III. A DIPORTO SUL LAGO.

Le due sorelle eran restate per alcun tempo sul terrazzo, dopo che il padre loro s'era ritirato. Mortificate e timide, come chi sente ripetersi la negativa di cosa già prima domandata nè ottenuta mai, esse guardavansi e tacevano. I loro pensieri eran diversi, ma i loro cuori eran del paro sbigottiti per quell'ostinato dispetto; nè sapevan come mai un padre potesse, quantunque offeso, non aprire per il primo le braccia a un figlio che prega. Avventurate! elleno si ricordano ancora della madre loro, e di quell'amore con cui le accarezzò fanciullette; elle non sanno di che sia capace un antico orgoglio, quand'è caduto da un'alta speranza.

Elisa fu la prima che, avvicinandosi a sua sorella e abbracciandola con gran dolcezza d'affetto, le propose di scendere nella piccola barca, e di andarsene così sole a diporto lungo le rive del lago, che lucido e trasparente, al par del cielo, pareva le invitasse: quella buona fanciulla sperava che forse le sarebbe accaduto di vedere di lontano il suo Arnoldo, o di mandargli un saluto; e questa fiducia la consolava dell'amarezza che il rimprovero paterno le aveva gettato nel cuore. — Eran due giorni, ch'essa non incontravasi col fratello, e il segreto timore ch'egli potesse abbandonar que' luoghi, e toglierle la cara speranza, che pur nutriva, di riconciliarlo col padre, le angustiava i pensieri.

Alla proposta della sorella, la leggiera nuvola di mestizia, che aveva offuscato la placida fronte di Vittorina, si dileguò; e la sua bocca s'aperse al sorriso e alla risposta d'un lieto consenso.

Discesero inosservate, attraversarono l'ombreggiato viale del giardino, e calarono fino alla dàrsena; la quale aprivasi, come una grotta silenziosa, appiedi del terrazzo. Qui Vittorina, con un grido di gioia, balzò in una delle due barchette assicurate a grossi anelli di ferro; distaccò ella stessa colle sue piccole mani la catena che la legava al masso, e distese la destra, per prender quella d'Elisa; la quale, con maggior ritrosia, arrischiando un passo dall'ultimo scalino della sponda che le acque lambivano, la seguiva nella barca. Allora Vittorina, dato di piglio all'un de' remi, l'appuntò con agile movimento contro la muraglia, e sospinse la barchetta fuor della darsena, sì bene come l'avrebbe fatto un robusto navicellaio.

E quando furono un po' al largo, affidò l'altro remo a Elisa, dicendole:

— Via, sorella, aiutami almeno, se vuoi che andiamo innanzi. Già tu se' una cattiva barcaiuola, lo so! ma ti farò io da maestra. Dunque... guarda! — Non così! Tien saldo quel remo — allunga la destra — allenta adesso! — così! Non lo levar tant'alto, e fa che il remo si tuffi senza strepito, e senza mandar quegli sprazzi d'acqua... così! bene! Tien dietro a me, d'accordo, se no, vedi! la barca tentenna come una tròttola. Aspetta — adesso!... — E la giovinetta rideva di cuore.

La barca leggera andava scorrendo lungo la costiera, sotto l'ombra oscura che gli annosi macchioni e i massi scheggiati, coperti d'eriche e di musco, gettavano sulle onde. E le due soavi figure delle giovinette rematrici si disegnavan leggiadramente sul fondo della verde parete della riva; la quale pareva via via fuggisse, a mano a mano che il battello col suo continuo ondeggiamento si dilungava nel lago, quieto e scintillante come lo zaffiro.

Esse erano tutt'e due vestite d'un semplice abito bianco, e cinte d'un nero grembiule di seta, a foggia di guarnelletto; entrambe portavano una ciarpetta di velo color di rosa, ripiegata d'intorno la persona, e allacciata dietro con un nodo vezzoso; e, seguendo la vicenda de' remi, s'alzavano e s'abbassavano insieme le giovenili loro teste, ch'eran coperte d'un leggiadro cappello di paglia annodato di sotto il mento; ma i bianchi veletti de' loro cappelli svolazzavano all'indietro, scherzosamente agitati dalla fresca brezzolina, che spirava lungo i dossi e i pendii delle montagne del lago; perchè da quella parte non era disceso ancora il raggio del sole già alto.

Allorchè d'un buon tratto di lago si furono allontanate dalla villa, le due sorelle allentarono i remi, lasciando andar la barchetta al capriccio dell'onde; ma le onde erano sì tranquille, e parevan cullare il legno con sì grazioso moto, che Elisa e Vittorina, rapite dalla magica scena che si distendeva loro d'intorno, sedettero, deposti i remi sulla piccola prora, l'una accanto all'altra. E mentre tenevansi soavemente abbracciate, le anime loro erravano negli amorosi pensieri e nelle divine fantasie, che non si risvegliano fuorchè in mezzo a que' luoghi felici, nell'ora splendida del meriggio, mentre disopra i casolari d'ogni paesetto del lago vedi levarsi, come una nuvoletta sottile, una lunga striscia di fumo, e dai campanili delle chiese sparse sulle montagne, odi echeggiare in un aereo concerto il sacro saluto del mezzogiorno.

Così stettero per qualche tempo ad ammirare quel delizioso paese, che con sì grande e variato spettacolo di movimento e di quiete, e con sì superba armonia di cielo, d'acqua e di monti, ampiamente presentavasi dinanzi ai loro sguardi. Poi, quasi mosse da uno stesso pensiero, gli occhi loro s'arrestarono su quel mucchio di case che formano la terra di ****, cercando sul pendio del piccolo promontorio una casa nota, la quale sorgeva più in alto dell'altre, all'ombra d'un verde poggio.

Stettero fisse per lunga pezza alle finestre di quella casa; era là che il loro Arnoldo dimorava.

Ma quelle imposte non s'apersero; e per quanto Elisa e Vittorina cercassero con gli occhi, nulla poteron vedere.

— Io temo che neppur quest'oggi non gli possiamo dire una parola, cominciò allora Elisa.

— Fors'egli se ne va errando su per la montagna, soggiunse la sorella.

— O forse... non è più qui!

— Oh non lo credere! — E poi, come colpita da un'idea: Vuoi tu sapere s'egli è qui? Poniamci a cantare! Egli ne sentirà, si getterà in una barca, raggiungerà la nostra, e noi saremo contente. A te!

— Ma se nostro padre di lontano ci scoprisse?...

— Eh! vuoi che ne proibisca di cantare? E poi, scommetto che adesso egli è già immerso nella lettura de' suoi eterni giornali: jeri n'ha ricevuto un grosso piego da Londra; e certo, per tre o quattr'ore non sente più nulla; dorme nella sua politica.

— Or bene?

— A te dunque! Canta la romanza che quel giovine italiano ha scritta l'anno scorso sul tuo albo. È patetica, e piace tanto ad Arnoldo! —

Elisa non voleva: ma Vittorina, stringendosele più vicino in quel suo vezzo leggiadro, ne la pregava con un bacio. — Ed Elisa cantò.

IL RICORDO

CANZONE DI ELISA.

Egli è solo! — E la fida memoria

Già l'estrema sua lagrima elìce:

Chi può dargli col tardo consiglio

Anche un'ora del tempo felice?..

Egli è solo! alla gioja, al dolore

Più non s'apre il ferito suo core.

Muti, eterni i suoi giorni si volgono:

Pur nell'ora del vespro romita

S'addormenta il pensier dell'esiglio,

Il suo cuor si risveglia alla vita.

Ei contempla del duol nella piena

La sua parte di cielo serena! —

Ahi! degli anni sull'alba alle lagrime,

Infelice! le luci schiudea:

Sulla povera cuna deserta

La piangente sua madre vedea!..

Ella è morta! — Nè a lui più rimane

Che invocar la suprema domane!

Chi può dirgli: Quel giorno che perdesi

T'è promessa d'un giorno più lieto?

Quando ogni ora di lutto è coverta,

Quando tace ogni gaudio segreto,

Nè v'ha raggio che allegri e dipinga

Il sentier di sua vita raminga?

Ha perduto l'amore e la patria,

Fin la stanca speranza ha perduta!

La materna memoria era viva...

Morì anch'essa nell'anima muta!

Non ha un seno in cui pianga o s'asconda,

Non ha un cor che al suo grido risponda.

Un estranio terreno raccoglie,

Il suo pianto e il negletto suo frale.

Presso al mar, sul confin della riva.

Col sorriso d'un ultimo vale,

Splendi, o sole, a la fin del viaggio,

La sua croce saluta d'un raggio!

Così cantava, ma la voce della giovinetta era malinconica e lenta, e il suo canto morì sull'acque del lago, come il gemito d'una colomba.

— Che buona Elisa! disse, scuotendo la testa, la gaia Vittorina. E come vuoi che Arnoldo ci senta, se tu canti con una voce patetica, come la sciagura che la tua canzone ricorda?... Oh! vedo che tocca a me! la mia voce è più lieta, più viva; e se nostro fratello non è lontano di qui una lega, scommetto che risponderà al nostro richiamo! —

E la vezzosa sorella si fece essa pure a cantare. La voce di lei era limpida, giojosa ed acuta; e mentre gli accenti che scioglieva dall'innocente suo labbro, vibravano in vivace gorgheggio per quell'aere così tranquillo, il suo roseo volto coloravasi d'un'insolita vivezza, e gli occhi suoi scintillavano d'una leggiadria, d'un fuoco, che parevano chiamare i baci.

IL DESIO.

CANZONE DI VITTORINA.

I giorni che fuggìro

Non richiamar, donzella!

L'età primiera è bella,

È dolce il suo sospiro!

Ma la gentil tua vita

Fu a l'avvenir nudrita.

Ascolta, o giovinetta,

D'amor la pia parola!

Non pianger tutta sola

Ne' tuoi pensier negletta;

Come deserto fiore,

Che non olezza e muore.

Non sai che la tua viva

Gota scolora intanto,

Che già vi solca il pianto

La ruga intempestiva?

Che quando amor vorrai,

Ei non verrà più mai?...

Se il sovvenir le preme,

L'ore a volar son tarde.

Senti il mio cor com'arde,

Come sospira e teme!

Non sa il dolor che sia,

Ma il primo amor desía.

D'una pudica rosa

Sempre le trecce io m'orno;

E allor che splenda il giorno,

Che mi diran: Se' sposa!

Porrò sul vergin cuore

La rosa dell'amore!

Non era finita la canzone, che le due sorelle discernevano, al basso della costiera, un giovine agitare un fazzoletto bianco; un giovine che subito avevan riconosciuto.

Ravvisarlo, e gettarsi sopra i remi, e vogare entrambe con lena eguale alla volta della riva, fu un istante. Raggiavano di sincera gioja le care fisonomie delle fanciulle; e pareva ch'Elisa avesse in un momento imparato a tuffare il suo remo con quella destrezza, che poco prima Vittorina studiavasi invano d'insegnarle.