III. UN COLLOQUIO.

Passò quel giorno, e il dì appresso, e l'altro ancora. Maria non voleva abbandonare la sua solitaria cameretta; e una muta malinconia s'era messa nel suo cuore, in luogo dell'amore e del pianto. Le due sorelle la credevano ammalata. Vittorina la guardava mestamente, le diceva che non era più quella, nè sapeva che pensare; ma Elisa, più tenera e dotata di più squisito senso, non fu tardata sospettare la cagione di quel segreto tormento, quantunque non avesse l'animo di parlarne a Maria; la quale intanto languiva, e si teneva per sè tutto il suo dolore.

In quelle due o tre notti, che sogni, che sogni terribili e confusi avevan turbato i pochi, interrotti riposi della povera innocente! Era stato il delirio, il primo spavento d'un'anima vergine e angosciosa.


Sognava le cime delle sue montagne, i temporali del lago, il fulmine che incendiava la casa di sua madre; sognava d'essere trasportata attraverso a un turbine di polvere, in una carrozza trascinata da cavalli coperti di schiuma, e si vedeva seder vicino un giovine, vestito di nero, pallido e muto, che la guardava con occhi immoti, ardenti... Ella voleva dar un grido, ma la voce le moriva soffocata nel seno; sentiva un gran peso sul cuore, un fuoco in ogni vena, e il cocchio fuggiva, volava, senza calpestìo di cavalli, senza strepito di ruote, e per l'aria morta non si sentiva un soffio di vento; ai lati, di fronte passavano, sparivano come per magìa, selve, case, rupi, rovine; e quel giovine era sempre al suo fianco, immobile, e sorrideva con un sorriso che la faceva abbrividire... Voleva essa gettarsi dalla carrozza, ma l'impeto del balzo che arrischiava, non finiva mai, e le toglieva il respiro, ed era come un'agonia eterna. — Poi la scena mutavasi... Le pareva di trovarsi nella camera in cui era nata, nella camera del suo povero padre. Avvicinavasi allo scomposto letto, sul quale giaceva addormentata la madre sua; s'inginocchiava a lato del capezzale, pregando in silenzio, aspettando ch'ella si risvegliasse; poi sollevava la testa, tendeva l'orecchio, ma non udiva nè respiro nè anelito; quel sonno era dunque sì grave?... Levavasi allora, stringeva tra le sue mani la destra della dormente: quella destra era fredda fredda! Si chinava per baciar la fronte materna... Ahi! sua madre era morta! — Ma quell'affanno non bastava; altro era il luogo del sogno, altri i terrori. Era la chiesa del suo paesello, era il confessionale del vecchio paroco; ella si metteva in ginocchioni presso la piccola grata, tentava di parlare e non poteva... Alla fine, mormorò una parola sola, e la voce del confessore proferì sul suo capo la maledizione del Signore e la dannazione eterna... Gran Dio! era quella la voce del fratel suo! Allora la poveretta cadde all'indietro tramortita sul pavimento della chiesa....


E risvegliavasi coperta d'un freddo sudore, senza conoscenza del dove si trovasse, senza saper quasi di tornare alla vita; tremava di raccapriccio, sentiva uno spasimo, una contrattura in ogni fibra, le si oscuravano gli occhi, la sua mente si smarriva; e le pareva che il dolore e lo spavento fossero per finire con la sua vita. Poi ricadde assonnata, e nulla più seppe.

Alla tarda mattina, nel ridestarsi, trovossi fra le braccia della buona Elisa. E l'Elisa solamente aveva qualche parola di conforto per la sua povera amica. Oh! come volontieri Maria avrebbe versato nel seno di lei il suo caro e penoso segreto. Ma troppo essa temeva che nessuno avrebbe voluto credere mai alla sua pura intenzione.

Finalmente, passato il terrore di quella notte, e riavutasi un poco, lasciò il letto, dicendo di sentirsi bene, ma di non essere ancora in istato d'abbandonar la sua camera. Si mise a lavorare, ma quasi le sue dita non potevano adoperar l'ago, nè tenere le cesoìne, e la sua mano tremante cadeva spesso sul grembo. Traevasi lenta presso alla finestra, e stava talvolta per lunghe ore a guardare il cielo cenerognolo e i tetti coperti di neve delle case dirimpetto, e le persone che passavano per la strada e che apparivano al suo sguardo appannato come ombre indifferenti.

Pure, dopo quella muta quiete, v'era dei momenti in cui l'anima sua s'apriva ancora alla gioia d'una candida speranza, ai pensieri del suo affetto virtuoso. Quand'essa tornava col cuore a' quei dì felici del passato autunno, ne' quali ancora non sapeva d'amare; quando dimenticava sè stessa, e l'assenza di lui faceva per un istante più ardita la sua timida fiamma, allora il suo bel sorriso di prima rasserenava ancora il suo volto, e il sospiro d'una segreta dolcezza scopriva involontariamente la fiducia del suo povero cuore.


Erano quattr'ore dopo mezzodì, quell'ora in cui la nostra città è così malinconica e tetra nell'inverno, dopo che un breve saluto del sole, apparso a consolar la fredda mattina, è già fuggito, e quando la nebbia bassa, densa, umidiccia nasconde tutto il nostro bel cielo lombardo. Erano dunque quattr'ore, allorchè una fanciulla ravvolta in una mantellina di seta oscura, e chiusa nel velo nero di che aveva coperto il suo cappellino modesto, attraversava il ponte, che dalla via dov'era la casa dei Leslie mette presso alla piccola chiesa di San ***.

Ella entrava nella chiesa, dopo d'aver più d'una volta lasciato sfuggire indietro uno sguardo, quasi che temesse d'esser veduta o seguita. Chi in quel momento le fosse stato vicino, si sarebbe accorto che la giovinetta camminava incerta e paurosa, avrebbe dubitato ch'ella entrasse nel luogo santo, non già per deporre a' piedi del Signore una preghiera consueta, ma per cercare un ricovero, un luogo qualunque, dove le fosse concesso d'adagiarsi e riposare; perchè pareva veramente ch'ella a stento potesse reggersi su la persona.

La chiesetta era vôta; solo una povera donnicciuola stava pregando ginocchione sui gradini della balaustrata dell'altare, e il susurrío delle sue orazioni interrompeva la solennità di quel sacro silenzio. Faceva già buio all'intorno; e la luce moribonda del giorno si spargeva appena nell'alto della nuda vôlta. Il vecchio sagrestano, uscito del piccolo coro, veniva a versar novo olio nelle lampane dell'altare; e poi, attraversata la chiesa, andava ad accendere un cero innanzi a un'immagine dell'Angelo custode, in una cappella a fianco dell'altare. Rientrato ch'egli fu nella sagrestia, s'intesero indi a poco alcuni rintocchi lenti, malinconici della campana. Era il primo segno della benedizione della sera.

La giovinetta si collocava in un canto della chiesa, sur una panca ch'era presso la parete, e poco lungi dalla cappella dell'Angelo custode. Sedette in quell'angolo oscuro, dove le pareva di starsene all'ombra del Signore; e assorta in un sacro raccoglimento, tentò di superare il terrore segreto, che l'agitava. Perchè mai era venuta sola, a un'ora sì tarda, e che grazia voleva domandar al Signore?... Essa nol sapeva; cercava un momento di pace, aveva bisogno di respirare un'aria benedetta, di piangere, non veduta che da Colui, il quale può consolare tutte le afflizioni.

Sollevò all'altare vicino gli occhi, che s'arrestarono su quel sacro quadro rischiarato da fioco lume; e vide la celeste figura dell'Angelo, che in quel momento la illuse proprio come fosse viva, poichè, rivolta la testa al cielo e alzata la destra, pareva in atto di ricordarle che soltanto lassù è il tesoro della misericordia e della pace d'ogni cuore. Allora ella fece per inginocchiarsi, ma il rumore d'alcuno ch'entrava in quel punto nella chiesa, la riscosse subitamente.

Soprastette, e guardò da quella parte. Ah! il suo timore non era stato dunque vano! Essa riconobbe il giovine che poco prima l'aveva seguita per tutta la via... Egli era là, vicino a lei, e la chiamava sotto voce per nome.

La fanciulla non rispose, nè si rivolse a lui; ma cadendo su le ginocchia e nascondendo il volto nelle mani tremanti, effuse l'anima sua nella più calda e pietosa preghiera che mai l'innocenza abbia innalzata al Signore. Era un voto timido, celestiale; era una parola profferita dal cuore, col più puro palpito dell'amore e della fede; una parola che il labbro non avrebbe potuto articolare. Essa dimandò al Signore che la salvasse da quella tentazione, che le concedesse di morir presto, anche lontana da tutto ciò che aveva di più caro al mondo, lontana da sua madre, piuttosto che abbandonarla alla passione di quel giovine, di cui, senz'esser rea, non poteva ascoltar le parole.

Ma Arnoldo le s'era fatto più accosto, e con voce di sommessa preghiera, — O Maria, diceva, non aver nessuna tema, se ho voluto parlarti, se l'ho voluto qui, in questo luogo santo. Io rispetto il tuo cuore e la tua onestà; ma sappi che nessuno deve conoscere l'amore che ci unisce. E poi, egli è qui che ho pensato di confidarti un altro segreto, un segreto, il quale non può essere inteso che da te e da Dio.... Dio, spero, lo benedirà!...

Maria tacque ancora.

— Tu tremi, povera e buona fanciulla! continuava il giovine. Forse in questo momento l'anima tua mi respinge, e ha terrore delle mie parole; tu forse mi credi un uomo senza cuore, senza pietà. Ma rassicurati! Tu non sai, nè puoi immaginare quanto bene m'abbia fatto il conoscerti, l'esserti vicino, l'amarti...

— Oh cosa dice mai? ardì rispondere allora con accento languido la giovinetta. Non profferisca queste parole! Noi siamo in faccia al Signore, in chiesa. Almeno, abbia compassione di me... Anche lei ha una religione, anche lei ha bisogno di Dio!

— Ascoltami, Maria!... Io sto per metterti a parte d'un gran segreto; la tua anima pura sarà la prima che lo riceva, la sola che per ora possa saperlo. Verrà tempo, e forse non è lontano, che si farà noto a tutti questo mistero, la cui conoscenza adesso sarebbe forse causa della mia e della tua perdita.

Maria non replicò, ma levando il capo rivolse al giovine un'occhiata, in cui appariva tutta l'angoscia del dubbio e del sospetto.

— Io sono cattolico, o Maria, riprese Arnoldo con voce grave e commossa; la tua religione è la mia! Il mio cuore ha conosciuto errori antichi e fatali, e ormai io sento d'esser rinato a una nova vita. Dio che t'ha fatto bella come l'anima tua, Egli che ha voluto ch'io t'amassi, ebbe finalmente pietà delle lunghe battaglie sofferte dal mio cuore, delle inutili speranze dalle quali fui agitato per tanto tempo! Chi, se non Egli, mandò sul mio cammino, incontro a me, quell'anima forte e credente del fratel tuo? Chi, se non Egli stesso, da tanti anni mi tormenta con questa smania ch'io provo di riposare in una fede, in una verità, che non mi riuscì di trovar mai in nessuna cosa mortale?... Tu col candido affetto che m'inspirasti, hai cominciata l'opera pietosa della mia conversione; tuo fratello, in quel tempo d'una felice e tranquilla amicizia, la indirizzò; un altro giusto, un uomo oscuro e sapiente ch'io aveva conosciuto in questa stessa città, or son tre anni, e che adesso mi rivide, e m'accolse come un suo figlio perduto, ha persuaso il mio cuore, ha vinto e mutato del tutto la mia mente!

Queste parole penetravano fino al fondo l'anima di Maria. Un turbamento sconosciuto, misterioso, la riscosse tutta; ella riguardò incerta il giovine con un'espressione impossibile a dirsi. Ed egli tacque, e prostratosi a canto di lei, stette per qualche tempo in una mesta meditazione.

Poi si levò, e in atto più rispettoso e sicuro ripigliò: — Maria, ora tu lo vedi: non può essere che io t'abbandoni; ora sai quanto sia grande il bene che tu m'hai fatto, e conosci che il Signore non vorrà punirmi, se venni qui ad aprirti il mio cuore, se qui, innanzi a Lui, io voglio giurarti...

— Ah no! non dica di più, la fanciulla l'interruppe, sostenuta da un'occulta forza della sua virtù. Io benedico il Signore, perchè ha esaudita la più ardente delle mie preghiere; ma altro io non posso fare che questo!... No, no! da qui innanzi, oh! non pensi più a me... Io sono abbastanza felice!

— Di che parli tu mai? la tua virtù, la tua innocenza meritano ben altro premio e maggiore di quello ch'io ti posso dare. Ma tu forse dubiti ancora, tu pensi che io non ti dica la verità!... Oh credilo, Maria, io non potrei mentire con te! la sola cosa che m'affanni, è il dovere aspettar tanto ancora a far palese a tutti il mio cuore. Tu non conosci il mondo e le sue opinioni più dure d'ogni legge; e io non ne ho mai sentito il peso, come in questo momento. Bisogna ch'io taccia e nasconda a tutti, e più che ad ogni altro a mio padre, questo segreto che confidai a te sola. Qual ch'essa sia la mente d'un padre, dev'esser venerata, temuta. E io non avrei forza adesso per andare incontro a tutto il suo sdegno, e più che allo sdegno al suo dolore; ma presto verrà un momento più propizio per rivelargli l'animo mio... Tu vedesti, Maria, com'egli pensa e come vive; ma non sai che una risoluzione come la mia è per lui un delitto, una vergogna da non esser perdonata mai più ad un uomo; tu non sai ch'egli potrebbe fors'anche gettar sopra di me la sua maledizione!

— Oh! che dura prova dunque le toccherà di sostenere! rispondeva la fanciulla con atto pietoso. Ma Dio le ha fatto conoscere la verità, ed egli le donerà anche la sua grazia.

— Se tu lo preghi per me, o Maria, egli lo farà!... Ma intanto, ah! non costringere il tuo cuore a rifiutarmi!

— No, no! sento ch'è impossibile! io devo abbandonarla, io devo tornare presso a mia madre.

— Giammai, giammai!... Consolati, o Maria, e spera!

In quel mezzo, entravano alcuni buoni fedeli. Arnoldo s'allontanò dalla fanciulla, e maravigliato quasi di quel severo senso di rispetto ch'essa, con le sue poche parole, aveva saputo destargli nel cuore, turbato e incerto uscì della chiesa.

Maria restava tuttavia inginocchiata. S'udì il secondo, poi il terzo tocco della campana; e il sagrestano ricomparve, e accese le lampane e i ceri dell'altare. Il piccolo tempio a poco a poco s'affollò di modesta e buona gente, venuta dalle soffitte, dalle botteghe, dalle cure casalinghe, dal lavoro, a ringraziare il Signore; anime contente e semplici, a cui la fede non manca mai, perchè è necessaria alla loro vita, come la fatica delle braccia. Echeggiò la vôlta della chiesa delle sacre litanie, e il fumo dell'incenso avvolse con l'odorosa sua nube l'altare. Il popolo era d'ogni parte divotamente inginocchiato sul nudo terreno; la sua orazione fu breve e rozza, ma sincera; e il sacerdote la benedisse in nome del Signore.

Tutti se n'andarono; la chiesa tornò vôta e oscura, e Maria era ancora prostrata nella sua umile e fervida preghiera. L'anima sua, nella pace di quelle sante pareti, aveva abbandonata la memoria de' giorni dolorosi ch'eran passati, e quella stessa timida e vereconda speranza che faceva l'unico suo bene su questa terra: domandò a Dio di viver pura e senza rimorso com'era stata fin allora, e nelle sue mani pose le propria vita e tutti gli affanni che a Lui fosse piaciuto di mandare sopra di essa. E poi fece le sue orazioni della sera, con quell'ardente affetto, con che le ripeteva nei primi anni della sua fanciullezza; e non dimenticò il nome della sua povera madre lontana, nè l'anima benedetta del padre suo.

Una fiducia mesta, ma pur soave, e una consolazione che non era di questa terra, mitigarono, come benefica rugiada, il cordoglio di quella vita debole e combattuta, la sollevarono, e la fecero ritornare alla pace della sua virtù mansueta.

Quando si rialzò, s'accorse che era sola nella chiesa; e in quella, il sagrestano le s'accostò per avvertirla che l'ora di chiudere la porta era venuta. — Allora uscì chetamente, ma appena trovossi in mezzo della via, in quell'ora insolita, e intese il noioso frastono ch'empie le strade al cominciar della notte, si smarrì tra l'ombre fitte che le pareva di vedere agitarsi, e tra lo smorto chiarore delle lanterne che tremolava in mezzo alla nebbia; sicchè quasi non sapeva a qual parte indirizzarsi. Per buona ventura la casa non era lontana, ed essa raddoppiò i suoi passi e il suo coraggio. Ma il giovine amante che poco lontano l'aspettava, appena la scorse uscire della chiesa, le si mise dietro a breve distanza, e la accompagnò fino alla sua dimora. E Maria non se n'avvide; chè ell'era tutta ricreata da' suoi nuovi e tranquilli pensieri, e nella sua gioia nascosta si confidava di poter essere ancora felice.