II.
Venne l’Arcivescovo a dare la Cresima a Villarbona, il vecchio e Santo Arcivescovo, Senatore del Regno, cugino del Re, — veemente come un apostolo, fiero come un templario, spargitore di carità come un pazzo ed umile come il Calasanzio, un uomo veramente grande nel suo posto, — al quale, quando morì, vero miracolo in questi tempi paterini, tutti gli ordini di una città liberale decretarono una statua.
Monsignore venne ricevuto dal sindaco, dai mortaletti, da sette archi trionfali, dal clero e popolo, da tutta la ragazzaglia in camice bianco e corona di fiori in testa. Egli si avanzava traballando con le ali larghe e benedicendo a mille cuori asserragliati, che picchiavano per lui di sacro entusiasmo.
Il parroco gli diede un pranzo monumentale, a cui collaborarono tutte le cuoche e tutti i guatteri della Vicaria, un pranzo preparato coi fondi di tre anni messi da parte per quella tempesta.
Dopo il pranzo si prese il caffè all’ombra nera del nocciolajo.
Sedevano pontificati ai lati dell’arcivescovo la trinata e nastrata vecchia marchesa, madrina della cresima, e il grigio conte ex-colonnello, padrino.
Attorno, ritti, una cornice di preti, che annuivano e applaudivano ridendo riverentemente ad ogni parola dell’arcivescovo, ed inchinandosi come pertiche rotte.
A un tratto, si sentì uno squittío di fanciulli domato da scappellotti. Monsignore si alzò impetuoso, facendo lesti e ripetuti cenni ai suoi seguaci, perchè s’arrestassero, e si avviò balenando verso il vice-parroco, che rintuzzava la ragazzaglia rampichina, che a momenti scavalcava il muricciuolo.
— Sinite! parvulos venire ad me! — egli tonò giocondamente al vice-parroco, e fece atto di voler aprire egli stesso il rastrello. In un subito il giardino del parroco fu invaso e riempito da tutta la bambineria e monelleria della Villa. E il canonico penitenziere spiegando la cosa alla marchesa, al conte e ai preti del paese: — è come un fanciullo, loro disse, è come un fanciullo.
Infatti quei bambini indovinarono tosto che era una anima loro affine quell’immagine alta da Sant’Agostino e da San Grato, quel naso tabaccoso, quella grossa croce d’oro splendente su quel largo petto violaceo, quel grand’uomo dello Stato, cui il Re venerava.
E si misero subito a scherzargli intorno fiduciosamente, come fosse sempre stato loro compagno.
Ed egli, l’alto arcivescovo, già beatificato dal cuore di quanti lo conoscevano, in mezzo a quei conigli, che gli si rizzavano dattorno ai piedi, esultava, folleggiava dal contento.
A un tratto fece una faccia da rinoceronte, e disse con voce cupa:
— Bambini! io sono cattivo, sapete.
— Non è vero, non è vero! strillarono i bambini....
— Sono cattivo; — egli, fingendo di non sentirli, riprese con voce vieppiù cavernosa: — e sono venuto qui per ispiumarvi.... Ne avete dei soldi?...
— Non ne abbiamo, non ne abbiamo; — guairono i bambini...
— Allora, egli continuò con voce sempre più truce: andrete dalle vostre madri, e direte loro che vi diano un soldo per ciascheduno. Quindi li porterete a me, che ne ho bisogno per far indorare il mio campanile.... Avete capito?... li porterete a me... che avrò un bossolo in mano... Voi altri metterete il vostro soldo dentro il mio bossolo. Ed io farò indorare il campanile coi vostri soldi (e faceva l’atto di chi fa entrare una moneta in un salvadenari). Vediamo un po’, se mi avete compreso: che cosa direte a vostra mamma, quando le domanderete un soldo, ed a chi lo darete quel soldo, quando me lo porterete a me, e lo metterete così, dentro il mio bossolo?
I bambini tacevano curiosi, birichinescamente titubanti, e i loro volti splendevano come specchietti. In mezzo a quella luce si levò una voce limpida:
— Monsignore, quando andrò a casa.... dirò a mia mamma, che mi dia un soldo.
— Bene.... E quando te lo avrà dato....
— Quando me lo avrà dato....
— Ebbene, rantolò l’arcivescovo, con viso sempre più rinchiuso, ripetendo l’atto di una mano che lasci cascare un soldo in un bossolo... — Ebbene.... quando te lo avrà dato....
— Andrò a comperarmi delle castagne per me; — rispose quella voce limpida con una smorfietta da piccolo e gentile magnano.
L’arcivescovo, ingrondato come un mago, si recò le due palme delle mani alla bocca, per farne imbuto e oricalco, e suonò: — Hai capito un corno....
Quindi non ne potè più: cacciò via apertamente, luminosamente la burletta. Si levò in braccio la fanciulla, che gli aveva risposto così, le stampò due bacioni sulla fronte; e poi calatala in terra, la benedisse quella bella e cara impertinente.
Era la piccola Elena Floresin.
Allora, chiamato il canonico limosiniere, egli si fece portare un sacchetto di soldi spiccioli, e si diede a distribuirli, e sparnazzarli fra quei bambini, con una furia e con un godimento coriandoleschi. A molti ne toccarono due, tre, quattro, a certuni persino cinque soldi.
A tutti diceva: andate a comperarvi delle castagne, e andate dalle fruttajuole più vecchie e più povere.
Ciò fatto, egli si ritrasse nella sua camera, fatta imbiancare e tappezzare apposta per la sua venuta. Quivi s’inginocchiò, e si mise a piangere e a pregare. Il suo torace largo, che pareva una corazza da templario, sussultava come il petto di un bambino: e gli scappò detto al guercio, suo cameriere fidato, soprannominato la spia del vescovo: — Augusto!... Se mi riesce, voglio fare tutto il possibile per andare in paradiso, per trovarmi sempre con quella innocente bambinaglia, e quella là voglio tenermela sempre sulle mie ginocchia, quella santa monella! Hai visto, Augusto?... Sembra che le spuntino già le ali per volare in su.... Va via, non ho bisogno di nulla. Lasciami pregare.... Augusto.... —