III. TUTTI E DUE INSIEME.
La cosa, il Messia, la vera felicità, che sta sopra la laurea, sopra il primo ballo, sopra tutti i pinacoli di aspirazioni, che si innalzino nei cervelli e nei cuori dei giovani d’ambo i sessi, è lo sposalizio, che con frase napoleonica si può chiamare il coronamento dell’edifizio, il matrimonio, cui il mondo pagano e il senatore Mantegazza elevarono alla dignità di Dio:
Hymen, o hymenæe — hymen ades o hymenæe!
Sofia ed Egidio si videro e si piacquero. Già varcarono lo scabro periodo dei dubbi, delle aspettazioni, delle notti insonni, angosciose, febbrili, degli affari legali, delle visite agli orefici e ai mercanti per le spese sacramentali.
Egidio non aveva più quell’aspetto di cavaliere della triste figura, che assumono d’ordinario i fidanzati; Sofia non aveva più quel fare impacciato, ingommato, proprio delle promesse spose.
Era spuntato il gran giorno. Le campane squillavano più argentine; cori di passeri e di allodole cantavano il duetto nuziale di Catullo; le allodole: Ut flos in septis secretus nascitur hortis...; — i passeri: Ut vidua in nudo vitis quæ nascitur arvo...; — e tutti insieme passeri e allodole: Hymen o hymenæe, hymen ades o hymenæe!
Lo sposo era vestito di nero come un magistrato; la sposa era tutta bianca come l’immagine della Prima Comunione.
Entrarono nel palazzo municipale.
— Oh quanto scrive il segretario dello Stato Civile!
— Quale necessità di scriver tanto?
— Presto! Presto!
Gli sposi entrarono in chiesa.
— Come è lunga la messa!
— Grazie, arciprete, ella parla come il Cantico dei Cantici!
— Grazie! Noi l’abbiamo capito! Grazie! grazie!
Seguita un corteo, un circolo, una colazione. Tutto è pieno di complimenti, di strette di mano, che gli sposi non capiscono nemmanco donde vengano. Poi alla fin fine si è sul marciapiede della stazione. Giunge il convoglio.... Le signore piangono.... Gli sposi montano sulla predella di un carrozzone di prima classe... Dal marciapiede si protendono mani, sventolano fazzoletti.... Gli sposi si rinchiudono nel carrozzone.... Il treno fischia, parte.
Le signore del marciapiede singhiozzano; gli amici, i signori, ritornano indietro sorridendo, malignando, quasi ingrulliti.
A trovarsi sola per la prima volta in un convoglio con l’unica scorta di un giovinotto, Sofia ha l’aria di una tortorella fra gli artigli del nibbio. Negli occhi del nibbio si legge la contentezza della preda. Il fragore delle traverse e delle rotaje fa ribaltare nei due cuori giovanili i soliti versi di Catullo.... Hymen ades o hymenæe....
Poi una città sconosciuta, un albergo sconosciuto.
L’albergatore e i camerieri ricevono i due fuggiaschi con un inchino e un sorriso intelligente, che frena un leggiero desiderio di canzonatura, ma lascia tralucere chiaramente l’aumento speciale che essi faranno sulla nota, mezzo semplicissimo con cui anch’essi i buoni albergatori si degnano festeggiare i viaggetti della luna di miele.
Poi lo smorzare tragico di una candela.
Quid faciant hostes capta crudelius urbe?
Hymen o hymenæe, hymen ades o hymenæe.
Poi l’indomani la visita ai monumenti.
— Mia unica! Questa Certosa non vale un fico secco, rimpetto alla nostra contentezza.... È una imbecillità.
— Mio bello, questo Michelangelo non mi piace mica.... Andiamo via, piantiamolo senza dirgli nulla.... Disprezziamolo.
Poi l’entrata nel villaggio sconosciuto alla sposa, nella casa nuova, tutta piena di mobili nuovi.
— Qui tu sarai la regina.
— E tu sarai il re.
— Sì, mia sovrana, e niun governo costituzionale potrà fare la barba agli statuti della nostra famiglia bene ordinata.
***
Il giovane dottore, confortato dall’affetto della sua sposa, si inabissa con entusiasmo negli studi e nelle opere per la salvezza del suo prossimo ammalato; fa delle miglia e delle miglia a piedi per recarsi nei cascinali lontani; lotta lunghe ore, intiere notti con gli unguenti, col sangue, con le bende, fra lacere e fetide lenzuola, in una impassibilità statuaria per non delirare di un filo, per ridonare alla formula della vita qualche muscolo, qualche fibrilla, qualche essere sviato.
Una volta ritornando a casa stanco, con un incomodissimo sentore di scompostezza negli abiti e nelle ossa, è assaltato per istrada dalla pioggia. Le risaje, le pozzanghere, il tempaccio lo circondano di un fastidio insopportabile. Egli allora solingo, tutto ammollato e grondante, ripensa la sua battaglia quotidiana ed ignorata contro la tortura del dubbio e della schifezza per resistenza altrui; domanda a sè stesso dove c’è maggiore e più sconfortata abnegazione della sua; fa il calcolo delle rimunerazioni che ne ritrae, fra cui il sogghigno delle megere medicastre e la gratitudine dei contadini, che per avere il pretesto di non pagarlo gli levano persino il saluto. Se la piglia con la società, che non si accorge nemmeno delle fatiche utili e oscure dei lavoratori semplici e onesti; gli sembra che il mondo conceda onoranze e innalzi statue soltanto ai macellai dell’umanità, ai pazzi e alle altre sue escrescenze destinate alla storia, mentre dimentica coloro, che senza solletico di trombe, di storie e di giornali, senza sorrisi di dame compiono il dovere loro quotidiano più necessario al mondo che il pane quotidiano. Conchiude che la sua vita è una solenne corbelleria, che deve anche lui lasciare il villaggio e i suoi paesani quadri, andare in città, spargere la sua chiacchera nelle gazzette e nei comizî, ammazzare il prossimo per occupazione spettacolosa del pubblico, squittire le sue freddure nei salotti, tuonare o sbadigliare nei caffè, perchè la patria innalzi anche lui ai primissimi posti.
D’altra parte la signora Sofia, lontana per sì lunghe ore dal suo sposo, avverte come i suoi giorni trascorrono monotoni; e rimettendo sul tavolo il pesante giornale d’Egidio che ha tentato invano di leggere, legge poi inavvertitamente con la coda dell’occhio, gli annunzi teatrali nella quarta pagina: Teatro Regio, Aida... Ciò basta per recarle innanzi un’atmosfera che le avvampa la testa e il petto. È il tepore che molce le scollacciature nei palchetti all’opera.... Le smaglia addosso un fascino di perle, un biancheggiare di mussola da ballo prefettizio.
Ma ecco sente di fuori scrosciare la pioggia.
— Poverino! Chi sa, dove ora si trova?
E quando per la scala monta una pesta cara e conosciuta, essa con un sopprassalto apre l’uscio.
— Dio mio! Egidio! In quale stato! Povero martire!
E dandogli un bacio ed una tazza di caffè, gusta una gioia, una baldanza, con cui non possono neppure venire a paragone le opere di Verdi e i balli del Prefetto.
Egli mordendo il collo alla sua Sofia, perde ogni sdegno contra la società, e giura seco stesso di essere sempre un lavoratore oscuro ed onesto.
I due sposi sono davanti al fuoco. Egidio appinza e trasloca con le molle i carboni accesi.
— Egidio, che cosa hai che non parli?
— Ritorno studente di liceo e ripasso un capitolo di storia.
— Quale? Dimmelo....
— Non voglio annoiarti....
— Su.... via....
— .... Penso che è un vero miracolo che i grandi uomini non abbiano ancora distrutta l’umanità.
— Perchè non l’hanno distrutta?
— Perchè ci furono sempre gli oscuri galantuomini a conservarla.... Certe volte, come nell’eccidio di Gerusalemme, nel sacco di Roma, o nell’incendio di Parigi, l’umanità ulula, sembra ferita a morte; perchè niuno potrebbe allora dichiarare al pretore che la ferita sia guaribile nè in venti nè in mille giorni. Eppure l’umanità si conserva sempre e progredisce....
— Perchè?
— Perchè vi sono delle brave sposine come te....
— E dei cattivi mariti come te....
Il fuoco del camino manda una laurea, una aureola d’amore su quelle due teste umili e contente.
***
Poi viene il massimo dì, in cui la più mignola mammina diventa veneranda come sant’Anna e in cui il giovane più prosaico si trasumana di contentezza, — il giorno in cui un esile vagito, che saluta la luce, riempie una casa del più musico scampanío di festa.
Poi vengono le cure delle piccole cuffiette, dei piccoli vestitini, delle piccole scarpettine che sembrano destinate a raccogliere la rugiada.
Poi non bisogna dimenticare di mettere la basta agli abiti nuovi, perchè questi benedetti ragazzi crescono su a occhiate; poi bisogna adattare i calzoni del maggiorino al minorello. Poi il Collegio, la distribuzione dei premi; poi l’alterezza di avere un figliuolo, che si addottora in legge o in matematica, ma non in medicina sotto pena della diseredazione; poi amori e imenei anche per i nuovi giovani; insomma tutto quanto l’ordine divino e perpetuo della famiglia, mediante la quale l’umanità si conserva e progredisce, non ostante l’eccidio di Gerusalemme, il sacco di Roma e l’incendio di Parigi.
***
Pensando a tutto questo avvenire di belle cose, un congiunto dello sposo, giovane studente di lettere, che aveva fatto il suo bravo sonetto per le auspicate nozze del dottor Egidio e della gentile signorina Sofia, perdette la bussola, come la perdette notoriamente il sindaco Benevasio Zuccotti nel 1859, quando si recò alla stazione per salutare in nome del municipio il re Vittorio Emanuele e l’imperatore Napoleone III, che si recavano alla guerra:
— Maestà! — disse loro il dabben sindaco: — Maestà! — e poi restato in tronco, perchè il discorso imparato a memoria gli scappava via come il vento: — Maestà! riprese — per incarico del Consiglio comunale io vi impartisco la santa benedizione.
Così il giovane studente, piantato davanti allo sportello della vettura di prima classe, mezzo scusato dal sacerdozio delle muse, piccato di fare il suo novantanovesimo complimento alla felice coppia, si concentrò per un mezzo minuto nel vuoto come il tamarindi di Brera e poi proruppe: — in nome di tutti i parenti e di tutti gli amici, in nome di questo inclito borgo, che voi lasciate, o felici sposi, ancora una volta.... — qui voleva dire vi saluto, ma impaperandosi pronunciò un grosso vi benedisco, — facendo risuonare l’elegantissimo isco in mezzo alla ilare attenzione generale.
La vaporiera sibilò la sua impazienza contra l’oratore.
— Grazie, sindaco!
— Grazie, prevosto!
Risposero allo studente, mentre i vagoni si urtavano per pigliare le mosse, due gaie voci vibrate da gentilezza scherzosa.
FINE.
[ INDICE]
| Pag. | |
| Rovine, racconto biografico | [5] |
| Degna di morire, figurina nera | [167] |
| La laurea dell’amore, trittico nuziale | [193] |
Dello stesso Autore:
| A Vienna, Gita con il lapis. Torino, libreria Beuf, 1874 | L. 2 — |
| Figurine: Carluccio — Lord Spleen — Dies — Galline bianche e galline nere — Sull’organo — High life contadina — I fumajuoli — Gioberti e Radeschi — La figliuola di latte — Un amore in composta — Gentilina — La vita nell’aja. Milano, Tip. Edit. Lombarda, 1875 | 2 — |
| Narrazioni: Le conquiste — Il male dell’arte — Variazioni sul tema. Milano, libreria editrice G. Brigola, 1876 | 2 50 |
| Di prossima pubblicazione: | |
| Geromino a Roma, Note di viaggio. Torino, Francesco Casanova, libraio-editore. | |
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.