XXVIII.
Finita la lettura di questa lettera idiotica, crudele e bacchettona, Pinotto stette fermo e silenzioso, come chi aspetta un prorompimento di lagrime; ma poi vedendo che queste tardavano a venire, ne perdette persino la speranza, e fece sentire un verso ingratissimo, bestiale, come una voce mista di pappagallo, di struzzo e di maniaco.
Il capitano accorse a lui spaventato.
— Niente, niente, brav’uomo... Non posso piangere...
E in quel punto uscì in un fiotto di lagrime.
Rasciuttosi in un baleno:
— Niente, niente — ripetè — Sono stato un mammifero dell’ultima specie a credere a mia madre.... Fossi stato un cane... allora sì, mia mamma mi avrebbe perdonato, anche se gli avessi morsicchiata e ridotta tutta in pezzettini la sua veste di sposa... Ma suo figlio, oibò! —
Sentì nella bocca il ribaldo ribrezzo di avere assaggiato la pappa dei cani e torse orribilmente la figura.
— Si tranquillizzi, signor Pinotto — gli diceva l’usciere con un’aria un po’ inquieta. — Si tranquillizzi.
— Tranquillo...? Altro che tranquillo, Capitano. Ai suoi ordini, Capitano. (portando militarmente la mano destra all’ala del cappello).
Vi fu un minuto di silenzio straziante; per interrompere quello strazio e per tentare la sorte, chi sa? di una rivincita, l’usciere ripigliò:
— Guardi che ha ancora da leggere una lettera....
— Ah sì, è vero..... Che smemorato! Me ne dimenticavo.
— E guardi.... Uh! uh! come è spessa. Ci deve essere qualche mago lì dentro....
— Ah!... È il suo, il mio Edoardo che ci manda cento lire... Cento lire! — E fece scoppiare una formidabile risata. — Oh! come ti voglio bene, caro Edoardo. Grazie!... Ti mangerei vivo...
— La prego, si tranquillizzi, signor Pinotto si calmi...
— Tranquillo, tranquillissimo, signor Capitano, tranquillissimo.... Che cosa vuole di più tranquillo che così? Vuole che lo abbruci questo biglietto per accendere la pipa? Oppure vuole che lo adoperiamo per far cuocere un paia d’uova, come ha fatto quel principe o ban... chiere di.... di.... di.... di Barcellona.... Ma... bisognerebbe averne di più... Bisognerebbe.....
— Per carità, sia buono; mi ascolti.....
— Ah! signor Capitano! Lei ha paura di me.... Ebbene, se lo vuole, se lo pigli pure per lei il suo biglietto... Lo pigli, lo tenga...
— Io no, io..... Lo tenga per sè, è suo; ma dico.....
— Io sono tranquillo come un Battista, Capitano! Io canto, ballo, suono e rido..... Vuole che gli faccia vedere i ritratti degli inquisitori?... Eccoli qua; li ho comperati a Trieste... —
Aperse una scatoletta e sciorinò una filza di ritrattini ovali attaccati insieme, poi con la chioccata di un lampo li fece scomparire rinserrandoli nella scatoletta.
Qua e là gli scoppiettavano le idee nella testa, come sprizzano le faville, quando il martello stramazza sopra un ferro rovente.
La sua atmosfera cerebrale si era fatta alida e satura di elettricità, come una sera di estate dopo una lunghissima asciutta.
— Capitano? vuole un pesce salato? Vado ad inforcare una salacca nella credenza... Aspetti...
— No, no, no!...
— Vuole due giuochi di prestigio?
— Ma no, m’ascolti.
— Non si inquieti, Capitano........ Anche avessi mia sorella, dove ci teneva le sue l’onorevole, il venerabile Pietro Aretino, scusi un signore, che noi non abbiamo avuto la fortuna di conoscere personalmente, anch’io, dico, (facendo la voce acuta e i gesti puntuti da ubbriaco) sarei tranquillo lo stesso... tutti mi leverebbero il cappello... Riverito, signor ingegnere, riverit..o! —
E si faceva da sè stesso delle profonde scappellate.
— Vuole che balliamo di nuovo, signor Capitano? Su, io lo sfido, sopra una gamba sola. —
E si mise a girare vorticosamente a piè zoppo, e con la lingua un palmo fuori dei denti. Spossato dall’asma, dal capogiro e dal sudore, egli ristette traballando. —
— Capitano? mi gira, qui non si può più respirare. —
Spalancò la finestra.
— Auff! Non c’è più aria..... Io soffoco.... Chi l’ha mangiata?... Io vado a cercarla..... —
Uscì furiosamente sbatacchiando l’uscio con fracasso. Fido si rizzò sulle due piote di dietro, alto come un cavallo, e si arrotò contro l’uscio guaendo lamentosamente per seguire quel forsennato.