VI

DOLORE DI DANTE PER LA MORTE DI BEATRICE

Gravi erano stati i sospiri e le lagrime, mosse assai sovente dal non potere aver veduto, quanto il concupiscibile appetito disiderava, il grazioso viso della sua donna; ma troppo piú ponderosi gliele serbava quella estrema e inevitabile sorte che, mentre viver dovesse, ne 'l doveva privare. Avvenne adunque che, essendo quasi nel fine del suo vigesimoquarto anno la bellissima Beatrice, piacque a Colui che tutto puote di trarla delle temporali angosce e chiamarla alla sua eterna gloria. La partita della quale tanto impazientemente sostenne il nostro Dante, che, oltre a' sospiri e a' pianti continui, assai de' suoi amici lui quel senza morte non dover finire estimarono. Lunghe furono e molte [le sue lagrime], e per lungo spazio ad ogni conforto datogli tenne gli orecchi serrati. Ma pur poi, in processo di tempo maturatasi alquanto l'acerbitá del dolore, e facendo alquanto la passion luogo alla ragione, cominciò senza pianto a potersi ricordare che morta fosse la donna sua, e per conseguente ad aprir gli orecchi a' conforti; ed essendo lungamente stato rinchiuso, incominciò ad apparire in publico tra le genti. Né fu solo da questo amor passionato il nostro poeta, anzi, inchinevole molto a questo accidente, per altri obietti in piú matura etá troviam lui sovente aver sospirato, e massimamente dopo il suo esilio, dimorando in Lucca, per una giovine, la quale egli nomina Pargoletta. E oltre a ciò, vicino allo stremo della sua vita, nell'alpi di Casentino per una alpigina, la quale, se mentito non m'è, quantunque bel viso avesse, era gozzuta. E, per qualunque fu l'una di queste, compose piú e piú laudevoli cose in rima.