizio. Tale rappresentazione Catullo descrive tra da poeta e da sacerdote, ancora vate; la descrive in un carme a strofe brevi e animate, di semplice e abile disegno, che è pur esso un piccolo dramma svolgentesi insieme col maggiore in un monologo variato d'inni e di cori.

La sposa, pettinata fin dal mattino alla foggia delle Vestali con la punta dell'asta celibare, ferro già tinto nel sangue, che segnò il solco alla raccolta capigliatura; coronata di maggiorana o di verbene o di altre erbe raccolte di sua mano; velata il capo, la chioma, tutto il viso, nel roseo flammeo; fatta la confarreazione, nella quale, alla presenza del pontefice del flamine e di dieci testimoni, dopo il sacrificio, partí con lo sposo il pane del farro sacro; aspetta la sera. Imbrunisce. È l'ora che la sposa deve esser rapita a forza, come già furono le Sabine, dal grembo della madre o della congiunta piú prossima. Le fanciulle consanguinee, compagne, clienti, aspettano nell'atrio, con quella affettuosa e quasi religiosa trepidanza che è delle donne in quei casi.

Il poeta, dinanzi alla casa, circondato dalle persone e dalle decorazioni della festa, invoca il giovine dio greco delle nozze; e chiama il drappello delle fanciulle a ripetere in coro l'inno dell'imeneo, ché il dio del piacere legittimo si renda piú facile alle preghiere di voci pure e di bocche innocenti. Ecco l'invocazione, illuminata dalla imagine della verginale bellezza di Vinia, uscente nel carme come Vespero che sale dai colli romani ad affrettare il momento della partita di lei dalla casa paterna.[103]

O abitatore del colle d'Elicona, figlio di Urania, che trai di forza la tenera vergine al marito, o Imeneo Imen, o Imen Imeneo;

cingi le tempie dei fiori della maggiorana dal soave odore, prendi il velo flammeo, vienne lieto, vienne fra noi, calzato il niveo piede nell'aureo socco;

e tratto alla gioia di questo giorno, cantando con argentina voce il canto delle nozze, batti dei pié la terra, scuoti nella mano la teda di pino.

Però che, quale Venere mosse dall'Idalio al giudice frigio, Vinia a Manlio, vergine buona con auspicio buono, si sposa,

ridente come su l'Asio mortella da'ramicelli fioriti, che le Amadriadi nutrono loro delizia con l'umore della rugiada.

Sí che, or via, affréttati a noi, lasciando gli spechi aonii della tespia montagna, cui dall'alto rinfrescando irriga la sorgente Aganippe:

vieni e chiama la novella padrona alla casa c'ha da essere sua, allacciandole l'appassionata anima di amore, come edera che tenace si aggrappa all'albero con erranti viluppi.

E voi insieme, o vergini pure per le quali simil giorno avvicinasi, cantate, or via, in coro: O Imeneo Imen, o Imen Imeneo;

acciò, sentendosi invitare al suo ministero, piú volentieri egli venga, conducitore della buona Venere, congiugnitore dell'amor buono.

L'inno cominciato con movimento d'entusiasmo va ora seguitando solenne nelle lodi d'Imeneo, in quanto il matrimonio è instituzione non pur domestica ma civile; e canta come le nozze ferme siano principio e fondamento di felicità e di forza agli individui alle famiglie alla patria: canta con quella sobrietà che s'accompagna sí bene al vigore e alla virtù.

Qual dio è piú da invocare agli amanti ansiosi? quale de' celesti gli uomini han piú da venerare? O Imeneo Imen, o Imen Imeneo.

Te invoca per i suoi il tremulo genitore: per te le vergini sciolgono i seni dalla pura zona: te veniente aspetta inquieto con cupido orecchio lo sposo novello.

Tu nelle mani al fiero garzone consegni la fiorente fanciulla dal grembo della madre, o Imeneo Imen, o Imen Imeneo.

Senza te non può Venere pigliarsi piaceri che l'onestà approvi; ma può, tu volendo. Chi a questo dio oserà compararsi?

Senza te niuna famiglia può avere figliuoli né il padre cingersi di stirpe novella; ma può, tu volendo. Chi a questo dio oserà compararsi?

Terra senza il tuo culto non potrà dare difensori alle frontiere; ma può, tu volendo. Chi a questo dio oserà compararsi?

Giovanni Fantoni, fra tanto altre imitazioni che fece, riprodusse anche ammodernato, in un epitalamio per patrizi veneti, questo carme di Catullo, e specialmente l'invocazione ad Imeneo, cosí:

Voi donzellette amabili,
A cui trilustre palpita
Nel colmo petto il core,
E spesso il volto mostra
Un mal celato amore;

Perché discenda facile
Il dio, sciogliete un cantico;
—Dal sacro orror pimpleo,
Dalle materne selve
Scendi, Imene-Imeneo.

Te d'ogni stirpe chiamano
Speme le madri e i tremuli
Vecchi con voce fioca,
Te il garzoncello imberbe,
Te ogni donzella invoca.

O di costumi agli uomini
Dolce maestro ed arbitro,
Dal sacro orror pimpleo
Dalle materne selve
Scendi, Imene-Imeneo.

Tu a re sdegnati e ai popoli
Pace ridoni e candida
Fe' di pensier concordi,
Tu in amistade unisci
Le famiglie discordi.

E tu soave imperio
Stendi dall'austro a borea
Dal sacro orror pimpleo,
Dalle materne selve
Scendi, Imene-Imeneo.

Per te la zona timide
L'intatte spose sciolgono
A lusinghiero invito,
E cedon lagrimando
Al cupido marito

Per te fama non temono
Casti Cupido e Venere.
Dal sacro orror pimpleo,
Dalle materne selve
Scendi, Imene-Imeneo.

Scendi, dator benefico
Di gioia e di dovizia,
Protettore fecondo
Delle città, dei campi,
Animator del mondo.[104]

E il Leopardi die' luogo anche a questi versi nella sua Crestomazia poetica. Ahimé! È vero per altro che nella chiacchierata poesia italiana ce n'è di peggio.

Poi che i vóti delle vergini e del poeta hanno attirato il nume la cui presenza guarentisce la santità dell'amore, e i fanciulli con le fiaccole aspettano alla porta per l'accompagnamento a casa del marito, è pur tempo che la sposa si mostri. È chiamata: il pudore la ritiene: le sollecitazioni si rinnovano di momento in momento, solo interrotte dalle lodi della bellezza di lei e dalle promesse della felicità che l'attende sicura.

Aprite i battenti della porta. Vergine, fatti avanti. Vedi come le fiaccole agitano le luminose chiome? Un bel pudore la ritiene ... E pure ubbidendo piange che le bisogni andare.

Lascia di piangere. Non per te, Aurunculcia, c'è pericolo che sposa mai più bella abbia veduto spuntar dall'Oceano la luce della dimane.

Tale nel giardino di ricco signore si leva tra gli altri il fior di giacinto. Ma troppo tu indugi. Il giorno se ne va. Esci, o sposa novella.

Esci, o nuova sposa, se ti par ora; e ascolta le nostre parole. Vedi? le faci agitano le chiome d'oro. Esci, sposa novella.

Non sarà mai che l'uom tuo pieghi a tristi amori di adultera, e in cerca di vergognosi piaceri voglia colcarsi lontano dalle tue tenere mammelle;

chè anzi, come lenta allacciasi la vite agli alberi vicini, così egli si allaccerà nel tuo abbracciamento. Ma il giorno se ne va: esci, o sposa novella.

Alla porta i cinque fanciulli pretestati scuotono le cinque faci di spino (rimembranze della primitiva povertà agreste), accese a Giove, a Giunone, a Venere, a Diana Lucina, alla Persuasione. Ed ecco dal fondo bianco dell'atrio rosseggia il velo della sposa.

Alzate, o fanciulli, le fiaccole. Io veggo il flammeo apparire. Andate, cantate in cadenza: o Imen Imeneo viva, o Imen Imeneo.

I pretestati si muovono con in mezzo la sposa; innanzi, l'impubere, il Camillo, che reca in un vaso coperto gli utensili muliebri; dietro un altro fanciullo con la conocchia avvolta di stame ed il fuso: di poi, la lunga schiera dei parenti. Cosí sotto il favore di Giunone Domiduca va la processione nuziale alla casa del marito. E i fanciulli e le fanciulle e i clienti invocano Talassio e Imeneo, e al suono delle doppie tibie il popolo e i servi cantano i fescennini.

I lettori sanno che fossero i fescennini: canti, la cui origine e l'uso era, dicesi, dall'etrusca Fescennia, improvvisati, senza piú rispetto al ritmo e al metro che al pudore. Imaginin dunque i motti, le allusioni, le licenze, le facezie sboccate che dovean correre in tali occasioni tra la folla degli scapati, i quali si divertivano all'impaccio della sposa. E pure il fescennino durò fino agli ultimi tempi dell'impero, nelle nozze dei Cesari cristiani e fin del barbaro patrizio Ricimero. E il poeta della Gerusalemme e quel dell'Adone dedussero nelle loro poesie per nozze di principi cattolici piú dai fescennini di Claudiano e di Ausonio che dai carmi di Catullo. Noi, con tutto il rispetto alla sincerità romana, che volle serbare non che nelle solennità dei trionfi ma nelle feste della famiglia i segni dell'antica rozzezza o realità della vita, passeremo oltre sui fescennini, pur se ricantati da Catullo; e aspetteremo la sposa alla casa maritale su la soglia, che ella non deve toccare co' piedi, ma oltrepassare, sollevata a braccia dai pronubi.

Eccoti la casa ricca e beata dell'uom tuo, che sarà tua sempre ...

Sino alla canuta vecchiaia che movendo il tremolo capo par che dica a tutti di sí ...

Porta con buon augurio que' piedini d'oro oltre la soglia ed entra per la nitida porta. O Imen Imeneo viva, o Imen Imeneo.

Il poeta, trasvolando su i riti minori che la sposa entrata nella nuova dimora aveva da compiere, le mostra lo sposo seduto al convivio.

Vedi là dentro, nella sala del convito, l'uom tuo, che dal letto di porpora tende a te le braccia impaziente.

A lui non meno che a te arde nell'intimo petto la fiamma d'amore, ma a lui più profonda. O Imen Imeneo viva, o Imen Imeneo.

Il poeta e il corteggio passano in fretta dinanzi al convito, e s'avviano al talamo. Un de' pretestati va innanzi con la fiaccola di corniolo: un altro tiene la sposa pe 'l braccio o al braccio. Da lui la ricevono le pronube, matrone d'un solo marito, e l'allogano nel letto covertato di porpora. Dopo di che, i parenti e gli amici strappano e portano via la face di corniolo, che rimanendo nella camera o riposta dagli sposi sarebbe augurio di morte. A questo punto entra il marito; e la poesia, in su la sdrucciolo, si rialza nelle imagini della bellezza di quelle due giovinezze e della prossima maternità.

Lascia, o pretestato, il bel rotondo braccio della fanciulla: si appressi ella oramai al letto del marito........

E voi, oneste matrone e rispettate dai vostri vecchi, collocate la fanciulla nel letto. O Imen Imeneo viva, o Imen Imeneo.

Adesso puoi venire, o marito: la moglie ti è nel letto, brillante nel viso fiorito come bianca partenice o papavero rosso.

Ma anche tu marito (cosí mi assistan gli dèi) sei bello non meno, né Venere ti ha trascurato. Ma il giorno se ne va: affréttati, non t'indugiare.

Non tardasti troppo: éccoti. La buona Venere ti sia propizia, poi che ti pigli in palese il piacer tuo e non celi il legittimo amore.

.. . E in breve date figliuoli. Un cosí antico nome non sta bene senza figliuoli, ma bisogna che sempre si rinnovelli.

Voglio che un Torquatino, porgendo dal grembo della madre sua le tenere manine, rida dolcemente al padre col socchiuso labbruccio.

Somigli tutto a suo padre Manlio, e lo raffigurino anche quelli che non lo sanno; e gli si legga in viso la pudicizia della madre.....

Chiudete i battenti, o vergini: cantammo assai. Ma voi, nobili sposi, vivete felici, ed esercitate nell'amore la valida gioventú.

Cosí finisce questo carme, antico di quasi duemila anni. Nel quale—traduco da un vecchio erudito francese di buon gusto, il Naudet—quanto è il movimento e la vita e la energia imitativa!

E come bisogna innanzi tutto ammirare la semplicità dei mezzi onde il poeta produce tanti effetti pittoreschi! Egli direbbesi che prenda la lira come uno dei cantori omerici, le cui armonie rallegravano le feste e i banchetti degli eroi. Canta, e tutte le vicende del rito nuziale ci passano una dopo l'altra davanti gli occhi. La grazia, la forza, la maestà, la magnificenza, la gioia, la passione, il sentimento religioso variano a volta a volta le sue imagini; e tale è la illusione di quella poesia, che ancora crediamo udire le acclamazioni d'imene e vedere gli attori della festa. Piú che descrizione e pittura è uno spettacolo animato.[105]

E come, aggiungiamo noi, dinanzi a questa poesia della vita appaiono fredde, solitarie, quasi egoistiche, le gioie descritte nella sua ode dall'autore del Giorno e le moralità verseggiate nella sua canzone dal poeta di Bruto minore! E vien fatto di pensare: Come dové esser meschina la età che ispirò le Nozze del Parini! e come infelice la generazione che produsse la canzone del Leopardi!


ADOLESCENZA E GIOVENTÚ POETICA

DI UGO FOSCOLO

Nella Domenica letteraria del 2 luglio 1882
recensione che non fu continuata
delle Poesie di Ugo Foscolo
edizione critica per cura di Giuseppe Chiarini.
Livorno, Vigo, 1881: 16º con ritratto e facsimile.