III

Noi abbiamo in Italia storie della nostra letteratura quante ne vogliamo. Il Crescimbeni, il Quadrio, il Fontanini ed altri ci furono prodighi di notizie biografiche e bibliografiche intorno ai sommi, ai mediocri, agli infimi scrittori italiani, sicché non vi ha curiositá che vinca la lor profusione. Ma se pei padri nostri potevano bastare quelle congerie di notizie pressoché nude d'ogni filosofia, non bastano ora piú per noi: da che i progressi dello spirito umano non ci permettono piú di regalare la nostra attenzione alla sola pazientissima flemma d'un raccoglitor di memorie; e studi piú importanti hanno svegliato ora in noi una tendenza filosofica, costantemente operosa, la quale ci fa vogliosi di conoscere, piú che le cose, le cagioni di esse. Non vuolsi per altro far troppo delitto a' padri nostri della facile loro contentatura. La colpa era non di essi ma de' tempi, diversi assai, come giá dicemmo, per mille ragioni politiche da' presenti, nella stessa guisa che diversi da' presenti saranno i futuri per quella necessitá di moto che agita perpetuamente il mondo morale.

Il Muratori qualche poca volta sollevossi ad una sfera d'idee superiore a quella de' suoi contemporanei italiani, e lasciò qui [p.91] sfuggir lampi precoci di quella filosofia applicata alle lettere, che, bambina allora, viene ora crescendo in tutta l'Europa a robustezza virile.

Ma piú assai che il Muratori, il Gravina sarebbe stato un letterato filosofo da produrre assai riforme e assai di bene all'Italia, se fosse nato in tempo di migliori lettori; poiché certo non gli mancava né logica esatta né vigoria d'intelletto, che che ne dicesse il Baretti. Era uomo il Baretti d'ingegno vivacissimo, ma di cognizioni non sempre profonde; e però riesce giudice talvolta incompetente e troppo corrivo al dir male d'altrui.

Per rispetto al Tiraboschi, a cui dobbiamo esser grati di molte notizie erudite, noi speriamo che le persone scevre da' pregiudizi non vorranno biasimarci se ci facciamo lecito di dire che a lui mancava perfino quella filosofia che i tempi potevano dargli. Degli altri piú recenti, ma di minor conto, non parliamo.

La letteratura d'Italia, e per la venustá di che in molte parti ridonda e per venerazione all'anzianitá de' suoi natali, fu sempre uno studio carissimo anche ai dotti delle nazioni straniere. Molti di essi ne scrissero or la intera storia, or la parziale d'un qualche ramo o d'una qualche epoca; molti incidentemente in libri di diversa natura pronunziarono giudizi intorno al merito d'alcuni de' nostri prosatori e poeti, or con molto, or con poco, or con nessuno criterio.

Presso gl'italiani trovarono applauso sempre coloro degli stranieri che piú erano stati larghi d'encomi alle nostre lettere; e contumelie villane, anziché pacate confutazioni, coloro che in qualche maniera parvero mostrarsi meno scialacquatori d'incenso. E nondimeno il lettore giudizioso rinfaccia non di rado a molti de' primi la mancanza di sagace discernimento, della quale per lo piú si suole fare accusa a' secondi. Cosí tal uno, a modo d'esempio, porta opinione che il libro dell'inglese signor Cooperwaker sul teatro italiano, quantunque pieno zeppo di adulazioni e di lodi alla nostra letteratura drammatica, sia davvero un meschinissimo libro scritto da un meschinissimo pedante; e con uguale schiettezza reputa miserabili certe censure scagliate contro alcuni de' poeti italiani dal Boileau, dallo stesso ingegnoso [p.92] Voltaire e da altri non pochi che, dando biasimo a ciò che non intesero, riescirono detrattori inconcludenti.

Fra gli stranieri che scrissero della nostra letteratura sa ognuno quanto romore suscitassero di recente madama di Staël, il signor Sismondi, il signor Schlegel, il signor Ginguené. Per ora ci par prudenza lo schivare lunghe parole intorno ai tre primi, onde non riaccendere la rabbia che ha giá fatto abbastanza di torto all'Italia. D'altronde se n'è giá parlato tanto e se n'è detto sí poco, e tanto pur se ne potrebbe dire, che a volerne degnamente discorrere non bastano i limiti dentro i quali ci serra l'occasione presente. Solo ti preghiamo, o lettore, di non interpretare sinistramente questo nostro silenzio e di crederci rispettosi davvero verso quegli ingegni, perché li crediamo in accordo coi lumi del secolo e non co' pregiudizi della ignoranza orgogliosa.

Il signor Ginguené scrisse in Francia l'intera storia della letteratura italiana. La conoscenza profonda, e rara oltremodo in un francese, ch'egli manifestò avere della lingua nostra e delle nostre lettere, l'amore sincero con cui ne parlò, le lodi che ci versò sul capo a piene mani gli meritano il tributo della nostra gratitudine. Ma se si pensa che il signor Ginguené scriveva il suo libro dopo l'anno 1810 ed in Francia, che è quanto dire un trent'anni dopo quello del Tiraboschi ed in paese piú illuminato del nostro, chi vorrá perdonare a lui la penuria di filosofia? Un uomo che, per quanto sembri internarsi colla veduta, guarda pur sempre la sola superfice delle cose, e ad ogni tratto ti esclama «bravo! bello!» senza mai arricchirti il capo d'una nuova idea che ti faccia sentire la ragione delle sue lodi, non è l'uomo del secolo, non fa piú per noi.

Vi ha nondimeno in Italia una certa legione di lettori che potrebbonsi chiamare i traineurs dello spirito umano, come i francesi chiamano i traineurs dell'esercito[7] que' soldati che, [p.93] o per viltá o per fiacchezza o per altra ragione, restano indietro nelle marce e non arrivano che un buon pezzo dopo il grosso delle truppe. A questa milizia di grave armatura, che fa da retroguardia al secolo, un'altra se ne aggiugne, alla quale starebbe bene il titolo di «tribú dei comprafumo», perché ad essa par sempre una maraviglia tutto ciò che in qualunque maniera è lode all'Italia.

Come i bevoni tracannano il vino senza assaporarlo, cosí i comprafumo si strinsero al seno il libro del signor Ginguené e lo predicarono la perfezione delle perfezioni. Ai comprafumo vennero lenti lenti in soccorso i traineurs, portando seco i pensieri ereditati dalla buona memoria de' loro bisnonni. E la predica degli uni rinforzata dall'applauso degli altri diventò un clamore da innamorare la moltitudine, che mise gridi anch'essa senza sapere perché. Ma gli uomini savi d'Italia, quantunque gustino anch'essi la dolcezza delle lodi, soprattutto dalla bocca degli stranieri, le infastidiscono siccome nauseose, quando non le veggono avvalorate dalla manifestazione d'un alto criterio in chi le va sprecando. Gli uomini savi d'Italia sanno che la nostra letteratura, comeché splendidissima per molti rispetti, ha pure anch'essa i suoi lati opachi; ed arrabbiano nel vedere confondersi insieme da' lodatori l'opacitá e lo splendore, e versarsi ovunque ugual dose di ammirazione. Gli uomini savi d'Italia leggono le storie non tanto per compiacere ad una sterile curiositá quanto per trarne paragoni giovevoli alla lor vita presente; e reputano un miserissimo nulla la poesia ed ogni discorso intorno a cose letterarie, quando non è messa a profitto tutta la civiltá de' popoli dal poeta o dal trattatista. Gli uomini savi d'Italia, perché rispettano non alla cieca ma con pienezza di discernimento la letteratura patria, pretendono che non possa degnamente accostarsi a parlarne se non chi accese la propria fiaccola critica al lume della critica universale europea; e credono che il signor Ginguené non ve l'accendesse abbastanza. E però la storia del signor Ginguené sarebbe per tutti una gran bella cosa, se venisse ritoccata da un filosofo. Questa almeno è l'umile opinione nostra, alla quale speriamo facile il passaporto in virtú della libertá che la legge e la critica ne accordano.

[p.94]

Ci parve di dover dare cosí alla sfuggita questo sguardo agli autori che fin qui parlarono della letteratura italiana, onde rispondere innanzi tratto a coloro che potrebbero forse irritarsi del nostro tirare in iscena una nuova storia di essa, chiamandolo un portare erba al prato; da che tra nostrali e forestieri possediamo giá tanti e tanti volumi che ne discorrono, piú che non se ne legge. Abbiamo giá detto nell'articolo primo che per gl'italiani la parte piú utile della storia del signor Bouterweck sarebbe quella che tratta non della nostra ma delle letterature straniere; e stiamo pur sempre in questa persuasione. Tuttavolta anche i due primi volumi che comprendono le cose nostre, quantunque meno importanti per noi, non sono da rigettarsi come inutili. La novitá e l'importanza d'un lavoro storico non consistono unicamente nel narrare fatti non conosciuti in prima, bensí piú sovente nella maniera nuova di considerarli. Un portare erba al prato sarebbe se i due volumi de' quali parliamo somigliassero in tutto e per tutto ai libri del Tiraboschi e del signor Ginguené. Ma o noi c'inganniamo, o la somiglianza per cento ragioni è tenuissima. E ciò basti per nostra discolpa.

Il signor Bouterweck dá principio alla storia della poesia e dell'eloquenza italiana con un discorso, in cui prima di tutto viene investigando qual fosse lo stato della lingua nostra al comparire di Dante. In questo argomento egli segue, e lo confessa apertamente, il libro latino di Dante medesimo Della volgare eloquenza. L'autore scende poi a parlare de' metri poetici de' moderni, delle ragioni per cui bisognò trovarli nuovamente e non ammettere que' degli antichi, della convenienza e della quasi necessitá della rima nelle poesie delle lingue moderne, della compiacenza con cui i nuovi popoli accolsero questo nuovo ornamento poetico, e del carattere originale che la rima diede alle forme esteriori della nuova poesia. Quantunque agli italiani non si attribuisca il merito d'avere inventata la rima, all'Italia nondimeno, dic'egli, e non ad altro popolo vuolsi saper grazie dell'avere nobilitati i metri rimati de' provenzali, volgendoli ad uso d'una migliore e piú vera poesia.

[p.95]

Ciò detto, l'autore imprende la rivista dei poeti e de' prosatori italiani, la quale, sbrigandosi di Guido Guinizelli, di Guido Ghislieri, del Fabrizio, ecc. ecc., col solo nominarli, incomincia propriamente da Guittone d'Arezzo e scende giú fin presso al declinare del secolo decimottavo. Non sappiamo se alla fine dell'opera il signor Bouterweck vorrá ampliare con qualche supplimento questa sua rivista. Certo non sarebbe male che egli lo facesse; da che pare che nel 1802, quando egli pubblicò il secondo volume della sua storia (terminando con quello di parlare degli italiani), le vicende politiche od altre cagioni lo tenessero al buio delle cose nostre piú recenti; ed in generale ne sembra trascuratissimo e superficiale troppo tutto quel tratto della sua storia italiana che comprende gli ultimi trent'anni del secolo ora scorso.

Il tener dietro di passo in passo a codesta rivista non è intendimento nostro, né lo comporterebbero forse i nostri lettori. Ne riporteremmo volentieri alcuni squarci tolti qua e lá; ma come decidere la scelta in mezzo ai tanti che meriterebbero la preferenza? Le cose giudiziose che vi s'incontrano per rispetto a Dante, al Petrarca, all'Ariosto, al Machiavelli, ecc. ecc., o vogliono essere riportate tutte, o vogliono essere taciute. Crediamo dunque miglior partito quello di dar qui un epilogo del discorso finale con cui l'autore conchiude la storia della letteratura italiana. Il silenzio nostro sul restante aggiunga stimoli alla curiositá dei dotti d'Italia, sicché eglino procaccino di leggere nel testo ciò che non senza frequente compiacenza vi abbiamo letto noi.

Tanto v'ha di memorabile, dice il signor Bouterweck, nella letteratura italiana, che la storia di essa merita una ricapitolazione.

Come l'uomo, per variar d'accidenti, nella sua vita non rinnega mai totalmente la sua prima educazione, cosí la letteratura italiana non si spogliò mai totalmente di quel carattere ch'essa assunse nel suo nascimento. Quando cinque secoli fa ebbero principio la poesia e l'eloquenza italiana, l'attuale civilizzazione europea era tuttavia ne' suoi primordi. E fra tutte le nazioni di Europa, l'italiana è la sola nella di cui letteratura [p.96] lo spirito di quei primi tempi abbia accompagnato sempre lo spirito de' tempi posteriori per tutti i periodi dello sviluppamento di esso.

Nella letteratura italiana è impresso il carattere della giovanezza della nuova civilizzazione europea, con tutte le sue naturali attrattive e coi suoi difetti. Quantunque i primi poeti d'Italia non si abbandonassero interamente, come i greci, a se medesimi ed al bisogno dell'anima loro, e non uscissero, come fecero i greci, dalla sola scuola della natura, la poesia loro nondimeno emerse dal complesso de' sentimenti che in essi destava la nuova civilizzazione; sentimenti che, piú forti quanto piú freschi, crearono nella poesia un certo vigore di gioventú che, l'una dopo l'altra, spezzò le catene di cui il pedantismo l'aveva gravata.

In tutte le migliori opere de' poeti italiani, mista alla bella veritá poetica scorgesi questa vigoria giovenile che si spigne innanzi sempre senza badare a ritegni. Ed anche lá dove i poeti sembrano sottomettersi alle antiche regole, la gioventú dello spirito, l'anima vera della poesia, non istá quieta, ma urta e rompe e s'apre la sua strada attraverso ogni metodica circoscrizione.

La bella poesia italiana non si piegò umilmente, come la francese, alle regole vecchie, ma lottò sempre contro di esse. Dante, il Petrarca, l'Ariosto, piú che alle regole, si lasciarono andare alla prepotenza del loro genio, al bisogno delle anime loro, e riescirono grandi nella libertá. Se se ne vuol levare la Gerusalemme del Tasso, tutti i poemi italiani, che, secondo i precetti de' pedanti, si direbbero regolari e perfetti, appartengono alla classe seconda o ad altra forse ancor piú bassa. Tutto ciò che v'ha di veramente poetico in Italia è dovuto alla libertá del vigor giovenile.

Mediante la storia della poesia italiana viene per la prima volta a confermarsi nelle letterature moderne questa veritá: che il poeta allora solamente ottiene il fine piú sublime e piú vero dell'arte, quando tien conto del carattere della sua nazione e del suo secolo, e non lo ributta sdegnosamente come inopportuno a' suoi intendimenti poetici. La poesia de' poeti [p.97] sommi d'Italia è poesia nazionale nello spirito del secolo in cui essi vivevano.

Pei poeti del Quattrocento, del Cinquecento e del Seicento non fu poco imbarazzo quello in cui li metteva da un lato la venerazione entusiastica ch'erano tentati di tributare alle cose degli antichi allora scoperte, e dall'altro la inconvenienza di ripeterne servilmente le forme estetiche. La critica di que' tempi, debole troppo, non bastò sempre a preservarli dalla cieca imitazione, alla quale pareva che dovesse indurre tutti gli intelletti educati alle scuole la maniera con cui spiegavasi la Poetica d'Aristotile, considerandola come un corpo di leggi assolute ed obbligatorie quanto quelle di Giustiniano. Come nel restante d'Europa, cosí anche presso gli italiani, specialmente del Seicento, non mancano esempi di cieca imitazione degli antichi. Ma tutti siffatti esempi, considerati come poesia, sono tutti miserabilissime cose, dall'Italia liberata del Trissino e dalla sua Sofonisba giú fino alle pedanterie di minor momento.

Per lo contrario in Italia chi ebbe in sé anima veramente poetica, sentí sempre, anche senza averla spiegata teoricamente a se medesimo, la differenza essenziale che vi ha tra la poesia romantica, cioè quella derivante dallo spirito della nuova civilizzazione, e la poesia degli antichi; e mostrò d'avere compresa l'essenza dell'una e l'essenza dell'altra quando accolse come piú inerenti al proprio intendimento poetico i costumi del suo secolo e della sua patria; e studiando daddovero gli antichi, pensò non esser conveniente il sagrificare alle lor forme poetiche le forme nuove, le quali erano piú conformi allo spirito della nuova poesia. Dante adorava Virgilio come se fosse un ente santissimo. Eppure a Dante non venne, no, in capo la tentazione di lavorare un poema eroico nella maniera di Virgilio. Il Petrarca era oltre ogni dire invaghito de' classici antichi tanto quanto della sua Laura. Ma il Petrarca cantò il proprio amore com'ei lo sentiva, nobilitando le maniere de' provenzali. L'Ariosto studiò Omero, ma volle a bella posta riescir diverso affatto da Omero. E finanche il Tasso, il Tasso medesimo non ardí spignere a tanto la imitazione del poema [p.98] eroico antico, da rinunziare al carattere romantico dell'epopea cavalleresca.

Parrebbe che nello spazio di cinque secoli, nel corso de' quali la civilizzazione non fu mai totalmente impedita ne' suoi progressi, ed in una terra come l'Italia, dove il sentimento del bello è tanto indigeno, la poesia e l'eloquenza, tenendo dietro ad ogni accidente dalla crescente civilizzazione, dovessero svilupparsi a poco a poco per tutti i modi possibili di varietá ed in tutte le forme che fossero in qualche armonia col modo di pensare e coi costumi universali della nazione. Com'è che ciò non avvenne? com'è che la pittura italiana non lasciò via alcuna intentata, cercando di conseguire l'originalitá per mille diverse maniere; e la poesia invece parve timorosa di novitá e rade volte escí della via battuta? Non è difficile il trovare nella storia della civilizzazione d'Italia lo scioglimento d'un tale enimma.

Assai piú che quelle del pittore, le invenzioni del poeta dipendono dall'educazione morale dell'intelletto. Ma presso gli italiani questa educazione morale non fu spinta mai a quel grado di voga, a cui salirono la erudizione e le dottrine ecclesiastiche. Nella moderna Italia, dal Trecento in poi, l'intelletto non ebbe mai quella piena libertá che lo aveva favorito nell'antica Grecia. E però il genio de' poeti italiani non poté mai volgersi ovunque gli piacesse con energia assolutamente libera. Angustiati essi da questi vincoli, non volsero mai il pensiero a trovare un modo di poetare che non procedesse dalle fonti dell'antichitá, non da quelle de' primi tempi romantici e del cristianesimo, ma sibbene da una nuova maniera di contemplare l'uomo e la natura. Il tentativo era per ragione politica pericoloso. Il riprodurre tal quali le forme poetiche degli antichi non piaceva alla nazione, perché la nazione sentiva romanticamente.

Tutto il complesso di queste circostanze fece sí che la poesia italiana, presa in totale, riescí assai piú ricca di melodia e d'immagini che non di pensieri e di riflessioni sull'uomo. (Pare che il signor Bouterweck voglia dire che la frequenza di tali [p.99] pensieri e riflessioni non può essere il frutto che di una libera e schietta considerazione dei fenomeni morali, degli avvenimenti pubblici, delle sventure, dei delitti, delle speranze, dei voti, dei rimorsi e de' miglioramenti, ecc., di una nazione; e che lo esprimere liberamente siffatte considerazioni non essendo sempre stato in potere dei poeti d'Italia, ciò li veniva allontanando anche dal farle).

Le cagioni, che ristrinsero la libertá intellettuale de' poeti per rispetto a' concepimenti, fecero forse in modo ch'essi, giovandosi d'una bella lingua e d'un clima ridente, si dessero invece a rendere sempre piú splendida ed elegante l'espressione de' loro concetti. Fra tutte le poesie dei moderni l'italiana certamente è quella che per riguardo allo stile, senza declinare dalla sua romantica novitá, piú s'accosta all'ideale della poesia degli antichi. Nell'arte di descrivere gli accidenti esteriori delle passioni, le situazioni, le azioni, ecc. ecc., i principali de' poeti italiani non sono forse superati da nessun altro poeta europeo. E tanto è il bello estrinseco della poesia italiana che, s'essa per avventura fosse alcunché piú ricca di valore intrinseco, pigliandola in totale, e piú variata nella sua ricchezza, nessuna poesia d'Europa potrebbe osare di contendere con essa pel primato.

Fin qui il signor Bouterweck. Noi abbiamo giá detto piú sopra come un'appendice, ch'egli aggiugnesse alla storia della letteratura italiana, riparerebbe alla trascuratezza con cui ne esaminò gli ultimi trent'anni del secolo scorso. Certamente non isfuggirebbono allora al guardo filosofico del nostro autore i meriti di tre illustri poeti recenti: l'Alfieri, il Parini ed il cavaliere Monti.

Senza voler qui fare un'analisi completa delle opere di questi tre illustri italiani, ci basterá accennare rapidamente alcune cose che riguardano appunto l'importanza de' pensieri e degli argomenti, con sí giuste querele desiderata dal signor Bouterweck nella poesia italiana presa in complesso.

L'Alfieri considerò la poesia e la trattò come un'arte destinata a diffondere nel pubblico le idee piú importanti sul merito [p.100] morale e sulle pubbliche istituzioni; idee che al poeta erano persuase dalla esperienza, dalla riflessione, dallo studio della storia, ecc. ecc. E quantunque le sue massime non sieno per altro sempre quelle che un'illuminata filosofia deve approvare, la poesia dell'Alfieri non pecca certo di futilitá.

Il Parini consacrò il suo immortale poemetto a deridere l'ozio e la mollezza, e contribuí a far cessare lo sciocco costume de' cavalieri serventi, abolito poi piú efficacemente dalle grandi vicende di cui siamo stati testimoni.

Il cavaliere Monti seppe con rara felicitá fondare sulla religione cristiana un suo epico componimento, ed arricchirne la poesia colla viva pittura di sciagure e di grandi delitti contemporanei; ed in un altro componimento consimile seppe esprimere con giusta indegnazione la corruttela e la perversitá che deturparono sovente a' giorni nostri i conquistatori ed i conquistati in Italia, ed esprimere coll'entusiasmo de' versi un lodevole amore dell'ordine pubblico.

|Grisostomo.|

[1] Geschichte der Poesie und Beredsamkeit seit dem Ende des dreizehnten Jahrhunderts, von |Friederich Bouterweck|.—Storia della poesia e della eloquenza, incominciando dalla fine del secolo decimoterzo , ecc., di |Federigo Bouterweck|, Gottinga, ecc. ecc.

[2] Il nome del signor Bouterweck è giá tanto conosciuto in Europa, che sarebbe un far torto ai colti italiani il dir loro chi egli sia.

[3] Noi limitiamo il discorso presente alla sola letteratura, pigliando il senso stretto di questo vocabolo, cioè «belle lettere». Nelle scienze (che fanno parte della letteratura intesa in senso piú ampio) non si vietava né era possibile vietare che gli studiosi profittassero delle scoperte degli altri popoli; ed infatti, o poco o molto, ne profittarono sempre.

[4] L'Andrés, quantunque spagnuolo, è da considerarsi come autore italiano, perché scrisse il suo libro nella nostra lingua.

[5] Il signor Bouterweck fissa il principio della storia e della eloquenza moderna ad un'epoca anteriore di pochi anni a quella di Dante.

[6] |Tacito|, Germania, c. 8.

[7] Al vocabolo francese «traineur» non troviamo equivalente italiano. «Sezzaio» sarebbe forse l'unico. Ma, oltreché non rende intera l'idea di «traineur», è parola che sa troppo del tanfo di fra Bartolomeo e di fra Iacopone, tanto che oggidi fa stomaco ad ogni galantuomo.

[p.101]