XXXIII.

Così ricacciato del tutto, e per colpa principale di sua madre, nella più deplorevole superbia artistica e ristrettezza pecuniaria — egli, dopo avere rifiutato la retribuzione, seguitò a ricorrere alla elemosina, tanto che una sera di domenica, in una famiglia di Torino dove si facevano giuochi di società e si tagliavano i fogli al Guastatore, tre amici poterono combinare lo scherzo di estrarre nello stesso tempo di tasca e leggere la stessa lettera circolare diretta a ciascuno di loro dallo stesso Pinotto:

— Mio carissimo!

— Mio carissimo!

— Mio carissimo!

— Nuovamente piombato...

— Nuovamente piombato...

— Nuovamente piombato...

Poi il terzetto così seguitava: — «Nuovamente piombato nella più profonda miseria, ti scongiuro di inviarmi al più presto, che ti sarà possibile, la piccola somma di cento lire. Ti assicuro di restituirle sull’onor mio a dieci per mese. Saprai comprendere le mie dolorose necessità, senza che io ti rattristi ad enumerartele. Fammi quest’ultimo favore, che è per me di una suprema importanza: questione di vita o di morte. Prometto di non domandarti più nulla per l’avvenire. Nel restituirti la somma, terrò calcolo degli interessi.

«Tuo, ecc.»


Nel leggere queste parole, i tre amici davano a divedere di sentire nelle medesime più l’alito dello scrocco che quello della disgrazia; e commentavano più malignamente con gli occhi che con la voce.

— Mi sembra che potrebbe bastare... Ogni cosa deve avere un termine...

— Sull’onor mio! Magra garanzia!... e quella continua ostentazione degli interessi?

— E quel perpetuo annunzio dell’ultima rappresentazione delle sue domande? —

Una signorina butirrosa, che in altri tempi era stata molto perseguitata da Pinotto, su cui però essa aveva fondate grandissime speranze, — ora volendo ingraziarsi i nuovi amici, fece trasparire dagli occhi la maggiore volontà di mostrarsi spiritosamente ingenua e domandò: — Ma se è sempre nella miseria, perchè non si ammazza quel birrichino?

Un’altra signorina dal collo molto lungo, e che aveva letto Notre Dame di Vittor Hugo, allungò ancora di più il collo e rispose con grande pretesa di malignità: — Ah! egli non si ammazza, perchè ammazzando sè stesso avrebbe paura di ammazzare un grand’uomo.