II. IL MANOSCRITTO.

2 di settembre 18..

........ Eccomi nella solitudine, in mezzo alle Alpi che sempre amai, che vidi fin dagli anni della fanciullezza circondar la più bella parte della mia patria, come d'una sublime corona[1]. Qui forse, nel silenzio del mondo, in faccia alla grande maestà della natura, avranno tregua i pensieri che in mezzo agli uomini mi tormentavano, e pace i dolori di che fu pasciuta la mia gioventù troppo inesperta del vero e troppo credula del bene.

Il Signore che mi chiamò per questa via, mi dia lena di correrla alacremente e di toccarne la meta. Or mi conviene diventare un uomo nuovo, dispogliarmi degli affetti e de' voleri che fin qui mi trascinarono d'uno in altro peggior disinganno, sollevar gli occhi al cielo, a quell'unica patria de' buoni e de' giusti; al cielo verso il quale elevano le gigantesche loro cime questi monti, esultando quasi e narrando in armonia col firmamento le glorie dell'Eterno.

Diedi un addio al mio vecchio padre, alla madre mia, all'innocente mia sorella. Che il Signore vi protegga sempre, o giuste o semplici creature! Là sulle rive del lago, io tornerò ben sovente fra voi co' miei pensieri, seguirò coll'anima e col desiderio i vostri passi; siederò invisibile con voi intorno all'umil focolare; e ricordandomi di quel tempo che più non può tornare per me, porrò giù il peso delle immeritate angosce e il cumulo delle recenti sciagure. Qui troverò, lo spero, creature schiette e buone come voi, o miei parenti! qui non ire, non invidie, non basse e perfide congiure di chi s'adombra d'ogni forte e generosa parola; qui non verrà a turbarmi il cuore la fastosa ignoranza o la melliflua impostura di coloro a cui s'inchina il mondo; qui umili doveri da compiere, oneste compiacenze, tranquille opere di virtù non conosciuta e perciò non calpestate; qui lagrime da rasciugare e cuori da tener vivi nella speranza; qui solitudine, silenzio e pace.

7 di settembre.

I pochi, i quali han fatto di me quella vana e volgar conoscenza che suolsi troppo presto chiamar amicizia, mi credevano misantropo, o forse orgoglioso; molti mi davan taccia d'uomo irrequieto, bollente, pericoloso, mi chiamavano una testa falsa e matta; i più mi avevano un po' di compassione, trattandomi da sognatore, da utopista, da uomo nato fuor del tempo suo.

Ed io che, dopo tanta guerra di dubbj e di terrori, non perdei quella calda volontà di bene, la quale fu l'alito primo della mia vita, io che potei credere e riposare nella verità promessa da Colui che da una croce annunziò a tutti gli uomini ch'eran fratelli, doveva io forse mettermi alla tremenda prova di disperare un'altra volta, di lottare ogni dì a faccia a faccia col disinganno, di rinunziare a quel solo amore che può vivere eterno, e senza del quale non è fede?... No! Sieno grazie alla Provvidenza che mi tolse di mezzo a coloro ch'io voleva poter amare come fratelli, e che invece mi attraversarono la via come nemici, e m'insidiarono come lupi bramosi. Ora io li abbandonai, forse per sempre; ma non pagai offesa con offesa, nè sola una stilla dell'odio loro è caduta nel mio cuore.

Ben so che per guadagnarmi i loro preziosi favori, le bugiarde loro carezze bastavami soffocar nel mio petto le ardenti speranze, i forti augurii di virtù e di giustizia ch'io non temeva far manifesti a qualunque si fosse con la sincerità dell'uomo giovine e credente; che bastavami chinar la fronte a ogni loro detto, mentire a me stesso, rinnegar la voce dell'anima con un servile ossequio; e farmi stromento della loro potenza, o almeno tacere.... Ah no! no! mai! Codesta non fu, non sarà la parte mia sopra la terra; e il campo seminato dal male non può fruttar la verità.

Abbandoniamo queste amare ricordanze. Vi fu un tempo, nel quale le poetiche immagini della prima età potevano consolarmi delle traversie sopravvenute.

Allora io scriveva:

— «Nacqui in riva del Lario: a me fu cuna

Il battello sull'onde, ed infantile

Trastullo il remo e la paterna rete;

E fanciullo scherzai con la riflessa

Imago del fanciul che si specchiava

Prono nell'acque. — In quell'etade appresi

D'ogni riva, d'ogni antro e d'ogni rupe

I varii nomi, i tramandati casi;

E men fe' dono la verace bocca

D'antico pescator; perchè nell'ora

Ch'egli gittava insidïando l'amo

All'ondivago pesce, ad ascoltarlo

Cheto io sedessi del battello in seno.» —

O mio lago, o splendida gemma della Lombardia! tu fosti il mio primo amore. Oh! perchè non nacqui più povero ancora di quel ch'io sono! Se mio padre, anzichè essere l'agente di nobile e ricco signore, non avesse avuto al mondo che il suo navicello e la sua rete, forse io pure non sarei stato che un umil pescatore; e non uscito mai dalla cerchia de' miei monti, altro non avrei imparato ad amare che la pace e la tempesta del lago. — Le memorie del passato mi ripiombano sul cuore. Chi m'avrebbe detto, allorchè adolescente appena io contemplava rapito da una fiera gioja di libertà le procelle e i fulmini che scrosciavano sul mio Lario, oh! chi m'avrebbe detto che assai più tremende, dovevano essere le tempeste dell'anima mia!

1 d'ottobre.

La pace ritorna. La vita stanca e travagliosa qui si rintegra, si rinnova nella calma di questi bei giorni dell'autunno; e il sole tranquillo che indora le spalle della montagna rimpetto alla mia finestra, sembra mandare il benefico riflesso della sua luce nell'anima mia.

Da tanto tempo io non poteva godermi una contentezza così salutare, così vera. E se vuole il cielo che passino per me soltanto pochi mesi di raccoglimento e di pacifica meditazione, senza che si risvegli a conturbarmi lo sdegno d'una vita costretta a consumarsi nella lunga aspettativa de' giorni promessi da Colui che venne ad abitare fra gli uomini, e fu vera luce dell'universo; allora forse la modesta missione che a me fu posta mi parrà più bella e sacra, perchè dimenticata e disprezzata dal mondo; allora forse Dio mi perdonerà il passato, e terrà conto del mio sagrificio.

Coloro in mezzo a' quali vedrò scorrere la breve mia vita terrena, mi amano e mi vengono intorno. con rispettosa attenzione; ma non sanno ch'io non potrò render loro per questo affetto altra cosa che poche parole a confortarli nelle sciagure. Ben vorrei, come ne sento gran bisogno nell'anima, aprir coll'eloquenza della semplice verità i loro intelletti, far ragionevole il loro ossequio alla fede, scendere nel fondo de' loro cuori, e suscitarvi quella scintilla che li renda migliori di quel ch'essi sono, di quel che furono i padri e gli avi loro. Eglino sono contenti del poco, è vero; ma intanto anneghittiscono nella povertà, disimparano ad amare coloro che soffrono, ad amare il ben comune, per quell'affetto più augusto, più fiacco, direi quasi per quell'egoismo che li fa attaccati alla loro famiglia, al campanile della parrocchia, alle povere glebe della loro vallata. Ma pure chi sa che, procacciando di migliorare, per quanto è da me, gli umili destini di codesti montanari, io non dovessi invece riuscire a farli men felici, o men rassegnati di quel che sono? —

2 d'ottobre.

Oggi, con dolor profondo mi toccò d'esser testimonio d'una contesa fra due mandriani, che mi persuase quanto sia pur troppo insensata e forte fra gente d'uno stesso paese quella vecchia ruggine, quell'inimicizia che sembra aver posta radice eterna nel cuor degli uomini, e più che in ogni altra in questa nostra patria.

Uno de' due mandriani è nativo di questa, l'altro di valle San Giacomo: son vicini, son fratelli, parlano lo stesso dialetto; eppure serbano tuttavia quel rancore che separò i loro padri, che accese tanto fuoco di guerra in queste pacifiche contrade, che fece sparger tanto sangue e pianger tante madri. Sedevano sulla medesima panca di legno fuor dell'osteria, e bevevano alla stessa mezzina. Una sola parola di dispetto, una pretesa di soperchieria per causa d'una capra comperata o venduta attizzò la discordia: maledissero i loro paesi; maledissero i parenti e lo stesso Dio che li vede. La collera li fe' ciechi l'un contro l'altro, e dalla bestemmia e dal vile insulto sarebbero venuti alle coltella, se il mio braccio, più forte della mia parola, non fosse giunto a tempo di domar la selvaggia loro natura.

O mio Dio! È dunque vero? anche qui, anche ne' luoghi dove la vostra onnipotenza parla all'intelletto e al cuore con le meraviglie d'una natura vergine ed austera, la cattiveria e l'odio faranno germogliare la loro trista semenza? L'uomo, la vostra creatura grande e misera è lo stesso sempre e in ogni parte della terra? Dal tempo del primo fratricida il cuore umano non s'è dunque mutato?... Qual profondo mistero in ogni cosa! — E noi che siamo sì piccoli, noi che strisciamo per un giorno, come l'insetto, sulla faccia della terra, vorremo con audace intenzione sollevar la fronte insino a Voi, interrogarvi, e pretendere che il buono e il giusto trionfino a questo mondo?... O Signore, tenete la vostra mano sul nostro capo, e dissipate il fumo dell'orgoglio che n'accieca.

Le generazioni vengono, passano e scompaiono per sempre dalla terra ove tennero dimora. Chi potrà dire di qui a mill'anni i popoli che saranno sepolti sotto a questa parte di mondo?. L'Alpi e l'acque e tutta la contrada che mi circonda non hanno forse mutato anch'essi e rimutato aspetto e natura? E noi andiamo fantasticando dietro all'ombra d'un nome, dietro al sogno d'una patria, e confidiamo sia adempiuta sulla terra che invecchia sempre quella promessa che, sola non può morire?...

Quest'ampia regione di monti che fu agli antichissimi tempi la stanza d'un popolo solo, se pur non mentono la tradizione e la storia, vide ne' tempi a noi più vicini la lotta di due razze diverse e mortali nemiche fra loro. Il Valtellino abborre ancora il Grigione; nè vicinanza, nè signoria, nè forza di guerra o di pace poterono mai operare che codeste due genti ne facessero una sola. Per questo forse la scissura fatta dalla riforma luterana fu origine d'una delle più lunghe, sanguinose e feroci rivoluzioni che l'Europa abbia veduto mai. — Un dabben montanaro m'additava, non ha molto, sull'alta cupola della chiesa della Madonna a Tirano la bruna statua di san Michele, colla spada in pugno, e, — Vede lei, dicevami nell'atto di farsi il segno della Croce, vede, egli è quello là il Santo che tenne lontano da questo paese la peste de' luterani!... Io nulla risposi; ma andava pensando nell'anima mia alle molte e triste cagioni che hanno fatto d'ogni lembo di terra cotante patrie diverse.

27 d'ottobre.

Io mi proposi d'adoperare il tempo che mi sopravanza, dopo compiuti gli obblighi sacri del ministero, nell'andar cercando di sito in sito fin dove mi sia concesso inoltrare nelle quotidiane e solitario mie peregrinazioni, le reliquie de' secoli passati, le tradizioni antichissime che son vive tuttora nelle povere capanne del mandriano e del carbonajo sugli altipiani e ne' diroccati casolari degli umili paeselli; nell'andar raccogliendo le semplici cantilene delle fanciulle montanine e le pie leggende delle vecchie filatrici; nel visitar gli avanzi rovinosi e pittoreschi di qualche feudale castello di cui più nessuno sappia il nome; e gli abbandonati cimiteri e le lapide votive; e più di tutto nello studiar quelle antiche patriarcali costumanze, che sono come il simbolo della giustizia nelle famiglie, la religion vera del passato.

Dachè incominciai, senz'alcuna pretensione di sapienza antiquaria, queste utili e studiose ricerche, la mia vita ben più occupata e operosa che prima non fosse, assorta nel meditare e nello scrivere, invogliata dalle prime scoperte a novelli e più forti studii, si ricompone in quella temperanza equanime di volontà e di sentimento ch'è la miglior medicina delle avverse cose.

Son quasi corsi due secoli dalle terribili guerre che per furor di politica ricoperta del manto della religione, disertarono queste contrade; e la memoria della rivolta qui sopravvive ancora; qui suona ancora sul labbro de' fieri Valtellini la bestemmia antica contro il luterano; qui l'odio rugginoso verso le tre Leghe Grigie, alimentato dalla contesa proprietà del territorio, non è spento del tutto: mentre nessuno più si ricorda della tirannide spagnuola che, sotto colore di protezione, soffiava alimento a' dissidj, e col pretesto della fede calpestata e della santa causa della religione rinfocava le moltitudini alla riscossa. E guai, allorchè un popolo si solleva in nome della fede de' padri suoi!...

15 di novembre.

In questa solitudine, altro io non desidero che la fedele compagnia d'un amico che riceva nel suo cuore la pienezza del mio, che meco divida il segreto del dolore e della speranza, e mi riconforti e sostenga ov'io ricada, come pur troppo avvien qualche volta, negli antichi terrori, in quelle fatali malinconie che m'avvelenarono l'anima non ancor del tutto guarita. Ohimè! basta un giorno solo di dubbio e di fiacchezza, un'ora sola d'interiore viltà per ripiombarmi in un mar d'incertezze, per togliermi la pace appena ottenuta coll'assidua fatica dello spirito.

Tornato a casa col cuor pieno di rancore e di pianto, trovai la Bibbia sul mio tavolo: a caso l'apersi e mi venne sott'occhio quel lamentoso e poetico salmo, con cui il profeta ne' giorni della persecuzione confidava l'anima sua al Signore:

— «Io mi confido nel Signore. Perchè dite voi all'anima mia: Ti trafuga, come il passero al monte?

Poichè gli empi, ecco, han teso l'arco; apprestarono le saette nella faretra, per saettarle contro a' retti di cuore in luogo scuro.

Dopo che ruinarono ciò che voi avete fatto, e che mai poteva il giusto?

Il Signore nel suo tempio Santo, il Signore ha la sua sede nel cielo.

Gli occhi suoi veggono il povero; le sue palpebre interrogano i figliuoli degli uomini.

Il Signore interroga il giusto e l'empio: colui che ama l'iniquità odia l'anima sua.

Pioverà lacci sugli empi; fuoco e zolfo e procelloso turbine è porzione del loro calice.

Perocchè il Signore è giusto, e amò la giustizia; e la faccia di lui riguarda all'equità.» —


Che altro avrei potuto dire al Signore, fuorchè offerirgli dal profondo anche per me questa santa preghiera?...

21 di novembre.

Ho riveduto il solo amico che mi rimase della mia giovinezza, l'uomo ch'io amo e onoro come padre e fratello, quell'amico a cui la sorte, o per dir più vero la provvidenza di Colui che scruta i cuori, parve volesse congiungere per sempre la mia vita con quella catena di gratitudine ch'è più forte della vita stessa. E l'averlo riveduto una volta dopo lunghi mesi, e per solo un giorno, mi fece sentir ben più doloroso e vivo quel bisogno di fratellanza e d'amore che fu il primo tormento dell'anima mia.

Con lui, coll'uomo il più modesto, il più degno di fede ch'io m'abbia conosciuto, parlai di quel tempo che non tornerà più per noi; e sentii riaprirsi una dopo l'altra tutte le mie ferite. Ed ora ch'egli se n'è ito e ch'io mi trovo nel mio romitorio, solo ancora, al cospetto delle grandi e severe ombre de' tempi andati, sento in me medesimo vergogna e dolore d'aver rimpianto un'altra volta con l'amico le mie giovanili vicende; e mi pesa, direi quasi, d'essermi abbandonato così ad una soverchia ed intempestiva effusione del cuore. Ecco qual povera cosa siam noi! Io stimava d'aver domo e vinto per sempre il mio passato, mi credevo forte, impassibile, e tetragono, come dice il poeta, a' colpi della sciagura. E invece, poche parole di malinconici ricordi e poche lagrime versate in un momento d'abbandono e di fralezza, mi rapirono il frutto di tanto volere e di tanto sacrifizio.

Che avrà detto, o pensato di me l'amico mio?... Egli, forse, mi trovò ben mutato da quel che fui; o forse più non mi stima che un cuor debole, inetto alle grandi prove dell'esistenza, un povero illuso, un fanciullo!

Ma se all'opposto fosse tutto amor proprio, fosse superbia che m'accieca questa brama di comparire agli occhi dell'amico altro da quel che sono? Non fu egli che m'aperse il cuor suo e la sua casa, che mi prodigò tutto quanto la santa amicizia può dare, che mi restituì il coraggio di vivere, e mi strappò alle braccia di morte che mi voleva far suo?... Egli sedè le intere notti al mio capezzale, allorchè lottando col male e venuto quasi all'agonia io delirava e diceva parole di furore e di pianto alle mie fatali speranze, alla tradita mia giovinezza, alle mille ombre che dì e notte m'assediavano. Egli stesso con occhio sapiente studiava intanto il lampo del mio sguardo e il pallor del mio viso; con la mano pietosa premeva la mia, contava i bàttiti delle mie arterie e i pochi minuti di posa che la febbre e il dolore concedevano allo strazio de' nervi e allo spavento dell'anima. — Io era solo, povero, lontano da' miei, calpestato da' potenti, umiliato dagli amici, e languente in un letto non mio, sospiravo di finire una volta: ed egli fratello, amico, medico, benefattore, mi fece dono d'una vita perchè tornassi non indegnamente a respirar fra gli umani; egli rimise in pace l'animo mio, e mi rese quasi altero delle sofferte nemiche fortune. Su quel desco, ove con esempio raro di vera grandezza quell'uom saggio e buono aveva con me spartito il suo pane e profferta la metà della sua tazza, io scrissi le pagine consacrate alla gloria d'un Grande che non è più; e a quelle pagine io poneva in fronte il nome dell'amico venerato e caro. Nullo di più m'era concesso. Ma questo nome che i piccoli e i buoni conoscono, questo nome che l'orfanello e la povera femminella impararono da tanto tempo a benedire, era per me il solo degno d'unirsi a quello del sommo genio italiano, per il quale fu rinnovata l'arcana scienza della natura e il nome della mia patria non morrà mai[2].

Così, io non vendei la memoria intemerata della sapienza all'oscuro dovizioso o all'indegno possente; non infransi l'aureo simulacro della gloria, per fonderne la corona all'infamia: ma di quel nome altissimo io feci l'umile ghirlanda della gratitudine al beneficio.

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Amico mio.[3]

— M'è di grande consolazione il poter tornare a te in questi giorni d'amarezza e di prova, ne' quali anch'io, come Colui che portò tutti i nostri dolori, posso quasi dire: L'anima mia è trista fino alla morte!...

Io vivea qui dimenticato, e non potei dimenticare. Le passioni degli uomini tornarono a visitarmi nella solitudine, ed io ascoltai quelle voci che altre volte avevano conturbata la mia giovinezza: ed un affetto ch'emunge le forze dello spirito e rimpicciolisce le idee dell'umanità e dell'infinito si risvegliò nel mio cuore, ove forse non ancora spento del tutto consumava non veduto le più pure sorgenti della vita, siccome fuoco che vive addormentato sotto la cenere. A tanto mio dolore s'aggiunse una piaga novella, il rimorso: poichè io sono ancora talvolta il trastullo d'una fuggitiva larva di bellezza; e mi trovo così debole e vile in faccia di me stesso che parmi nessun sagrificio esser poco, per ricompormi quest'avvenire ch'io voglio e non so disprezzare, che fugge sempre più da me lontano, e si porta con sè a brano a brano la mia vita.

Tu sai la compassionevole vicenda che mi persuase di rinunziare alle facili glorie concesse dal mondo a chi appena sappia lusingar le inezie del suo tempo, e farsi campione del vizio imbellettato di virtù.. Io volli sposar la parte di coloro che patiscono; e nato povero e nudo, morrò povero e nudo.

Perocchè non per nulla avrò detto addio alle splendide fantasie dell'arte, alle severe meditazioni della scienza, a' giorni tempestosi e ardenti della gioventù, alle grandi speranze dell'uom pellegrino in cerca della verità, a tutto quello che formò la poetica visione de' miei vent'anni.... Amore, amicizia, patria, sapienza, gloria, non bastano per legarmi a questa vita; più non sono per me altro che il primo batter d'ale che fa l'anima nostra verso l'infinito, il simbolo della virtù eterna, di quel bene che non alligna in terra, perchè la terra ritornerà nel suo nulla, e il bene è immortale.

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Amico!

— V'ha qualche ora nella quale credo che Dio non abbia accolto il suo servo: e parmi ch'egli maledica come opera di superbia, ovvero di disperazione questo sacro e terribil dovere ch'io m'assunsi (io così pieno ancora di ribelle volontà, di mortali odii, d'inutili speranze) d'annunziare agli uomini la sua verità, il giorno del suo regno. Allora lo spavento e l'angoscia incurvano la mia fronte; io vo' cercando i luoghi più solinghi e dirupati di quest'Alpi selvagge; io piango senza trovar sollievo dal piangere, e dico nel mio cuore: O Signore! come, potrò recar la tua pace agli uomini, io che non ebbi mai pace per me!...

In tali giorni d'abbandono e di miseria morale, ben io tento di temperar l'interno patimento colle dolci distrazioni della lettura e dello studio, tornando ad evocar le belle imagini della poesia, le grandi ombre di coloro che parlano il vero e furono infelici, e infelici ben più ch'io non sia!

Ma anche la poesia è morta nel mio cuore...

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— Io aveva fermo nell'animo di non tornar mai più agli antichi prediletti studi della poesia; io voleva darmi tutto alle austere contemplazioni della sacra scienza, che sola ormai può consolarmi de' tanti disinganni provati, delle stolte speranze umane, delle menzognere imagini evocate dall'inquieta fantasia che vuol levarsi nella regione dell'impossibile... Eppure, in questi dì, tornai alla poesia, al culto di quell'arte che mi rende ancora così belli gli anni giovenili.

Rovistando fra vecchie carte, rinvenni abbozzi di novelle poetiche, di poemetti, di canzoni, di tragedie; sorrisi di me stesso e de' sogni miei, rileggendo que' miseri brani. Mi sembravano come le macerie d'un edifizio caduto in rovina prima che di poche braccia sorgesse dal terreno. Mi provai a scrivere; ma sarà in vano. La letteratura del nostro tempo, se ne togli pochi i quali temono di mostrarsi fra gli altri per la coscienza di una virtù intemerata, ma pur tremante e sdegnosa, è fatta per tutt'altro che per educare il cuore ed innalzar la mente alla vera grandezza. È una letteratura smascolinata, come quell'arcigno del Baretti direbbe, una letteratura da canapè, buona tutt'al più per i gabinetti delle damine svenevoli e profumate.

Nondimeno scrissi anch'io: ho gittato giù l'abbozzo di due tragedie. Nell'una il Buondelmonte, vorrei dipingere, a diversità degli altri che tentarono lo stesso tema, l'origine della fiorentina repubblica, e il fiero carattere del Mosca,

«Che disse: Lasso! capo ha cosa fatta.»

Nell'altra, il Procida, vorrei mostrare quanto possa amor di patria in lotta coll'amicizia e coll'amor paterno. Ma le mie forze non basteranno, lo temo, all'altezza del concetto.

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Quando nè lo studio nè la contemplazione della natura valgono a tormi dal cuore il peso che vi sta sopra da lungo tempo, allora prendo la penna per scrivere a te, amico mio, a te che sai la storia della mia vita, e solo fra tutti puoi compatire al solitario prete, all'uomo il quale nulla più domanda su questa terra tranne di vivere nella memoria onesta de' pochi montanari che fanno la sua famiglia. Allorchè seppi rinunziare alle illusioni della mente superba d'aver vestita di novelle forme la vecchia filosofia del dubbio, quando parlai agli uomini di quella religione di fratellanza e d'amore che sola può apparecchiar l'avvenire, coloro che stavano in alto gittarono la vergogna e il disprezzo sopra di me. Avrebbero voluto che la mia fede si facesse serva delle imposture mondane e delle rugginose pretensioni della forza: io cercava d'abbracciare il povero e l'oppresso, che al par di me pativano e pregavano; ed essi mi rinfacciarono la ferrea legge del fatto, mi presentarono agli occhi de' miei fratelli come un sognatore irrequieto, come un uomo perduto dietro i delirii dell'umano pensiero, dietro le novità della filosofia e della religione. E i miei fratelli risero di me. Allora io non poteva più ritornar fanciullo e raccogliermi nell'innocenza della vita e della speranza; e sapendo già, per averne fatto duro saggio, quel che fosse il mondo, sentii tutta l'amarezza d'una vita inutile e tormentosa. Ma al tempo stesso una grande e nuova luce d'amore s'era fatta dentro di me, nel profondo: e in questa si rintegrò la mia fede a poco a poco; e, divenuta matura, la ragione unì i pochi e deboli suoi sforzi a quelli di tanti e tanti che combattono quaggiù per la causa dell'onestà e della giustizia.

I miei mali cominciarono a parermi ben picciola cosa al paragone de' molti e grandissimi che aggravano l'umanità, e fui persuaso da quel momento che ognuno il quale cammini con semplicità per la via su cui la Provvidenza lo mise, nè mai rinneghi sè stesso, nè venga a patto con la propria coscienza, potrà dire un giorno: O Signore, anch'io feci la mia parte di bene, e vissi sempre nella fede, nella speranza, e nell'amore! — Perdonai da quel momento all'uomo che col suo tradimento m'aveva ferito nella più viva parte del cuore: mi gittai nelle tue braccia, t'apersi tutt'i miei segreti; e tu mi donasti il coraggio di vivere e d'operare. Gli uomini mi calunniavano ed io li amai; essi mi respinsero; e chinai la testa; poi venni a nascondere in questa povera valle il mio oscuro ma innocente apostolato.

E oggi anch'io ripeto a te le dolorose parole che un moribondo amico mandava a me lontano: Fra me e te esiste un legame che la morte non rompe!..

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Mio buon padre.

Nel mio romitaggio, sento il bisogno di tornare a voi, di venir col pensiero all'umile casa ove nacqui, a quel paradiso de' miei anni infantili che si specchia nell'acque purissime del lago. Io veggo, padre mio, il vostro incredulo sogghigno a queste poetiche ricordanze; ma se vi dirò che la nostra casetta, dove abita mia madre, dove, nascosta come la rosa silvestre, si fa bella e grande la buona Angioletta, è il più sacro, il più desiderato angolo della terra per me che pur vidi molto e molto conobbi, forse non sorriderete più così, e darete un pensiero anche voi, un pensiero di compassione alla tristezza che bene spesso viene a tenermi compagnia.

Non è già ch'io mi lagni della mia condizione, e del trovarmi qui solo, in povera e lontana contrada, dopo che i primi augurii della vita m'avevano promesso ben diverso avvenire. Sulla via ch'io tentai d'aprirmi, ardente qual fui di volere e di fiducia, ma scarso pur troppo di virtù, non trovai altro che spine; e m'avvidi che nell'ampio teatro del mondo il poco ch'io poteva fare m'avrebbe alla fine guadagnato le ire e le maligne persecuzioni di chi s'adombra d'ogni franca e generosa parola, di chi suol chiamar delitto il coraggio d'alzar la testa contro le prepotenze umane e quelle della fortuna.

Per questo, benedissi come venuta dal cielo l'inspirazione che mi condusse qui, fra i poveri e i semplici, qui dove soffrono e aspettano, come la più gran parte degli uomini, tante creature per le quali morì sulla croce Colui che aveva pur detto a tutti: Io sono la via, la verità e la vita!... Vi ricordate? la prima volta ch'io ho voluto parlar da un pulpito, con nuovo ardimento, di certe grandi verità delle quali non sarà mai strappata la radice della terra, delle mie parole si prevalse il fanatismo, le condannò il fariseo e ne fu scandolezzata la debole virtù. Così sempre avviene; ed io non voleva chiamar sulla casa di mio padre, sui vostri bianchi capegli il turbine che di subito sorse a minacciarmi; pensai a mia madre, a mia sorella, e obbediente a chi mi percoteva, rinunziai ad ogni gloria e mi tenni abbastanza felice di questa parte che Dio m'aveva ancora serbata. Qui i buoni alpigiani mi conoscono e mi riveriscono come padre, m'ascoltano e mi amano come fratello; qui m'è consolazione il pensiero di quel filosofo: Se utile non è quel che facciamo, stolta è la gloria.

Ma non più di questo....

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Ringrazierete per me l'Angioletta di quella cassettina contenente poche cipolle de' panporcini de' nostri monti, ch'essa mi mandò per il Bernardo l'ultima volta che capitò al paese. Direte a lei e alla mamma che non si scordino di me nelle loro orazioni grate al Signore; io non n'ebbi mai tanto bisogno come in questo momento.

Se mai tornasse a vedervi l'amico mio P*** e vi domandasse di me, ditegli che i poveri miei nervi risentono ancora a quando a quando le fiere commozioni patite, e che la mia testa qualche volta non è a segno del tutto; ch'egli stesso mi scriva se le lunghe peregrinazioni ch'io vo facendo ogni dì per questi monti, possano o no di soverchio abbattere le mie forze e fare in me effetto contrario a quello ch'io m'era promesso.

Un'altra cosa vi commetto per la mia cara sorella. Ella sa dove stanno i pochi libri che innanzi partire lasciai, fra l'altre cose mie, in quella che fu la mia povera e beata cella. Nello scaffaletto a manca dello scrittoio, vicino alla finestra, troverà alcuni vecchi volumi giallognoli e mezzo rosi dal tarlo: sono i cari e preziosi amici della mia passata gioventù. Fra essi v'hanno due libri rilegati in carta pecora e intitolati l'uno: I soliloqii di sant'Agostino, e l'altro La Citta' di Dio. Nell'armadio situato nell'angolo dov'era il mio letto, ne troverà pure alcuni altri più vecchi ancora, fra cui un volume delle Opere di san Tommaso ed uno di quelle di Sant'Ambrogio; e un altro più piccolo, al quale manca il frontispizio; è il Trionfo della Croce di fra Girolamo Savonarola: quest'ultimo lo conoscerà dal mio nome scritto di mia mano sull'ultima pagina, sotto ad un braccio che tiene impugnata una spada e che vi disegnai quand'ero chierico ancora. Se l'Angiola riesce a raccozzare quel piccol mucchio di libri, ne' quali pongo tutta la mia speranza per quest'inverno, voi, mio buon padre, farete di trovar modo a spedirmeli al più presto nel modo che vi par meglio; io ne pagherò lo spendio all'uomo che me li porterà.

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Mio padre.

Vi raccomando quel che già vi scrissi nell'altra, di tener sempre presso di voi le lettere che per me venissero alla posta di Como, e di non darle in mano di nessuno, fuorchè del Bernardo che verrà a pigliarle alla fin del mese a mio nome. Se ve'n fosse alcuna pressante, questa potrete consegnarla all'amico mio P*** che sa il come mandarla a questo mio nido di montagna.

Dite a mia madre, che al tornar della primavera ho speranza di venire a casa per qualche dì: che veggo il momento di sedermi ancora, come quand'ero fanciullo, vicino a lei sugli scalini della nostra porta: e che le farò raccontare un'altra volta la storia de' poveri morti di Torno. Oh! quante memorie leggiere, fuggitive, tessute, come tutte le cose della nostra vita, di piccole gioie e di grandi dolori, mi rifanno dinanzi al pensiero tutta l'età passata, e mi sforzano a piangere un'altra volta!... Perchè non sono io nato che per invocar la benedizione del Signore sopra coloro che denno trovare ogni lor bene nel patimento mitigato dalla speranza?... Io la sentiva nel mio cuore una fiamma più ardente, l'alito della fede, il coraggio di morire per i miei fratelli!....

2 di maggio 18..[4]

«Niuna cosa violenta può esser perpetua.»

E fino a quando vedrò sulla terra il trionfo del male? O Signore, tu rovesci i potenti dal seggio, ed esalti gli umili; ma tu dicesti ancora: il regno mio non è di questo mondo.

Noi dovremo dunque piegar sempre la fronte, come in atto di vile osservanza, in faccia alla malizia che si veste di pompose apparenze, che vince la semplice onestà colle sue compre lusinghe, o colla ipocrisìa, la peggior delle tirannidi?... Combattere la forza brutale che non concede alla stanca umanità di sollevare il capo da quella nebbia d'ignoranza in cui da secoli le misere generazioni son costrette a vivere, o piuttosto a morire; parlare in nome di Quegli che spirò sul Calvario annunziando agli uomini che son tutti fratelli, e figliuoli dello stesso Padre che ama e perdona, è una grande e dolorosa parte che a pochi fu dato di compire sulla terra!

Il tempo, come spaventoso torrente, trascina via con sè gli uomini e le idee; pochi nomi benedetti, poche sante e divine parole rimangono appena a far testimonianza del passato, a fermar la promessa del futuro. Avventurato chi visse nell'aspettazione de' tempi migliori, procacciando intanto ed operando il bene, come se dovesse da un dì all'altro fruttare! Dio ha veduto il cuor suo, Dio raccolse le sue lagrime; e quando seduto in disparte, come Geremia, stette solitario e tacque, Dio gli perdonò il silenzio e la luce del cielo venne sopra di lui.

Ed il suo cuore sollevò un'altra volta quel profetico lamento:

— «La parte mia è il Signore; e per questo io l'aspetterò.

Buono è il Signore all'anima che in lui pone speranza e lo cerca.

Buona cosa è procacciar nel silenzio la salute del Signore.

Buona cosa è all'uomo il portar il giogo nella sua giovinezza.

Siederà solitario e tacerà; poichè Dio gl'impose il suo carico.

Metterà la sua bocca nella polve, cercando se vi sia speranza.

Porgerà la guancia a chi lo percuote, sarà pasciuto d'obbrobrio.

Perocchè il Signore non lo respingerà da sè in sempiterno.

E s'egli affligge, ha pur compassione, secondo la moltitudine delle sue misericordie.»

12 di maggio.

Qual nuova e più grave sciagura sovrasta a me o ad alcuno de' miei cari. Io n'ho da parecchi dì il doloroso presentimento; poichè la pace gustata per alcun tempo, alle forti contemplazioni della scienza, infiammatrice dell'intelletto, alla soave poesia della natura è succeduta nell'animo mio l'amarezza delle cose, la codardia del dubbio, e quasi una paura di me stesso. Questo fu sempre per me il presagio di un tristo giorno della vita.

I miei vecchi volumi non mi racconsolano più; non mi sembran più che vani, indicifrabili enigmi, i quali altra cosa non mi fanno certo, se non che quaggiù nulla è certo.

Non posso scrivere, non posso nè manco pensare...

19 d'agosto.

Io mi reputava sì forte, sì provato della vita, e padrone di me medesimo da sostener con fronte serena e animo tranquillo ogni e qualunque nuova e più dura sperienza; e dopo essermi seduto tante volte al capezzale della morte, dopo aver veduto spirar nel bacio di Dio tante infelici e candide creature, e aver accompagnato sulla tremenda soglia dell'eternità tanti uomini ciechi del bene, travagliati dal patimento, consunti dalla disperazione o dal rimorso, io credeva che più nulla d'umano potesse conturbare ancora i miei pensieri. — Deh! che cosa è mai l'uomo, se tu nol visiti colla tua forza, o Signore?

Oggi, dopo molti anni, il caso o piuttosto il volere di Chi tutto dispone per il bene, ricondusse a me dinanzi quell'uomo che forse fu la prima cagione di tutte le mie disgrazie. Io gli avea dato nella generosa effusione del mio cuore giovine ancora il santo nome d'amico; ed egli lo ha rinnegato questo nome così bello! Egli mi rapì la prima, la più poetica lusinga della vita, l'amore; mi derise con una crudele indifferenza nelle innocenti mie illusioni; e a coloro che poco m'amavano, se pur non m'odiavano già per la naturale ed avventata libertà del pensiero, per quello ardimento che di rado è scompagnato da un cuore acceso del desiderio d'operar qualche cosa a pro d'altrui, egli pose in mano de' potenti il segreto che doveva partorirmi l'infamia, o farmi morire!...

Ma, come Dio anche quaggiù non consente sempre la vittoria ai cattivi, io, povero, oscuro e calpestato verme, fui più forte di coloro che si levarono a stormo contro di me. Vinsi l'impostura e l'aperta menzogna: poi mi ritrassi a piangere il mio passato nel silenzio della casa del Signore, e perdonai.

Perdonai, sperando che Dio a me pure perdonasse. Ed Egli m'avea dato codesta pace; e fatto puro il mio cuore del lievito dell'ira, parevami d'avere in me spogliato per sempre il vecchio Adamo.

La mattina era bella. — Per sollevare i pensieri dal peso delle angosce che ne' passati dì m'avevano prostrato siffattamente, m'incamminavo verso il sentiero della selva, dalla parte ove sorgono tappezzate di lambrusca e di parietaria le rovine dell'antica torre lombarda: è là dov'io passo in faccia alle maestose, lontane ghiacciaie dell'Alpi e all'interminato azzurro del cielo le più solitarie e beate ore del viver mio.

Appena fuor della porta, un uomo incappucciato in un gabbano da montanaro mi s'affaccia d'improvviso. Io lo guardai; teneva china a terra la fronte, voleva come parlare; e pareva tremasse.

— Chi siete? domandai.

— Uno che... vi conosce; rispose o piuttosto balbettò, senza levar gli occhi.

Quella voce non mi parve al tutto ignota; ma lo strano vestire, la sua dubitazione, lo sgomento con che andava guardandosi intorno, turbarono un poco me pure; e persuaso ch'era ben'altro da quel che i suoi meschini panni mostrassero, me gli feci più accosto e di nuovo il richiesi:

— Che volete da me?

— Sono un povero fuggitivo; venni a chiedervi asilo.

— Ma, signore! ripigliai: nè vi conosco, nè so...

— Sì, mi conoscete; è in nome dell'amicizia ch'io vengo a voi.

E dicendo così, tolse giù il vecchio cappellaccio che gli copriva mezzo il volto, e mi guardò con aria supplichevole e malcerta. Ancora nol ravvisai.

— Per carità, m'aprite la porta di casa vostra! voi, ministro del Signore, abbiate compassione dell'uom fuggiasco, perseguitato... — E qui abbassò la voce, e facendo un passo verso di me, dopo che di nuovo si guardò dietro le spalle: Io sono Alberto ***: io fui vostro amico!

Egli era colui che m'avea tradito.

Quel che si passava a quel momento nel mio cuore, io non voglio nè potrei scriverlo.


Egli dimorò sotto al mio tetto due dì e due notti, nè io gli domandai se fosse innocente, o perchè avesse scelto ricovero nella casa d'un uomo a cui egli avea fatto tanto male e che fors'anco avrebbe potuto restituirgli il suo tradimento.

Ah no! mai, mai! Colui che uccide è più misero di chi rimane ucciso: egli mi credè generoso e incapace del delitto di che spensieratamente e per leggiera causa non dubitò farsi reo contro di me. Io non so le conseguenze, le quali per la mia pietà potrei incontrare; ma non le temo. Nè fu pietà la mia, fu giustizia. A lui diedi tutto quel poco danaro che avevo, pregai per esso il Signore, e in quel momento dimenticai tutto il passato. Egli era più che amico mio, era fratello; Dio solo, Dio che mi lesse nel fondo dell'anima, mi giudicherà!

Quando volle partire, io gli aveva stesa la mano e lo contemplava fissamente senza far motto. Mi parve commosso, soggiogato dalla memoria di quel che fu tra me e lui: mi guardò egli pure, poi mi si gittò al collo, e pianse.

3 di maggio.

..... Nessuna novella del fuggitivo. Che il cielo l'accompagni! Il mio cuore s'è allargato nella pace di prima. Io sono rassegnato e tranquillo nella mia coscienza.

Non so spiegarmi il come non ricevessi ancora riscontro alcuno da *** e da *** alle ultime mie lettere....

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«[5]Molti presuntuosi reputano impossibile tutto ciò che per loro o non si sa o non si fa; moltissimi considerano le grandi cose che non intendono o che non sono capaci di operare, come inutile fatica d'un esaltato fanatismo; e stanchi prima d'intraprendere, si addormono sui morbidi ma dannosi letti dell'ozio. Tanto è superbo l'amore di noi stessi per non confessare la propria ignoranza e la propria debolezza; tanto è artificioso per giustificarla; tanto è ingiusto per assolverla. Frattanto l'infingardaggine si scusa colla pretesa impossibilità alle grandi cose, per non confessare il timore dell'utile fatica; ed il vizio colla pretesa loro inutilità, per non denunciarsi da sè medesimo vile ed iniquo; l'infingardaggine ed il vizio diventano costume: e perchè ciò che non è il costume dei più, sia tristo, sia buono, si chiama fanatismo e pazzia, ogni bello e generoso ardire vien collocato indegnamente in quest'ultima classe.»


... «L'uomo contempla rappresentata ne' grandi genii, in una pompa la più solenne e nella sua più illustre magnificenza, la propria natura: una sublime compiacenza lo fa inorgoglire delle proprie forze; l'animo s'eleva ai più ardui concepimenti; il cuore s'infiamma ai più scabrosi sperimenti; nulla più si tollera di mediocre senza una nausea mortale ed un magnanimo disprezzo.»


... «Nella rivoluzione de' tempi occorrono età così sciagurate per corruttela di costume, e così impudenti per abitudine di vizio che portano in trionfo la colpa, infamemente la collocano sugli altari della virtù, e, per averle cangiato nome, reputano di purgarsi da sacrilega idolatria. Allora, gentilezza di modi le mollezze, gloria l'oro, modestia la viltà, prudenza il timore, umiltà la codardìa, obbedienza la venalità, senno il raggiro, economia l'usura, avvedutezza la frode, laude l'adulazione, belle arti la lussuria: in una parola, la colpa virtù. Tale è il rovescio miserando e scandaloso che si fa d'ogni buono in cattivo, quasi che per mutar di vocabolo mutino le cose: ma dando così chiaro a vedere che ogni uomo sente che non è stromento di scelleratezza, e che tale è necessità per esso la virtù che il delitto non abbraccia se non colorato dalle tinte di quella. Anche scellerato, ama d'ingannarsi che non è: epperò, perdendo la virtù ne conserva la divisa, onde molta è la ciurma degl'ipocriti: e così, se dappertutto ove sono uomini il delitto ha schiavi, in nessun luogo regna a fronte scoperta. Quindi accade che, se in così fatti tempi sorge un magnanimo amico della virtù e del vero, tutti se gli fanno intorno co' sassi; ed è ben conseguente, perocchè se giunga face là ove tutti han bisogno di tenebre per ascondere la colpa, tutti si sforzano di spegnerla subitamente. Delitto dell'amore di noi medesimi, che giustificando i propri errori è pur uopo che le virtù contrarie condanni per evitar contradizione: sicchè in cuore invidia l'altrui virtù, e col labbro la lacera e la condanna. Del resto, la verace virtù che passeggia nel mezzo alla finta, tacitamente denunzia la colpa nascosa sotto le sue larve, e coll'opera del paragone squarcia la veste dell'impostura la più veneranda e la più astuta. Allora si distingue la virtù dall'ipocrisia che fa studio d'imitarla, coll'eguale facilità che un re da scena da un re da trono, ed è per questo che in tale condizione di tempi la virtù e la sapienza sono guardate come due possenti nemiche; ed è per questo che solo compaiono attraverso lo squarciato manto d'un'illustre povertà; e che sempre le ritrovi fuggiasche sulle spinose vie della persecuzione, e spesso ancora fra le catene e dentro la carcere dell'omicida e del ladro.»


... «Le grandi speranze e i grandi sforzi sono de' generosi; le forti presunzioni e i deboli attentati de' superbi... Io tutto spero, tutto tento, nulla presumo!»


... «Se è vero che dal conoscere scende ogni volere e dal volere ogni operazione umana, con cui si satisfa all'inesorabile bisogno, si accontenta il desìo insaziabile e si verificano le indelebili speranze, e nella cui somma soltanto può essere riposta quella felicità ch'è data ai mortali; se è vero, io dico, tutto questo, debbe scusarsi la nostra curiosità che tutto ad un solo sguardo vorrebbe possedere lo scibile umano. Anzi questa curiosità io la reputo come il possente motivo onde la natura invita l'uomo a ricercarla nel sacrario della scienza: come col desio della felicità lo spinse alle perenni agitazioni delle sorti mortali. Quindi è che, una volta messa sulle vie delle indagini per un sì grande impulso, non già s'avanza gradatamente e con tarda saggezza, contenta ad un vero discreto; ma impaziente delle sagge dimore della riflessione, si avanza baldanzoso, prima fidata al solo probabile, poi al verosimile, ed in ultimo anche al falso in colore di vero; e così per volere acquistare la vetta per la più spedita via, corre la più lubrica; e correndo questa bene spesso ritombola al basso. A spogliar la cosa di veste metaforica, fatto è che quando cessa il vero ce lo fabbrichiamo coll'ipotesi del nostro cervello; e vien poi una demenza filosofica che delira argomenti in suo soccorso; i quali, accreditati dall'umano orgoglio e dall'umana ignoranza, gli ottengono la cittadinanza del vero; e così, come dicevano i Greci, si abbraccia la nube per la diva. — Non già ch'io abborra dall'uso giudizioso dell'ipotesi: so benissimo ch'essa sola batte alle porte della verità; anzi m'aggrada quella sua audacia con che la sollecita a parlare e le squarcia il velo più misterioso. Mi rammento di Newton che con essa s'innalzò in mezzo de' cieli e che da esso imparò come due mirabili forze equilibrino i firmamenti. Io abborro che lo stromento diventi la cosa, che la via si reputi a meta, e voglio che l'ipotesi non si usurpi nome di realtà, ma che con felice metamorfosi si cangi in essa. Ma pur troppo più persuadono i nomi che le cose: onde il fatto inesorabile bene spesso appalesa le gradite menzogne di noi stessi: decipimur specie recti


.... «La feconda meditazione de' grandi, tacita e nascosa ne' suoi preziosi ritiri, non ha nemmeno l'applauso che il saltimbanco ottiene sul trivio; anzi spesso dal volgo le sue sapienti lentezze e le sue cautele da precipitato giudizio s'imputano a colpa e si accusano d'ozio e di pigrizia. Ma i grandi, sdegnosi di piatire con una plebe che ha bisogno d'assiduo cicaleccio per non morir d'inedia sulle vie e ne' fori, ne confondono le menzogne recando in pubblica luce il frutto delle loro nascoste fatiche.»


... «Le più sublimi speranze non bisogna misurar col solo calcolo del corto soffio dell'umana vita. Non bisogna solo calcolar quanto possa l'individuo; ma quanto può la specie, la cui vita è lunga come la sua perfettibilità. L'orgoglio umano è una menzogna quasi sempre nell'individuo; ma spesso nella specie è una verità; è uno sprone a quanto ella di fatto può. Questo esiste in ogni individuo; e ogni individuo, al divisamento, è pari al motivo; ma, all'opera, non potendo quanto la specie, ciò che non sa o non fa lo reputa per un cotale astuto giro dell'amor di sè stesso o inutile o impossibile. — Ma la specie all'opposto può di più che non sappia: ognuno porti quel masso che reggono le sue spalle, e l'edificio s'innalzerà verso il cielo saldo e sublime. Io l'ho detto: Umana perfezione? un sogno: Umana perfettibilità, una via di cui non conosco la meta, ma sulla quale io pure cammino.


. . . . . . . . . . «La patria

«Empie a mille la bocca, a dieci il petto»

Eppure è il centro a cui dobbiamo tendere tutti del paro; e quando l'interesse privato non è congiunto al pubblico, e perde questa forza che tira al centro, la società si dissolve. La patria per tanto è un nome sì augusto, sì venerando, sì santo che al paragone di lui perdono i più bei nomi di ricchezza, di gloria, d'arti e di scienze. Se le scienze si opponessero a questo ch'è il primo de' doveri e delle glorie, le scienze sarebbero un delitto.»


... «Molti, non sapienti ma cerretani, han d'uopo d'ingannare, per non saper istruire; d'apparenza per esser poveri di realtà; però cangiano la cattedra nel banco del trivio; non parlano, ma tuonano; non usano moderato gesto, ma fendono l'aria con tutto il braccio; non dicono cose ma parole; non hanno espressione viva ed esatta del proprio pensiero, ma pomposi e vuoti fantasmi mendicati qua e là; e ravvolgono le loro sentenze nelle tenebre, perchè il lume disvela la loro miseria; si fanno difficili per non essere avvicinati; non si lasciano intendere per timore d'esser conosciuti; non hanno altro merito che quello di strisciarsi dietro una gran toga che copre la loro mendicità; stanno nel breve cerchio del loro zero, coll'importanza di chi siede in un gran regno, simili agli oracoli ch'erano oracoli appunto, perchè nelle tenebre nascondevano la menzogna. E con tal arte d'ipocrisia scientifica sanno ingannare il volgo degli studenti e nel frastuono dell'applauso di costoro nascondere il dispregio de' pochi.»


... «Il problema della vita non si risolve mai interamente che nell'estremo punto dell'esistenza mortale. Ho veduto molti filosofi studiare l'uomo in culla con ogni modo di accurata osservazione: per me credo che lo spettacolo dell'uomo che muore non sia meno importante per la storia del cuore umano, nè meno utile per l'umanità. È certo che la virtù e un premio immortale della virtù non appaiono mai tanto una necessità per l'uomo, quanto al momento ultimo della vita mortale. Questo è l'unico tesoro che non perda il suo aureo colore sulle sponde del letto dell'agonia e nelle stesse tenebre del sepolcro.»


... «Erano ben saggi quegli antichi Egizii che posero un tribunale il quale giudicasse la vita di coloro che morivano, e incidesse le giuste sue sentenze sulle pietre de' sepolcri e sull'arche degli estinti: si passi la corteccia della cosa, e ciò parrà verissimo per molti riguardi. Le parole esistenza e nulla rivelano l'essere e il non essere: e l'uomo inevitabilmente tormentato dal desiderio e dalla speranza della felicità, non potendo trovarla che nel sentire, è pur forza che rifugga possentemente dal non sentire; in altro modo che conosca tutta l'opposizione che v'ha tra l'essere e il non essere, tra le parole esistenza e nulla. È per questo ch'egli, non volendo perdere in tutto questa vita mortale alla quale la natura lo congiunse con tanto amore, creò un commercio d'affetti, di misericordie e di soccorso tra il mondo vivo e il mondo estinto: sicchè egli s'illuda di non perdere del tutto dopo l'estremo sospiro quanto ne' travagliati anni della vita umana gli fu più caro, più desiato e più sperato. La natura medesima sembra lo consigli a consolarsi delle sorti mortali; mentre suscitando un fioretto sulla funebre zolla, par che voglia infiorare l'ultimo velo che copre l'uomo. — Il genio colossale degli Egizii fabbrica le piramidi; i Greci, primi amanti del bello, seminano fiori e versano unguenti intorno a' sepolcri; i popoli cacciatori e barbari seppelliscono coll'estinto i suoi dardi e il suo arco, e sospendono sulla fossa di lui i trofei della sua vittoria; e lo stesso sciagurato reo di sangue, spesso prima di salire il patibolo lascia scritto il proprio nome sulle luride pareti della sua prigione. Poichè la prospettiva della vita, tutto che bella e sparsa di fiori, è sempre chiusa da una sepoltura, a noi riesce cara la croce piantata sovr'essa, che conservi il nostro nome e c'impetri una preghiera. — La religione de' sepolcri educa i nostri cuori ai sentimenti i più sacri che formano, per così dire, gli amplessi con cui l'uomo s'unisce in società. La pietà, la misericordia, la gratitudine, l'amore sono provocati, nudriti e rinforzati dalla religione degli estinti. Colui che sente la possa e il fremito che inspira una negra croce, sulla quale leggiamo il bianco nome d'un nostro caro, è forse il barattiere o l'usuraio? — È vero: una vecchierella che al rintocco della campana da morto in sulla sera fa piegar le ginocchia alla figlia di sua figlia innanzi all'entrata d'un camposanto, le segna a dito le croci di quelli ch'essa non vide, le congiunge le tenere mani, e corregge le inesperte labbra che balbettano un'innocente preghiera... oh sì! forse è derisa dall'orgogliosa filosofia che insolente passeggia sulle teste dei popoli; ma essa forse con maggiore utilità fa sorgere in quel tenero cuore i sentimenti delle virtù le più veraci, le più sacre. — »

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— «E un'invisibil Vergine del cielo[6]

È per l'aura sospesa, e mi risponde

Confortando ad amar quella bellezza

Che traspar dal sereno eterno riso...

Del ciel m'invoglia santamente; obblio

Gli atroci disinganni, de' ribaldi

L'ira operosa, ed il fatal periglio

Di fidente innocenza. Ed ondeggiando

Sopra gli abissi del commosso lago

Entro un leve battèl, tranquillamente

Con lei converso a lungo; e mi rivela

Che la calma dolcissima, cui piove

La queta notte in cor del mesto, è parte

Di quella che nel ciel fra poco aspetto.»

7 d'aprile 18..

Eterno Iddio! abbi compassione della mia vita!... Ho ricevuto or ora una lettera di mia sorella. M'annunzia che il mio povero e vecchio padre sta molto male, e che desidera vedermi ancora una volta prima di morire.

O Signore! dammi ch'io possa arrivare in tempo! dammi ch'io possa compiere anche questo penoso e santo dovere!....

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