ELEGIA COMICO-SERIA ED IN PROSA
Vieni colla querula lira, o bionda Elegia; e sparsa di lagrime sciogli
le chiome…
—No, no; questa prosa somiglia troppo i soliti versi: cominciamo di
nuovo.—
Fa' la toelette una volta, o vecchia Elegia, se ti restano
chiome.
E se, dai mille anni in poi che tu spandi i torrenti delle tue lagrime sulle arcadiche cetre, ancora te ne rimane una stilla, vieni, o pietosa, nel caffé di Demetrio[1] ad imprestarmela per tante disgrazie.
Chi sará mai cosí dotto aritmetico da poter numerare tutti i miei nemici? Chi sa dirmi donde l'odio, gli strapazzi, gli sdegni contro di me, che non gli ho veduti pur mai!
Ignoro il mio delitto. Studiando, scrivendo, operando col coraggio
dell'onestá, ho forse violati gli altari, tiranneggiata la patria,
venduta l'innocenza?
Ho forse offesi tutti coloro che scrivono ed operano senza il coraggio dell'onestá? Oh! condonate l'errore giovenile: io sognava Lacedemone, ed era in Babilonia!
—Ahi! ahi! ahi!…—ho sclamato tre volte per riverenza delle nove muse, quando vidi l'atroce spettacolo!
Vidi (credetelo, o posteri) il foglio arditamente sincero, il foglio che tien desta l'invidia, quand'ella piú s'affanna a persuadere che dorme, il mio povero Caffé lacerato in mille brani, bruttato nel fango delle strade.
E l'asino grave, e lo stupido bue, e l'armento servile delle pecore lo calpestavano passando! Sento ancora i ragli di gioia, i muggiti di trionfo, i belati di compiacenza. Oh vergogna, oh sventura irreparabile! ahi, ahi, ahi!…
Dimmi tu, o solo compagno rimastomi in tanta guerra, come potremo difenderci?
Ecco primo venirne contro il rotondo signor Cristoforo, ingegnosissimo, [p.187] terribilissimo per grandi occhiali sul naso e impolverata parucca![2]
Ei m'accenna col dito alle turbe e grida:—Quegli è il colpevole, quegli il ribelle che ardisce resistere all'autoritá, stimare i moderni, non adorare gli antichi. Guai se il mondo uscisse di pupillo e l'ascoltasse! Urlate, o turbe: fischiate, percuotete, uccidete. Lo scellerato pretende che __si ragioni__!—
E le turbe, che non ragionano e non intendono, mi guardarono
minacciose; ed io, traendomi in disparte, risposi:
—O gente degna delle «ghiande saturnie», placatevi e calpestate
questo male sparso Caffé.—
Venne Adonio, il damo per eccellenza; Adonio, il condottiero profumato della schiera degli eunuchi. Costui, recandosi tra le mani l'ultima raccolta di Ana, cercò tra le pagine un epigramma, e mi trafisse.
Ahi, ahi, ahi… Oh mio mal prodigato Caffé!
Ma chi mi giunge a sinistra dietro le spalle? Ecco la schiera bruna
che bulica come un formicaio.
Veggo lo scrittorello, colui il quale vende ognora a gran prezzo ciò
che val nulla: se stesso ed i suoi giudizi.
Veggo il vecchio Codro, cadente sotto il peso de' suoi volumi in
foglio; né la rabbia basta a dargli forza per lanciarmeli contro.
E te pure non dimentico, o poetastro, celebratore de' pranzi illustri; e te pure, o Vafrino, piaggiatore de' grandi, che ti sei fatto un patrimonio colla loro vanitá.
Ma voi chi siete, pallide facce, tutte fosche di neri capegli, ora immote verso il cielo, ora inclinate mestamente alla terra? Ah sí, vi riconosco, Piloncino e Tartuffo, ipocriti di virtú, falsatori di religione.
E i vili si strinsero le destre, e congiurarono cosí:
—Costui né si vende né si compra; ma con un tocco ardito della sua penna sbalza dai volti le maschere e snuda la veritá.
Dunque pèra il __superbo__, pèra il __nemico__ della patria, pèra il __disprezzatore__ de' grand'uomini, il __novatore__ mostruoso, l'esecrato __filosofo__ pèra.—
[p.188]
Sí, calpestate il male sparso Caffé, o fallaci e crudeli dispensatori delle «ghiande saturnie». Abborritemi, vendicatevi. Ma prima ponete una mano sul mio petto, e sentirete che questo cuore batte tranquillo.
Il giorno non è lontano che la pianta felice da noi collocata ne' campi d'Esperia porterá piú copioso il suo nobile frutto; il suo frutto che non manda fraganza, se nol tormenti col foco[3].
E voi pure tormentateci, o gente saturnia! Ma noi, alleati col Tempo,
atterreremo su queste pianure i vostri boschi di querce; né piú vi
sará dato d'imprigionare tra l'ombre le menti dei mortali.
Perché una forza irresistibile di perfezionamento è nella nostra
natura, e progredisce e trionfa; e, simile al fato, conduce i
volenterosi, e i repugnanti strascina.
Ma di chi la gloria, di chi? Amici del nostro cuore, che sudate con noi nell'altissima impresa, non lasciateci or soli frammezzo ai turbini. Ove siete, che fate?
Due di voi, io lo so, compiacendo al lor genio, si ascondono nelle solitudini.
Allato allato delle vostre predilette, seduti a sera sull'erta della collina, seguite con occhio innamorato le stelle remote, e alla presenza delle bellezze del cielo parlate le speranze d'una vita migliore.
Intanto noi tra le mura infiammate della cittá scriviamo la notte, scriviamo il giorno, e appena abbiam tempo di mandare un sospiro.
Dove sono gli altri? ahi! dove sono? Voi correte in caccia le campagne, o saltate i fossati, o veleggiate sui laghi ascoltando i canti verginali di che sull'alba risuonano le sponde, o cercate i semplici costumi tra le montagne dell'Elvezio vicino… Ma ricordatevi di noi, che siamo qui soli!
E tu pure, altero e ritroso ingegno, che fai? Né amoreggi, né viaggi, né scrivi, e godi il tuo sommo diletto lasciando correre il pensiero negli aerei campi dell'Idea[4].
[p.189]
Ozio è questo, o fratelli: Piloncino ne ride, e noi due ne piangiamo, improvvisando la nostra elegia.
Oh, povera Elegia! Ora t'innalzi, ora strisci nella polvere, e non somigli a nessuna. Guai se t'abbatti in qualche grave maestro, che voglia riscontrare le tue forme sul modulo de' precetti![5].
Il feroce trarratti per gli orecchi al cospetto delle muse, e domanderá vendetta contro il padre dell'orribile mostro.
A lui cosí dirai tua ragione:—O grave maestro, cui piacciono le centomila ricantazioni de' lamenti ovidiani, colui che m'ha fatta, sappilo, non somiglia l'errante modellatore lucchese: egli non mi foggiò di fragile gesso nella forma cavata da un altro, perché l'ignaro moltiplicasse le copie! Sono rozza, ma scolpita sul vivo; deforme, ma forte; sono un ente di piú nella natura.
Tale è l'elegia che abbiamo trovata nel manoscritto di don Anastasio e che pubblichiamo con tutta fedeltá. Le note da noi sottopostevi ne parvero opportune per la maggiore intelligenza del testo. Se nel libro regalatoci rinverremo altre cose meritevoli di essere tolte all'oscuritá, i nostri lettori non ne saranno defraudati.
I due estensori
|Grisostomo|—P.
[1] Demetrio era un caffettiere greco, nella cui bottega gli autori del Caffé hanno finto che avvenissero le loro conversazioni.
[2] Di questo signor Cristoforo si veggono piú menzioni nel giornale del Caffé. Sovranamente comica è la di lui disputa in favore degli antichi contro quello fra gli estensori che si firmava «A.».
[3] Intende la pianta del caffé, e per essa simbolicamente la filosofia, alla quale sono necessarie le persecuzioni per farsi infine conoscere e sentire da tutti.
[4] Non crediamo ingannarci nel riconoscere in questi tratti il
Beccaria, uomo altamente contemplativo, ma poco inclinato
all'attivitá. Piú dubbie sono le indicazioni degli altri colleghi
a cui si rivolgono le esortazioni degli elegisti.
[5] È noto che nel Caffé si sono combattute con molta forza le
false regole e le frivolezze de' pedanti e de' poeti italiani.
Veggansi singolarmente i due discorsi Sui difetti e
Sullo spirito della letteratura.
[p.190][p.191]