XVI. Bologna, 23 decembre 1905.
XVI.[55]
Signora contessa Silvia molto amata,
Voglio fare le mie confessioni; cioè vo' dir cose che, dopo morto, tolgano ogni dubbio del come io pensassi e credessi.
Cominciamo dal principio; da Dio, o da chi è tenuto Dio.
Poco più che ragazzo cominciai un inno a Cristo, così:
«Io non so chi tu sia, nè per che modo
Venuto se' quaggiù.....»
applicando a Cristo i versi che Dante poneva in bocca ad Ugolino.[56]
Uomo fatto, rincarai con parole mie proprie quel che avevo accennato di sbieco, segnatamente nella Chiesa gotica:
«O inaccessibile re degli spiriti,
tuoi templi il sole escludono.
Cruciato martire tu cruci gli uomini,
tu di tristizia l'aër contamini»;[57]
e nelle Fonti del Clitumno:
«. . . . . . . . . . un Galileo
di rosse chiome il Campidoglio ascese,
gittolle in braccio una sua croce e disse:
— Portala, e servi —».[58]
E certo sono cose forti e indimenticabili. Confesso che mi lasciai trasportare dal principio romano, in me ardentissimo: e fu troppo. Ma quasi al tempo stesso soavi cose pensai e scrissi di Cristo:
«Oh, allor che del Giordano ai freschi rivi
traea le turbe una gentil virtù etc.»[59]
Resta che ogni qual volta fui tratto a declamare contro Cristo, fu per odio ai preti; ogni volta che di Cristo pensai libero e sciolto, fu mio sentimento intimo. Ciò non vuol dire ch'io rinneghi quel che ho fatto: quel che scrissi, scrissi; e la divinità di Cristo non ammetto. Ma certo alcune espressioni son troppo; ed io, senza adorare la divinità di Cristo, mi inchino al gran martire umano.
Questo voglio che si sappia, e lo scrivo a Voi, perchè capace di dirlo apertamente.
Vedete che m'è venuta voglia di scrivere, oggi.
Il vostro
Giosue Carducci.
Pensieri della vigilia di Natale, che ho sempre avuto, e da tenerne conto.
G. C.
Alla contessa
SILVIA PASOLINI-ZANELLI
Faenza.