XIX

DIMOSTRAZIONE DELLA PREDETTA SENTENZA

Intende la divina Scrittura, l'esplicazion della quale insieme con essa noi «teologia» appelliamo, quando con figura d'alcuna istoria, quando col senso d'alcuna visione, quando con lo 'ntendimento d'alcuna lamentazione, e in altre maniere assai, mostrarci molti secoli avanti esser dallo Spirito santo a' futuri nunziato l'alto misterio della incarnazione del Verbo divino, la vita di quello, le cose occorse nella sua morte, e la resurrezione vittoriosa, e la mirabile ascensione, e ogni altro suo atto, per lo quale noi ammaestrati, possiamo a quella gloria pervenire, la quale Egli e morendo e risurgendo ci aperse, lungamente stata serrata per la colpa del primo uomo. Cosí i poeti nelle loro invenzioni, quando con fizioni di vari iddii, quando con trasformazioni d'uomini in varie forme e quando con leggiadre persuasioni ne mostrarono, sotto la corteccia di quelle, le cagioni delle cose, gli effetti delle virtú e de' vizi e che fuggir dobbiamo e che seguire, accioché pervenir possiamo, virtuosamente operando, a Dio; il quale essi, che lui non debitamente conoscieno, somma salute credeano. Volle lo Spirito santo monstrare nel rubo verdissimo, nel quale Moisé vide, quasí come una fiamma ardente, Iddio, la verginitá di Colei che piú che altra creatura fu pura, e che dovea essere abitazione e ricetto del Signore della natura, non doversi per la concezione, né per lo parto del Verbo del Padre in alcuna parte diminuire. Volle per la visione veduta da Nabucdonosor, nella statua di piú metalli abbattuta da una pietra convertita poi in un monte, mostrare tutte le religioni, leggi e dottrine delle preterite etá dalla dottrina di Cristo, il qual fu ed è viva pietra, [dovere essere sommerse; e la cristiana religione, nata di questa pietra,] divenire una cosa grande, immobile e perpetua, sí come li monti veggiamo. Volle nelle lamentazioni di Ieremia l'eccidio futuro di Ierusalem dichiarare, e quello, per la sua ingratitudine e crudeltá in Cristo, avvenire.

Similemente li nostri poeti, fingendo Saturno aver molti figliuoli, e quegli, fuor che quattro, divorar tutti, niuna altra cosa vollono per tal fizion farci sentire, se non per Saturno il tempo, nel quale ogni cosa si produce; e come ella in esso è prodotta, cosí in esso, di tutto corrompitore, viene al niente. I quattro figliuoli dal tempo non divorati sono i quattro elementi, li quali niuna diminuzione avere per lunghezza di tempo veggiamo. Similmente fingono li nostri poeti Ercule d'uomo essere in Dio transformato, e Licaone re d'Arcadia transmutato in lupo: nulla altro volendo mostrarci, se non che, virtuosamente operando come fece Ercule, l'uomo diventa Iddio per participazione; e viziosamente operando, come Licaon fece, cade in infamia, e, quantunque nel primo aspetto paia uomo, quella bestia è dinominato, i vizi della quale sono a' suoi simiglianti: Licaone, percioché rapace e avaro e ingluvioso fu, vizi familiarissimi al lupo, in lupo transformato si disse. Li nostri poeti ancora discrissero mirabile la bellezza de' campi elisi, e in quegli dissono dopo la morte l'anime de' pietosi uomini e valenti abitare: per li quali il cristiano uomo meritamente potrá intendere la dolcezza del paradiso solamente alle pietose anime conceduta. E, oltre a ciò, oscura ed orrida e nel centro della terra finsero la cittá di Dite, e quivi sotto vari tormenti l'anime de' crudeli e malvagi uomini tormentarsi: per la quale chi sará che non prenda l'amaritudine dello 'nferno e i supplici de' dannati tanto quanto piú esser possono rimoti da Dio? Nelle quali fizioni assai chiaro mostrano d'ingegnarsi, con la bellezza dell'uno, di trar gli uomini a virtuosamente operare per acquistarlo, e, con la oscuritá dell'altro, spaventargli, accioché per paura di quella si ritraggano da' vizi e seguitin le virtú. Io lascio il tritare con piú particulari esposizioni queste cose, per non lasciarmi sí oltre nella transgression trasportare, che la principale materia patisca [a], e per venire a dimostrare perché di lauro si coronino i poeti.

[Footnote a: fidandomi ancora che gl'intendenti, per quello che detto è, conosceranno quanta forza, piú trite, al mio argomento aggiugnerieno. Assai adunque per le cose dette credo che è chiaro la teologia e la poesia nel modo del nascondere i suoi concetti con simile passo procedere, e però potersi dire simiglianti. È il vero che il subietto della sacra teologia e quello della poesia de' poeti gentili è molto diverso, percioché quella nulla altra cosa nasconde che vera, ove questa assai erronee e contrarie alla cristiana religione ne discrive: né è di ciò da maravigliarsi molto, peroché quella fu dettata dallo Spirito santo, il quale è tutto veritá, e questa fu trovata dallo 'ngegno degli uomini, li quali di quello Spirito o non ebbono alcuna conoscenza o non l'ebbono tanto piena.]

XIX^bis

PERCHÉ I POETI NASCONDONO IL VERO SOTTO FIZIONI

Io poteva per avventura procedere ad altro, se alcuni disensati ancora un pochetto intorno a questo ragionamento non mi avessero ritirato. Sono adunque alcuni li quali, senza aver mai veduto o voluto vedere poeta (o, se veduto n'hanno alcuno, non l'hanno inteso o non l'hanno voluto intendere), e di ciò estimandosi molto reputati migliori, con ampia bocca dannano quello che ancora conosciuto non hanno, cioè le opere de' poeti e i poeti medesimi, dicendo le lor favole essere opere puerili e a niuna veritá consonanti; e, oltre a ciò, se essi erano uomini d'altissimo sentimento, in altra maniera che favoleggiando dovevano la loro dottrina mostrare. Grande presunzione è quella di molti volere delle questioni giudicare prima che abbiano conosciuti i meriti delle parti: ma, poiché sofferire si conviene, a questi cotali, senza altro martirio, confesso le fizioni poetiche nella prima faccia avere niuna consonanza col vero. Ma, se per questo elle sono da dannare, che diranno costoro delle visioni di Daniello, che di quelle di Ezechiel, che dell'altre del vecchio Testamento, scritte con divina penna, che di quelle di Giovanni evangelista? Diremo, percioché somiglianza di vero in assai cose nella corteccia non hanno, sieno, come stoltamente dette, da rifiutare? Nol consentirá mai chi ficcherá gli occhi dello 'ntelletto nella midolla. E questo voglio ancora che basti per risposta alla seconda opposizione a questi giudici senza legge: cioè che, se lo Spirito santo è da commendare d'avere i suoi alti misteri dato sotto coverta, accioché le gran cose poste con troppa chiarezza nel cospetto di ogni intelletto non venissono in vilipensione, e che la veritá, con fatica e perspicacitá d'ingegno tratta di sotto le scrupolose ma ponderose parole, fosse piú cara e piú e con piú diletto entrasse nella memoria del trovatore; perché saranno da biasimare i poeti, se sotto favolosi parlari avranno nascosi gli alti effetti della natura, le moralitá e i gloriosi fatti degli uomini, mossi dalle sopradette cagioni? Certo io nol conosco.

Perché sotto cosí fatta forma i poeti dessero la loro dottrina, oltre a ciò che detto n'è, ne possono le ragioni essere queste: o per imitare piú nobile autore, o perché forse in altra forma non erano ammaestrati. Ma di questo non mi pare da dovere far troppo agra quistione, conciosiacosaché ciascuno in cosí fatte elezioni piú tosto il suo giudicio séguiti che l'altrui; e però piú tosto si potrá dimandare se cotal tradizione è utile o disutile. Alla quale mi pare che rispondere si possa questa utile essere stata, dove i nostri giudici nel gridare la dimostrano disutile; e la ragione puote essere questa. Certissima cosa è che, come gli ingegni degli uomini sono diversi, cosí esser convengono diverse le maniere del dare la dottrina. Assai se ne sono giá veduti, a' quali niuna sillogistica dimostrazione ha potuto far comprendere il vero d'alcuna conclusione; la qual poi per ragioni persuasive hanno subitamente compresa. Che dunque con questi cotali varrá il sillogizzare d'Aristotile? Certo, niente. Cosí al contrario alcuni vilipendono tanto le persuasioni, che nulla crederanno essere vero, se sillogizzando non ne son convinti. Sono altri, li quali solo il nome della filosofia, non che la dottrina, spaventa, e che con sommo diletto alle lezioni delle favole correranno, non estimando sotto quella alcuna particella di filosofia potersi nascondere; ché, se 'l credessero, non le vorrebbono udire. Di questi cotali, non è dubbio, giá assai, dalla novitá delle favole mossi, divennero investigatori della veritá e domestici della filosofia, del cui nome altra volta aveano avuto paura. In questi cotali adunque non furono dannosi i poeti, né disutile il modo del loro trattare, il qual per certo, a chi non lo intende, non può dare altro piacere che faccia il suono della cetera all'asino. E questo al presente basti; e vegniamo a mostrare perché i poeti si coronino d'alloro. Tra l'altre genti ecc.]