XVI

FATTEZZE E COSTUMI DI DANTE

Fu il nostro poeta di mediocre statura, ed ebbe il volto lungo e il naso aquilino, le mascelle grandi, e il labbro di sotto proteso tanto, che alquanto quel di sopra avanzava; nelle spalle alquanto curvo, e gli occhi anzi grossi che piccoli, e il color bruno, e i capelli e la barba crespi e neri, e sempre malinconico e pensoso. Per la qual cosa avvenne un giorno in Verona (essendo giá divulgata per tutto la fama delle sue opere, ed esso conosciuto da molti e uomini e donne) che, passando egli davanti ad una porta, dove piú donne sedevano, una di quelle pianamente, non però tanto che bene da lui e da chi con lui era non fosse udita, disse all'altre donne:—Vedete colui che va in inferno, e torna quando gli piace, e qua su reca novelle di coloro che lá giú sono!—Alla quale semplicemente una dell'altre rispose:—In veritá egli dee cosí essere: non vedi tu come egli ha la barba crespa e il color bruno per lo caldo e per lo fummo che è lá giú?—Di che Dante, perché da pura credenza venir lo sentia, sorridendo passò avanti.

Li suoi vestimenti sempre onestissimi furono, e l'abito conveniente alla maturitá, e il suo andare grave e mansueto, e ne' domestici costumi e ne' publici mirabilmente fu composto e civile.

Nel cibo e nel poto fu modestissimo. Né fu alcuno piú vigilante di lui e negli studi e in qualunque altra sollecitudine il pugnesse.

Rade volte, se non domandato, parlava, quantunque eloquentissimo fosse.

Sommamente si dilettò in suoni e in canti nella sua giovanezza, e, per vaghezza di quegli, quasi di tutti i cantatori e sonatori famosi suoi contemporanei fu dimestico.

Quanto ferventemente esso fosse da amor passionato, assai è dimostrato di sopra.

Solitario fu molto e di pochi dimestico. E negli studi, quel tempo che lor poteva concedere, fu assiduo molto.

Fu ancora Dante di maravigliosa capacitá e di memoria fermissima, come piú volte nelle disputazioni in Parigi e altrove mostrò.

Fu similmente d'intelletto perspicacissimo e di sublime ingegno e, secondo che le sue opere dimostrano, furono le sue invenzioni mirabili e pellegrine assai.

Vaghissimo fu e d'onore e di pompa, per avventura piú che non si appartiene a savio uomo. Ma qual vita è tanto umile, che dalla dolcezza della gloria non sia tócca? Questa vaghezza credo che cagion gli fosse d'amare sopra ogni altro studio quel della poesia, accioché per lei al pomposo e inusitato onore della coronazion pervenisse. Il quale senza fallo, sí come degno n'è, avrebbe ricevuto, se fermato nell'animo non avesse di quello non prendere in altra parte, che nella sua patria e sopra il fonte nel quale il battesimo avea ricevuto; ma dallo esilio impedito e dalla morte prevenuto, nol fece. Ma, peroché spessa quistion si fa tra le genti, e che cosa sia la poesí e che il poeta, e donde questo nome venuto, e perché di lauro sieno coronati i poeti, e da pochi pare esser mostrato, mi piace qui di fare alcuna transgressione, nella quale questo alquanto dichiari, e quindi prestamente tornare al proposito.