XXXVI.
Seguita ancora l’Album atroce di Pinotto.
«L’amore per le donne è ciò che dicesi uno sciocco convenzionalismo.
«La stessa bellezza delle donne è un convenzionalismo.
«Può essere, cioè parere bella una donna, che si vegga fuggitivamente, con cui non si abbia parlato nè ballato mai.
«Allora la donna reale è bella, come la donna ideale che si trova nei libri e in altre opere d’arte, perchè ci lavora o ci ha lavorato intorno la fantasia.
«Ma si mangi il sale insieme e per un sol giorno con la più portentosa e più ammirata bellezza di donna che esista realmente, e poi riuscirà impossibile ad un osservatore coscienzioso di trovarla ancora bella, dopo che abbia potuto osservare minutamente a tempo debito le chiazze della sua epidermide sotto le occhiaje.
«Quindi io nego, nego recisamente l’assurdo dell’amore reale per l’umanità presente.
«Amare realmente e naturalmente è una cosa, che potranno fare tuttavia i fiori dei campi e gli uccelli del bosco, le cui generazioni si sono mantenute sane e illibate ai benefizi dell’aria libera e ai lavacri delle intemperie.
«Ma per l’Umanità, che discendendo per i secoli si è sempre più imputridita nei fetidi cubicoli della sua civiltà, l’amore è diventato bugiardo, benchè pochi si accorgano o vogliano ammettere, che sia tale.
«L’unico amore logico, vero e tuttavia possibile per un uomo sincero è l’amore platonico verso una donna quasi da lui sconosciuta.
«Quanto a me, il solo ricordo delle donne, che mi hanno dato un bacio, mi muove a stomaco.
«Sento invece, che amo furiosamente la figliuola del notaio Raffa, che ho vista una volta sola e nella penombra.
«L’amo tanto che morirei per lei.»
«Non saprei precisare, se la razza umana presentemente sia più vile o più convenzionale.
«Essa si mostra convenzionale anche nell’esercizio delle sue più importanti prerogative, per esempio nel suicidio.
«Di tanto in tanto un garzone parrucchiere disperato, perchè una modista invece di sposare lui ha accettato il solido trattamento offertole da un banchiere, pone fine miseramente ai suoi giorni mediante asfissia, annegamento o salto mortale dal quinto piano; e si legge costantemente nella Cronaca Nera dei giornali, che in mezzo ai pettini dell’infelice suicida, sul tavolino da notte, presso il braciere dell’asfissiato, o sulla ghiaja del fiume d’accosto alle scarpe dell’annegato, si trovarono aperte le inevitabili Ultime lettere di Jacopo Ortis.
«Or bene queste lettere, dinanzi al nostro modo di sentire odierno, secondo me, non sono più altro che una freddissima decorazione di malinconia patria ed amorosa, una decorazione materiale e posticcia, come quelle gramaglie listate di similoro, con cui i tappezzieri addobbano le porte delle chiese e gli usci di casa invitando il pubblico a pregare per l’anima della damigella X, Y o Z, deceduta nella verde età di anni settantacinque.
«La lettura dell’Jacopo Ortis, a chi abbia le sue facoltà naturali in equilibrio, può far nascere l’occasione di uno sbadiglio e l’idea di andare a bere un bicchierone di birra, ma non mai quella di ammazzarsi.
«Eppure, chi sa fino a quando nelle rispettabili corporazioni dei giovani parrucchieri, dei garzoni panattieri, sartine, ecc.; durerà questa benedetta usanza di darsi volontariamente la morte, facendola precedere dalla lettura dell’Jacopo Ortis?»
«Molto vile è l’uomo ammodo od anche di genio, quando a porte chiuse domanda ad una donna, che gli faccia la carità di quell’illusione che è l’amore. Egli allora si abbassa ad adorazioni ed abbiettezze verso una guattera o una squarquoja, con una procedura, la quale ripugnerebbe persino all’accattone, che per avere un soldo di elemosina disegna con la lingua una croce in terra.»
«Ma vilissimo, e molto superlativamente vilissimo, è poi il medesimo individuo, quando, fuori della Camera charitatis, — in pubblico caffè o passeggio sforza i suoi colleghi mascolini a sentire la litania dei suoi miracoli amorosi, millantando la propria superiorità facilissima sopra tutte le donne e sballando di aver ricevuto da fanciulle e da principesse certe cortesie esagerate, che forse gli rifiutarono le vecchie cuoche. Egli allora in seduta pubblica tenta innalzarsi sul sesso femminino, — davanti a cui poco prima, in seduta privata, si era inginocchiato e aveva piagnucolato miseramente — tenta innalzarsi come un pallone areostatico, ripieno di ridicolaggine, vanagloria e menzogna vergognosissime.»
«Uomini profondamente immorali, superbi, malefici, traditori, furfanti di cuore leggerissimo e senza un briciolo di coscienza, bricconi simpatici, farabutti invadenti e soverchiatori, trovano poi nella vita un istante di debolezza morale per diventare vittime ridicolissime di una serva o di un matrimonio.»
«La viltà della razza umana si dimostra eziandio nelle sue più umili manifestazioni, per esempio nella critica letteraria.
«Essa ha per iscopo patente di demolire il vero merito.
«Ma c’è un vero merito, grasso, lustro, felicemente e completamente riuscito, riconosciuto da tutti, ben voluto da tutti, perchè non va mai a contrappelo di niuna convenienza o convenzione sociale, — un vero merito costituito in così floride condizioni di salute o sopra una così solida piattaforma, che sarebbe non pure cosa innocente, ma sarebbe un bello e coraggioso esercizio ginnastico il giostrarvi contro.
«Eppure state sicuri, che questo vero merito fortunato nessuno lo toccherà.
«Invece vi è un altro vero merito, forse di portata maggiore del primo, ma tuttavia incipiente o ammalato od osteggiato da numerosi nemici per la sua audacia di novità o funestato dalla miseria o dalla moglie impudica.
«Ebbene questo vero merito disgraziato sono quasi tutti d’accordo nel dilaniarlo e nel cercare di ammazzarlo.»