XXXIV.
Se la maggior parte del mondo, che lo conosceva, trattava così crudelmente Pinotto, questi non trattava meno crudelmente il mondo da lui conosciuto; prova ne siano gli appunti ed aforismi, che egli scriveva sul suo taccuino, a sfogo del suo animo e come materiali di qualche nuovo suo capolavoro da distruggersi. Eccone alcuni tratti spietati, o volgari, o semplicemente barocchi, o addirittura infami:
«Ho fatto degli studi, che credo esatti, sulla felicità umana, e ne ottenni i seguenti risultati:
«Detta felicità non consiste, come taluni credono, nel lavoro; imperocchè il lavoro, acciocchè faccia l’uomo felice, bisogna sia una esplicazione di forze geniali, quanto dire, sia già determinato da un sentimento di felicità.
«Del resto, che razza di felicità è mai il lavoro?!
«Io stamattina, con lo stomaco vuoto, mi sono messo a copiare un estratto ipotecario nauseantissimo. A un certo punto mi venne una vertigine, ed ebbi uno sforzo di vomito, come dopo il mio tentativo di mangiare gli avanzi di Glafir.»
«Neppure la tranquillità della propria coscienza costituisce la vera felicità umana.
«Ammetto, che, quando taluno stia per partire da questo mondo, provi un certo gusto nel volgersi indietro, e trovare, che non abbia mai commesso una viltà o altra azione cattiva. È una cara soddisfazione, che ho provata io stesso molte volte.
«Ma questa non è la felicità, nè l’igiene della vita; è la felicità, l’igiene della morte.»
«Adunque la vera felicità secondo me consiste nella illusione, nella presunzione o nella ferma persuasione di essere felici, dettata dall’amor proprio, più o meno coadiuvato da una malattia o anche da una sanità del cervello.»
«In prova facciamo la rassegna alfabetica degli uomini felici.
«A., mio capo ufficio, è un uomo che ha l’incrollabile convinzione di avere una bella voce. Tutti coloro, che ebbero la disgrazia di sentirlo a cantare, riconoscono invece unanimamente, che la sua voce è molto inferiore di pregi a quella della foca, di questo vitello marino, che allatta anche i nostri figliuoli, preso dal celebre capitano Carbone Kock, nei deserti della rabbia, come diceva stamattina colui, che faceva la spiegazione nel Baraccone di Piazza di Termini.
«Eppure nè il Collegio de’ Cavalieri dell’Annunziata, nè il Presidente del Senato, nè il sommo Pontefice, nè altre autorevoli persone e nemmanco suo padre, se tornasse dall’altro mondo, potrebbero diminuire di un atomo la persuasione ferrea del signor A., di avere una voce stupenda.
«Il mondo, d’ordinario, quando vede in qualcheduno una stima invincibile di sè stesso, la rispetta, si tratti di qualsiasi materia, anche più importante della musica e della politica. Quindi il signor A. è lasciato nel pieno e pacifico possesso della sua immaginazione, ed è per sopprappiù mantenuto giuridicamente nel medesimo dalla giurisprudenza delle Corti di Cassazione di Firenze e di Torino, che accordano l’azione De Reintegranda contro chi tentasse uno spoglio violento e clandestino di qualsiasi possesso d’immaginativa.
«In questo stato di cose, egli non può più stare nella pelle dal contento. Tanto è vero, che avendo affittato alcuni giorni sono un villino nella campagna di Frosinone, e avendo sentito suonare un pianoforte nella palazzina limitrofa, volle curiosamente informarsene; e seppe, che lo suonavano due signorine da lui sconosciute, le quali ogni mattina ad una data ora andavano ad abbeverarsi ad una certa fontana magnesiaca.
«Si trovò anch’egli all’ora fissa presso la fontana magnesiaca, si levò il cappello, aprì le braccia con uno slancio rapido, che fece fare al cappello una graziosa curva di un metro e mezzo e si presentò da sè stesso alle signorine con questa magnifica ed inaudita autopresentazione: — Sono loro, signorine, che suonano così bene il pianoforte? me ne rallegro... (quindi con un accento inesprimibile) Ed io sono.... Sono baritono!
«Oh, uomo (più che baritono) felice!»
«B., altro mio superiore di ufficio, ha comperato parecchi ettolitri di vino siciliano scelleratissimo, che dà al palato il gusto preciso dell’inchiostro. Eppure nessuno potrebbe togliere dalla testa al signor B., che quel vino, perchè l’ha comperato lui, non sia ottimo, e che il vinattiere, vendendoglielo, non abbia per lo meno rimesse del suo cinque lire ogni ettolitro per la sua bella faccia. Ed egli è tanto contento di questa sua persuasione, che contro la sua abitudine di bere annacquato, giunto alla frutta, si permette di versarsi nel bicchiere un dito puro della sua nuova compera; e lo centellina con tanto gusto, che pare ascolti la propria ammirazione; poi dice a sua moglie: — Ah! non c’è nessuno che sappia e che possa comperare del vino buono, come noi!»
«C., mestierante di letteratura, benchè di complessione atletica, è nello scrivere molto più snervato dell’Abate Chiari di evirata buesca memoria; eppure egli ha l’intima convinzione di essere uno scrittore colossale come la sua corporatura e di dare il suo nome per lo meno a un quarto di secolo.
«Questa credenza non gli è inspirata dal consenso universale delle serve e delle signore, che gli manca, ma dalla superba fiducia in sè stesso; ed egli ne dimostra la relativa felicità con la lunghezza e la nerezza del frac, e con la maniera grave di sbottonarlo, quando ha da pagare il vermout: frac e maniera copiati dai ritratti in rame dei più celebri scrittori francesi contemporanei.»
«D., è un altro negoziante di carta sporca, sebbene anch’egli abbia pochissimi compratori della sua merce. In fondo, egli è certamente un ottimo ragazzo, ma di dottrina scarsa e menna; come il Bonghi diceva del compianto Rattazzi. Quando io volgo lo sguardo alla sua cultura, provo una sensazione penosa, come se dovessi passeggiare a piedi nudi sul pavimento di una bottega da rigattiere o peggio in un campo seminato di bicchieri rotti.
«Eppure il signor D., trincerato rigidamente nel suo castelletto di quattro idee fisse, è completamente soddisfatto di sè stesso, perchè egli è fortemente persuaso che quel poco, che egli sa, sia tutto ciò che un cervello acuto e assegnato come il suo debba sapere, e che quel moltissimo che egli non sa, non meriti per verun conto che una creatura ragionevole lo sappia.»
«E., ha una moglie brutta come la notte, nojosa come il male di pancia, e cattiva come i debiti per le persone timorate.
«La peggiore non se l’è sognata Simonide scrivendo la sua satira contro alle donne. Io preferirei alla medesima un reggimento di cimici.
«Eppure il signor E. crede di possedere un miracolo di moglie. La ragione ne è semplicissima.
«Il signor E. è un uomo di giudizio, anzi è un uomo realmente furbo.
«Se quindi sua moglie se la fosse sposata, anzichè lui un suo amico, egli sarebbe stato il primo a riconoscere la costui disgrazia e a deplorarla con sincerità e profondità di convinzione. Ma per tutto quello che fa egli personalmente, la sua furbizia gode di una specie di infallibilità pontificia; è impossibile che egli dimostri un solo momento di non avere buon gusto o peggio ammetta di aver fatta una corbelleria.
«Quindi la cosa non è neppure discutibile: la signora E., per la sola ragione che il signor E., ha creduto bene di sposarsela, deve essere e diventa effettivamente un portento di bontà e di leggiadria per lui e per tutti.»
«F., possiede un’amante, che cede di molto in dignità a quelle disgraziate suonatrici ambulanti, che girano nelle birrerie di ultima classificazione a strimpellare sulla chitarra con accompagnamento di voce fessa, camicia rossa, camicia ardente....
«Ebbene il signor F., è persuaso che con la benefica irradiazione del suo animo sempre caldo di poesia elevata e simili ingredienti, e con l’insistenza e l’opportunità de’ suoi savi consigli, egli ha oramai riabilitata, che so io, rigenerata quella creatura perduta, insomma le ha salvata addirittura l’anima.
«Ma essa non gli salva nemmeno una bottiglia di Barolo secco, e va dicendo a tutti, che, se non fosse per quei pochi, avrebbe già mandato, chi sa quante volte, a carte quarantanove quell’uggiosissimo predicatore!
«Ciò lo sanno tutti, lo sentono tutti, anche coloro che non vorrebbero sentirlo; ma per il signor F., è impossibile che egli ne sappia nulla, ne senta nulla. Del resto, egli non sarebbe più quello, cui egli si stima, cioè il Direttore Generale dei fenomeni amorosi nel Regno con monopolio bancario di riabilitazione femminina.
«G, H, I, L, M, N, O, P e Q sono nove tra figliuole e nipoti di una portinaia; hanno tutte l’ossame grosso con certe facce mascoline, che starebbero molto bene non già alle nove muse, ma ad altrettanti suonatori di tamburo della defunta Guardia Nazionale.
«Eppure esse formano una potenza di felicità.
«Quando escono dalla fabbrica delle cartucce, in cui sono tutte impiegate, la fanno sgallettare e scoppiettare visibilmente per via la loro felicità terribile.
«È un mercato, una fiera luminosamente allegra che passa. Nessuno, che le guardi, commette il minimo peccato di desiderio per loro conto. Eppure esse si infischiano sovranamente di tutto e di tutti.
«Allevate insieme, use a chiacchierare insieme dal mattino alla sera, hanno costituito una rispettabile consorteria di pensieri e di buon umore, di gergo convenzionale e di beffa presuntuosa, di sottintesi e di occhiate assassine, a cui nulla resiste.
«Esse pigliano chiunque passi nella via o più disgraziatamente davanti il loro casotto, sia egli un pezzente o un pajno, un capitano dei pompieri od un uomo di Stato, e lo colpiscono con mirabile divinazione nel suo lato debole, o nel suo piccolo punto vulnerabile, si trovi esso nel naso o nel nodo della cravatta, nel gozzo incipiente o negli stivaletti mal fatti, e lo svestono e lo scuojano con una maestria di una felicità invidiabile, che meglio non potrebbe fare Vittorio Imbriani.»
«R., (si ommette honestatis causa).
«S. — Severina è una perla di ragazza, un colonnino di bellezza, di morbidezza e di dolcezza.
«Fu assassinata anzitutto da suo padre, che prima di morire ebbe cura di mangiarle disgraziatamente quattro quinti della sostanza lasciatale dalla defunta sua mamma. In seguito fu vieppiù assassinata dai preti, i quali continuano a rosicchiare le due vecchie cugine, con cui ella convive mantenendole del suo.
«Nessun giovinotto osò amarla, perchè la sua fortuna andò sempre liquefacendosi in modo viemmaggiormente riconoscibile, e anche perchè ella non diede mai una stretta di mano, che non fosse frigida e rigida.
«Oltre a ciò la poveretta non divide la terza parte delle credenze e delle pratiche religiose, in cui infuriano le vecchie beghine, alla cui compagnia si è condannata.
«Per tutti questi motivi, Severina avrebbe tutti i diritti di essere infelice: lei bella senza ricchezze; buona, senza amore; sempre in mezzo all’odore di sacristia, essa che ha il cervellino mezzo filosofico; per di più pare sia stato scritto per lei — nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria! — Infatti se non fosse stato di certi se, in cui ella non ci ebbe proprio veruna colpa, insomma, se le cose fossero andate, come dovevano andare, ella avrebbe dovuto trovarsi al presente sfolgoratamente ricca e corteggiata.
«Eppure nonostante questi ottimi requisiti di infelicità, Severina è tutt’altro che infelice. Con la squisitezza del suo animo e l’elevatezza del suo ingegno si è fabbricata alcune massime, che mette rigorosamente in pratica, e della loro scoperta è gelosa e contentona, più che se avesse ottenuto da un Congresso Astronomico il permesso autentico di battezzare con il suo nome quattro nuovi pianeti e il relativo brevetto di invenzione dal Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio.
«Per esempio ella ha trovato, che le ragazze povere non devono mai amare, perchè glielo proibiscono l’interesse e soprattutto la dignità.
«Questa trovata è una delle sue principali ricchezze. Ha poi scartato da sè, mediante un lunghissimo processo di analisi, quasi tutta la scoria degli atti del culto esterno, ed ha condensato la sua religione in un brodo consumato di ideale evangelico.
«Tutto questo preparato di chimica religiosa secondo lei è riuscito addirittura un capolavoro, cui ella va ogni giorno raffinando di più, mentre vi si affina lei stessa; per cui, oramai atrofizzatosi completamente il cuore con altre parti della vita animale, non solo si crede ma si sente in diretta relazione con certe intelligenze e consolazioni di ordine sovranaturale; quindi giornalmente compie atti di eroismo domestico con la più felice ed eterea indifferenza.»
«T. (non si può inserire per la ragione detta alla lettera R).
«U. (Idem).
«V. (Idem).
«Z. è un dottorino lungo e rettilineo con la testa da rettile, nella quale si trova un cervellino microscopico, che brilla di una luce insistente, rabbiosa e ridicola come una scheggia di madreperla in un banco di sabbia.
«Egli è venuto al mondo con la sconfinata ambizione di signoreggiare la Società, mostrandole apertamente il proprio disprezzo; cómpito difficile e metodo fallacissimo, imperocchè la Società non concede i suoi favori se non a chi la piaggia vistosamente; padronissimo questi di sputarle contro, ma solo dopo essersi trincerato nel più stretto incognito.
«Quindi il dottorino Z., invece di riempire di sè cento volte al giorno, come neppure sarebbe bastato al suo desiderio, le Camere, la Stampa, la Scienza, l’Italia e il mondo, divenne dopo mille sforzi e rimase nel suo mestiere un oscurissimo specialista di malattie vergognose.
«La sua anima dovrebbe esserne afflitta e ruggire continuamente, come lo spirto d’abisso, quando se ne parte Vôta stringendo la terribil ugna.
«Eppure l’altra settimana io ho riveduto il mio caro dottorino, con uno splendido cappello a cilindro che quasi mi abbarbagliò. — Quel cappello — dissi meco stesso, — è un indizio certo di sicurezza e di felicità interiore, perchè un’anima fiacca e malinconica fa il contrappelo al suo cilindro nel primo uscio, in cui scantoni. Quale sarà la ragione di questo fenomeno?
«La investigai.
«Mancando al Nostro qualsiasi supremazia esterna, egli si è cristallizzato poco per volta nel suo sè un sentimento di supremazia interna, per cui giunse a dire sul serio ad una allieva infermiera, che egli non si credeva inferiore ad Alessandro Magno.
«Il continuo esercizio di questo sentimento gli fece ammucchiare giorno per giorno un tesoro di prodigiosa imbecillità, che basterebbe a rendere felici quattordici generazioni di Accademici delle Scienze, non che un solo dottorino. Eccone due soli esempi:
«Il dottorino Z. l’altro giorno ricevette il diploma di Italiano benemerito della Società Neo-latina sotto la presidenza onoraria del Principe Ereditario, con medaglia d’oro e mediante pagamento immediato di lire ventisei.
«Ebbene egli, l’antico scettico, lo ha accettato, mandando senza dilazione al Gran Maestro Creatore del nuovo ordine di iniziativa privata il desiderato vaglia postale di lire ventisei, e non solo ha fatto questo, ma scrivendo ad un mercante di campagna aggiunse alla sua firma con la litania degli altri titoli anche quello di membro Italiano Benemerito della Società Neo-latina dimostrando l’evidente pretesa, che il campagnuolo rispondendogli riproducesse tutto quel carnevale di titoli sulla soprascritta.
«Un’altra più marchiana. — Ieri il dottorino Z. seminò in un vaso di fiori un pizzico di seme bachi da seta, presumendo, che avrebbero a spuntar come il trifoglio o il prezzemolo per la sola ragione che li seminava lui.
«Si teme che quest’eccesso di felicità lo abbia a far tradurre prestissimo al Manicomio Provinciale, locchè sarebbe per chicchessia la massima delle felicità terrene.»
«Insomma, ricapitolando, senza una capitale presunzione non si dà felicità a questo mondo, ed essa si può un’altra volta definire con una piccola variante: — La felicità è la supposta privativa della infallibilità personale per parte della cocciutaggine, della imbecillità, e meglio della pazzia umana.
«Un immenso proverbio aveva già detto: — chi si contenta, gode.»
«Mi pare cosa certa, che oramai l’Arte si muta in mestiere, e l’Artista in artigiano.
«Nessuna persona ammodo ha il coraggio di leggere un libro che abbia fatto furore dieci anni fa, come niuna signora elegante ha il coraggio di mettersi in testa un cappellino, che sia stato di moda dieci anni prima.
«Si estendono agli artisti le regole degli artigiani, e prima di tutte quella di non fare nulla che possa eccedere le facoltà estetiche ed intellettuali, che sono normalmente comuni a tutti i travetti, a tutte le maestre elementari, a tutti i parrucchieri, a tutti i lavapiatti e a tutti gli assidui dei giornali politici.
«Insomma si dà come principale norma dell’Arte la misura, la quale fino a ieri è stata soltanto la norma dei sarti, dei calzolai e dei falegnami.
«Secondo me invece la principale norma dell’Arte non è già la misura, ma la smisuratezza.
«Per me il genio del vero artista è una specie di pazzo furioso, che dà delle enormi capate in cielo e ne stacca stelle e procelle a illuminare o interrorire la terra.
«Così mi è parso leggendo la Bibbia, Omero, Dante e Shakspeare.
«E la scienza del professore Lombroso è d’accordo con me nel GENIO E FOLLIA!»