II. ORE DI TRISTEZZA.

La fanciullesca amicizia ch'era nata tra le due figlie del signore inglese e Maria non doveva certamente durare più che un passatempo di campagna, un giovenile capriccio. Tra l'una e l'altre v'era troppa distanza, perchè potessero vivere insieme nella concordia de' pensieri e del costume, rallegrarsi delle stesse speranze, senza invidia nè gelosia, e vagheggiar lo stesso avvenire: la buona, la semplice amicizia ha bisogno di cuori che abbiano sempre la stessa fede, le stesse speranze, lo stesso amore. Era quello in vece un bel sogno, un sogno dorato ma passeggero. Un anno ancora, e forse le figliuole del lord, cercate da ricchi e illustri sposi, avrebbero dimenticata la loro amica, la compagna di pochi dì, alla quale non sarebbe rimasto altro che tornar più povera di prima, e infelice, dove prima non era, alla deserta casa del suo villaggio.

Eppure Vittorina ed Elisa non pensavano che doveva esser così; perchè sentivano ancora come sia dolce l'amare con quell'incerto desiderio e quella serenità modesta, che sono il più bel dono della giovinezza, fino a tanto che il soffio gelido del mondo, e le piccole superbie della società non hanno appannato i sinceri affetti del cuore.

E Maria anch'essa, la quale appena sapeva che cosa fosse la vita, s'abbandonava alla malía di quel sentimento che subito c'incatena, quando vediamo d'essere accarezzati, amati. Ma il soggiorno della città e le abitudini del mondo signorile dovevano presto rivelarle il vero, e farle sentire il molto amaro di che era mista la poca gioia gustata per breve stagione.

Non andò gran tempo che gl'inviti a splendidi festini, a nobili brigate, e le visite fatte e ricevute, come impone la schizzinosa cerimonia, e i circoli dei forestieri, divezzarono lord Leslie dalla solitudine a cui pareva si fosse condannato. Le buone novelle politiche venute dallo straniero l'avevano riconciliato con le sue speranze d'una volta; egli frequentava le più illustri case, conduceva sempre con sè le figliuole, e voleva che Arnoldo le accompagnasse. Nel cuore dell'inverno, le armonie de' nostri teatri e l'allegria delle veglie e de' balli, chiamarono ad altri pensieri, ad altre premure le due giovinette; le quali prima avevano menata una vita troppo modesta e casalinga per non piacersi, come suole avvenire, di que' variati sollazzi che per loro avevano ancora la seducente lusinga della novità.

Intanto Maria in tutto quel tempo, e furono due lunghi mesi, visse quasi sempre abbandonata e solitaria, in mezzo al tumulto della città, fra il continovo sentir ricordare le feste del dì passato e il vedere apparecchiarsi a' piaceri della domane, feste e piaceri che non erano per lei! E oh! quante volte allora desiderava di trovarsi a casa sua, al fianco di sua madre, accanto del suo arcolaio; e sentiva in sè stessa un accoramento di vedersi così negletta; e divorava in segreto le lagrime dell'amore e dell'abbandono.

Quand'essa rimaneva in casa, in quelle lunghe sere invernali, che sembrano eterne a chi nella solitudine ha de' dolori a cui meditare; quando altro non le giungeva all'orecchio fuor di quel lontano mormorare, ch'è l'indizio della vita notturna d'una città, e pensava che nessuno poneva mente allo sfogo del suo dolore; allora, dopo d'aver tentato inutilmente d'occuparsi nell'una o nell'altra cosa, per disviar gli assidui pensieri che le stavano in cuore, rimembrava la pace che non avrebbe trovata mai più, e cercava di persuadersi della stoltezza di quell'amore che l'aveva fatta smarrire, e della vita inutile e desolata, che ormai le restava a compiere.

Nelle prove del dolore quell'anima fiduciosa e pura aveva trovato la forza di conoscer la vita e la funesta sua realtà; perchè pare pur troppo, che la conquista d'una ferma ragione valga il prezzo dell'innocenza e del disinganno: così bisogna che l'albero perda i suoi fiori, perchè si fecondi il frutto. Maria, che non aveva veduto il mondo, che non aveva trovato sul suo cammino se non persone amiche e liete di poterla amare, Maria, in quell'ore di solitaria tristezza, era divenuta una creatura nova. Allora la vita, che un tempo si dipingeva dinanzi e lei così serena e bella, spogliavasi di tutta la sua magìa; anch'essa la timida fanciulla sentiva nel cuore una pena ignota, muta, indistinta, e poi la puntura segreta del primo rimorso; anch'essa aveva una parola, un'acerba parola per domandare al Signore con che ragione l'avesse resa infelice! E non le parevano più cosa impossibile la malizia degli uomini e la fortuna de' cattivi; per la prima volta, l'amaro sorriso dell'odio aveva sfiorato la sua bocca: ella pure sentiva d'avere una forza intima, potente, la forza di disprezzare chi le aveva fatto del male.

In que' momenti angosciosi, si metteva a scrivere al fratello di ben lunghe lettere, nelle quali effondeva tutta l'amarezza del cuor suo e il compianto del suo misero destino. Ed eran fogli sparsi più di lagrime che di parole; era la pietosa confessione d'un'anima che non sa reggere al primo colpo del dolore. E poi lacerava, bruciava ciò che aveva scritto; si sforzava d'esser tranquilla, e, raccolti i pensieri, toglieva fuori, e ponevasi a leggere con voce commossa il suo libro delle preghiere.

Così passavano per lei i giorni e le settimane di quel tristissimo inverno. Ella vide che sarebbe stato una follia il domandare alle amiche perchè non la conducessero con loro, dopo ch'ella stessa s'era tante volte mostrata ritrosa a accompagnarle; e le fanciulle non ebber più cuore di pregarnela, quando si furono accorte che il padre repugnava all'intima confidenza da loro messa in Maria.

La giovinetta dunque soffocava il suo affanno; e tremando sempre che una parola, un gesto, un'occhiata potesse tradire quel segreto, il primo ch'ella avesse avuto mai, e che avrebbe voluto nascondere anche a sè medesima, cercava d'ingannar chiunque appena le volgesse uno sguardo; cercava di parer lieta, quando il suo cuore non era pieno che d'una sola malinconica idea. Egli era pur doloroso il veder sempre un mesto pallore sulla sua fronte, e un sorriso di gioia sulle sue labbra!


Ma in quel tempo, il segreto turbamento d'altri e più gravi pensieri agitava la mente di Arnoldo. La quiete della meditazione, che fa nascere la necessità di conoscere e di sapere; la libertà dell'anima, che conduce allo studio di quanto v'ha di più riposto nella vita, e che in mezzo al tumulto degli uomini è così facilmente dimenticato e perduto; la volontà non più tentata dall'esterne apparenze e scevra d'ira o di timore: tutto ciò aveva fatto maturo l'intelletto del giovine a uno studio nuovo e più severo della vita. Troppo spesso la sana mente e la fredda ragione sono umiliate da una specie di vago abbattimento, da un amaro disgusto delle cose, perchè possano essere capaci di grandi e virtuose risoluzioni. La coscienza del dovere, senza l'alito segreto dell'affetto, non è virtù; perchè la virtù viva nel cuore, non basta la persuasione indotta dalia muta esperienza del fatto; è forza che al fatto si trovi una spiegazione, un principio sovrano: il misterioso legame dell'anima con la vita.

Arnoldo aveva conosciuto nella nostra città uno di quegli uomini di semplici costumi e d'animo incorrotto, i quali in mezzo del mondo sieguono con passo sicuro una via negletta e taciturna, la via dell'onesta saggezza. Gli applausi e la gloria non sono per loro, anime grandi e oscure; ma sono per loro la tranquillità dell'uomo modesto e la forza del giusto; essi vengono sulla terra ignoti, dimenticati, e se ne vanno del pari; ma il frutto delle parole e dell'esempio loro sopravvive, e non può andar perduto.

Quest'uomo del quale io non dirò il nome, perchè i buoni non cercano lode nè invidia nel mondo, paghi dell'amore dei pochi, nel piccolo cerchio di coloro che si ricordano del bene avuto; quest'uomo, con la dolcezza dei consigli e con la forza mite d'un senno angelico e consapevole del cuore umano, indirizzò e sostenne i pensieri di Arnoldo a quel fine a cui l'anima sua da tanto tempo anelava. Egli lo preparava a' gravi studi, lo nutriva di ferventi meditazioni e di calda volontà, accendeva il suo coraggio, rinfrancava la sua vigilanza, gli prometteva la vittoria dopo la battaglia, e dopo la fatica il sospirato riposo.

Alle severe lezioni di lui Arnoldo consacrava allora la più gran parte del suo tempo; ond'avveniva ch'egli si rimanesse, talvolta anche per gli intieri giorni, lontano dalla sua casa e dall'amata giovinetta. E poi, quando ritornava, quasi sempre appariva mesto, chiuso nel suo pensiero; non parlava, e passava lunghe ore intento a nuove e severe letture, con l'animo combattuto da strane ed inquiete fantasie. Non di meno, con gran cautela, egli tenne sempre nascosta a tutti la ragione di quelle sue assenze quotidiane, di quell'assidua e muta preoccupazione. Maria soltanto se n'era accorta, ma taceva; e per il suo cuore era un tormento di più.

Pure in mezzo a quest'ignota cura d'Arnoldo, vi era de' giorni ne' quali l'amore, che pareva quasi divenuto in lui una quieta abitudine, si faceva più forte del suo proposito, più grande della sua virtù. Allora egli s'abbandonava a' suoi sogni antichi, a quei fallaci disegni che fa sempre l'incauta giovinezza, persuasa che la scusa dell'amore renda tutto facile e giusto. Allora la leggiadra immagine di Maria non rallegrava più come prima tutti i suoi pensieri; il suo cuore era ardente, oppresso; egli la cercava sovente, e poi quando le era vicino sentiva conturbarsi; voleva parlarle, spiegarle l'amor suo, ma non sapeva con che parole. E se mai avveniva che i timidi occhi della fanciulla s'incontrassero per un momento ne' suoi, essa era colta da un terrore nascosto, non mai provato.

Una mattina — era in febbraio — le due sorelle e Maria sedevano silenziose presso un tavolino di lavoro, non lungi dalla finestra, da cui penetrava una luce fosca, attraverso i cristalli che la gelata nebbia notturna aveva indorato dei più bizzarri rabeschi. Arnoldo, appoggiato alla spalla del camino, volgeva senza attenzione le pagine d'un volume che teneva fra le mani. Poco di poi, essendo venuta una mercantessa di mode, le due sorelle uscirono; e Arnoldo rimase solo con la fanciulla.

Tacevano entrambi, e Maria non osava levare gli occhi dal lavoro, al quale pareva intenta. Arnoldo aveva posto giù il libro, e la rimirava, tutt'occupato nella sola idea dell'amore. Alla fine se le avvicinò, e con voce rapida e commossa, — Maria! le disse, è tanto tempo ch'io devo parlarvi, e voi...

Maria taceva; ma il suo cuore era tremante, e batteva rapido e forte.

— Maria, ascoltami, te ne scongiuro!

— Pensi signore! io non posso, non devo...

— No! Maria, bisogna che tu m'ascolti. Lo so, lo vedo, tu mi fuggi sempre, temi pur anche un mio sguardo, eviti di rispondermi una parola. Ma la tua timidezza, la tua angustia ti fanno più cara, più celeste al mio cuore!... Oh non mi respingere, Maria! Il mio amore ha bisogno del tuo!

— Deh! non parli così! rispose la fanciulla. Io non ho nulla a questo mondo, e lei vorrà farmi più infelice di quel ch'io sono?...

— Io non ho altra speranza che l'amor tuo! Dal primo giorno che ti vidi ti ho amata, e la tua felicità è l'unico mio voto... Oh se potessi spiegarti quanta dolcezza tu spargesti nella mia vita!... Ma no, io ti chiedo solo una parola!... Dimmi che mi ami, e io son pronto a far qualunque cosa per te! Mio padre potrà maledirmi, ma togliermi al tuo cuore giammai!... Noi fuggiremo di qui, andremo sotto un altro cielo bello e beato, come il cielo del tuo lago! E tua madre, la buona tua madre ci benedirà... Essa verrà e starà sempre con noi. Ah! dimmi una parola, e domani, quest'oggi ancora...

— Ah no, no! per carità, non si prenda così amaro giuoco di me! Io non so che cosa lei voglia dire!...

— O Maria, tu sei la creatura più santa ch'io trovai sulla terra! Perchè non vuoi credere al tuo cuore, perchè non a me stesso? Io non ho mentito mai! non temere... Tu non mi rispondi? non mi guardi nemmeno?

Maria si coperse il viso con tutt'e due le mani.

In quel momento rientrarono le due sorelle, tutte festevoli, recando ciascuna un bell'abito di velo trapunto; ch'era destinato per il ballo del domani. Entrambe corsero verso di Maria, e le mostrarono quei graziosi vestili: e mentr'ella li ammirava, nascondendo il suo turbamento sotto un menzognero sorriso, Arnoldo fissò sopra di lei uno sguardo ardente, uno sguardo che voleva dire tutta la sua speranza d'amore; e quando s'avvide che la fanciulla l'aveva compreso, s'allontanò.

Quel giorno, Maria non fu più veduta, nè all'ora consueta del pranzo, nè a quella del tè. Ella s'era chiusa nella sua camera; e, dopo lunghi pensieri e lungo affannarsi, aveva scritto una lettera, come se in quel foglio fosse l'ultimo consiglio della sua pover'anima perduta; lo suggellò, e vi mise sopra il nome di suo fratello.

Poi, di nascosto, sola e frettolosa, era uscita. Ella stessa, Maria, volle da nessuno veduta portar quella lettera, perchè temeva che qualunque altro, a cui l'affidasse, avrebbe indovinato ciò che v'era scritto dentro. Attraversò alla ventura due o tre vie, dubitando al volgere d'ogni contrada, e tutta paurosa, benchè fosse coperta nel suo velo e quasi nascosta in esso. Più d'una volta pensò d'arrestare qualche passeggiero, perchè le indicasse dov'era la posta delle lettere; ma sempre si pentiva e seguitava innanzi. Alla fine, avvenutasi in un vecchio, che aveva veduto levarsi il cappello nel passare sotto un'immagine della Madonna, gli s'accostò, e confusa gli fece la sua domanda; il galantuomo la guardò, fece un certo atto di maraviglia, poi sorrise e le insegnò la via. Ed ella vi corse quasi volando, e lasciata cadere la lettera nella cassetta della posta, tornò a casa, con più rapido passo e con l'anima più tremante di prima.