II
|Della poesia castigliana durante il secolo decimoquinto|[6]
I re d'Aragona, verso la fine del secolo decimoquarto, avevano introdotto nei loro Stati i «giuochi florali», instituiti giá da piú di un sessant'anni in Tolosa, onde promovere l'esercizio della «gaia scienza» de' trovatori. Vedevansi concorrere d'ogni parte gli ingegni a quelle feste, e con gara ardita contendere pei premi promessi a' piú valenti. La pubblica solennitá di tali cerimonie, la maggiore diffusione delle cognizioni e degli scritti, l'esempio invidiato dell'Italia, la maraviglia che destavano le opere degli antichi poeti di Grecia e di Roma, delle quali allora si andava rendendo piú comune la lettura in tutta l'Europa, ed altre consimili circostanze ponevano vieppiú sempre in onore la poesia: questa che delle belle arti è la prima ad essere coltivata, allorché i popoli si accostano alla loro civilizzazione.
Giovanni secondo era un principe inetto a governare; e sotto di lui la Castiglia, perduta in faccia agli stranieri ogni importanza, era lacerata al di dentro dall'orgoglio fazioso de' nobili. E nondimeno quella etá portava tanto amore alla poesia, che all'inetto principe l'esercitarla e 'l proteggerla ottenne anche politicamente qualche benevolenza. Molti de' grandi, che gli avrebbero non mal volentieri tolto lo scettro, cosí sconveniente alla sua mano, si unirono intorno a lui per forza di simpatia poetica, e, verseggiatori anch'essi, prestarono aiuto al re verseggiatore. Cosí Giovanni secondo, bene o male, si mantenne sul trono; e, in mezzo alle turbolenze del regno, la corte di lui, piuttosto che un consiglio di statisti, pareva in certo modo una profezia lontana del [p.208] nostro «Serbatoio d'Arcadia». Vogliamo dire che il re e i cortigiani, né piú né meno de' pecorai d'Arcadia, fossero o no provveduti di alcuna disposizione attiva per la poesia, tutti sudavano a far dei versi. Scriveva «coplas» il contestabile don Alvaro, e «coplas» scrivevano il duca d'Arjona e don Enrico de Villena e 'l marchese di Santillana e cento altri eccelsi magnati.
Fra questi magnati, per altro, alcuni non erano al tutto indegni di qualche lode letteraria. La lingua s'avvicinava giá molto alla sua perfezione; nuovi metri, trovati da' poeti della corte del re Giovanni, prestavano nuovi istromenti alla poesia; ed ella si era rivolta in gran parte a dipingere la passione dell'amore. E se la smania di parer dotto (o, in altri termini, la pedanteria) non avesse guastato l'intelletto al marchese di Santillana; se, innamorato, com'egli pareva essere, di Dante, ne avesse investigato lo spirito poetico ne' suoi principi moventi anziché nelle minute particolaritá delle invenzioni; per opera di lui, poiché ingegno e volontá non gli mancavano, la poesia spagnuola non solamente avrebbe potuto dare maggiore soavitá agli affetti dell'elegia, ma ben anche aspirare a piú alte concezioni e distendersi maestosamente fra' palmeti indigeni, senza prepararsi la necessitá di agognare, come fece in appresso, gli allori stranieri.
Ma i maestri di convento, in mano de' quali stava allora la somma dell'educazione giovanile, avevano messa in capo al Santillana, del pari che a tutti i loro discepoli, una falsa e stramba idea della poesia: come se, incapace di poter dire splendidamente il vero, ella consistesse in un tessuto perpetuo di misteri, di allegorie e di spiattellate sentenze morali. D'altra parte, la maraviglia o, piú veramente, l'idolatria de' tempi per la novitá dell'erudizione solleticava a lui l'ambizioncella, e persuadevalo ad ostentare in qualche modo il catalogo de' tanti libri ch'egli aveva letti. Non è dunque strano che il marchese cedesse alla corrente. Da' suoi contemporanei ottennero infatti largo applauso, siccome portenti di bellezza poetica, i difetti appunto che rendono oggidí noiosa la lettura delle opere di lui; oggidí che nel poeta cerchiamo il poeta e le sue forti sensazioni, non la fredda pompa [p.209] della sua vasta memoria, non l'arguzia delle sue allegorie, non la magistrale ripetizione delle sentenze rubate di peso al catechismo.
Del resto, alcune brevi canzoncine del Santillana fanno fede ch'egli avesse un cuore non del tutto prosaico. È un peccato dunque ch'egli non intendesse il vero bello dell'antica poesia nazionale spagnuola. È un peccato ch'egli non si desse a nobilitarla, secondando industriosamente la tendenza ch'essa aveva spiegato ne' Romanzi del Cid e in tanti altri romanzi e canti popolari; tendenza che muoveva, senza mistura di frivolezze scolastiche, dall'indole della civilizzazione arabo-ispana, e principalmente da uno squisito sentimento delle glorie e delle sventure della patria, da un culto tributato all'onore come ad una religione. Ma purtroppo le cattive scuole fanno contrarre cattive abitudini anche agli ingegni singolari! E che altre abitudini potevano mai insegnare coloro che tutto guastavano, fin anche la semplice idea del Dio a cui professavano di servire?
Che se il Santillana non avesse sdegnato di uniformarsi all'indole ed allo spirito di que' romanzi, gli sarebbe riuscito di dare una veste piú poetica all'intendimento patriottico, col quale scrisse El doctrinal de privados. Ove non sia una compiacenza estetica, è almeno una compiacenza morale il vedere introdotta in quel poemetto l'ombra di don Alvaro de Luna a raccontare le proprie colpe e le proprie sciagure, onde l'esempio della trista sua fine (era don Alvaro il favorito del re Giovanni secondo) servisse ad atterrire e stornare dalle discordie civili i castigliani.
Se non che, questa lode è un nulla a paragone dell'altra, che è meritata dal marchese di Santillana per una virtú piú rara e piú cospicua della virtú letteraria; e davvero sarebbe scortesia il non accennarla. Si perdonano volentieri al verseggiatore tutti i traviamenti, allorché si pensa ch'egli visse in corte, e non adulò; che fu amico d'un re, e gli rinfacciò il mal governo; e che, da onest'uomo, abbandonò l'ospizio regio ogni volta che lo starvi non giovava alla patria. Ci sia condonato l'esserci fermati piú che non avremmo voluto sul discorso di lui: pareva conveniente il far conoscere un uomo il di cui nome splende illustre nella storia civile di Spagna.
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Esente dalla comune febbre letteraria, l'invidia, il Santillana, venuto in cognizione d'un altro ingegno che viveva nella oscuritá, gli corse incontro spontaneo, lo trasse alla corte del re Giovanni secondo e lo protesse con sincera e costante amicizia. Questi fu Giovanni de Mena, la di cui facoltá poetica, ad onta d'una eccessiva stravaganza di fantasia, è superiore a quella del Santillana. Il De Mena, quantunque ingannato del pari che il suo protettore dalla universale pedanteria e trasandato dietro ad essa, ottenne nella sua patria il soprannome di «Ennio castigliano», forse per averle regalato un poema di maggior mole che non quelli de' suoi predecessori. Un rispetto, disceso per tradizione da padre in figlio, conserva a lui tuttora in Ispagna quel soprannome: diciamo «rispetto di tradizione», da che le opere del De Mena sono oggimai piú spesso nominate che lette. La piú famosa di esse è un poema allegorico-storico, intitolato El labyrinto. Eccone in breve l'argomento:
Il poeta si propone di contare le vicissitudini della fortuna. Sente egli la difficoltá dell'impresa, ed è quasi smarrito innanzi all'altezza del soggetto: chiama in soccorso Apollo e Calliope, manda un'apostrofe calda alla Fortuna; nessuno risponde. Finalmente gli appare la Provvidenza; gli fa da guida e da maestra, e lo introduce ella nel palazzo della Fortuna. Prima di tutto egli vede da colassú la terra, e ne fa la descrizione geografica; poi scopre le tre grandi ruote che volgono i tempi, passati, presenti e futuri. Ogni ruota si compone di sette circoli, emblemi allegorici dell'influsso de' sette pianeti sulle inclinazioni e sulle sorti umane, secondo le misere dottrine astrologiche d'allora. In ciascun circolo v'ha gente infinita: i casti nel circolo della Luna, i guerrieri in quello di Marte, i sapienti in quello di Febo, e cosí degli altri. La ruota del tempo presente è in movimento; le altre due no. E quella del futuro è coperta di tal velo, che, per quante forme ed immagini d'uomini vi appariscano, non ne lascia distinguere alcuna.
Dietro questo pensiero generale il poeta, parlando di ciò che vede, oppure conversando con la Provvidenza, dipinge tutti i personaggi importanti de' quali ha notizia, ne descrive i caratteri, [p.211] racconta i fatti celebri, ne assegna le cagioni, mette in mostra tutta la propria erudizione e tutto quanto egli sa di filosofia naturale e morale e politica, e a quando a quando ne ricava precetti giovevoli alla vita individuale ed al governo de' popoli.
Non fa d'uopo d'occhiali per vedere nettamente che la lettura della Divina commedia di Dante e de' Trionfi del Petrarca risparmiò alla fantasia di Giovanni de Mena l'incomodo di creare il disegno del suo poema. E che altro fece egli, a dir vero, se non che tener dietro alla immaginativa de' due italiani, cambiando il luogo della scena in cui collocò il suo mondo allegorico? Ma Dante (per parlare di lui solo), Dante, essendo un ingegno di gran tratto superiore al proprio secolo, trovò in se stesso di che arricchire il suo tema di sentita e sublime poesia, e spesso anche di splendida sapienza politica, di giusta morale civile. E per lo contrario il De Mena, nato in tempi assai posteriori[7], quando per tutta Europa gli studi erano piú avviati, anziché dare a divedere nel suo grottesco poema un complesso d'idee che vantaggiasse tutte quelle de' suoi contemporanei, non parve adeguasse il sapere de' piú ingegnosi fra quelli.
Da qualunque lato tu consideri la mente di Dante, trovi in essa ridotto a realtá l'ideale del vero poeta. L'originalitá è un bisogno per lui: è l'esuberanza delle sue forze intellettuali, che sempre gliela comanda. E fino in quei momenti, ne' quali vorrebbe farsi credere imitatore d'altri poeti, egli smentisce col fatto la propria asserzione. Il De Mena invece confessa co' fatti ciò che tace con le parole.
Parrá forse a taluni essere un rigore, che senta del crudele, il volere strascinare Giovanni de Mena ad essere confrontato con Dante.—S'egli—diranno taluni—si fosse sentito capace di stare, come il fiorentino, a capo del proprio secolo e di padroneggiarlo; se fosse stato uomo da prevenire, come il fiorentino, con la propria sapienza individuale, la civiltá a cui giunse in appresso quel popolo per cui scriveva, egli [p.212] non avrebbe, no, tolte ad imprestito da altri le invenzioni fantastiche. Ma si può essere valente poeta anche senza pareggiar Dante. Non da tutti poi si vuole pretendere ciò che troviamo negli intelletti straordinari.—Sí, crediamo noi pure che si possa essere valente poeta anche senza pareggiar Dante; ma crediamo altresí che il De Mena ne rimanesse tanto al di sotto da non meritare nome di scrittore piú che mediocre.
Parlando di mediocritá, due sorta ne riconosciamo: quella di coloro che, scevri da difetti al tutto grossolani, mancano poi affatto di bellezze che non sieno dozzinali; e quella del De Mena, il quale, quantunque alcuna rara volta brilli di qualche venustá non comune, ridonda poi di gravissimi ed abituali errori e di sciocchezze, che offuscano il merito delle rare sue fortune. Ora, è dettato vecchio che la mediocritá non è mai condizione sopportabile nei poeti. E al dettato vecchio noi aggiungeremo quest'altra proposizioncella, benché ella sia per riuscire spiacevole a molti in Italia: __è incomportabile in un critico la tolleranza di componimenti mediocri.__ A siffatta tolleranza ci gioverebbe davvero di potere essere pronti anche noi, da ch'ella in certo modo acquieta tutte le coscienze e blandisce la vanagloria di chicchessia. Ma col venerare i mediocri si viene avvezzando la gioventú ad una facile contentatura ne' di lei studi, e quindi si perpetua dannosamente la mediocritá. Se gl'italiani, a modo d'esempio, fossero meno corrivi ad esaltare ogni minuzia poetica de' loro antenati, l'Italia non avrebbe tanti poeti quanti sono i suoi scolarini, non avrebbe la vergogna de' suoi centomila sonetti; e molti, che sciupano la vita canticchiando de' versi, vedremmo, forse con piú profitto delle loro famiglie e della patria, trattar la tanaglia o 'l compasso. La tolleranza è un dovere religioso, è una virtú sociale; ma in materie poetiche non è comandata da nessuna filosofia.
Da che ci guidano princípi cosí severi, è impossibile per noi il tributar gran lodi né al De Mena, né a chiunque non regge al tocco della critica proclamata oggidí da un capo all'altro d'Europa dalla crescente sagacitá de' filosofi. È acerba invero per molti l'austeritá delle nuove leggi di cui ci facciamo propagatori; [p.213] e il cuor ce ne piange per un sentimento di compassione, tanto piú vivo in quanto che ci bisognerá esercitarlo primamente verso di noi medesimi. Ma, d'altra parte, quella austeritá raddoppia nell'animo nostro il giubbilo dell'ammirazione per que' rarissimi intelletti, che meritano giustamente il nome di «poeti».
Or, per lasciare le glose e star fermi lá donde vorrebbe distoglierci l'affluenza delle idee affini (che il volgo degli innocenti chiama poi «disparate»), diremo che nel Labirinto il lettore trova alcuni passi, i quali, se non rammentano il pennello di Dante, lasciano pure in qualche maniera scorgere da che pigliasse origine la stima esagerata di cui il De Mena gode tuttavia i rimasugli presso la sua nazione. Tale è, per citarne uno, quel passo ov'è descritta la morte del conte di Niebla, famoso eroe della Spagna, il quale, mentremche tentava di togliere a' mori Gibilterra, mal pratico del flusso e riflusso della marea e soverchiato dalle onde, sdegnò di pensare a se stesso e di salvare se solo, poiché vedeva perire miseramente in quelle acque tutti i propri compagni.
Un poema, che raccontava i fatti piú memorandi della storia patria e che a quando a quando era caldo della piú poetica delle passioni, il patriottismo, non è maraviglia che venisse accolto da' contemporanei con quell'entusiasmo, che è eccitato sempre dall'interesse e dall'onore nazionale in un popolo che non sia corrotto od avvilito o dormente. E questa, piú che tutt'altra, è la cagione che anche oggidí si parli del Labirinto come d'un fasto spagnuolo. Dall'apparire di esso infino ai di presenti la Spagna, ad onta di alcune sue sventure domestiche, ad onta della prepotenza d'altri Stati europei, non ha perduta mai la sua libera esistenza politica. Però il sentimento della nazionalitá deve render cara e gioconda a quel popolo ogni memoria che ad essa si riferisca, ecc. ecc.
Qualunque, per altro, fosse l'ingegno del De Mena, maggiore dignitá avrebbe egli derivato ai suoi canti, maggiore rispetto si sarebbe conciliato, se, prendendo a narrare le cose pubbliche de' suoi tempi, egli si fosse mantenuto in possesso della indipendenza individuale, onde non far patto che con la veritá [p.214] piú rigorosa, unico patto che dia importanza alle lettere. Ma, vivendo cortigiano, egli dovette far sacrifici alla fortuna, e non lasciò sfuggire occasioni per lodare il re che lo pasceva. E Giovanni secondo, sebbene ingordo e non mai satollo di lodi, era tale nondimeno da non potere esser lodato che dagli adulatori.
L'erudizione, secondo la moda del secolo, venne a mischiarsi tanto con la poesia del De Mena, ch'egli, somigliante in ciò al Santillana ed agli altri, intarsiava ogni tratto, anche nelle canzoni amorose, allusioni e concetti eruditi; per modo che, parlando della passione d'amore, pareva che non l'avesse sentita mai. Ed aveva pur letto e riletto il Canzoniere del Petrarca!
Oltre il Santillana e il De Mena, de' quali abbiamo diffusamente parlato; oltre il Villena e gli altri, di cui abbiamo fatta piú sopra una semplice menzione, voglionsi annoverare fra i verseggiatori piú notabili del secolo decimoquinto Gomez Manrique, Giorgio Manrique di lui nipote, Garci Sanchez de Badajoz, Rodriguez del Padron, Alonso de Cartagena, e quel tanto celebre pe' suoi amori, quel Macias, il cui nome (aggiuntovi l'appellativo di «enamorado») passò poi nella lingua come modo proverbiale per indicare il sommo della passione amorosa.
A voler tener dietro separatamente a' lavori di questi e de' molti loro compagni (ci asteniamo dal darne qui la lista, che oltrepasserebbe i cento nomi), fa d'uopo esser dotato di una pazienza letteraria che abbia dello straordinario. Sia che scrivessero canti sacri («obras de devocion»), sia che dettassero canti morali, oppur canzoni amorose, tutti tutti parevano modellati a una foggia sola. Pigliando in mano il Cancionero general, ed anche il Romancero general in quella parte che non contiene romanzi epici, si viene presto ad accorgersi che vale per tutti un giudizio solo.
Questa uniformitá in un tanto numero di scrittori deve riuscire piú interessante per lo storico delle civilizzazioni, che non pel semplice cercatore de' piaceri che l'animo umano domanda alle arti. Il primo trarrá da essa un argomento sussidiario per istabilire con piú certezza qual fosse allora il carattere generale della nazione spagnuola; e, non distratto dalla varia espressione [p.215] de' caratteri individuali de' poeti, godrá, leggendo i lor versi, di poter dire:—Ecco dunque il modo universale di sentire a que' tempi, al di lá de' Pirenei.—Il secondo, per lo contrario, patirá di noia innanzi a tanta monotonia.
Una religiositá, consistente nella ostentata osservanza delle forme verbali piú che in un intimo sentimento; un culto della morale, esercitato anch'esso non tanto come bisogno dell'anima quanto come sfoggio di apparenze, e quindi spiegato d'ordinario in arroganti declamazioni o precetti claustrali, in allegorie derivate dalle gelide e vane definizioni teologiche di quell'etá; una importanza attribuita a se stesso ed a' propri discorsi da ciascun individuo, sí ch'egli non misura mai la sofferenza di chi l'ascolta, e non abbandona mai il tema assunto se prima non ha esauriti tutti i modi di svolgerlo; un orgoglio personale, associato quasi sempre alla passione dell'amore; e questa rade volte produttrice di un'estasi dilicata, bensí, ogni tratto, di esagerazioni che tengono della cosí detta maniera orientale, di rabbie, di disperazioni, di pazzie; ed a giustificar la pazzia, a darle colore non discordante dalla affettata gravitá nazionale, chiamate stranamente in soccorso le sottigliezze degli scolastici, e sostituite spesso le formalitá della logica alle libere emanazioni de' sentimenti del cuore; uno studio, insomma, di parer savi sempre e, per cosí dire, in toga, anche allora che meno severe circostanze della vita sembrano richiedere il mantelletto galante: questi, secondo l'opinione nostra, sono i tratti piú evidenti che costituiscono la fisonomia generale de' poeti di cui parliamo; e a noi non basterá mai l'animo d'impugnare la spada contra chi dicesse ch'ella non è fisonomia simpatica molto.
Alcuni storici della letteratura si congratulano col secolo decimoquinto, e fanno festa perché verso la fine di esso la Spagna cominciò a coltivare la poesia pastorale. Noi rispettiamo i gusti di chicchessia e, insieme agli altrui, un pochetto anche i nostri. E però ci giova di non perderci in ammirazione dietro a' primordi di un genere di poesia, al quale, con buona pace de' maestri di lettere, non portiamo troppa benevolenza. Se fosse vera la ipotesi pittagorica della metempsicosi, e se, per un capriccio [p.216] matto di quella fortuna che si compiace proprio negli estremi contrari, a noi toccasse di dovere un dí rinascere su qualche trono della terra e coll'animo tutto tutto inclinato al dispotismo; allora, tornandoci vani i tentativi per ispegnere affatto le lettere, vorremmo industriarci almeno di porre in onore fra' nostri schiavi quel tanto solo di esse che piú servisse ad addormentarli. E allora, allora sí, la poesia pastorale verrebbe da noi protetta e promossa, siccome quella che, per la sua immensa distanza dal vero della vita e per la sua languida efficacia morale, ci farebbe meno paura d'ogni altra. Intanto, giacché, fuor d'ipotesi, siamo cittadini privati, non amiamo, né per noi né pel nostro prossimo, la diffusione de' narcotici.
E che v'ha dunque ne' versi castigliani del secolo decimoquinto, che possa rimunerare in qualche maniera la cortesia di chi profonde ora il tempo nel leggerli? Primieramente vale anche per quest'epoca ciò che abbiamo detto nell'articolo primo intorno a' romanzi epici d'autori sconosciuti di nome, giacché anche in quest'epoca si proseguí a scriverne. Anzi ad essa crediamo appartengano per la piú parte quelli di avventure ricavate dalla storia moresca, e specialmente degli odii delle due fazioni de' Zegris e degli Abencerrages, dalle ultime sciagure del regno di Granata, superato poi e vinto dalle armi di Ferdinando e di Isabella nel 1492. Chiunque ha un cuore spontaneamente aperto alle impressioni poetiche, chiunque è educato da una critica liberale e non angustiata dagli scrupoli de' pedanti, trova nel Romancero general di che contentar di frequente il bisogno estetico dell'anima sua. In que' romanzi lo spirito arabo-ispano si manifesta nella sua originalitá; e la calda spiegazione di sentimenti veri ed originali abbonda sempre di poesia. In secondo luogo non è da negarsi che anche ne' componimenti de' poeti conosciuti per nome, e ricordati in parte, e censurati in generale qui sopra, rinvengonsi qua e lá pensieri ingegnosi, immagini opportune e tracce talvolta d'una rigogliosa freschezza di fantasia, che ne ristorano qualche poco della loquacitá erudita e della frequenza del concettizzare puerile: sono come le oasis incontrate dalla sitibonda carovana nel deserto. Una passione [p.217] sentita davvero non può resistere poi sempre a palesarsi ne' modi comandati da abitudini assurde, tuttoché universali. E però in alcuni squarci, come a dire delle quattro canzoni del Macias, l'amore irrompe fuor de' soliti vincoli e dá qualche segno verace e bello della propria esistenza.
L'amore e il Macias sono due parole che ne suscitano nell'anima una memoria di malinconia e di pianto. Il Macias era gentiluomo di camera del gran maestro don Enrico de Villena. S'innamorò d'una delle dame che servivano in palazzo del gran maestro; e, a sviargli quella passione, non gli valse il vedere la donna amata sposarsi ad un altro, non valsero le riprensioni del Villena, non i gastighi e la prigionia a cui questi lo condannò. Al marito della donna non era ignoto anche prima delle nozze quell'amore, e in lui la gelosia era precorsa al sacramento. Vile! Egli si concertò col carceriere; e, venuto alla torre in cui gemeva custodito il suo rivale, trovò modo di scagliargli contro, da una finestra, la propria lancia. Il colpo fu assestato con tale gagliardia, che traforò il Macias da parte a parte. Quel meschino stava allora appunto cantando una canzone da lui composta per la donna del suo cuore, e spirò col nome di lei sulle labbra.
|Grisostomo.|
[1] Poesias selectas castellanas, desde el tiempo de Juan de Mena hasta nuestros dias, etc.—Poesie scelte castigliane, dai tempi di Giovanni de Mena fino ai giorni nostri raccolte ed ordinate da don |Emanuele Giuseppe Quintana|. Madrid, ecc. ecc.
[2] «Quella [la collezione di poesie castigliane], che di poi fu incominciata, ma non condotta a termine da don Giovambattista Conti, eseguita per veritá con gusto squisito e con buona disposizione, fu destinata principalmente a far conoscere agli italiani il pregio della nostra poesia. E però all'autore di essa collezione bastò dí pubblicare e tradurre in toscano i componimenti lirici e buccolici piú segnalati del secolo decimo sesto ed alcuni de' fratelli Argensola; ma non die' luogo nella sua raccolta a veruna poesia di Balbuena, di Jauregui, di Lope, di Góngora, né d'altri egualmente celebri nostri poeti, lasciando cosí la collezione insufficiente in estremo e difettosa».
[3] Il Poema del Cid non va confuso coi Romanzi del Cid, posteriori di un secolo, e pieni di ben altra poesia. Somigliano questi in certo modo, per le loro forme esteriori, alle antiche ballate inglesi, molte delle quali sono sí giustamente apprezzate anche oggidí.
[4] Citiamo per modo d'esempio l'entrata del Cid in Burgos, quando esiliato dal suo re:
«Il mio Cid Rui Diaz entrava in Burgos accompagnato da sessanta insegne. Erano piene le vie e le finestre di cittadine e di cittadini, bramosi di vederlo; ed era sí grande il loro dolore, che versavano lagrime dagli occhi e dicevano tutti ad una voce:—Oh Dio, che buon vassallo, se vi fosse un buon re!—Gli avrebbero volentieri offerte le lor case; ma niuno ebbe coraggio di farlo, per la grande ira concepita contro di lui dal re don Alfonso, del quale innanzi al cader del sole era entrata in Burgos una lettera chiusa con forti sigilli, dove si proibiva a tutti il dare alloggiamento al mio Cid Rui Diaz sotto irremissibile pena di perdere gli averi, gli occhi ed anche la vita stessa. Gran dolore sentirono le genti cristiane, e s'ascosero dal mio Cid, perché non ardivano di dirgli nulla», ecc. ecc.
[5] «Quid rides?», ecc. ecc.
[6] Questo secondo articolo è preceduto dalla seguente avvertenza: «Proseguiamo il Quadro storico della poesia castigliana, incominciato nel n. 99 del Conciliatore. La memoria de' lettori saprá rappiccare il filo tra l'articolo primo e 'l seguente» [Ed.].
[7] Dante nacque del 1265 e morí del 1321. Il De Mena nacque del 1412 e morí del 1456.
[p.218][p.219]