II. LEI.
Sofia era stata messa da piccina in uno dei più rinomati collegi della Germania. Ancora giovanissima, avea pianto la perdita di una pesca, di un orecchino e dei suoi cari sopra il petto spianato e crocifisso della madre superiora; aveva pianto lacrime di sangue, perchè negli ultimi giorni di carnevale le sue compagne ballavano fra loro nella foresteria, mentre suor Dorotea suonava la fisarmonica e suor Giolitta con il garbo di un sacco le guidava in danza; sì! le proterve osavano ballare, quando Gesù Cristo era morto in croce per la salvezza delle loro anime.
Aveva sofferto una terribile paura di avere offeso per sempre san Vincenzo, perchè un giorno le era capitato di bagnare un biscotto di più nel caffè e latte.
Poi a poco per volta le erano svanite le infantili morsicature e ubbie religiose. Si era acconciata a ballare con le compagne alla musica di suor Dorotea e colla guida di suor Giolitta. Aveva provato anch’essa le gioje profane dell’educandato, come a dire: la venuta mattutina del garzonetto della panetteria col corbello pieno di pane fresco, che mandava un alito caldo di appetito; le prime ciliege; il quaderno di calligrafia lussureggiante pel nastro di seta verdissimo, e splendido pei caratteri gotici e inglesi nell’azzurro più metallico; poi l’esame, lo straordinario esame, la cui aspettazione occupava l’intiero collegio da sette mesi, dovendo venire apposta per esso un monsignore da Roma; e poi la visita di un fratello di suor Giolitta, un ufficialetto di cavalleria, il luccichìo dei cui bottoni lampeggiò e lo strascichìo della cui sciabola echeggiò per due mesi nei cuoricini di tutte le educande.
Ma in certe meditazioni, nella strombatura di una finestra acuta, davanti l’uggia del tempo autunnale, in certe corse pel giardino, di primavera, in certe soste presso una siepe che odorava in piena fioritura, a certi frizzi e schiaffi di vento favonio, essa si sentiva vuota di tutte le dolcezze collegiali.
La opprimeva, la affogava una crudele malinconia: una ressa di pianti non lagrimati: un desiderio spietato di cose sconosciute. Allora avrebbe voluto su due piedi, buttar via la sua allegra vesticina da educanda: assumere sul petto la piatta stola di una monaca e sulla stola un crocione; tagliare le sue ciocche e accartocciare la testa tosata fra le cornette aleggianti della suora di Carità; domandava a sè stessa un androne di ospedale, una fuga lunghissima di letti con lamenti lunghissimi di infermi; ed essa su, in un attimo, atteggiata a santa, a martire da oleografia ideale, versare parole, preghiere, balsami fra quei tribolati...; insomma tutto un castello, un grandioso castello di tarocchi, che bastava un soffio a buttar giù. Infatti spuntavano a un tratto, spuntavano, pullulavano da ogni parte, a turbarle l’incanto delle sue visioni, e si mescolavano nella sua testolina piccole apparizioni di demoni da ospedale e da ambulanze, ufficialetti feriti e studenti vividissimi coi labrucci spruzzati di battetti neri. Allora Sofia scrollava la sua testolina e le sue fantasie, e correva a imbrancarsi scarica e folleggiante fra le compagne; a riappiccare il fulgore delle gioie collegiali, come a dire la merenda, i quaderni e tutta la geografia per l’esame; ed allora era persino capace di arrampicarsi come una pica sulle spalle della madre superiora.
***
Dopo quattro anni di prigione, Sofia uscì col piantoriso dell’educandato, e rientrò nel borgo natío, in casa della nonna. Col suo ingegno sottile e concettoso, essa comprese subito, che il collegio da lei lasciato era un mondo piccino, una vignetta da Giardino di devozione, mentre il vero mondo era di fuori, il mondo degli avvocati, che procuravano giustizia, dei medici che procuravano salute, dei terrieri che facevano fruttificare la terra, delle mammine, che educavano le figliuole e delle figliuole faccenti, che rassettavano la casa.
Un giorno la nonna disse a quel sennino: — Sofia, sai, domani sera voglio condurti a ballare....
— Con chi devo ballare?
— Oh bella! Si balla coi ballerini.
— Come? Coi ballerini? Oh no! no! Ci ho da essere anch’io.... se hanno da farmi ballare coi ballerini.... E voglio vedere chi sarà quel giovinotto che avrà il coraggio di pigliarmi per le mani o per le spalle.... Piuttosto gli graffio la faccia.
La nonna rise saporitamente tergendosi gli occhiali con un guanto di pelle usato, e conchiuse: — Brava, la mia creaturina feroce! te lo aveva detto solamente per ridere.
Pure sopravvenne anche a Sofia il pentimento di quella volontaria ripulsa. Parve anche a lei che la vita delle fanciulle fosse una vita senza costrutto, se esse non andavano al ballo. L’uscita dalla messa grande, mentre i moscardini del paese le aspettavano in ordinanza, fuori della chiesa, con l’ala vistosa della pezzuola di seta rossa, che spuntava dal nido del taschino del loro farsetto, — la passeggiata sotto i viali nel pomeriggio della domenica, mentre gl’infaticabili moscardini andavano su e giù fumando il loro sigaro e mostrando due altri sigari nuovi che rizzavano il collo dallo stesso taschino della pezzuola rossa, tutto ciò era un bel nulla rimpetto ai diritti che secondo lei spettavano alle ragazze ammodo: ci voleva il ballo, il ballo, il ballo.
Sofia ne tempestava la nonna, la quale le rispondeva:
— Se non lo volevi tu....
— Io allora, nonna, non sapevo nemmanco che cosa dicessi, non ragionavo....
— Mia cara nipote, tu ragionavi meglio, quando non avevi l’uso della ragione.
E chiudeva il discorso chiudendo la tabacchiera.
La povera Sofia credeva ingiusti per lei il Signore, il cielo, la terra, la nonna, perchè non le era consentito di andare a ballare; e qualche volta, sola nella sua cameretta, si dilaniava secretamente dal dispetto, pestava i piedi, mordeva le cortine, e poi piangeva.... Piangeva e quindi si asciugava gli occhi con tratti di fazzoletto, che parevano colpi rabbiosi di spugna.
***
Finalmente si annunziò nel paese un ballo straordinario, un ballo di beneficenza.
— Questa volta, nonna, non puoi dirmi di no.
— Perchè?
— Ma se è per beneficenza!... per metter su un asilo infantile, per custodire i bambini, acciocchè non siano pestati dai buoi, non caschino nei pozzi, nelle fontane, non piglino raffreddori coi piedini nudi nelle pozzanghere....
— Basta, basta, demonietto! hai ragione.... Quest’asilo è fatto apposta per te e per gli altri bambini....
E annuì alle istanze della nipotina, lisciando l’ultimo fascicolo degli annali De propaganda Fide, sua lettura prelibata.
Chi può dire l’affanno di Sofia per l’acconciatura del primo ballo? Provossi e riprovossi cento volte al giorno davanti lo specchio; si mise una camelia bianca fra le trecce castagne, poi più su, e poi più giù.... fece sopra sè stessa cento tortuosità di serpentello; e poi scappava folleggiando ad abbracciare la nonna o un cuscinone.
***
Appena entrata nel ballo, Sofia si trovò rimpiccolita, disadorna, mortificata, scandalezzata dalle spalle e dalle turgidezze scoperte di certe signore; e col suo cervellino da aquilotto gentile capì subito che cosa era e che cosa sarà sempre un ballo di provincia; se ne inquadrò in testa la stereotipia. La quale stereotipia è composta dei seguenti caratteri:
Una ragazza, la più vecchia, la più piccina, la più snella e la più povera del villaggio, in preda alla speranza di conquistare il lanternone più giovane, più alto, più sciamannato e più ricco; il quale, poveraccio! dopo una tiritera di quasi mezzo secolo finirà col dirle a cinquant’anni, che non la può sposare per opposizione dei propri genitori, il fanciullino!
Una fanciullona dalle forme più ubertose e più irrompenti, che si possano trovare in un circondario, tutta susurri, con un gramo ragno sparutello, due esseri fra loro perdutamente.... impossibili, come la flogosi e l’etisia;
Due o tre zitelle, che recitano a un professore di letteratura, per accenderlo di loro, l’ultima poesia dell’Emporio pittoresco, intitolata Voci di Gattina, emesse da Alfeo Alfei, scolaretto ginnasiale, poesia che esse credono una lirica europea;
Una signora, con un cervello di gallina, che schiamazza dei Come? Come? ai complimenti che le dirigono i cavalieri più consumati, e risacchiando sempre, vuole farseli ripetere forte forte, affinchè tutto il ballo li senta;
Quattordici giovinotti che dicono contemporaneamente la stessa cosa a quattordici ballerine: — Si diverte la signorina? — Grazie! E lei? — Come ho da fare a non divertirmi, con una ballerina così.... come...;
Due o tre cavalli da corsa, che sbuffano, sbuffano in modo da far pietà a un medico-veterinario;
Ecc., ecc.
Finito il ballo, Sofia ritornando a casa tutta rinfagottata, incontrò per istrada alcune vecchie contadine che andavano alla Messa prima, alcuni contadini, che recavano le loro secchie di latte alla cascina; passò davanti alla bocca infernale di una fornace, che aveva cotto mattoni per tutta la notte; ed essa Sofia si sentì disgustata, pentita, quasi vergognosa, senza sapere nemmanco qual cosa la vergognasse.
Come si trovò sola nella sua cameretta, aperta la finestra, davanti ai rimproveri del mattino che si affacciava fresco e pulito a compire il debito suo, essa stracca, impolverata, con le narici inaridite, stoppate, con la gola arsa, confessò a sè stessa che il ballo non le aveva dato un milionesimo delle gioie che si era ripromesse; e stette lì un pezzo, dinanzi ai rimproveri del mattino, aspettando, sognando una più vera soddisfazione, un nuovo Messia, una cosa che non sapeva essa medesima che cosa dovesse essere.