VII.
Erano già trascorsi sette od otto anni dalla scena del cane, quando Pinotto in casa e a scuola si dimostrò serio, tanto serio, che ricusò l’invito di fare sul cartolaro del vicino il solito ritratto del professore di greco, quasi offendendosene. Chi sa che cosa era mai accaduto?
Era accaduto, ch’egli era entrato in quel periodo letterario e specialmente drammatico, cui attraversano quasi tutte le gioventù, come attraversano il periodo religioso e quello della tosse asinina.
Una sera egli era andato con la famiglia di Edoardo venuta a Torino, era andato al teatro Gerbino a sentire l’Otello da Tommaso Salvini, e n’era uscito mancomale con la testa in visibilio, con la scimitarra del Moro e la pezzuola di Desdemona nel cuore. Nella notte, passioni colossali, ruvidezze tragiche, asinate comiche, applausi, bis!, fuori!, versi e coturni gli picchiarono e gli scalpitarono nella testa come cavalli di un circo. Levatosi da letto fece quattordici o quindici proponimenti, e tutti drammatici, fra cui i seguenti: presentarsi alla compagnia del Gerbino e diventare un tiranno come Salvini da interrorire il pubblico, o un brillante come Pieri, da far schiattare dal ridere persino i violini dell’orchestra; scrivere una tragedia di soggetto classico senza le regole aristoteliche dell’unità di tempo e di luogo, per esempio l’Assedio di Troia, con scenari in Grecia, dentro e fuori della città assediata e nell’Olimpo, e con l’azione durativa per tutti i dieci anni dell’Assedio; scrivere una ettologia drammatica, I sette peccati mortali, un dramma per ogni peccato, cinque atti per dramma, in tutto trentacinque atti; scrivere cento e più produzioni spicciole, di cui egli trovò tutti i titoli e compilò l’elenco accuratissimo seguente: — La sfida e l’onore, dramma serio in sei atti con prologo, — Il Preside del Liceo, farsa tutta da ridere, — Il dito mignolo, scherzo comico, — Zeri squartati, id. — Mascherina ti conosco! commedia in due atti, — Le bestie, commedia satirica in cinque atti, — Il brodo delle undici ore, dramma in quattro atti, — La spada di Damocle, commedia di cinque atti in versi sciolti, — La cantoniera, id. (stile del cinquecento), — Titiro e Melibèo, commedia pastorale, — Battista l’Orafo, scene medio-evali, — Il colèra morbus, dramma istruttivo, morale, igienico, — Il testamento olografo, commedia a tesi, — Guittone d’Arezzo, commedia storica, — Vele perdute, bozzetto marinaresco, — L’Inaugurazione del Monumento a Carlo Alberto, azione mimica con prosa e canto di circostanza, — Turchi e Cristiani, dramma di effetto, da potersi tradurre in francese, — Gentiluomo e Barabba, id., — Il giuoco della morra, dramma popolare, — Pallida! commedia di sentimento in tre atti, — Pace, guerra e convento, dramma diurno domenicale, suddiviso in sette quadri, con prologo, epilogo e combattimento ad arma bianca, — Il ratto delle Sabine, commedia togata, — La calata di Annibale, tragedia, — Ugone mangiaferro, id., (costume del mille), — Vedi Napoli e poi muori, commedia di tre atti in versi sciolti, — La guerra delle ragazze bramose di marito, commedia d’intreccio in cinque atti (imitazione goldoniana), — Bastardo! — Lo spilorcio, — Il carabiniere, — L’aguzzino, — L’atlante, — Lui, — Lei, — Noi, commedie di carattere, — Madama Pataffia, commedia in vernacolo piemontese, — Non da vend...! id., — La croce del genio, lavoro di polso, — Chi più ne ha, più ne metta — Cercar Maria per Ravenna — La pelle dell’orso — Nebbie d’autunno — Giuseppe Giusti, proverbi in versi martelliani, — Il quarto piano, commedia sociale, — La cocca — Misteri di soffitta — Il portinaio del n. 13, — Le pericolanti, — La Traviata riverita, id. — Il caffè Parigi, scene della vita universitaria — Parrocchia e municipio, abbozzo di costumi in provincia — Il mio cappello — La pasta dei topi, monologhi — L’Ippopotamo, commedia in versi sdruccioli di sedici sillabe — Granchio e Ventola, quartine rimate (contin. dal Giusti) — Quella pira! ossia La Strega al rogo — Un duello all’ultimo sangue — Castore e Polluce — La recidiva — Padroni belli — La patria in pericolo — Galoppino — Gli ubbriachi — Una battaglia di serve — Le speranze d’Italia — Don Ambrogio — Un temporale di Biella — Lo studente all’esame e la cuoca del professore — Il debito pubblico — I convittori — Grillincervello — Ciceruacchio, tribuno del popolo — L’imperatore Teodosio — Le Società operaie — Il macchinista e l’artefice — Giuda Iscariota — L’Ebreo Errante — L’Anticristo — Il morto vivo — Re Bomba — Franceschiello — I Francescani — I Francobolli — I Francesismi — Pietro Micca — Il due dicembre — Caligola — Il confessore — I cugini — Gli amici — I fratelli — Le sorelle — Amalasunta — Viola mammola — La contessa nera — Il pretore di Mandamento — Il marchese Lupo di S. Medesimo — Prete Pero — Gambastorta — La Marsigliese — Ermengarda — La battaglia di Maclodio, tutte commedie, tragedie, drammi, opere, o balletti da destinarsi, a cui aggiunse l’Atmosfera, dramma scientifico-fantastico.
Egli gongolava nel ripassare quell’elenco, mentre embrioni d’intrecci drammatici gli formicolavano nella testa. Mancomale, gli pareva di avere già stese le commedie, tragedie, ecc., di cui aveva trovato il titolo e già assaporava la voluttà di sentirle recitare e di vederle pubblicate.
Che bella figura doveva fare nelle vetrine dei librai il Florilegio drammatico di Giuseppe Panezio, tragedie, commedie, ecc! Quel Florilegio egli lo leggeva già stampato nei bei ghirigori di quei caratteri di lusso, che hanno la cuffia arabescata, la coda da scojattolo e le zampe di mosca, tutto ciò sopra una superba copertina verde e ghiacciata.
Tutta questa sua confusione di disegni sbalorditoi, si concretò infine nel cominciare una tragedia di soggetto romantico in istile classico, Alboino, non compreso nell’elenco. Egli attendeva amorosamente e gelosamente a questo lavoro, e vi portava un pensiero così assiduo, che i suoi compagni vedendolo continuamente astratto cominciavano a dire: Pinotto diventa anche lui un minchione; — e i professori trovando, ch’egli non sapeva mai la lezione, e non faceva più addirittura i temi, e aveva persino perduta quella sua antica e maliarda usanza di dar loro soggezione e quasi d’intimorirli, si permettevano di dargli dei grossi pensi. Però.... che cosa erano mai le derisioni dei compagni e i castighi dei professori davanti alla gloria? Nè questa gloria egli la agognava solo per sè; da bel cuore, quanto non si sarebbe da nessuno sospettato, Pinotto voleva darne una grossa fetta a sua mamma e a sua sorella; anzi nella propria gloria egli vedeva più che tutto la loro allegrezza; e si diceva spesse volte nel suo sè: — Ah! mia mamma si accorgerà della differenza che passa fra un figliuolo, che è buono a fare delle tragedie, e un cane, il quale è solo capace di stracciare la fodera del sofà! —
Questo suo sogno era circonfuso di molto pudore; tantochè per scrivere l’Alboino, egli si trincerava dietro un bastione di libri legati, acciocchè niuno sguardo profano pervenisse sulle pagine vergate dal suo furore poetico, e quando andava a scuola, le chiudeva nel cassetto con un doppio giro di chiave. Ma un giorno la mamma e Carolina, insospettite di quel secretume, fecero una violazione di tavolino, e, sforzata la serratura, n’estrassero il corpo del delitto. Pinotto, di ritorno dalla scuola, salendo le scale, sentì uno strano vocio in casa sua, come un abbajamento di cani e di ragazze. Appena giunto nell’anticamera, egli restò freddo, vedendo il suo scartafaccio in mano a sua sorella, che, china a terra, lo leggeva a Glafir ritto in un angolo.
— Bravo! ben arrivato! Giusto lei, signor autore tragico! Non sapevamo mica... Gli facciamo i nostri complimenti.... Belle cose! Gli batteremo poi tanto le mani.... Bene! Bene! C’è già qui Glafir che studia la sua parte.... Non è vero, Glafir? Coraggio! Fallo un po’.... Se lo facevi già prima tanto bene!... Non avere il timor panico per la presenza dell’autore.... Fallo un po’.... Bo.... Bo.... Boino! Boino! —
Glafir si mise ad abbaiare da minchione; e la sorella contenta come una pazza.
— Sì! Boino! Boino! Bravo Glafir! Bravissimo! Boino! Boino! Hai sentito, fratello? Glafir si è già presa la prima parte, quella di Alboino. —
Allora la madre per coronare l’opera:
— Pinotto! Invece di occuparti di queste minchionerie, faresti meglio a studiare d’aritmetica, e a imparare a servire la messa, come faceva da buon cristiano la buon’anima di tuo padre, quando era alla tua età. —
Pinotto andò a piangere in un luogo innominabile ed uscì da quel pianto più beffardo e più cattivo di prima.