XX

DELL'ALLORO CONCEDUTO AI POETI

Tra l'altre genti, alle quali piú aprí la filosofia i suoi tesori, i greci si crede che fosser quegli li quali d'essi trassero la dottrina militare e la vita politica, oltre alla notizia delle cose superiori; e, tra l'altre cose, la santissima sentenzia di Solone nel principio della presente operetta discritta; la quale ottimamente e lungo tempo servarono, fiorendo la loro republica. Alla quale osservare, considerati con gran diligenzia i meriti degli uomini, con publico consentimento ordinarono che, per piú degno guidardon che alcuno altro, sí come a piú utile e piú onorevole fatica alla republica, li poeti dopo la vittoria delle lor fatiche, cioè dopo la perfezione de' lor poemi, e, oltre a ciò, gl'imperadori dopo la vittoria avuta de' nimici della republica, fossono coronati d'alloro; estimando dovere d'un medesimo onore esser degno colui per la cui virtú le cose publiche erano e servate e aumentate, e colui per li cui versi le ben fatte cose eran perpetuate, e vituperate le avverse. La quale remunerazione poi parimente con la gloria dell'arme trapassò a' latini, e ancora, e massimamente nelle coronazioni de' poeti, come che rarissimamente avvengano, vi dimora. Ma perché a tal coronazion piú l'alloro, che fronda d'altro albero, eletto sia [a], pare la ragion questa.

Vogliono coloro, li quali le virtú e le nature delle piante hanno investigate, il lauro, sí come noi medesimi veggiamo, giammai verdezza non perdere: per la quale perpetua viriditá vollero i greci intendere la perpetuitá della fama di coloro che di coronarsi d'esso si fanno degni. Appresso affermano li predetti investigatori non trovarsi il lauro essere stato mai fulminato, il che d'alcuno altro albero non si crede: e per questo vollono gli antichi mostrare che l'opere di coloro, che di quello si coronano, esser di tanta potenza dotate da Dio, che né il fuoco della 'nvidia, né la folgore della lunghezza del tempo, la quale ogni altra cosa consuma, quelle debba potere offuscare, rodere o diminuire. Dicono, oltre a ciò, i predetti quello che noi tutto il giorno sentiamo, cioè il lauro essere odorifero molto: e per quello vogliono intendere i passati, l'opere di colui, che degnamente se ne corona, sempre dovere esser piacevoli e graziose e odorifere di laudevole fama [b]. E perciò era non senza cagione

[Footnote a: non dovrá parere a udire rincrescevole.

Sono alcuni li quali credono, percioché Dafne, amata da Febo e in lauro convertita, fu da lui eletta a coronare le sue vittorie, e i poeti sono a lui consacrati, quindi tale coronazione avere origine avuta: la quale opinione non mi spiace, né niego cosí poter essere stato; ma tuttavia mi muove altra ragione. Secondo che vogliono coloro, ecc.]

[Footnote b: Similemente una quarta proprietá, e maravigliosa, gli aggiungono; e questa è che dicono essere una specie di lauro, la cui pianta non fa mai che tre radici, delle frondi del quale qualunque persona n'avesse alla testa legate e dormisse, vedrebbe veracissimi sogni delle cose future mostranti: per la quale proprietá intesero i nostri maggiori una dimostrarsene, la quale essere ne' poeti si vede. Perciò i poeti, discrivendo l'operazioni d'alcuno, delle quali solamente gli effetti nudi avrá uditi, cosí le particulari incidenzie mai non vedute né udite discriverá, come se all'operazione fosse stato presente; e percioché veridichi in ciò assai volte sono stati trovati, parendo quella essere stata specie di divinazione, furono chiamati «vati», cioè profeti, ed estimarono gli uomini loro di lauro coronare, a mostrare la proprietá della divinazione, nella quale paiono al lauro simiglianti. E perciò, ecc.] il nostro Dante, sí come merito poeta, di questa laurea disioso. Della quale percioché assai avem parlato, estimo sia onesto di tornare al proposito.