PREFAZIONE GIOSUE CARDUCCI E LA ROMAGNA

Tra le moltissime lettere che Giosue Carducci scrisse alla signora contessa Silvia Baroni Semitecolo Pasolini, parve opportuno scegliere oggi le diciotto che vedono la luce, non pure perchè esse lumeggiano l'anima del Poeta e gli ultimi anni della vita di Lui, sì anche perchè ve n'ha alcuna la quale rende solenne giustizia a chi la ricevette, e vuol riaffermato, in conspetto de' contemporanei e de' posteri, l'alto pensiero di libertà e d'idealità insieme, onde il Carducci rifulse e rifulgerà nei secoli. Questa pubblicazione, adunque, è un affettuoso e puro omaggio alla memoria sacra del Poeta e dell'Amico, ed in parte anche un doveroso adempimento della sua volontà.

Un'inesatta, se non del tutto erronea, credenza si diffuse tra 'l pubblico dopo che il Carducci fu colpito dal malore che lentamente lo condusse al sepolcro, ed in ispecie dopo che ebbe lasciato l'insegnamento; e ciò è che ben presto Egli fosse divenuto, come in quella del corpo, così nella vita dello spirito, l'ombra di sè stesso.

Eppure la sua mente, se anche andò a poco a poco facendosi più lenta a rendere i concetti e a dar forma adeguata alle immagini, si mantenne lucidissima e viva fino all'ultimo: e queste lettere, che giungono alla vigilia della sua morte, meravigliosamente lo attestano.

«Questa maledizione di dover dettare, o non poter scrivere se non lentamente col lapis, mi dispera e toglie energia alle mie lettere» — scriveva Egli al Chiarini il 24 decembre del 1901; ma bisogna dire che, non ostante l'imperfetto corrisponder degli organi di trasmissione, per mezzo della parola scritta o parlata, alla vita del pensiero, Egli avesse ancora un'immensa forza ed una grande efficacia a vincer gli ostacoli crudeli della natura.

Mentre, avvicinandosi il verno della sua vita e dopo la folgore che gli diè il colpo fatale, la musa del Poeta tace o rimprovera a sè stessa i tumulti dello spirito che impedirono a Lui di godere il mondo e le sue gioie, il fiore della poesia gli sboccia ancora quasi inconsciamente fra le dita, quand'Egli scrive all'amica buona e soave; e i messaggi e le notizie e i sospiri di dolore e di rimpianto ch'Ei le manda, sono altrettante piccole squisite opere d'arte, nelle quali non sai se più ammirare la delicata fragranza del sentimento, o la ancor ricca vena dell'inspirazione, o lo stile sempre incisivo e gagliardo. L'anima di Lui si versa intera, in una quasi tenerezza di accoramento, entro queste lettere, le quali discuoprono il lato men noto, forse, del suo cuore, che fu di leone e di fanciullo insieme. Il ribelle, che da bambino avea combattuto a sassate le battaglie con i coetanei, immaginando rivoluzioni e repubbliche; che nelle prime lotte della sua vita letteraria aveva armeggiato insieme co 'l Chiarini, co 'l Gargani, co 'l Targioni, contro i romantici ed i filologi vocabolaristi, scagliando in faccia a loro le scapigliate insolenze della Giunta alla derrata; che, fatto maturo, aveva colpiti malvagi e pusilli, papi e tiranni, con la sferza de' terribili giambi ed epodi; quel ribelle ebbe poi non di rado, passati gli scoppi irrefrenabili dell'ira, un senso d'equanimità, di giustizia serena, di benigno rispetto per la sincera fede altrui, che dal fondo dell'anima buona saliva a calmarne la superficie tempestosa e sconvolta. Dicono che gli epistolari degli uomini grandi nuocciano talora, più che giovare, alla lor fama; ma non questo è il caso. Dappoichè mai la semplicità e la modestia, sotto il velo d'una natural ritrosìa, ebbero nell'intimità forme ed espressioni più schiette e più vere; mai, come in Lui, la grandezza parve nascondersi, e la fierezza ceder benigna alla bontà profonda e indulgente del cuore; mai, infine, lo sdegno delle basse cose e delle mentite apparenze ebbe un grido più ribelle, nè voce più soave ebbe la pietà degli errori che non guastano l'anima.

È da aggiungere che queste lettere risvegliano molte e care e preziose memorie su 'l Carducci in Romagna, e su le consuetudini ed amicizie che qui ebbe forti e radicate, sopra tutto con la famiglia dei conti Pasolini-Zanelli: periodo, questo, non breve e molto importante della vita di Lui, che, siccome un meraviglioso tramonto, va còlto e meditato ed inteso nelle mille sfumature dei suoi colori.

Eppure articolisti e biografi (compreso il più autorevole, ciò è Giuseppe Chiarini) ne tacquero, o quasi; onde non parrà inutile nè sarà discaro ai lettori che l'affetto e la devozione mia per il Poeta, rafforzati specialmente negli ultimi anni, mi spingano a far un po' più nota questa parte di vita del Carducci, rimasta quasi oscura: ciò che io considero, non pure onore altissimo, ma compimento di un dolce dovere.

***

I primi ricordi del Carducci in Romagna si ricollegano, credo, al nome di Giuseppe Torquato Gargani, il fiorentino puro che «morì d'amore e d'idealismo in Faenza il 29 marzo 1862». Di lui lasciò il Carducci stesso imperitura memoria, ritraendolo al vivo nelle Risorse di s. Miniato (Prose, pp. 949-50): «.... pareva una figura etrusca scappata via da un'urna di Volterra o di Chiusi, con tutta la persona ad angoli, ma senza pancia, e con due occhi di fuoco: io lo avevo conosciuto a scuola di retorica, ridondante ed esondante di guerrazziana fierezza. Poi, andato per raccomandazione di Pietro Thouar in Romagna, e proprio in Faenza maestro nella famiglia di certi signori (dal '53 al '56 fu appunto il Gargani precettore, a Faenza, del conte Pierino Laderchi), vi si era convertito a un classicismo rigidamente strocchiano.... Ma un classico, come s'intendeva allora, doveva essere anche moderato, molto moderato, in politica; e in questa il Gargani aveva serbato le memorie e le tradizioni del '49: era un romantico-guerrazziano-mazziniano arrabbiato, intransigente, antropofago».

Nel '56, tornato a Firenze, il Gargani aveva, con enorme scandalo della letteratura ufficiale, impersonantesi nel dittatore Fanfani, scritta quella dicerìa su i poeti odiernissimi che fu pubblicata a spese degli amici pedanti, ossia del medesimo Gargani, del Carducci, del Chiarini e di Ottaviano Targioni. Del gran putiferio che ne nacque, e delle polemiche tra gli amici pedanti e il giornale «Il Passatempo», organo magno fanfaniano, narra a bastanza il Chiarini nelle sue Memorie della vita di Giosue Carducci (Firenze, Barbèra, 1907, cap. III); delle visite del Gargani, del Chiarini, del Nencioni al Carducci, a Pietro Luperini, a Ferdinando Cristiani, allora umili maestri nel Ginnasio di s. Miniato; delle liete baraonde rallegrate dalle scariche di tappi saltanti; delle passeggiate notturne tacitae per amica silentia lunae, a s. Miniato ed a Firenze; ricordi il lettore la descrizione evidentissima che è nelle Risorse di s. Miniato. Qui basti aggiungere che il Gargani fu di nuovo dal '56 al '58 precettore in una casa privata, ma questa volta a Montegemoli, presso a Volterra; che nel '59 si arruolò volontario, e istigato da molti che poi lo rinnegarono, domandò al governo toscano la facoltà del voto politico per le milizie, ritraendone trenta giorni di prigionia; che, infine, nel novembre 1860 fu eletto maestro di lingua latina nel Ginnasio di Faenza, e poi dal ministro della pubblica istruzione nominato professore di lettere latine e greche nel Liceo della stessa città, il 13 marzo 1861. Nel quale anno ei pubblicava per le stampe di Pietro Conti in Faenza, in edizione di soli cento esemplari, un libretto di versi (dieci sonetti, un idillio, due canzoni), oggi divenuto rarissimo, e dedicato «ai dilettissimi fra gli amici prof. Giosue Carducci, Giuseppe Chiarini, don Luigi Bolognini». Quest'ultimo era direttore del Ginnasio; e nella casetta di lui abitava il Gargani, dirimpetto alla chiesa ed alla piazza di s. Agostino.

Il Carducci, che intanto avea salita la cattedra di eloquenza nell'Università di Bologna, si compiaceva di far non di rado qualche scappata a Faenza, a trovarvi il suo Gargani; e prendeva parte talvolta ai lieti conversari che la sera facevansi nella tipografia Conti, dove convenivano i letterati faentini del tempo: il cav. Giovanni Ghinassi, di bel nome come di erudito e di elegante scrittore; don Marcello Valgimigli, bibliotecario comunale e benemerito quanto minuzioso ricercatore ed ordinatore di patrie memorie; il dott. Saverio Regoli ed il prof. Giuseppe Morini, insegnanti nel Ginnasio, dotti e valorosi entrambi; don Sante Bentini, traduttore de' bucolici greci; il canonico Filippo Lanzoni, professore di retorica, anch'egli nel Ginnasio, che il Carducci ammirava per la sua facoltà di comporre terzine d'un cotal sapore dantesco.

In quelle riunioni, alle dispute di filologia e d'arte s'intramezzavano racconti festevoli, e versi, e scherzi, e cenette rallegrate dalle mille bizzarrie e dalla mimica arguta del Gargani, originalissimo.

Ahimè! L'allegria durò poco. Abbandonato dalla fidanzata, che aveva a Firenze (e invano il Carducci vi corse a chieder ragione per lui), il povero Gargani se ne accorò siffattamente, che nel suo corpo debole ed infermiccio ebbe prepotere ben presto il così detto mal sottile, o sia la tisi, che da un pezzo lo minacciava. Il 19 febbraio del 1862 una lettera da Faenza annunciava al Carducci la grave malattia dell'amico; ed egli corse al letto del Gargani, e per quasi due settimane venne ed andò, da Bologna a Faenza e viceversa, con l'animo sollevato volta a volta o straziato dagli alti e bassi del terribile male. Aveva allora il Carducci, nelle linee marcate dello scuro volto, nell'acuta mobilità degli occhi neri, nel gesto e nel portamento, tra spavaldo e spaurito, della persona, un qualche cosa di veramente singolare; e mi narra l'egregio e caro collega mio cav. prof. Giuseppe Morini, il quale ebbe l'onore d'essergli amico e d'accompagnarlo a que' giorni più volte dalla casa del Gargani alla stazione, che talora la gente si fermava a guardare quell'omino non troppo elegantemente vestito, e dalla grande zazzera e dalla barbetta nera arruffata. E qualcuno si spinse perfino a dimandar poi al Morini chi mai fosse quel curioso ebreetto che era con lui.

Il Gargani morì a ventott'anni, il 29 marzo del '62; e come tal perdita amareggiasse il Poeta, lo dimostra un pietoso ricordo ch'Egli scrisse dell'estinto, e pubblicò il 29 aprile, nel trigesimo della scomparsa di lui, nel giornale fiorentino «Le veglie letterarie» (trovasi oggi nella prima serie delle Ceneri e Faville); lo dimostrano i versi della lirica intitolata Congedo, pieni di ammirazione e di rimpianto:

«O ad ogni bene accesa

anima schiva, e tu lenta languisti

da l'acre ver consunta, e non ferita;

tua gentilezza intesa

al reo mondo non fu, chè la vestisti

di sorriso e disdegno; e sei partita»;

lo dimostrano, infine, le commoventi parole onde, nelle Risorse di s. Miniato, Egli conchiude, con un singhiozzo, la gioconda rievocazione de' giorni felici:

«Domani è il giorno de' morti. O amico che giaci muto e freddo nella fossa di Romagna, a te certo non spiace ch'io rinnovelli ancora per un poco la memoria delle nostre belle estati fiorentine!»

***

Da quello mesto e gentile del dolore nacque e germogliò nel gran cuore del giovine Poeta il fior dell'amore; ed Egli amò d'allora in poi la Romagna, oltre che per le virtù e le magnanime energie che ebbe campo di scuoprirvi e ammirarvi, anche perchè prima di tutto, come in questa terra sapeva racchiuse le ossa dell'amico, così nell'anima romagnola Egli sentiva ben consegnato il tesoro delle care memorie e dei dolcissimi affetti.

Con gli amici di Faenza mantenne rapporti cordialissimi; ed accettò, anzi, di far parte, qual socio onorario, di quella Società scientifica e letteraria che fu fondata a Faenza il 27 di settembre 1862, essendone promotori Giuliano Bucci, l'ing. Luigi Biffi, il dott. Vittorio Tartagni, il dott. Saverio Regoli ed Antonio Mazzoni, e della quale fu poi da voti unanimi chiamato all'ufficio di presidente il botanico illustre Ludovico Caldesi, disdegnosa e fiera anima di romagnolo. Il 28 di maggio 1865 cotesta società scientifica e letteraria tenne una solenne accademia pe 'l centenario dantesco, nella sala del consiglio comunale, alla quale fu presente anche il socio Carducci; e negli Atti dell'anno accademico 1864-65, pubblicati in Faenza co' tipi di Angelo Marabini nel '67, si legge come il cav. Ghinassi, in allora presidente, disse «alcune brevi ma eleganti parole di proemio»; e Filippo Lanzoni tenne un discorso «inteso a dimostrare come universale fosse il fine della Divina Comedia»; e Giuseppe Morini trattò «della bellezza meravigliosa dello stile, perchè l'Alighieri entra innanzi a tutti gli altri poeti»; e Saverio Regoli, ragguagliando Dante ad Omero ed a Virgilio, «il volle addimostrare a loro superiore, sì pel fine, sì pel subbietto, sì per la poesia altissima»; e Luigi Brussi «tolse a far aperto come Dante avversasse il dominio temporale de' romani pontefici. Furono lette eziandio — continuano quegli Atti — robuste ed eleganti poesie di soci onorarî, che si piacquero tener l'invito lor fatto dalla società a prendere parte alla festa dantesca: e ciò è tre sonetti del cav. Carducci, un carme della signora Teodolinda Franceschi Pignocchi, e un epigramma latino del cav. Luigi Grisostomo Ferrucci, che insieme ai componimenti in prosa furono poscia fatti di pubblica ragione (coi tipi del Marabini) e offerti alla città di Ravenna, nell'occasione che festeggiava essa pure l'antico ed immortale suo ospite». I tre sonetti del Carducci sono quelli intitolati «Nel sesto centenario di Dante», che si trovano, nella raccolta delle Poesie (Zanichelli, 1902, seconda edizione), a pagine 359-361.

Qual miranda visione poetica sia in que' sonetti, ne' quali Dante, risorto da l'avello iscoverchiato, rampogna fieramente l'Italia, e la stimola a compiere la sua unità, affinchè, «Roma libera sia da l'adultèro», il lettore ricorda bene; quanto cotesti versi gagliardi ed accesi entusiasmassero gli ascoltatori in terra di Romagna, e proprio in quell'anno che la capitale era stata trasferita da Torino a Firenze (il che era parso una tacita rinunzia a Roma), il lettore s'immagini. Già il Carducci avea raffreddato di molto la sua inclinazione per la monarchia fin da quando, dopo il '60, a Lui, che avea in cima de' suoi pensieri il compimento dell'unità nazionale, la monarchia parve impari agli alti destini della patria, e dirimpetto alle impazienze dei generosi sembrò peccare di forse eccessiva prudenza. Trovatosi, adunque, naturalmente d'accordo con i così detti partiti avanzati, il Poeta cominciava ad esser molto ammirato in Bologna dalla gioventù romagnola, che vi affluiva per ragione di studî o d'altro, ed era tutta, o quasi, repubblicana.

Quando, poi, nel '68 il Carducci pubblicò il volume dei Levia Gravia, e nel '71, per le stampe del Barbèra, tutte le poesie da Lui fin'allora composte, non esclusi l'Inno a Satana e i due epodi per Monti e Tognetti e pe 'l Corazzini, «i più non si curarono de' suoi versi — scrive il Chiarini, p. 364 — che furono esaltati dai meno, dai radicali e dai repubblicani, specialmente di Romagna».

Così stringevansi sempre più i legami di sentimento e di pensiero tra il forte poeta e la forte terra; della quale già avea incominciato (e proseguì, può dirsi, per quasi tutta la vita) a studiare e ad ammirare profondamente le tradizioni e la storia gloriosa.

Qual segretario geniale dapprima, qual presidente degnissimo ed autorevole poi, della Deputazione su gli studi di storia patria per le Romagne, Egli seguì ed illuminò con l'alto intelletto, per lunghi anni, l'arduo lavoro di conservazione de' monumenti, e d'indagine riordinamento critica delle fonti èdite ed inedite; e nelle sue evidenti relazioni su le cose operate dalla Deputazione medesima, sono rievocati, con parola vivificatrice dell'erudizione per sè stessa arida, gli spiriti e le forme del passato; storia politica e civile, e della milizia, e dell'arte, e della letteratura; epigrafia, genealogia, biografia; scavi, inscrizioni, archivi, marmi, tombe, chiese, ruderi delle rocche, torri, palagi; tutte, insomma, le reliquie della veneranda antichità passano dinanzi alla mente del lettore, e con esse i più belli e cari nomi degli studiosi di Bologna e della Romagna: Francesco Rocchi, l'archeologo savignanese del quale il Carducci fu amicissimo, e pianse «con vere lagrime la buona e cara immagine paterna», ed affermò che «di storia romana sapeva quanto pochi in Italia»; Giovanni Gozzadini, «lodato espositore e commentatore di memorie etrusche»; Gian Marcello Valgimigli, il quale «fece meravigliare su la fecondità artistica della ingegnosissima Faenza»; il canonico Antonio Tarlazzi, continuatore de' Monumenti ravennati del Fantuzzi; Cesare Albicini, «degno di rappresentare nell'ingegno e l'animo i migliori tempi di Romagna»; e Luigi Tonini, illustre storico di Rimini, e Michelangelo Gualandi, e Giovanni Casali, e Luigi ed Enrico Frati, e Luigi Balduzzi, e Carlo Malagola, e Nerio Malvezzi, e Corrado Ricci.

La chiesa di Polenta dopo i primi restauri.

La chiesa di Polenta dopo i secondi restauri.

Intanto, mentr'Egli approfondiva così lo sguardo e l'anima nelle remote fortunose vicende di questa regione, sentiva conforme alla propria l'indole degli abitatori di essa: gente semplice di costumi, un po' rude di modi, schietta d'animo, facile agli entusiasmi e agli sdegni, pronta all'azione; ed assisteva co 'l cuore fortemente commosso a' sacrifici, agli eroismi, alle glorie de' romagnoli nelle giornate del nostro riscatto, e di poi a tutte le sacrosante lotte civili ond'essi isfolgoravano siccome assertori pertinaci ed arditi d'ogni più alto ideale di libertà. Si legò adunque di calda amicizia con Aurelio Saffi, che della Romagna «fu il genio buono, la mente e la norma»; con Vincenzo Caldesi, che «cresciuto tra le insurrezioni contro il governo dei chierici, iniziò, propugnò, onorò sempre e da per tutto la rigenerazione, la libertà, il nome d'Italia»; con Antonio Nardozzi, il traduttore delle Georgiche, che «della vecchia scuola romagnola conserva le tradizioni buone, le quali congiunge e contempera alle novità buone»; con Gaspare Finali, da cui si compiacque poi esser detto «romagnolo di elezione e di amore, come Vincenzo Monti era stato per nascita»; e l'anima gli vibrava d'ammirazione intensa e sincera per Claudio Sabbatini, di Sogliano, che, morto a Monterotondo a ventott'anni, era già un cospiratore a diciotto; per Eugenio Valzania, il prode colonnello garibaldino, «esempio in guerra e in pace della costante virtù romagnola»; per Pierino Turchi, «dolcezza di angelo e bronzea tempra di carattere»; per Alfredo Baccarini, «onore di Romagna, ed esempio insigne dell'antica indole italiana in ciò che ha di più nobile, forza e carattere, semplicità e modestia».

Avvenne per tal modo ch'Egli in breve tempo allargasse la cerchia delle sue consuetudini romagnole: ad Imola pubblicò, infatti, nel 1873 l'edizione delle Nuove Poesie, per le stampe di Paolo Galeati, amicissimo suo; a Ravenna, nel giugno del 1872, lesse quelle che, ampliate e rifuse più tardi divennero le Conversazioni e divagazioni heiniane (pubblicate poi nel volume X delle opere); a Lugo, nel 1876, dopo avere accettata la candidatura politica, «non foss'altro pe'l rischio della battaglia», fu eletto deputato, e il 19 di novembre, dopo avvenuta l'elezione, tenne il memorabile discorso Per la poesia e per la libertà, nel quale con vibrata eloquenza rivendicava al poeta l'altissimo ufficio di educatore civile; a Cesena trovò amicizie e conforti, de' quali assai meglio ci giova dire più innanzi; a Forlì ebbe, oltre che il Saffi, ammiratori ed amici e discepoli affettuosi e reverenti, tra i quali due sopra tutti piacemi ricordare: il compianto Giuseppe Mazzatinti, buona tempra di erudito e gentile anima d'artista; il marchese Alessandro Albicini, al quale il Carducci diè poi, in una lettera del 5 luglio 1898, insigne attestato di stima, e del quale fu spesso ospite caro e venerato negli ultimi anni di sua vita.

Ma Faenza fu particolarmente cara al suo cuore. Dopo l'accademia dantesca del '65, Egli vi tornò il primo di novembre del 1869, insieme con Aurelio Saffi, ad accompagnarvi l'amico Ferdinando Cristiani che veniva a prender possesso della cattedra di storia nel regio Liceo; ed alla sera, in un banchetto che all'albergo del Cannone (oggidì Vittoria) fu offerto a Lui, al Saffi ed al Cristiani, Egli improvvisò quasi, rapidamente scrivendola sur un foglietto di carta, e disse con impeto la lirica Nostri santi e nostri morti:

«Ai dì mesti d'autunno il prete canta

i morti in terra ed i suoi santi in ciel...».

E la commozione si rinnovò, e le grida di ammirazione e gli applausi scoppiarono più clamorosi che mai, quando, dopo il simposio, raccoltisi, Lui e gli amici, al Circolo popolare, in via del Teatro (oggi via Pistocchi), Egli declamò intera l'ode Dopo Aspromonte. Pareva — mi narra un amico che ebbe la ventura di assistervi, il prof. Napoleone Alberghi — pareva un vulcano in eruzione: lo sguardo lampeggiante, la voce poderosa, il gesto largo e concitato davano quasi l'illusione che il Poeta improvvisasse; Ei non disse, ma sospirò, urlò, ruggì le terribili strofe; sì che alla fine, quand'ebbe lanciati, come squilli di tromba stimolante alla battaglia, gli ultimi versi

«Odio di Dei, Promèteo,

arridi ai figli tuoi,

solcàti ancor dal fulmine

pur l'avvenir siam noi»,

i più degli ascoltatori, balzati in piedi, piangevano.

Nove mesi e sette giorni dopo cotesta lieta e rumorosa riunione, ossia il 7 agosto del 1870, moriva in Firenze Vincenzo Caldesi; moriva, egli che nel '67 a Monterotondo avea preso parte all'«ultima guerra del popolo italiano contro i pontefici», senza il conforto di veder Roma liberata.

«Dormi, avvolto nel tuo mantel di gloria

dormi, Vincenzio mio;

de' subdoli e de' fiacchi oggi è l'istoria,

e dei forti l'oblio»,

cantò mestamente Giosue Carducci; ma su la sacra tomba del leon di Romagna Ei non osava di gridare il nome dell'eterna città, a cui l'eroe garibaldino avea sacrato il nerbo de la vita, da poi che

«.... ancor la soma

ci grava del peccato;

impronta Italia domandava Roma,

Bisanzio essi le han dato!».

E la memoria del povero Caldesi fu rinverdita affettuosamente più volte, quando il Carducci, essendo Severino Ferrari professore di lettere italiane nel regio Liceo di Faenza, e precisamente negli anni 1886-87 e 1887-88, a Faenza ritornò, o per inspezioni al Liceo, od anche soltanto per godersi un poco la compagnia del prediletto discepolo. Una volta, poi, in una comitiva d'amici raunatisi a cena all'albergo della Corona (ed era presente il su detto prof. Alberghi), ad una lunga, animatissima discussione tra il Carducci e Severino, precedette la recitazione di non poche liriche e sonetti carducciani, che gli altri con accortezza incominciavano, e che il Poeta, ingenuamente abboccando all'amo, proseguiva e finiva, in uno slancio di commosso entusiasmo.

Di tanti ricordi, di tanta compartecipazione d'affetti e di aspirazioni tra Lui e la Romagna, Egli lasciò testimonianza solenne ed ampia in pagine di bronzo. A Lugo, nel precitato discorso, pronunciò le seguenti parole, che tornano di onore grandissimo a cui furon rivolte:

«Da che toccai queste terre, da che nelle fronti calme e pensose degli uomini scampati alle prigioni ed alle galere del papa, nel dolore rassegnato e glorioso delle vedove e degli orfani di quelli che caddero intorno alle mura di Roma, di quelli che morirono per la mannaia dei preti o per il piombo degli stranieri, ebbi ammirato la storia della guerra da voi guerreggiata continua contro la peggior tirannia che abbia mai contristato l'Italia; da che nella baldanza dei giovani, i quali si versarono come torme di leoni in tutte le patrie battaglie, io vidi splendere, con èmpito primitivo, tanto entusiasmo d'ogni alta cosa, tanta ardenza di vita nuova; da allora il mio cuore fu sempre con voi, o romagnoli..... Oltre che, nelle ricordanze della mia vita io ritrovo un vincolo tutto intimo che a voi mi congiunge, un sentimento che, non senza vanità forse, mi porta ad amare la Romagna come mia patria seconda, come patria elettiva. Tra voi la mia facoltà poetica si rafforzò e tentò un secondo e più largo volo. Quando sentii i cuori della gioventù romagnola battere con simpatia d'assentimento a' miei sensi; quando vidi ripercuotermisi raddoppiata la luce de' miei fantasmi, io ripresi fiducia, e dissi trepidando a me stesso: Anch'io son poeta».

La quale ammirazione ed il quale amore per questa terra Egli a s. Marino, nel sublime discorso per l'inaugurazione del palagio della repubblica, dall'alto del Titano affacciandosi alla vista delle città famose, integrò, con una elevazione civile ed estetica insieme, nell'amore e nell'ammirazione della gran patria italiana. «Che se — Egli disse — Rimini co'l ponte d'Augusto, Ravenna con le urne dei figli di Teodosio ostentano le altezze e le miserie dell'impero di Roma, la nostra venerazione ricerca più commossa nella tomba di Dante l'altare della vita nuova d'Italia».

***

Difficile, a chi non ebbe consuetudine di affetto e di vita co 'l Carducci, immaginare il senso profondissimo ch'Egli avea della natura, e quanto Ei si rendesse conto del come la gran madre si pieghi a divenire intima, e dolce, e confortatrice agli uomini che la sanno intendere; difficile il farsi un'idea esatta del fascino singolare che per Lui ebbe, derivato fors'anche dalla grandezza delle memorie, questa regione romagnola che, in bello e variato alternarsi di pianure e di colli, si distende florida e lieta

«tra il Po e 'l monte, la marina e 'l Reno».

In ciò, come in altre cose, il Vate della terza Italia si ricongiunge al vicin suo grande, all'Alighieri, che della Romagna, ultimo asilo suo, visitò i luoghi e le terre, e conobbe i castelli, le città, i fiumi, le potenti famiglie, e cantò

«le donne e i cavalier, gli affanni e gli agi».

Chiamatovi, adunque, dalla fama delle naturali bellezze, da' ricordi di Dante e del Boccaccio, dal desiderio di veder la città de' Mainardi e di Guido del Duca, il cipresso di Francesca e la culla dei Polentani, Giosue Carducci visitò nella primavera del 1887, per la prima volta, Bertinoro, e il castello e la chiesa di s. Donato di Polenta. Quest'ultima era, a dir vero, in istato lagrimevole: «non che esservi — scrive Paolo Amaducci nel proemio al suo bellissimo commento dell'ode carducciana (Zanichelli, 1899, p. 9) — non che esservi segno alcuno di rispetto e di cura per quanto esisteva ancora di vetusto, tutto deperiva e minacciava ruina». Eppure il Poeta, dopo essersi condotto a' ruderi del castello «dove l'aquila del vecchio Guido covava», ed esser entrato, tutto compreso di reverenza, nel tempio ove la tradizione voleva avesser pregato Francesca e Dante, rimase colpito e pensoso della vaghezza de' luoghi e della testimonianza delle glorie, che nell'anima sua si fondevano in un solo sentimento; e del tempio con trasporto d'ammirazione esclamò: Cotesto è un vero ornamento delle colline romagnole! In un modesto banchetto, poi, che a Lui fu offerto sul monte Cappuccini, il cav. avv. Enrico Lorenzini, in allora sindaco di Bertinoro, con felice parola salutò il Carducci, dicendo che Bertinoro era lieta di non aver seguito il grido di Dante, e di non esser ancora fuggita via, perchè in tal modo avea potuto rendere omaggio al Poeta della nuova Italia. Al che sembra rispondesse il Carducci con una cara promessa: di studiare e meditare, ciò è, quel che aveva veduto ed ammirato. Partitosene, e incalzato da nuovi studî e da nuove cure, non vi pensò più per allora.

Nell'inverno di quello stesso anno 1887 il Poeta, di passaggio a Faenza, fu desiderato a pranzo in casa dei Pasolini-Zanelli, e tenne subito volentieri l'invito. V'era stato chiamato dal conte Giuseppe, del quale si ricordava affettuosamente, per averlo esaminato nella prova d'ammissione all'Università di Bologna, e dalla contessa Marina Baroni Semitecolo, madre della contessa Silvia, ed ospite a que' giorni della figlia e del genero; la quale, signora d'intelletto e di aderenze cospicue, com'era stata ammiratrice ed amica di Aleardo Aleardi, così era legata di antica conoscenza anche con Giosue Carducci. In cotesta visita, in cui per la prima volta il Carducci conobbe la contessa Silvia, per tutta la sera ospiti ed invitati, seduti a tavola lietamente, parlarono d'arte e di letteratura, e sopra tutto (non ostante l'ombrosa ritrosìa del Poeta) della musicalità delle liriche carducciane. Così s'intrecciò, e si strinse ben presto, il nodo di quell'amicizia vera, forte, affettuosissima, che fu tra i Pasolini e il Carducci. Trasferitasi, poi, per qualche anno, dopo il 1890, la residenza dei Pasolini a Bologna, spesso il Carducci fu da essi cordialmente ricevuto; ed intorno a Lui ed ai padroni di casa si raccoglievano non pochi degli amici e scolari suoi più cari, Ludovico Frati, Carlo Malagola, Severino Ferrari; una volta vi fu presente anche Cesare Pascarella, che recitò la sua Serenata e i sonetti di Villa Glori, commovendo il Carducci. Il quale, per compiacere agli amici, disse poi, con la vivacità e la forza consuete, i sonetti del Ça ira.

Talora, dal '94 al '96, la comitiva si ritrovò a pranzo al caffè del Pavaglione, presenti la contessa, il compianto Vittorio Rugarli (professore di lettere latine e greche, ed uno dei pochissimi conoscitori e cultori, in Italia, della lingua e letteratura persiana), il prof. Federzoni, e una giovinetta gentile e d'ingegno, anch'essa, come il povero Rugarli, troppo presto rapita dall'inesorabile falce della morte all'affetto ed alla estimazione dei buoni: Corinna Formiggini. Il padrone del caffè avea, in omaggio al Carducci, fatto dipingere a fresco, nel soffitto, un ritratto del Poeta; ed in omaggio a Vittorio Rugarli, da presso a cotesto ritratto, i simboli e le memorie del Firdusi: ed in quella saletta, che pur ne' suoi adornamenti esteriori accoglieva, adunque, espressioni d'affetto e di devozione, ebber luogo discussioni davvero memorabili di filosofia, letteratura, arte, storia, politica, nelle quali, pur tra i motti e le arguzie della eletta conversazione, sfolgoravano la parola vivacissima, e l'ardenza dell'anima, e la profondità del pensiero del Maestro.

Da tali consuetudini derivò al Carducci l'occasione di ripensare alla chiesa di Polenta; nella quale qualche cosa di nuovo era avvenuto, dopo la visita carducciana dell' '87. Sul principio del sec. XVIII avean commessa la barbarie di rabberciarla malamente, chiudendo le due absidi laterali, mentre, da lungo tempo, era seppellita la cripta; ed a' nostri giorni, poi, un superiore ecclesiastico pensava niente meno che abbattere al suolo tutto l'edificio, per farne uno nuovo, ad una sola navata. Come il bravo arciprete della chiesa, don Luigi Zattini Brusaporci, invece, innamorato dell'antichità del picciol tempio, che risale al secolo VIII (ed è ricordato in un documento del 976), ricorresse allora alla protezione ed all'aiuto del cav. Santarelli, ispettore de' monumenti e scavi per la provincia di Forlì; come per gli sforzi di esso Santarelli, del prof. Raffaello Zampa, del conte Cilleni-Nepis (che, nel 1890, in elegantissimo opuscolo, edito dal Berdondini di Forlì ed illustrato di belle fotografie, studiò felicemente quanto s'attiene alla storia dell'arte rispetto alla chiesa) si riuscì a far eseguire i più urgenti restauri, che s'iniziarono co'l 19 maggio del 1890; infine come il 24 decembre del '92 la chiesa, dopo circa due anni da che non era più officiata, potè riaprirsi al pubblico nella sua nuova, meglio nella sua antica forma, in mezzo al popolo numeroso e festante; vegga il lettore nel citato proemio dell'Amaducci, a pp. 9-10. E su 'l provvedere alle spese occorrenti, nessuna parola più efficace di quella del Carducci medesimo, nella sua nota all'ode famosa (Poesie, pp. 1033-34):

«Ricordo che nella seduta 20 decembre del consiglio provinciale (di Forlì), venuta in discussione la spesa per la chiesa polentana, opponendo alcuno non doversi gittare il danaro del pubblico per conservare chiese, quando il meglio sarebbe buttar giù quelle anche in piedi, Aurelio Saffi, il nobilissimo mazziniano, che presiedeva l'adunanza, parlò da quell'uomo culto e savio che era, e disse fra l'altro: Quale italiano non vorrà conservata e onorata una chiesa dove Dante pregò? Allora tutti quei repubblicani votarono la spesa per s. Donato di Polenta. Che fu dichiarato dal governo monumento nazionale; e cominciarono i lavori de' restauri; e vennero in aiuto alla spesa il Ministero dell'istruzione e quello dei culti; dei benefattori, come dicono, privati, ricordo la contessa Silvia Baroni Pasolini, il comm. Francesco Torraca, l'arciprete Ricci di Corsecole, i parrocchiani di Polenta, e quel buon don Zattini, che non ha poi molto grassa prebenda. Ristaurati furono il tetto, le navate destra e centrale, l'abside centrale, la cripta; rimane da ristaurare l'abside a destra di chi entra, e da ricostruire il campanile».

Lizzano — Facciata della villa.

Lizzano — La terrazza del Carducci.

Dopo quel primo periodo de' lavori, quattro lunghi anni passarono prima che altra occasione si offrisse al «buon Zattini» di condurre a compimento l'opera intrapresa; e l'occasione venne dall'amicizia e dall'interessamento del conte Giuseppe, allora deputato di Cesena, e della contessa Silvia Pasolini-Zanelli. I quali, risovvenendosi della prima visita del Carducci a que' luoghi, a Lui si rivolsero per averlo consigliere, cooperatore massimo, e chi sa? fors'anche rievocatore geniale e potente delle glorie onde la chiesetta vetusta fu ed è testimone ne' secoli.

Un bel giorno del maggio 1897 la contessa Silvia incontrò il Poeta nella libreria Zanichelli, e senz'altro lo invitò a salire a Lizzano, ov'è la villa Pasolini, presso Bertinoro, e di lì a far una gita a Polenta, per ammirare i già fatti restauri. Il Carducci, sovraccarico allora di lavoro per la scuola e per sè, rispose asciutto un bel no; poi, grado a grado ammansandosi, sorrise e disse con la sua voce tra burbera ed affettuosa: Chi sa, chi sa! Forse, passati gli esami....

Alcuni dì dopo, nel retrobottega dello Zanichelli, una trentina di amici, quasi tutti letterati e professori, si raccoglievano gaiamente attorno al Poeta, ad un pranzetto nel quale fu bevuto del vino d'una vigna ariostèa, in onore di messer Ludovico, buon'anima. Molti eran venuti apposta di fuori, da Modena, da Reggio, da Scandiano; tra gli altri v'erano Vittorio Puntoni, Augusto Righi, il Rugarli, Corrado Ricci: unica signora, festeggiatissima e, naturalmente, in capo di tavola, la contessa Pasolini. Ed auspice l'Ariosto, la gita a Lizzano ed a s. Donato di Polenta fu definitivamente, in cotesto pranzo, promessa e fissata.

***

La «Villa Sylvia», dei conti Pasolini-Zanelli, siede e biancheggia tra 'l verde, sul colle di Lizzano, in quel di Cesena: e con la sua facciata bassa e bislunga; co' balconi dall'ampio frontone arieggiante un sobrio barocco, e dal terrazzino di ferriate panciute; con la torretta dalla spiovente tettoia d'embrici rossi, che sorge in un angolo e domina la terrazza che le si apre al fianco; di tra gli ulivi e gli alberelli e le aiuole che la circondano, sembra farsi incontro a' visitatori, sorridente e festosa, signorile e cortese come i padroni di casa.

Al terreno è la veranda: le piante decorative ed i sedili rustici e i fiori vi s'intrecciano vagamente; qualche ninfetta di creta, immobile su 'l piedestallo, sorride ed occhieggia a' libri e a' giornali sparsi qua e là sui tavolini, mentre il biliardo attende silenzioso, da un canto, il secco cozzar delle palle d'avorio su la verde distesa del suo tappeto. A sinistra è la sèrra; e attorno e da presso il parco, ove tra' boschetti di lauro, i cipressi, i pini odoranti di resina, i frutici spessi e intricati, si svolge il piccolo labirinto de' viottoli ombrosi: e ne' verdi recessi qualche uccelliera tien prigione la gazza, che stride roca e sbatte l'ale tra le inesorabili reti metalliche, o il merlo, che piegando leggiadramente la testa a riguardare, siccome curioso, chi passa, gira nell'orbita gialla l'occhiolino nero, lucido ed acuto. Tutta una trama gentile di fiori vive e palpita, dietro la villa, nel giardino, dove l'aria è impregnata di mille profumi, e l'occhio s'allegra di mille colori, dal rosso vivace de' garofani e de' geranii al bianco candido de' gelsomini e delle gardenie, da gli oleandri rosacei al pallido della giunchiglia, al lilla, al violetto, al variegato intrecciarsi di sfumature nelle viole del pensiero; ed alla destra, da' pergolati e dalle capannuccie di caprifogli e convolvoli si stacca un lungo viale di cipressetti nani ritondati, dapprima, di alti pini, dipoi; il quale, rasentando per breve tratto le rive d'un laghetto nascosto tra le fronde, discende dolcemente pe'l declivio del colle, fino ad una rustica capanna circolare tra le querci.

E dalla capanna affacciandosi ad una siepe bassa sì come al parapetto d'una terrazza, ecco aprirsi alla vista uno spettacolo meraviglioso. Una immensa distesa di campi segnati dal verde cupo de' filari de' pioppi, e popolati d'alberi, di borgate, di ville, di casolari, pianeggia a perdita d'occhio fino al mare sfumante lontano, nella linea dell'orizzonte, in una nebbia azzurrognola; e il dolce piano sembra sfuggire alle fiorenti colline che lo rinserrano in anfiteatro largo e superbo: a sinistra Bertinoro «alto ridente» e la Massa; a destra Roversano ed uno sprone ricurvo di alture e di poggi che per l'Acquarola, s. Demetrio, i Cappuccini, gira «come in una ripresa d'ultimo ed appassionato abbracciamento» fino alla rocca di Cesena; e questa, con le mura merlate dalle quali si protendono, non più minacciosi, i bastioni, par che protegga ancora la città adagiantesi mollemente a' suoi piedi, fra tanto splendore di bellezza e di luce. Da lunge, al di là di Roversano, si disegna il profilo del monte di Carpegna e spiccano nitide su l'azzurro le tre «penne» di s. Marino.

In così fatto paradiso terrestre giunse, la sera del sabato 5 giugno 1897, accompagnato da Vittorio Rugarli, e ricevuto con esultanza dagli amici suoi, Giosue Carducci.

La gita a Polenta era fissata per il pomeriggio della successiva domenica; e furono della comitiva, gentilmente invitati, anche il cav. avv. Evangelisti, sindaco di Cesena, il preside del r. Liceo prof. Vitaliano Menghini, il prof. Valfredo Carducci, fratello del Poeta, l'avv. Nazzareno Trovanelli, amico dei Pasolini e direttore del giornale cesenate «Il Cittadino». Dal qual giornale, dove amorosamente d'allora in poi il Trovanelli andò scrivendo articoli e note su i soggiorni del Carducci a Cesena ed a Lizzano, noi d'ora innanzi, co'l cortese assentimento di lui, largamente spigoleremo ed attingeremo.

Il viaggio da Lizzano a Polenta fu fatto toccando prima Bertinoro, dove que' magistrati del Comune, e in capo ad essi il sindaco prof. cav. Augusto Farini, insieme con la gentile popolazione, fecero le più oneste e liete accoglienze all'illustre visitatore e al deputato Pasolini; il Farini, anzi, si unì agli altri, a partecipar della gita. E le carrozze s'avviarono, or preste or lente, per la strada montana, che svolgendosi come un nastro bianco in salite e discese e giravolte, da un capo va a perdersi giù nella pianura, dall'altro s'insinua tra i balzi e le piaggie d'una gentil catena di colli, tutti vestiti di vigne e d'olivi, di boschi e di prati. «Agile e solo» si eleva sul poggio di Conzano l'«arduo cipresso» che la leggenda popolare attraverso i secoli ricongiunse alla nascita ed alla vita di Francesca, la figlia di Guido da Polenta, che fu moglie infelice a Gianciotto Malatesta; e domina per lungo tratto tutta la convalle d'intorno, riaffacciandosi insistente a chi sale su «di colle in colle» tra i serpeggiamenti della via e lo svariar continuo delle vedute.

A Polenta il ricordato arciprete don Zattini e molti terrazzani erano ad attendere il Poeta su 'l piccolo piazzale dinanzi alla chiesa; dal quale si vedono, su la vetta d'un poggio dirimpetto alla facciata del tempio, i ruderi del castello di Polenta: qualche grosso muro diroccato e parte d'un torrione, su' quali sono addossate alcune squallide case coloniche. Quando tale castello sorgesse, non si sa con precisione: è certo soltanto che fin dal 1278 era stato assalito dai Traversari, i competitori dei Polentani in Ravenna, e che il 17 decembre del 1296 fu assediato e preso da' Cesenati, i quali condussero prigionieri a Cesena più di 120 di quei terrazzani.

La chiesa, così come si presentava a' visitatori, dopo i primi restauri, offriva veramente largo campo all'ammirazione. L'avv. Trovanelli, nel Cittadino del 13 giugno 1897, dando conto della gita carducciana, la descrive così:

«È di forma basilicale, a tre navate, divise da due file di cinque colonne e terminanti con un'abside ciascuna. Al termine però della navata centrale s'inalza il presbiterio, a cui si accede per una scala, mentre, al di sotto, si apre una cripta di stile consimile.... Ma l'abside della navata destra è ancora chiusa, essendo stata guasta da tempo per costruirvi la sagrestia, e aspetta d'esser restituita alla condizione antica. Così manca il campanile, che fu atterrato, perchè minacciava. Le colonne della chiesa, grosse e rotonde, a strati di mattoni e di conci, sono coronate da capitelli che formano la parte più importante e caratteristica dello storico monumento. Sono — scrive il cav. Santarelli — scolpiti in pietra locale, alcuni cubiformi, altri a dadi, con faccie smussate, variamente ornate con foglie convenzionali, disegni geometrici, intrecci bizzarri di tenie, figure grottesche di mostri ed animali, il tutto a rilievo molto basso e rude.... Certe figure, piuttosto di scimiotti che d'uomini, una specie d'ippogrifo, un orribile granchio di mare fermano specialmente l'attenzione. La semplicità e austerità dell'ossatura della chiesa contrastano con la goffaggine degli ornati; l'una ricorda ancora che in Italia avevano fiorito le arti; gli altri attestano un periodo di grande oscurità e decadenza....»

Il qual contrasto fu argomento, della conversazione tra il Poeta e i suoi compagni, e la contessa Pasolini specialmente. Que' capitelli apparvero al Carducci ribellione alla purezza dell'arte greca, quasi che il sentimento nuovo cristiano e mistico avesse voluto chieder perdono a Dio della grandezza classica e pagana; il che lo trasse a parlare della barbarie, ed a ricordare come, ne' primi secoli del Cristianesimo, si raccogliessero sotto le ali della Chiesa tutti i piccioli mortali, le anime semplici ed avvilite, lungi al fragor delle armi e delle violenze, mentre a poco a poco si andava creando lo spirito e il sentimento d'una nuova associazione: il Comune. Fu ricordata anche l'ipotesi che Dante fosse stato al castello polentano e avesse pregato nella piccola chiesa. Nessun documento lo attesta; ma è certo che l'Alighieri fu ospite de' Polentani in Ravenna, e probabilmente anche si recò a Forlì, presso Scarpetta degli Ordelaffi; onde non è inverosimile che egli, così innamorato visitatore de' luoghi e delle terre italiane, abbia cercato pace e ristoro alle sventure sue anche aggirandosi sui colli di Bertinoro e Polenta, in conspetto del mare. Il Carducci lodò i restauri (che erano stati fatti sotto la direzione del prof. Faccioli) e riconobbe la necessità di completarli, con l'aprir l'abside della navata destra, ricostruire il campanile, prosciugare la cripta; aggiungendo che, a lavoro compiuto, un'epigrafe latina avrebbe dovuto indicare succintamente quanto si fosse operato e in qual tempo. E nell'albo de' visitatori, religiosamente conservato d'allora in poi, scrisse le seguenti parole: «6 giugno 1897. Giosue Carducci rivide con grande piacere e soddisfazione l'antica chiesa di Polenta restaurata».

Non mancò alla piacevole gita il complemento, ormai consueto, delle istantanee fotografiche, per opera di Pierino Pasolini-Zanelli, giovinetto bello e lieto e di forte ingegno, unico figlio ormai rimasto (dopo la morte di Paolo e Tiberio) alla contessa Silvia ed al conte Giuseppe; i quali, di lì a un anno, dovevano pur troppo sentirsi crudelmente strappare di mezzo al cuore anche cotesto ultimo figliuolo adorato.

Su 'l tramonto, la comitiva riprese la via per Lizzano, recando seco nell'anima i ricordi e le immagini d'un giorno pieno di pensiero e di affetti. Scendendo da que' colli incantati, il Carducci, mentre il sole illuminava di rossi bagliori tutto l'occidente, fu preso dalla dolce malinconia dell'ora e dalla poesia de' luoghi, la quale evidentemente passava e avea rispondenza nell'anima sua. A Lizzano, poi, una schietta giocondità riprese impèro nei cuori: i gitanti furono convitati a pranzo con signorile ed affabile cortesia, e la banda di Cesena suonò nel giardino, e fuochi e luminarie fantastiche rallegrarono il calar delle ombre oscure di quella dolce sera primaverile, mentre il Carducci, divenuto quasi infantilmente lieto, accoglieva commosso l'ammirazione un po' rozza, ma sincera ed affettuosa, di que' sonatori e di que' popolani romagnoli.

L'eco della indimenticabile giornata si ripercosse subito ed a lungo in Romagna e fuori, fino a Roma, donde nel luglio di quello stesso anno il ministero dei culti mandò spontaneamente mille lire in aiuto delle spese per nuovi ed ultimi restauri del tempio; e il 15 di settembre usciva nell'Italia di Roma, diretta dal conte Domenico Gnoli, quella che fu il frutto più bello ed insigne della visita carducciana: vo' dire l'Ode alla chiesa di Polenta. Che il 9 ottobre uscì poi in elegantissimo opuscolo, illustrato riccamente con fototipie della chiesa, ed èdito dalla ditta Zanichelli. Inutile qui ricordare le discussioni lunghe e vivaci, e le molte voci d'ammirazione, d'assentimento, di critica cui la bellissima lirica diè luogo; basti che da essa derivò un risveglio nuovo d'amore e per il grande Poeta e per la «chiesetta del suo canto»: onde i lavori per l'assetto definitivo di quest'ultima, invocati dal Carducci stesso ne' suoi versi, e confortati d'aiuti pecuniarii dal governo, dalla regina d'Italia, da amministrazioni pubbliche (tra cui la provincia di Forlì) e da cittadini privati, furono ripresi, con la ricostruzione del campanile, nel settembre del 1898. Resta, ancor oggi che noi scriviamo, da aprire la terza ed ultima abside; ed è da augurare che un ultimo atto di buona volontà compia la bella opera d'arte e soddisfi interamente il voto dell'immortale cantore.

Il consiglio del Comune di Bertinoro volle poi manifestare la riconoscenza sua al Poeta che tanta nominanza aveva aggiunta alla città, nel cui territorio è s. Donato di Polenta; e nella seduta plenaria del 23 marzo 1898, su proposta del consigliere ing. Giacomo Fabbri, elesse il Carducci, con unanime consenso di voti, a cittadino onorario. Alla comunicazione ufficiale, fattagliene con lettera del 20 aprile, il Poeta rispose il 23 dello stesso mese, dicendo d'aver ricevuta la notizia con profondo sentimento di gratitudine, mescolata di meraviglia e di tenerezza. «Di meraviglia — spiegò — perocchè io non reputava mai aver fatto cosa da meritare tanto; di tenerezza, perocchè da quando lessi il nome della vostra terra leggiadra nel poema di Dante, la mia fantasia errò spesso intorno al colle che fu seggio di virtù e di pregio negli antichi giorni che tutto il popolo era cavaliere».

***

Ma il ciclo degli avvenimenti e delle memorie carducciane attorno a Polenta non era ancora conchiuso. Il 21 luglio di quel medesimo anno, verso le ore sedici, un fulmine atterrava e schiantava miseramente il solitario cipresso cui il Carducci avea dato, co' suoi versi, il suggello della fama; onde nacque nel pensiero di molti, e specialmente dei Pasolini-Zanelli, la gentile idea di ripiantare un giovine cipresso nuovo, che sostituisse l'antico. Alla quale operazione si volle presente ed auspicante il Poeta; e questi, accogliendo volentieri l'invito, giunse a Cesena la sera del 24 ottobre, e salì subito alla villa di Lizzano.

La mattina seguente Egli ed i suoi ospiti, accompagnati dal marchese Alessandro Albicini e dall'avv. Trovanelli, si condussero a Fornò o Fornovo, tra Forlì e Forlimpopoli, ad ammirarvi uno dei più bei monumenti quattrocenteschi che si conservino in questa regione: la magnifica chiesa rotonda, ciò è, che edificata nel 1450 da Pietro Bianco da Durazzo, corsaro ridottosi a penitenza, con la sua architettura, con le porte ogivali, co'l bellissimo sepolcro del fondatore, con gli ornati, le figure, gli affreschi, sorge qual gentilissimo fiore dell'arte italiana tra il verde della pianura romagnola. Tornando da quella gita, fu fatta una sosta a Forlimpopoli, per visitarvi la Scuola Normale che v'era stata instituita sopra tutto per l'interessamento del Carducci, e della quale era, ed è tuttavia, direttore egregio il prof. Valfredo, fratello del Poeta. Nel cuore di quest'ultimo rifiorivano di certo i ricordi di altre sue visite a Forlimpopoli, avvenute nell' '87 (quando primieramente gli fu parlato della necessità d'una scuola normale in quella cittadina dal suo discepolo Raffaele Righi, oggi professore di storia nel Liceo di Ravenna); nell' '89 (quando già la detta scuola era stata eretta dal Ministero dell'istruzione, anche per le sollecitazioni di Francesco Torraca, provveditore agli studî in Forlì); in fine nel '94, dopo il celebre discorso di s. Marino. Gli alunni della scuola vollero ora amorosamente stringersi attorno al visitatore illustre, acclamandolo a lungo; e l'alunno Virgilio Benini di Meldola disse qualche parola di commosso reverente affetto, a cui rispose il Poeta stimolando que' futuri maestri ad educare a nobili sensi la gioventù italiana.

Il vecchio «cipresso di Francesca».

A Lizzano.

Nel pomeriggio del 26 ottobre, finalmente, dopo esser tornati a Polenta, ed aver veduto, con molto compiacimento, gl'iniziati lavori del «campanil risorto», il Carducci e i suoi ospiti, circondati d'una schiera d'amici e di popolani (v'erano il su detto marchese Albicini, l'avv. Trovanelli, il pittore Gianfanti), salirono il colle di Conzano, e sentirono in cuore la letizia dell'accomandare al culto ed alla memoria de' posteri, riparando all'ingiuria della natura, il gracile cipressetto co'l quale incominciava un ciclo di tradizioni nuove innestate sulle tradizioni antiche. Erano ad attenderli il proprietario della villa lì presso, conte Stefano Rusconi, l'ing. Aristide Fantini (i quali tutto avean provveduto per la piantagione dell'alberello), e il prof. Valfredo Carducci con le sue gentili figliuole. Nella larga fossa, già aperta sul culmine del poggio, fu costrutta una specie di piccola arca, entro la quale venne murato un tubetto di ferro contenente una pergamena con le parole: «26 ottobre 1898. Ripiantato l'antico cipresso dell'ode a Polenta»; sotto le quali il poeta avea scritto di sua mano: «Quod bonum felix faustumque sit». E il Carducci stesso, con la cazzuola del muratore, gittò sulle radici del cipresso un pugno di terra.

Da Conzano la comitiva si recò poi a Bertinoro, dove il Consiglio comunale, solennemente congregato, intendeva ricevere con tutti gli onori il suo nuovo concittadino di elezione. La piccola città, arrampicata leggiadramente sulle alture del bellissimo colle, parea tutta rallegrarsi di quella festa intima e gentile; le vie erano affollate di gente, le bandiere sventolavano alle finestre ed a' balconi, la banda suonava nella maggior piazza. Nella sala del Consiglio, gremita di consiglieri e di pubblico, erano allestiti i seggi pe'l Carducci e per chi l'accompagnava; sopra un tavolino da presso era, mimato in bellissima pergamena, il diploma latino della cittadinanza bertinorese al Poeta. Al quale il sindaco Farini presentò il diploma con un discorso veramente bello nella sua sobrietà. «Le parole dell'epigrafe — disse fra le altre cose il Farini — furono nella antica lingua del Lazio dettate da un distinto vostro alunno, il prof. cav. Paolo Amaducci, bertinorese, che nomino qui a cagione di onore, e furono vergate nella pergamena e illustrate da fregi da un altro vostro ammiratore, che ha l'anima d'artista, il prof. Agostino Severi della Scuola Tecnica di Cesena. La cornice che inquadra la pergamena deve poi riuscirvi più cara in causa di un pregio singolare. Il cipresso, che voi cantaste nell'ode alla chiesa di Polenta, fu nel pomeriggio del 21 luglio decorso colpito ed atterrato da un fulmine. Ebbene, il legno di questa cornice è tratto da quel ceppo! Si direbbe quasi che la natura, per unirsi alle acclamazioni del popolo, abbia detto al cipresso: Tu, che avesti il vanto di essere cantato dal maggior poeta, hai vissuto abbastanza! Colpito dal sacro fuoco del cielo, muori di morte gloriosa: spogliati, e cedi le tue spoglie per onorare il poeta che ti cantò!»

Il Carducci, profondamente commosso, rispose con una felicissima improvvisazione; nè fu possibile a' presenti, tutti assorti nell'ascoltare, il raccoglierne le testuali parole. Pili tardi Egli, cedendo alle preghiere degli amici, non isdegnò di ricostruire il suo breve discorso, che qui riportiamo dal giornale «Il Cittadino» del 27 novembre 1898:

«Signor sindaco,
signori consiglieri, cari cittadini,

«Io, componendo i versi su la chiesa di Polenta, obbedii a un segreto mio genio, il quale, ovunque la terra italiana mostra le sue bellezze, ovunque la storia italiana parla con le sue memorie, mi comanda di accogliere quelle memorie, di rendere quelle bellezze con la parola ornata ed alata. Voi troppo superior premio voleste concedere a' miei versi, e tale che mi è di massimo onore e di tenero e cordiale compiacimento. Onore e compiacimento: perchè Voi, o signori di Bertinoro, mostraste di saper apprezzare la poesia nel modo più degno, quando riconosceste l'opera, quale a voi parve che fosse, del poeta, chiamandolo a far parte della città, conferendogli la fratellanza vostra: «Tu dicesti della patria cose non indegne, tu sii de' nostri». — Ed è grande onore appartenere a questa città, di cui sì belle sono le memorie nella cortesia dei Comuni, sì nobili le traccie nelle vicende della cultura italiana, sì raro e dignitoso il riserbo.

«Con isquisitezza poi di pensieri voleste adornare il vostro benefizio, commettendo che l'atto consigliare col quale mi conferiste la vostra onorata cittadinanza mi fosse rappresentato in sì solenne e parca forma latina, pensata da uno de' vostri, con sì prezioso adornamento di arte nostra italiana, lavorato da altro de' vostri: verace testimonianza che nella vostra terra gentile è più che mai verde, insieme con l'idea del bene, il fiore dell'arte e della parola. Grazie di tutto cuore vi siano rese: tanto più profonda e cordiale è la mia gratitudine, o cittadini, quanto voi con questo vostro benefizio faceste più saldo e più intimo il vincolo di affetto che mi lega fin da' miei giovani anni a questa gloriosa Romagna».

Il 27 ottobre, dopo aver ammirati, nella insigne biblioteca malatestiana di Cesena, i codici più pregevoli per antichità e per vaghezza di miniature, e nella pinacoteca municipale i bei quadri del Francia, del Sassoferrato, dell'Aleotti, Giosue Carducci facea ritorno a Bologna; e lo accompagnavano la gratitudine e i voti di tanti cuori che Egli aveva ormai a sè legati, indissolubilmente.

***

Dalla fine del '98 in poi parve addensarsi sul capo glorioso del Poeta e su quello degli amici suoi, una nube di dolori e di sciagure. Il 2 decembre di quell'anno moriva a Livorno, quasi a un tratto ed in florida età, il prof. Carlo Bevilacqua, suo genero, lasciando la vedova con cinque figli (ed è risaputo che il Carducci corse a prendere la sua diletta Bice e i nipotini, e li collocò vicino a sè in Bologna, provvedendo ad essi come meglio gli fu possibile); il 28 dello stesso mese il conte Pierino Pasolini-Zanelli, colto da una strana improvvisa malattia, cedea giovanissimo alla violenza del male, sì come fiore reciso d'un colpo di su lo stelo, lasciando nello strazio e nel vuoto d'una solitudine angosciosa i genitori, ormai orbati di tutti i figli (e il Poeta ne fu profondamente percosso e addolorato); infine, la mattina del 25 settembre 1899, Giosue Carducci medesimo veniva assalito da quel male onde rimase impedito nel braccio e nella mano destra.

Ma sotto le ali gelide della sventura i cuori si raccolsero e si strinsero insieme: e cominciò così tra il Carducci e la famiglia Pasolini il secondo periodo della loro amicizia, che il dolore comune avea resa più malinconicamente dolce, più tenera, più intensa che mai. E quando, nel settembre del 1901, la pietà della madre e del padre ebbe eretto nel cimitero di Faenza al povero Pierino quello squisito ricordo marmoreo che uscì dallo scalpello dello scultore Ierace, Giosue Carducci dettò per l'erma funeraria le parole dolenti: «Ci fu mostrato soltanto perchè la vita con lui paresse un dono benigno di Dio, e fosse poi sconsolato deserto il vivere senza».

Il 19 maggio del 1900 Egli e la signora Elvira, sua consorte, invitati affettuosamente, giungevano a Lizzano; ed ivi passavano di poi circa due mesi, in quella villa dove gli ospiti loro non osavano rimetter piede dopo la scomparsa del figlio. Ma quasi tutti i giorni il Poeta discendeva a Cesena, al palazzo Pasolini, per divider la vita insieme con gli amici: e come Egli s'era assunto il còmpito pietoso di ricondurre gl'infelicissimi genitori su 'l colle sereno dove tutto parlava del giovinetto perduto, e di raddolcire co'l vigile cuore l'inevitabile amarezza dei ricordi, così avvenne che un giorno Egli e gli amici salirono a piangere insieme a Lizzano.

D'allora in poi, quasi ogni anno il Poeta fu ospite gradito, venerato, idolatrato dei Pasolini, nella primavera e nell'autunno, un po' a Faenza ed a Cesena, e molto a Lizzano; dove, tra le aure balsamiche e il profumo de' fiori del dolcissimo colle, suo conforto e sua gioia, la fibra robusta di Lui lottò vigorosamente contro i progressi lenti ma inesorabili dell'infermità. Durante que' soggiorni, molte gite Egli fece in carrozza od in automobile, accompagnato sempre da qualcuno de' suoi ospiti, visitando partitamente, può dirsi, presso che tutta la Romagna; e sia che da Faenza si spingesse tra i poggi fiorenti della vicina Toscana, o, lungo il duplice infinito filare de' pioppi del canal naviglio, fin verso l'Adriatico, là dove

«ondeggiante di canape è l'infido

piano che sfugge al curvo Reno e al Po»;

sia che da Lizzano risalisse più volte la conica altura di Bertinoro e il «balcon di poggi» di Polenta; sia, infine, che si conducesse lunghesso il corso del Savio, a visitar le allegre borgate limitrofe e l'immensa distesa del

«. . . . . . . . dolce

pian cui sovrasta fino al mar Cesena»;

dovunque il paesaggio romagnolo fu il sorriso amoroso e gentile della natura a Lui, che serenamente aspettava la grande ora. Così trovava pace e ristoro ne' luoghi ameni che avea legati a sè con forte vincolo di affetto e di gratitudine; il che si compiacea affermare e ripetere di sovente Egli stesso, attribuendo graziosamente alla Romagna i versi della Leggenda di Teodorico:

«. . . . . ed il bel verde paese

che da lui conquiso fu».

Il popolo di questa regione, al quale il Carducci divenne quasi familiare, sebbene non potesse comprendere in tutte le sue parti ed in tutta la sua profondità l'opera carducciana, mostrò sempre di sentire la grandezza di Lui, e subì il fascino del suo genio; e dovunque Ei passasse, si manifestava spontanea l'affinità d'animo tra quel forte etrusco e questi romagnoli impetuosi, i quali l'impeto del cuore sapean contenere questa volta, per un senso di delicatezza che si esprime, non di rado, dagli uomini semplici e rudi, entro i confini del più profondo rispetto: onde non acclamazioni troppo rumorose, nè ostentazione di festeggiamenti, sì bene accoglienze schiette e modeste, ed un muovergli incontro quasi timidamente, un salutar reverente, un guardarlo fiso ed a lungo non tanto per curiosità quanto per ammirazione commista di tenerezza.

Il 9 giugno 1900, adunque, il Poeta fu a Montiano, ove ammirò il castello già de' Malatesta (oggi del principe Spada); l'undici del mese stesso si recò a Savignano, ove, ricevuto dal consiglio direttivo dell'accademia de' Filopatridi, della quale era presidente, osservò la ricchissima biblioteca, e d'onde fu invitato dal marchese Giuseppe di Bagno a salire fino alla sua magnifica villa; il 9 giugno 1902 si condusse al grazioso paese di Longiano, ed ossequiato dal sindaco dott. Luigi Turchi e dalla intera giunta comunale, visitò il castello e la biblioteca, fermando la sua attenzione specialmente su le opere dell'umanista Fausto da Longiano; il 28 maggio 1903 andò da Faenza a Modigliana, e quivi, accolto con molta festa dal sindaco Enrico Fiorentini, dagli assessori del Comune, da' buoni ed ospitali Modiglianesi, visitò la casa di don Giovanni Verità (il prete liberale che salvò Garibaldi), e nell'albo dei documenti del risorgimento scrisse con mano malferma: «Tremante di commozione e di reverenza segna presso questi sacri documenti il suo nome l'umile italiano Giosue Carducci»; il primo di giugno del medesimo anno fu al Borello, presso a Cesena; nel giugno del 1904 visitò Cervia (facendo un'escursione nella prossima pineta) e Rimini, ove ammirò di nuovo il magnifico tempio malatestiano, trionfo dell'arte e dell'amore, esempio insuperato dell'Umanesimo nostro; nell'autunno del 1905 si recò a Cesenatico, e rivide Cervia, Montiano, Carpineta; infine, nella primavera del 1906, rivide, ahimè per l'ultima volta!, Bertinoro e la sua diletta chiesa di s. Donato di Polenta.

Non è da credere, però, che in cotali gite consistessero le sole occupazioni sue, nè che la villeggiatura di Lizzano fosse per Lui di riposo continuo ed assoluto.

Talvolta, è vero, Ei si godeva i cari ozî passeggiando, fidato al braccio di qualcuno degli ospiti o degli amici, per i vialetti freschi del parco, o conversava co' suoi compagni nella quiete raccolta de' luoghi, od ascoltava silenzioso le voci misteriose della natura; anche è vero che spesso, al primo chiarore dell'alba, dalla sua camera passava nell'ampia e ridente terrazza ivi presso (alla quale è rimasto il nome di terrazza del Carducci), e contemplava a lungo, assiso sur una poltrona, la veduta stupenda del pian di Cesena, assistendo beato al sempre nuovo spettacolo del sorger del sole dalle acque del mare lontano: ma attendeva eziandio al disbrigo, come oggi si dice, della sua corrispondenza, e persisteva tenacemente nel volersi occupare di studî.

Il Poeta, in cui era sempre pronto il pensiero, sempre vigile la memoria (e ben se lo sa chi lo vide scattare ad un cenno, ad un ricordo, ad una parola che lo commovesse), parlava ormai, specie negli ultimi due anni, tronco e breve; ascoltava più che non dicesse: sì che, pur nell'intimità dell'amicizia, alle conversazioni animatissime d'una volta supplivano in gran parte le letture. Aveva i suoi autori preferiti, de' quali sembrava non saziarsi mai, e co' quali ritornava a dilettazioni antiche, rivivendo così dolcemente nel passato. Non di rado, adunque, seduto sull'erba fresca de' prati o all'ombra delle querci che circondano la capanna rustica in conspetto dell'Adriatico, ascoltò la lettura, fattagli amorosamente dalla contessa Silvia o da altri, di classici italiani e stranieri, o dettò lettere in risposta alle moltissime che anche lassù a Lizzano, come sempre e dovunque, gli pervenivano. Così, per esempio, nel giugno 1904 rilesse non pochi libri, tra cui le opere minori di Dante, e rivide le bozze di stampa di qualche suo volume delle Opere, e compiè lo studio su la Canzone delle tre donne dell'Alighieri, dedicato poi a Cesare Zanichelli per le nozze di sua figlia Luisa; e nell'autunno del 1906, in quello che pur troppo fu l'ultimo suo soggiorno nella campagna cesenate, volle riudire alcune novelle del Boccaccio (quelle, sopra tutte, che, come ser Ciapelletto e frate Cipolla, sono una specie di anticipazione volterriana), e taluni drammi dello Shakespeare. Interrogato quali d'essi drammi preferisse (tolgo queste notizie dal Cittadino del 28 ottobre 1906), rispose d'aver fermata la sua ammirazione segnatamente su 'l Re Lear, su 'l Macbeth, su 'l Giulio Cesare; del Coriolano, poi, aggiunse d'essersi sentito così preso, da giovine, che ne tentò la traduzione in versi, giungendo fino alla metà del secondo atto. Volle fossero riletti anche il Mercante di Venezia, la Tempesta, l'Enrico VIII, tutti nella non bella, ma a bastanza fedele traduzione del Rusconi; il Cymbelino, invece, fu letto nella versione del Càrcano, de' brutti versi del quale volle rifarsi passando poi subito all'Agide di Vittorio Alfieri.

Talvolta anche, nella più stretta e dolce familiarità, «tra stuol d'amici intemerato e casto», Egli, così impaziente delle adulazioni e così schivo degl'incensamenti del mondo esteriore, non isgradiva di sentir leggere alcuna delle sue poesie o delle sue prose, che gli facessero risuonare nell'anima l'eco di tempi, di luoghi e di battaglie lontane. Accompagnava allora la bella armonia con i gesti del braccio e con l'accennare dell'indice della piccola mano, a guisa di chi dirige un'orchestra; e se i versi erano patriottici o civili, s'illuminava quasi d'un raggio divino, e sui lineamenti del volto passavano, come su terso specchio, i segni della commozione interna: scuoteva la testa leonina, ravvolgeva nervosamente la mano entro l'ampia arruffata capigliatura, lampeggiava negli occhi, mentre non di rado due grosse lagrime gli scendevano lente giù per le gote. Così lo abbiamo visto durante la recitazione del Piemonte, o del Cadore, o dell'epodo per Monti e Tognetti, o della divina ode Alle fonti del Clitumno; nè mai il sublime spettacolo si cancellerà dalla nostra mente e dal nostro cuore!

Uno de' conforti più efficaci fu a Lui, inoltre, durante la sua permanenza presso gli amici, la musica. Ciò parrà inverosimile a chi ricorda quel ch'Egli nel 1882 aveva scritto nella prefazione ai Giambi ed Epodi (Opere, IV, p. 157): «Quanto alla musica, io lascio sonare; non me ne intendo; e più sonan forte, più mi piace: sono tedesco»; le quali parole furono piuttosto una tal quale ostentazione bonaria di ruvidezza esteriore, che non l'espressione esatta della sua attitudine ad intendere l'arte divina dei suoni. Certo, mentre così diceva, non mentiva a sè nè agli altri, da poi che la sincerità fu la norma costante di tutta la vita sua: ma è un fatto che dovette parlare senza conoscersi, senza, ciò è, sapere qual rispondenza alle voci misteriose e profonde della musica avrebbe potuto avere l'anima sua, quand'ella vi fosse stata predisposta ed educata. Al che molto gli giovò la compagnia della contessa Silvia Pasolini, musicista e pianista veramente eletta; onde a Lui avvenne come a tutti coloro che primieramente s'avviano per i sentieri ignoti d'Euterpe: i quali, udendo in principio la successione e la fusione dei suoni, non se ne sanno render conto, e trovansi come disorientati e smarriti; ma quando vi abbiano assuefatto l'orecchio ed educato lo spirito, sentono sorgere da' suoni forme nuove di pensiero e di sentimento, le quali integrano, per così dire, il linguaggio della parola, che è insufficente a significare tutte le sfumature dell'anima. Non altrimenti — dice il Wagner — chi entra per la prima volta nel bosco silente dalla tumultuosa città, è incapace a percepirne i rumori; ma poi, raccogliendo l'orecchio, ne distingue ognor più gradatamente i suoni più lievi.

Giosue Carducci ripianta il cipresso sul colle di Conzano.

Così il Carducci aprì l'anima alla musica, e n'ebbe dolcezza e ristoro ineffabile; ed intese e gustò i classici e i moderni italiani e stranieri: degl'italiani i più gloriosi, dal Pergolesi al Verdi; degli stranieri Beethoven, Chopin e Riccardo Wagner.

A Longiano, nella gita del 9 giugno 1902, ascoltò rapito la musica del secondo atto del Tristano e Isotta, suonata al pianoforte ed accennata egregiamente con la voce dall'avv. Achille Turchi; a Faenza, la sera del 15 novembre 1903, in una genialissima riunione artistica in casa Pasolini, incoraggiò molto il giovine Balilla Pratella di Lugo, di cui fu eseguita una notevole composizione per canto, piano e violino, su l'Ode alla chiesa di Polenta; a Lizzano, il 21 settembre 1904, udì cantare da Alessandro Bonci la schietta romanza italiana «Tre giorni son che Nina» del Pergolesi, e tanto si compiacque di quella interpretazione patetica e gaia insieme che, sentendo fuse così bene l'opera del maestro e quella del cantore, esclamò: «Sembra una voce creata apposta per questa musica!». Ed in un albo, ove il Bonci conserva le più preziose memorie, scrisse di suo pugno: «Lizzano, 21 sett. 1904. Udita nella voce del Bonci la risorta musica del Pergolesi». Infine, più volte, a Faenza ed a Lizzano, ebbe l'anima accarezzata e placata dal vibrante violino dell'illustre prof. Federigo Sarti (che fu maestro ed amico affettuoso di Pierino Pasolini-Zanelli), o da quello della giovanissima artista Antonietta Chialchia, allieva del Sarti medesimo; alla quale volle, in segno di gratitudine, regalare un suo ritratto con le parole autografe: «Al mattino radiante il tramonto brumoso. G. Carducci».

***

Così il Poeta trascorreva, dolcemente consolato, gli ultimi suoi giorni; ed intanto, mentre qui in Romagna a Lui salivano, nelle forme più semplici e pudiche, le manifestazioni d'amore di tanti popolani, a Lui pervenivano anche i saluti, gli augurî, gli omaggi del mondo civile. Da Terni gl'insegnanti secondarî e primarî; da Caserta gli ufficiali di finanza; da Sarzana i commemoranti il centenario della presenza dell'Alighieri; da Scarperia i celebranti il seicentenario della fondazione di quel castello; da Faenza i maestri elementari e i professori e gli studenti del Liceo-Ginnasio; da Cesena gli ammiratori offrenti in un album artistico i ricordi della biblioteca malatestiana; da Bologna i professori delle scuole medie adunati in solenne congresso; persino dalla lontana Repubblica Argentina gl'Italiani ivi residenti; da ogni terra, insomma, ed in ogni giorno in cui suonasse un'alta parola, o si elevassero i cuori verso un'idealità pura e gentile, giungevano al Grande Spirito che ancor vigilava, sì come al nume tutelare della patria, invocazioni e preghiere d'assentimento e d'incoraggiamento.

A tante espressioni di reverenza e di gratitudine, una significantissima stava per aggiungersi il 29 giugno 1905: la visita al Carducci, in Lizzano, della regina madre. Se non che, all'ultimo momento, tale visita fu sospesa, a causa, si disse, del gran nubifragio che desolò, a que' giorni, i territorî di Ferrara, Forlì e Ravenna; e che questo novello omaggio di Margherita di Savoia al genio del Vate non potesse avvenire, a non pochi increbbe, però che sono sicuramente fra i maggiori meriti dei sovrani della terra quelli che essi si abbiano acquistati verso i sovrani del pensiero.

Ma è da ricordare che pochi dì innanzi al Carducci era giunto, in Romagna, uno speciale pensiero del re d'Italia; il quale, a' ringraziamenti del Poeta per la croce dell'ordine civile di Savoia, conferitagli con decreto del primo di giugno 1905, volle a sua volta rispondere col seguente dispaccio telegrafico: «14 Giugno — Giosue Carducci — Cesena. — Sono lieto di averle potuto dare un novello segno della mia ammirazione, e molto ho gradito la cortese lettera con la quale Ella ha voluto ringraziarmene. Vittorio Emanuele». Tale dispaccio giunse al Carducci inaspettatamente, mentr'Egli esaminava nel palazzo Pasolini la copiosa raccolta de' documenti del risorgimento, stati già del generale Andrea Ferrari, duce de' volontarî romani nel '48-'49, e da lui consegnati al suo aiutante maggiore Pietro Pasolini, che li conservò religiosamente. Il Poeta stava sfogliando quel migliaio e mezzo di carte, nelle quali è l'itinerario delle legioni romane dal febbraio del '48 fino a Vicenza, a Malghera, alla Repubblica Romana, e dove spesso ricorrono i nomi del Durando, di Ugo Bassi, del Manin, di Guglielmo Pepe, del Tommasèo; e nell'animo commosso gli si rinnovellavano i giorni tragici ed epici della patria; quando la parola del capo dello stato gli giunse quasi come la voce dell'Italia libera ed una, attestante che non invano erano stati i sacrificî e gli eroismi, le congiure e i patiboli.

Libera ed una davvero? Ahimè! Il Poeta, cui nella gioventù e nella virilità parve che mal fosse assicurata da' governanti e da' procaccianti alla patria una vera libertà, ebbe poi per tutta la vita confitta nel cuore la spina del saper non compiuto l'edificio nazionale nostro. Fu irredentista nobilissimo e fiero; ed ai vigorosi aneliti di Trieste e di Trento verso l'Italia, rispose sempre sospirando e fremendo, in uno slancio di sublime amore.

Nel giugno del 1905, dovendosi inaugurare a Padova il tricolore offerto a quel comitato della «Dante Alighieri» dalle donne italiane d'oltre confine, fu chiesta a Lui una parola augurale. Rispose: «Cesena, 11 giugno. Alle gentili donne italiane di qua e di là del confine, dal sacro spirito di Dante ferma fede, magnanima costanza, diritto, pieno e sereno adempimento di ogni loro aspirazione buona, prega l'umile italiano Giosue Carducci». E da Padova gli giunse, il dì dopo, questo telegramma: «All'umile italiano, la cui gloria rende ogni italiano superbo, a nome delle altre donne a me compagne nella solenne cerimonia qui ieri celebratasi, invio caldi ringraziamenti per l'alta patriottica parola onde volle onorarci, augurando che a lungo risuoni paterno incitamento ad egregie cose. Ada Dolfin Boldù».

Di lì a pochi giorni avea luogo in Lizzano una semplice, intima, commoventissima festa: la consegna a Giosue Carducci d'una medaglia d'oro decretatagli da Trieste, come ricambio d'affetto a quello intensissimo consacrato, ne' carmi del Poeta, alle terre italiane ancora divelte dal seno della patria. Nel pomeriggio del 17 giugno giungeva a Lizzano Giacomo Venezian, triestino e professore nell'Università di Bologna, cui Trieste avea dato incarico di presentare al Poeta il segno sensibile del suo omaggio; ed insieme con lui erano il prof. Puntoni, rettore dell'Università medesima, il sindaco di Cesena ing. Angeli, e l'avv. Trovanelli. Pochi altri intimi di casa Pasolini, tra cui il prof. Giuseppe Morini e la contessina Antonietta Gessi, assistettero alla cerimonia. Questa avvenne nella veranda, e vi fu presente anche la signora Elvira Carducci, con manifesto compiacimento. Il Venezian porse al Maestro, racchiusa in astuccio di pelle, la medaglia d'oro, su cui è da un lato l'effigie del Vate, e dall'altro sta Trieste, assisa su d'un rudero, mentre verso di essa volan dal mare, in forma di gemetti e puttini, i canti di Lui. In alto è il verso: «Tu sol, pensando, o idëal sei vero»; sotto è la dedica: «Trieste, a suggello d'antico amore».

Giosue Carducci sulla porta della chiesa di Polenta.

Nei viali di Lizzano.

Il degnissimo figlio e rappresentante della cara città disse al Poeta poche e semplici e degne cose: voler esprimere quella medaglia il sentimento d'antica e devota devozione e d'intenso affetto di tutti i Triestini al Poeta nazionale; avere Trieste, da prima, avuto in animo di promuovere la solenne coronazione del Vate in Campidoglio; ma come parve difficile il piegare la modestia di Lui a tanta solennità, e non volendo la città deporre la speranza di onorare sè stessa onorando il Maestro, così aver essa cercato altra forma d'omaggio coll'effigiarne durabilmente l'immagine in una medaglia. Aggiunse il Venezian che i promotori della manifestazione non avean voluto mettere innanzi i loro nomi, perchè questa apparisse, quale veramente era, spontanea ed unanime di tutto il popolo triestino; ma egli consegnava al Maestro un documento da cui si pareva meglio il significato e il valore della dimostrazione, e ciò è il rescritto della imperiale e reale polizia di Trieste col quale «si conferma il divieto di fare in una città austriaca pubblico appello per onorare il Poeta che ne' suoi scritti scagliò le più violenti invettive contro la persona di S. M. l'imperatore, e glorificò l'azione d'un Oberdank».

La medaglia di Trieste.

Giosue Carducci, che fino allora avea ascoltato con un fare tra il bonario e il commosso, alle parole del rescritto divenne acceso in volto come se una subita vampa di fuoco gli fosse salita su dal cuore; e scattò in piedi, Egli che pur male reggevasi ormai sulle gambe, esclamando: «No, città austriaca, no! La più italiana delle italiane; la fedele di Roma». Ed aggiunse: «Dite a Trieste ch'io sento profondamente con tutta l'anima mia quello che è l'anima ed il pensiero di lei......» Nè potè continuare; che uno scoppio di pianto gli troncò in gola le parole. Allora tutti i presenti, fortemente scossi, e colti da un'infallibile tenerezza improvvisa, gli si fecero attorno, e prendendogli le mani, e accarezzandolo, e confortandolo con tronche parole, riuscirono finalmente a calmarne lo spirito. E per isvagarlo subito, le condussero all'aperto, a fare una passeggiata pe' viali e nel giardino, dove E' si riebbe ben presto, diventando sereno ed ilare ed espansivo.

Ma quel che non avea potuto interamente esprimere a voce, volle dipoi consegnare allo scritto; e da Lizzano, il 27 giugno, inviò al Venezian la seguente lettera:

«Caro prof. Venezian, Ciò che Ella mi recò e mi disse da parte di Trieste, supera ogni possibilità di risposta. Sappia Trieste ch'io sento profondamente con tutta l'anima del mio pensiero quello che è l'anima ed il pensiero della magnanima città; ed anche quando io non sarò più, ciò che piangendo e fremendo scrissi spirerà, credo, a mantenere nell'Italia la fede a Trieste, la fedele di Roma. Giosue Carducci».

Era ben degno di questa forte terra di Romagna, dove dalla gioventù alla vecchiezza Egli ebbe vincoli così stretti d'affetto, e dove conchiuse, può dirsi, il suo canto; era ben degno di questa terra, la quale dette alla libertà ed alla patria il palpito dei cuori ed il fior delle vite, che qui si esprimesse la corrispondenza d'amorosi sensi fra Trieste e Colui che dell'Italia risorta fu la sintesi più gagliarda e completa.

Oggi sulla facciata della solitaria e muta villa di Lizzano, ove tanta gloria, tanti affetti e tanta fedeltà si accolsero, una lapide modesta, muratavi e scoperta quasi di nascosto e senza pompe vane, ricorda semplicemente:

«Qui — tra i colli sereni — nella dolcezza della amicizia — cercò pace e ristoro alla grande anima — Giosue Carducci — dal 1897 al 1906 — Silvia e Giuseppe Pasolini Zanelli — con memore cuore — 2 novembre 1907».

Faenza, novembre 1907.

Antonio Messeri.

QUESTE LETTERE, PER ADEMPIMENTO DI
DOVERE, PER TESTIMONIANZA DI CARA
PROFONDA AMICIZIA.