I.
Il suo nome non era lezioso come Aurora, nè ridicolo come Bianca, quando dal fonte battesimale è imposto ad una merla, nè latteo e monacale come Candida; nè avvicinava miopemente i colori dell’alba o dell’albore, come Albina; era un nome di una bellezza pagana, ellenica: Elena.
Il suo cognome, se per inutili riguardi ad una famiglia dovessi lasciarvelo allo stato di sciarada, direi che aveva la dignità marinata di un doge e l’olezzo sottile di un cespuglio in primavera. Invece ve lo spiattellerò bravamente: era Floresin.
Quando l’ispettore delle scuole giunse nel villaggio di Villarbona con la canna di zucchero sotto il braccio, ed entrò col sindaco nella 2ª elementare femminile, fu colpito da una voce che fra quaranta intuonò il riverisco nell’alzata elastica della scolaresca. Dicendo e accennando: Sedete! Sedete pure! egli vagolò con lo sguardo sui banchi per cercare subito quella voce, e credette di non pigliare erro attribuendola a una bambina dal mento lustro e vermiglio come una pesca nocciuola e dagli occhi che parevano due morselli di marmo nero bagnato e lucente, o meglio due cucchiaiate di rivo cristallino scivolante nell’ombra.
Il Regio Ispettore, sicuro di dar fuori un’invenzione poetica, non si potè frenare dal dire alla maestra che quella bambina aveva due occhi che secondo lui potevano passare per due pietre preziose. La interrogò subito per la prima.
— Elena Floresin!
Quale incantesimo di aritmetica! Un portento nella tavola pitagorica.... E come sfoderò nell’analisi logica e grammaticale!...
E che voce!...
L’Ispettore, con la canna di zucchero sotto le ascelle, non s’accorse, che la bambina aveva finito di recitare il suo capitolo di Storia Sacra: egli stava ancora attento ad ascoltarla, dopochè essa s’era già arrestata come un pelottone. Infatti, mentre essa aveva principiato a sfringuellare, di fuori un fringuello si era messo a recitare la sua Storia Sacra nell’orto dappresso, e il buon Ispettore, rapito, confuse le due armonie in un solo godimento mentale, e credette parlasse tuttavia la ragazza, allorchè non c’era più altri che il fringuello, il quale cantasse.
Egli andò via salutato da un tuono di riverisco; e venne accompagnato fino nel corridoio dagli inchini della maestra, a cui offrendo una presa di tabacco, disse: — temo che quell’angioletto non campi.