XXVII.

Mamma.... Amorosa.... Nuovo cibo.... Nuovo sangue.... Che cosa mancava ancora a Pinotto?

Le nuove idee e il nuovo sangue gli fecero ribollire più potentemente nella testa l’immagine dell’arte.

Egli si ricordò dell’immensità di libri da lui letti, studiati e venduti, dei suoi manoscritti distrutti, di cui però non aveva perduto dentro di sè neppure una sola goccia di sostanza, perchè si sentiva ancora lui, tutto lui, più forte di prima e più capace di rifondere le sue statue e inchiodarle eternamente sopra un piedestallo di porfido.

Un giorno alla finestra parve che gli passassero sotto le narici tutti i profumi di Villa Pamphili e di Villa Borghese; e gli venne nel cervello un nome, il nome di un villaggio, che era pure il nome patronimico di una famiglia, e doveva essere il soggetto di un suo nuovo prossimo racconto.

— Volar di fiori.... Due sposini, il conte e la contessina Volar di fiori sopra un balcone, davanti a un giardino all’italiana del settecento.... Belli, belli, quali i pittori dipingono sè stessi e le loro amanti, quando vogliono dipingersi per prototipi di bellezza in costume di feudatari.... buoni, buoni, e tanto più preziosamente buoni, quanto era più facile l’essere cattivi per i nobili dei secolo passato....

I fiori del giardino erano giunti all’ultima loro splendidezza, all’ultima loro prosperità: loro più non rimaneva altro a fare, che dar luogo ai frutti.... — Venne una folata di vento nel giardino.... — Spicca, ramassa, fa turbinare le teste dei fiori....

Volar di fiori! si dicono soavemente il contino e la contessina guardandosi negli occhi.

Bisogna descrivere il volo dei fiori, l’incrociarsi dei loro colori e dei loro profumi per l’aria, come una gazzarra d’amore celeste e combinare i fiori con i bisbigli e coi baci dei nobili sposi tortoreggianti.... profilare per il ritratto della contessina, profilare in rosa, in oro e in perle la signorina del notajo.... — Ma non solo parole e descrizioni.... Idee! Idee!... Far presagire da quei bellissimi e felicissimi sposini l’ottantanove, i nuovi destini della plebe, la necessità di una nuova religione.... Baci.... fiori.... amori.... Volar di fiori.... —

Durante questa concezione letteraria, Pinotto si sentì colare in seno tanto dolce di miele da disgradarne le labbra di Galatea; si sentì capace di innamorare e far svenire di soavità tutti i ciclopi d’Italia; e ad un tempo si sentì addosso una forza da Sansone, per far rinculare di ottanta passi tutti i letterati del secolo.

Si mise al tavolino con la febbre di scrivere le più raggianti cose che si siano mai scritte.

Scrisse, scrisse, si levò in piedi, e riscrisse; e tanto si inebbriò nel suo soggetto, che non fu più lui; ebbe un ineffabile prudore e languore nel cuore e nel cervello; vide luccicare le idee, come gemme e come spade sulla testa, e volargli i fiori a mille a mille intorno alla fronte, piccargli contro al petto, e dargli solletichi strazianti, abbattimenti di gioia e tutto inghirlandarlo figlio, amante e poeta.

L’usciere rientrando in casa trovò il suo ospite con il volto così trasumanato, che egli, dopo avere aperto la bocca, non osò dirgli più nulla.

Non c’era che dire: dallo scrivere Volar di fiori al discorrere con l’usciere era un bel cascare dalla poesia alla prosa. Eppure Pinotto si trovò così buono nello sfogo del suo Bello, che, appena visto l’amico, mise frettolosamente l’impagliatura di una scranna sopra il suo manoscritto e poi corse a girare le braccia intorno al collo dell’usciere.

Questi allora incoraggiato parlò: — Volevo dire.... Non si offenda sa.... Io mi sono permesso, perchè sapeva che, Ella desiderava un impiego, mi sono permesso, di parlare per lei al mio capo-sezione, cognato della cugina del mio colonnello.

— Ebbene? domandò con affannoso desiderio Pinotto.

— È contento Lei? Sia lodato Iddio! Le ho ottenuto un posto da scrivano nelle Ipoteche con settanta lire al mese.... Può incominciare domani.... Lo accompagnerò io....

— Grazie! Grazie! Gioja! Gioja! — Esclamò Pinotto prendendo l’usciere per le mani e forzandolo a far un mezzo giro di monferrina.

Il Capitano baciò il suo protetto, e quel corifeo di Fido gli saltò sulle spalle.

Sfogato il primo impeto, Pinotto ripercosse le mani insieme dicendo:

— Adesso, Capitano! Capitanò!...

— Ebbene, che cosa?

— Senta, senta, se non sono indiscreto. Abbia ancora la bontà di farmi l’anticipazione di un’altra lira sul mio futuro stipendio.... Veda, veda! desidero ardentemente di comperarmi una cravatta, una famosa cravatta, con cui ho fatto all’amore tutta questa mattina sul Corso. Questa mi otterrà di colpo una promozione, appena mi presenterò all’ufficio.

— Ma subito! Subito! S’immagini! Ecco.... Ecco mia gioja! —

Ma invece di pensare neppure a comperarsi la cravatta, Pinotto trottò lesto all’ufficio telegrafico dove spedì il seguente telegrammino alla mamma: — Ottenuto impiego, finalmente! settanta lire mese. Evviva! tu, Carolina, quanto contente! Lavoro.

Così entrato nelle Ipoteche con le più belle fantasie nella testa, egli si mise a sgobbare altresì materialmente come un martire. Quando era al banco, lo si vedeva girare qua e là con gli occhi che sembrava volassero in cerca di pubblico da servire.... Poi su e giù per le scale e per le scalette con enormi libracci sulle spalle.

Quei libracci, come si può immaginare, costituivano il vero carico di un pover’uomo. Allorchè egli doveva toglierne tre o quattro dagli scaffali o riporveli, metteva in mostra la più farraginosa disinvoltura travettiana. Alzava le mani per tenere in aria gli uni, e usava la compressione del petto verso gli altri, perchè non cadessero in terra ad ammaccarsi le loro orecchie. Pazienza fossero state quelle del prossimo! Certe volte pareva addirittura inchiodato come una bestia da macello a quegli assi della scansia.

Appena uscito poi dall’ufficio, si metteva intorno al suo Volar di fiori e vi spendeva sopra molte ore della notte.

Madre! Amorosa! Pane quotidiano! Arte e lavoro!... Che cosa mancava tuttavia a Pinotto?

Gli mancava il fondamento di tutte le sue cose. Gli mancava l’assicurazione dell’amore e del soccorso materno.

Dopo aver aspettato indarno per una settimana la risposta della signora Placida, il poveretto cominciava a ritornare di cattivo umore, dubbioso, quando il Capitano gli si fece innanzi con cera allegra e promettente.

— Ecco per lei!

E gli presentò due lettere: l’una con la soprascritta in caratteri grossi e piatti del secolo passato, e l’altra con un bel corsivo minutino e moderno.

Pinotto impallidendo, aprì la prima, che era di sua mamma.

Eccola testualmente, salve le maggiori sgrammaticature e la più grottesca ortografia, che l’avrebbero resa poco intelligibile al pubblico; essa diceva:

«Signor, signor figlio,

«Dopo tutto quello, che hai fatto anche ultimamente, mi stupisco forte, che tu abbia ancora avuto l’ardire di indirizzarti a una tua madre. Ah! ci vuole un bel coraggio! Mangiar tutto, vendere tutto!

«Io l’ho subito detto, e poi me lo ha ripetuto anche il teologo, che sarei pazza da legare se ti ascoltassi ancora. Ti ho già ascoltato fin troppo per il passato, e pur troppo è stata la rovina tua e la mia.

«Adesso io ne ho appena abbastanza per andare innanzi con Carolina onoratamente.... Invece tu mi sembra, che tu abbia ancora buon tempo e delle storie per la testa. Dovresti tu aiutarmi nella vecchiaia e non pretendere il contrario... Basta, basta, caro figlio; se tu avessi avuto un po’ più di Religione non ti sarebbero capitate tante disgrazie. Questo solo posso risponderti, di essere una volta bravo e di andare sempre in chiesa a fare le tue devozioni da cristiano battezzato. Ecco ciò che ti è capitato a voler disobbedire i Santi Comandamenti di Dio e della Chiesa, e a stare a quello che dicevano quei scellerati garibaldini, tuoi amici, e anche a scaldarti sempre la testa con i romanzi che lo inferno li abbruciasse tutti una volta!

«Ah, caro figlio, mi raccomando tanto e poi tanto, va subito dentro una chiesa a domandare perdono nel confessionale delle tue mancanze. Io farò quantum possio per ottenere dalla Madonna la tua grazia. Anderò a sentire una messa per te alla Consolata, e farò anche venire la Carolina. Pregheremo con fervore la Madonna per la tua conversione dei peccatori. Faremo magari accendere una candela dinanzi all’altare maggiore in onore del Santissimo Esposto, acciocchè voglia toccarti più facilmente il cuore.

«Guarda, Pinotto, guarda la bontà, che hanno ancora per te tua madre e tua sorella, dopo tutto il male che hai fatto loro...

«Del resto noi due non possiamo fare mica di più, povere meschine che siamo per causa tua! Quindi aggiustati da te, come meglio saprai o potrai, soprattutto domandando perdono di cuore a Dio delle tue colpe e accostandoti con frequenza ai Santi Sacramenti.

«Ti saluto, ti saluto, anche per parte della Carolina che adesso fa il pastone dei Canarini.

«Addio, addio! Ai cagnetti non ho detto niente del tutto. Addio, addio. Credimi, sono e mi chiamo tua affezionatissima madre, signora signora Placida.

«Vedova Panetio nata Rhoccia»

«N. B. Ricevuto, appena dopo vergata presente, tuo dispaccio impiego.

«Si vede che sei già più ricco di noi, che spendi denaro nel telegrafo.

«Se hai poi veramente ottenuto costà impiego, ciò mi dà quasi fastidio. Guarda, guardati sopratutto, come dice anche il teologo, che non sia poi un impiego del Governo scomunicato e usurpatore in Roma della Santa Sede di San Pietro, a fine di non disonorare la tua famiglia che è sempre stata cristiana e non fare portar pena all’anima di tuo padre, che è morto in seno alla nostra Sacrosanta Religione e non già sine crux e sine lux, come le brutte bestie. Ah! È meglio piuttosto far niente e digiunare in orazione piuttosto che servire un governo ladro, libertino e sacrilego, come dice il giornale nella Cattolica di Domenica. Guardati, guardati ben bene. — Questo è un vero consiglio da madre, per salvarti. Sono, sono di nuovo tua affezionatissima madre, Placida.»