XI.
In tutto il vicinato per cagione dei disturbi di quel popolo di bestie, la signora Placida e la damigella Carolina erano molto mal vedute, anzi erano chiamate addirittura l’una la Madre e l’altra la Sorella dei Cani. Sola a trattare con gentilezza officiosa verso le medesime era Ortensia la verdurera, che abitava una soffitta al disopra della famiglia Panezio. Essa, quando le incontrava per la scala o sul pianerottolo, si fermava rispettosamente per dar loro il passo e non risparmiava mai i suoi complimenti alla madre, alla figliuola e alla tribù dei cani; anzi una volta diede persino una crosta di formaggio a Come te.
L’Ortensia aveva la faccia rosata ed i capelli grigi, ed era un donnone membruto, pesante e quasi emisferico, come ha tutti i diritti di essere una vecchia erbajuola.
Ebbene, una mattina la grossa Ortensia usciva dalla sua soffitta, mentre Come te, ancora tutto sonnacchioso, uscendo dal suo rastrello, andò a cucciarsi sotto il primo gradino del quarto piano, e lì se ne stette acciambellato e immobile, come un biscione, che facesse la siesta dopo essersi imbottito di un uccellino. Intanto l’erbajuola discendeva gravemente e fatalmente le sue scale. All’approssimarsi del rumore di quelle pedate elefantesche, il malaugurato Come te non pensò punto di muoversi; ma dondolava poltronescamente la testa quasi per cacciare la dormiveglia, che gli si era appiccicata addosso.
Quaicc!...
Ad Ortensia venne il fulmineo raccapriccio di avere schiacciato qualche lordura molle, se non che uno strillo di bestia, che vuol mordere e spira, la fece avvertita di avere sfracellato il povero Come te, il quale pareva addirittura squagliato e attaccato al pavimento come un sacchetto di songia. Staccatolo dalla lastra e levatolo per uno zampino, ancora caldo, la vecchia avrebbe voluto risuscitarlo medicandolo con la sciliva; quando si spalanca il rastrello e si annunzia con una sonora rastrellata la signora Placida.
Vedere quello spettacolo, inveire come un’ossessa, arrotarsi come un’asina, poi rivoltarsi come una vipera e vibrare una enorme ceffata sulle guancie rosate di Ortensia, fu tutt’uno. Questa, che tutta mortificata, con il cadavere di Come te penzolante da due dita, era disposta a domandarle scusa, — a quell’assalto divampò in tutta la sua escandescenza di erbajuola, lanciò il defunto Come te fra i piedi della signora Placida, e piantò due pugni sui galloni in minaccia formidabile. — Madama! Ah, Madama delle mie prime ciabatte! (Le erbajuole, anche quando si prendono per i capelli non trascurano di darsi della madama e lo pretendono per sè stesse) — .... Madama del latte d’oca e dell’anticristo!... Le mani addosso a me, le mani addosso a me, che non ho paura nemmeno di un reggimento di dragoni! A me che sono un trono di Dio! A me, che le rompo i denti, anche fosse un croato, se non avessi paura di sporcarmi.... A me, che sono capace di mangiarla in un boccone lei e i suoi undicimila cani!... Ah! Cane di un Dio!... —
E s’avventa alla cuffia della signora Placida, la scrolla, la strappa. La Madre dei cani cerca di difendersi dando, come può, delle pugnate sulla schiena grassa di Ortensia, che non patisce quelle piccolezze. I capelli grigi delle due vecchie lucevano come fili di ferro elettrici. Ne seguì una deplorevole colluttazione.
Carolina uscì strillando dal suo cancello e con lei il reggimento dei cani superstiti, che si misero ad abbajare. Tutto il vicinato si agglomerò di su e di giù pella scala, prendendo di mezzo le combattenti.
— Ha ragione Ortensia.
— Ha torto madama!
— Ha torto il padrone di casa, che lascia nidiare tanti cani in questo palazzo, che è sempre stato come si deve.
— Ha torto anche il questore. —
Il barbiere corse a prender un catino d’acqua per ismorzare le due furie.
Patacciumm!
In questo punto comparve sulla scala Pinotto, che veniva di fuori.
— Per carità! Mamma, si rispetti, guardi come è bagnata.... Entri in casa.... Venga con me....
— Anche tu, Pinotto.... Invece di far rispettare tua madre! Ma.... adesso non si può proprio pretendere più nulla nemmeno dai figliuoli. Ah! L’ho sempre detto io, che non c’è più religione. Non si ascoltano più i comandamenti di Dio....
— Per carità, mamma! Mi ascolti.... me. Si rispetti; non istanno bene le piazzate. —
E facendole forza la trascinò in casa.
L’erbajuola, con le spalle fumanti, seguitata da un mormorio di approvazione, risalì verso la sua soffitta, e appena fu nel suo quinto cielo lanciò da basso un’ultima saetta partica: — Madama del mio scaldaletto! (dandosi una patta di dietro). Madre dei cani! —
E la signora Placida di rimando, uscendo di nuovo dal cancello, con il viso inferocito in su: — Madama di due quattrini in aria! Madama dei cavoli marci! —
Gli astanti per una parte e Pinotto dall’altra impedirono ulteriori battibecchi per quel giorno.
Il giorno seguente la signora Placida riceveva una citazione di comparire davanti al Giudice Conciliatore, a fine di essere condannata al pagamento a favore della istante Ortensia Mellario della somma di lire trenta per schiaffo ricevuto; e contemporaneamente la Ortensia Mellario era evocata a comparire alla stessa udienza dello stesso Conciliatore per ivi vedersi condannata al pagamento a favore dell’attrice signora Placida Panezio della proposta somma di lire cento per cane ucciso e varî effetti di vestiario manomessi, il tutto con gli interessi dalla giudiziale domanda, la protesta dei vacati e il favore delle spese.
Da queste citazioni gemelle scaturirono tre lepidissime scene giudiziarie, delle quali si potrebbe trarre moltissimo partito, se le medesime non fossero già state sfruttate alla distesa nelle Rassegne dei tribunali.
La prima scena ebbe luogo prima dell’udienza nell’anticamera del Conciliatore; la seconda davanti il Conciliatore, che, riunite le cause, si dichiarò incompetente per giudicare d’ambedue, nell’una per ragione di materia e nell’altra per ragione di valore; la terza infine, la più violenta di tutte, capitò dopo l’udienza in via delle Finanze; mancomale in tutte e tre il dignitoso appellativo di madama fu sempre accompagnato dagli epiteti meno lusinghieri e meno parlamentari, come si espressero i gazzettinisti. Le due litiganti, dopo le più scandalose madamate, si staccarono più accanite di prima: e pure terminarono il loro diverbio all’unissono, brontolando tutte e due la stessa sentenza votiva, cioè che il cielo fulminasse quella giustizia di Pilato!