III. COMMIATO.

Intanto ch'io scorreva cogli occhi e col cuore quel manoscritto, che a me fu caro ben più di quanto parrà agli altri che lo leggeranno, il dabben pievano s'era chetamente addormentato nel suo seggiolone a canto del camino, dopo aver veduto il fondo della sua antica e fedele galéda.

Eran forse passate due lunghe ore, allorchè io rientrando nel salottino con que' pochi fogli che, per dir vero, senza soverchio scrupolo m'intascai, lo vidi risvegliarsi di botto e fissarmi in volto due occhiacci da spaurato; chè, non ricordandosi forse più del suo forastiero, Dio sa per chi m'avea scambiato in quel momento. Feci le viste di non accorgermi del terrore che senza volerlo gli avevo cacciato in corpo, nè di quell'impaccio con cui egli andavasi raccostando alla meglio lo sbottonato panciotto e la lunga sottana d'un equivoco negro colore, che nell'abbandono del suo sonnecchiar vespertino aveva in dietro arrovesciata, non senza mettere un poco in compromesso la sua gravità di prima.

Lo ringraziai il meglio che seppi della bontà colla quale m'avea lasciato frugare nel suo studio, e poi, per un certo prurito della coscienza, trassi di tasca il rotolo delle carte di che m'era fatto padrone; e gli chiesi il permesso di portarle meco per alcuni dì, affine di trarne le note che m'occorrevano. Egli allora per dársi un cotale sussiego d'inquisitoria importanza pigliò lo scartafaccio, senza badare che lo pigliava alla rovescia; e dato che v'ebbe un'occhiata mel rendè soggiungendo: — So cos'è, so cos'è... Poh! lo tenete, lo tenete pur fin che vi grada, ch'io per me di coteste malinconie non ho mai voluto l'impaccio e tanto meno adesso. E così, a dirla fra noi due, non mi fossi tirato addosso per que' brutti anni il fastidio di colui che le ha scarabocchiate tutte quelle pagine; che non l'avrei pagata con perder l'appetito per più d'un mese. Basta! ebbi il mio santo anch'io, e per buona sorte la è passata la trista burrasca. Ma v'accerto che sebben quello fosse una cima d'uomo, come dicono, per me fu il primo e l'ultimo prete che mi tenni vicino. Mi riuscì di accomodarla con monsignore; e d'allora in poi, io solo, povero e vecchio qual mi vedete, ho tirata la barca della parrocchia, e spero continuare per un bel pezzo ancora!...

Essendo fatta l'ora tarda, mi congedai dal pievano, pensando fra me di mandargli in segno d'animo grato per il donatomi manoscritto un bel Breviario nuovo che gli servisse in vece di quello tutto squadernato e bisunto ch'io aveva veduto sul suo tavolo. E così poi feci, appena giunto a Milano.

Tornai alla casuccia del mio buon alpigiano. E con lui, il seguente mattino, volli visitare quella ch'era stata la dimora dell'infelice don Carlo. Erano poche camerette, anguste, nude, disabitate, cadenti: e come appartenevano alla prebenda, nessuno le aveva più occupate dal giorno che il vicecurato s'era di là partito per non tornarvi più. Mi si serrò d'angoscia il cuore, veggendo che servivano di ripostiglio alle vecchie e rotte suppellettili della chiesa, e che in fondo della stanza terrena eran riposti il cataletto de' poveri della parrocchia, alcuni rugginosi candelabri di ferro usati ne' funerali, due panche sgangherate, una barella; e nel canto, la zappa e la vanga del becchino.

Nulla più v'era che serbasse ancora in quel cadente tugurio la più piccola traccia della memoria di un giusto.


In sul meriggio, salutai la povera famiglia del Bernardo, quelle buone e sincere creature ch'io aveva già preso ad amare, e che nella fede de' loro cuori benedicevano tuttora al nome del vicecurato. Allorchè m'arrestai un poco sul breve altipiano donde si vedevano in gruppo le prime case di quell'ignota terricciuola, mi venne all'orecchio la limpida voce argentina della figlia del montanaro che cantava così:

Io la vidi salire alla montagna

Io la vidi seder presso al torrente. —

O mia compagna,

Che fai tu qui?

Salutava cantando il sol cadente,

Povera abbandonata alpigianella! —

L'Ave Maria

Sonar s'udì.

Allora sollevò la faccia bella,

Le parole dicea dal piagner rotte, —

Ma la sua stella

Non apparì.

A mezzo del cammin giunse la notte,

Un nugol nero circondò la luna. —

L'antica Fata

Dall'antro uscì.

Accanto a lei passò la Maga bruna.

Povera alpigianella abbandonata! —

Sulla montagna

Essa morì.

— Chi sa, diss'io fra me, ch'egli stesso, il buon prete, non abbia insegnato a quella montanina codesti semplici versi modulati su qualche poetica tradizione dell'Alpi! E il mio pensiero, raffigurando la bella sembianza dell'Assunta, ricordò ancora la fine della povera Angiola Maria, alla quale parevami quasi compiangere quel malinconico canto.

[ INDICE.]

A Corinna [Pag. 3]
Prologo [7]
LIBRO PRIMO.
I. Una domenica [11]
II. Sul terrazzo [21]
III. A diporto sul lago [31]
Il ricordo, canzone [35]
Il desio, canzone [36]
IV. Nella casetta [38]
V. Una prima conoscenza [50]
VI. Dallo speziale [58]
VII. Scena di famiglia [68]
VIII. Amicizia [76]
La voce della fede, stanze [83]
IX. Amore [88]
X. Le tre fanciulle [100]
Un chiaror di luna, ballata [104]
XI. Sulla bass'ora [110]
XII. Addio al lago [121]
Il commiato, canzone [129]
LIBRO SECONDO.
I. Altro tempo, altra vita [133]
II. Ore di tristezza [147]
III. Un colloquio [155]
IV. L'onestà del povero [164]
V. Partenza e mistero [175]
VI. Il fratello e la madre [187]
Il calice del dolore, versi [199]
VII. Il pane altrui [201]
VIII. Le alunne della crestaia [219]
IX. Speranza e dubbio [232]
X. Un'altra prova [245]
Rosa, ballata [249]
XI. Il ritorno [265]
XII. Sacrifizio [287]
IL MANOSCRITTO DEL VICECURATO.
I. L'ospite montanaro [313]
Il ritorno, canzone [315]
II. Il manoscritto [328]
III. Il commiato [359]
L'alpigianella, ballata [361]