IV. NELLA CASETTA.
Intanto che la barca leggiera delle due giovinette solca a dilungo le placide acque del lago, entriamo in una piccola casa del paesello, la quale sorge poco sopra della riva, sull'orlo d'una facile discesa, e par quasi nascondersi dietro il lento dosso che forma l'ultima radice della montagna. Un cortiletto le s'allarga sul davanti; e il muricciolo che lo circonda, cala sino al filo dell'acqua. Sopra la porticella bassa e quadrata, a cui si sale per quattro scalini rozzi e malsicuri, e sulle due finestre inferriate dell'angusto pian terreno, una delle quali rischiara una povera ma decente cucina, e l'altra un salottino dipinto a verde ma umido e nudo, vedi stendersi all'infuori un bel pergolato, ricco di novello fogliame e di pendenti tralci gemmati. Al di su poi della pergola, s'aprono alcune altre finestre ineguali; e le impannate dischiuse vi lasciano entrare la piena luce di quel bel sole. Fuori d'una finestretta, ch'è presso all'angolo manco della casa, e sul cui margine s'intrecciano e arrampicano i viticchi del convòlvolo silvestre tutti fioriti di candide campanelle, vedi svolazzare una leggiera tendicciuola.
Era quella la casa del povero Andrea. Colà, pochi giorni innanzi, quell'uom dabbene era morto, lasciandovi sole Caterina, la sua donna, e Angiola Maria la sua cara figliuola.
In tempi migliori, quando viveva ancora il conte Francesco ****, signore della villa, in quell'anno abitata dalla famiglia inglese, fu l'Andrea il fattor della casa, l'intendente, il factotum di quel buon padrone. Eppure, com'egli era sempre stato un uomo onesto, così, al contrario di quel che al solito si vede, benchè agente dell'altrui, non aveva mai saputo avanzar nulla per sè. E per ciò quando, morto il suo antico signore e venduta la villa, egli venne lasciato in libertà, fu abbastanza contento di potersi ritirare in quell'umile casetta che lo aveva veduto nascere, e donde poteva ancora scorger di lontano il palazzo, come sempre continuava a chiamarlo, il palazzo del vecchio conte. Egli non ebbe più cuore, l'Andrea, di mettersi al servizio di qualch'altro padrone; e neppure per diventare il più ricco fittaiuolo della Bassa, avrebbe acconsentito di abbandonare la riva del suo lago, l'acqua sulla quale era nato. E se ne morì contento in quel fidato ricovero, in faccia ai monti e a quel cielo ch'egli aveva amato sempre come cosa sua. I suoi settant'anni eran corsi in tanta oscurità, in tanta quiete!
Carlo, il suo figliuolo maggiore, era in quel tempo vicecurato in un povero paese della Valtellina: e anche questa fortuna, egli la doveva al conte Francesco, il quale alcuni anni prima aveva fondato apposta un piccolo beneficio per il giovane abate. La signora contessa poi, un'aurea donna, piena di bontà e d'amore, aveva posta una singolare affezione nella piccola Angiola Maria; e siccome dal cielo erale stata negata la consolazione d'aver de' figliuoli, così ella si teneva cara la fanciulletta, come se la fosse sua propria.
Gli è inutile ch'io vi dica, perchè ben lo pensate, che, ogni volta la buona contessa Anna venisse a passare i più lieti mesi dell'anno nella villa del lago, la prima cosa a chiedere era della piccola Maria. Quella ragazzetta era così graziosa e bellina fin da' suoi primi anni, aveva il volto così ritondetto e color di rosa, e i capegli tra il biondo e il bruno così lucidi e inanellati che rubava al primo vederla i baci e le carezze di tutti. Le sua voce ancor fanciullesca aveva già quell'insinuante dolcezza ch'è segno di un'anima timida e amorosa: e il suo ingenuo parlare e le schiette domande che faceva, dimostravan che la sua nascente ragione era semplice e retta, e che già la sua mente era commossa dal trepido desiderio di pensare e di conoscere.
La contessa Anna dunque rapiva spesso alla madre quella cara creaturina sì bella, ch'era la sua piccola delizia. E qualche volta poi la condusse con sè alla città; nè poco ci voleva allora per vincere una certa ritrosìa del buon Andrea, il quale finiva ad obbedire, perchè la era volontà dei padroni, ma in cuor suo pensava che da quella domestichezza co' signori non ne poteva venir bene per una povera figliuola come la sua. Alla madre invece, la pareva una benedizione del cielo; ella si trovava, è vero, come perduta, quand'era sola, ma il suo orgoglio materno, ben naturale, n'era consolato, chè vedeva crescer sì bianca e bella la figliuola, ch'ella chiamava sua perla, sua ricchezza.
Quando la fanciulla si fe' più grandicella, la contessa se la teneva più sovente in compagnia, talvolta per le lunghe ore della mattina, talvolta per l'intera giornata, e le prodigava ogni cura, con sollecitudine quasi materna. Sotto gli occhi suoi, la fanciulla imparò a legger que' libri, che sono l'amore delle tenere menti appena s'apron facili agli accorti consigli del senno; e di que' libri, una Storia Sacra, tutta adornata di belle figure miniate, era il suo prediletto. Poi, seduta accanto dell'amorosa protettrice, Maria attendeva a qualche gentil lavoro d'ago o di spola; o si piaceva, sullo stesso scrittojo della contessa, di sgorbiar fogli di carta, copiando e ricopiando il nome della buona signora e quelli di suo padre, della mamma e del fratello; e quest'era la sua gran gioja. Oh! quanto l'amorevole donna era dolcemente rapita da quell'anima candida e ingenua, ch'essa vedeva a poco a poco prender come una nuova vita, alle semplici lezioni del bello e della virtù! Oh quanto era commossa dalle parole di Maria che rispondevano alle sue, dall'affetto di quella innocente che le chiedeva la grazia d'un bacio, dalle stesse sue lagrime, quando, per qualche lieve cruccio, il suo picciol cuore non trovava altra risposta che un largo pianto! — Quella era una beatitudine, e assai sovente la contessa, dopo d'aver a lungo contemplata la fanciulla, si faceva mesta, e pensava che felicità sarebbe stata la sua, se anch'ella avesse potuto sentirsi chiamar madre, se anche a lei avesse il cielo concessa una figliuola come quella.
Ma la felicità di questi anni doveva presto finire. Il conte Francesco morì, e l'ottima sua compagna lo seguì presto al sepolcro. Erano svaniti i bei sogni di mamma Caterina; il compare Andrea aveva avuto ragione. Angiola Maria non abbandonò più la casa paterna, ma pur vi crebbe bella e serena com'era sempre stata; perchè quell'impronta virtuosa che il suo cuore aveva ricevuto, non poteva cancellarsi più. Pareva che la giovinetta portasse la pace e il bene con sè; il vecchio suo padre menava giorni tranquilli, d'altro non ragionando che delle sue lontane memorie, de' tempi burrascosi della sua gioventù, e de' suoi buoni padroni; e Caterina divideva colla figliuola le poche faccende della casa, serbando però sempre le più dure per sè, e paga abbastanza nella sua tenerezza di vedersi sorridere d'intorno quel fior sì gentile della sua Maria. Solo il giovine vicecurato mancava a compire la loro felicità: la parrocchia era lontana dalla sua terra, e la strada era rotta e aspra, a traverso di monti e vallate. Pure, una o due volte l'anno, egli veniva nel seno de' suoi cari, veniva a sparger di letizia le tranquille abitudini di quella domestica esistenza.
Ma il buon Andrea cominciava a sentire il peso della vecchiezza. Già da tre o quattr'anni egli aveva appeso sopra il capezzale del suo letto il fedele archibugio, l'unica sua gloria, l'ultima sua amicizia; dopo ch'eragli morto il suo vecchio cane Azor, stato un tempo custode della villa, e poi suo compagno nella disgrazia, Andrea non era uscito mai più alla caccia del gallo di montagna o del camoscio sulle balze del Legnone, nè a quella degli anitrini e degli smerghi nelle paludi di Colico e del forte di Fuentes. Oramai altro spasso non si dava che quello di pigliar soletto ogni mattina il sentiero della riva, fino all'antico palazzo, e di riposare, in faccia al sole, sul sedile di sasso che stava ancora presso la porta della fattoria. Era la sua più cara abitudine; le ore gli fuggivano in pace, e la sua mente serena gli si dipingeva sulla fronte calva, ma senza rughe.
Un giorno, l'ora consueta passò; e come non fu veduto tornare a casa, la sua Maria venne con passo rapido e con cuore inquieto fino alla villa; ma si rassicurò quando lo vide seduto all'usato posto, che pareva dormisse. La fanciulla s'avvicinò, quietamente sedette presso di lui, e temendo di risvegliarlo, se ne stava a contemplarlo in atto d'amore.... Quando, chinandosi più vicino al suo volto, s'accorse che non dormiva; i suoi occhi erano aperti, travolti, senza sguardo; il capo piegato sul petto, immobile, la bocca stranamente contraffatta. Allora spaventata levossi, lo prese per una mano, era fredda, insensibile, lo chiamò a nome più volte, e non rispose; lo riscosse fortemente.... e lo vide cader rovescioni da un lato sopra il sedile, come un cadavere. Diede un alto grido di terrore la fanciulla, chiamò soccorso: due giovani del paese che passavano al basso della riva, salirono a quella volta; e un pescatore non lontano che udì quel grido, lasciò la sua barca e accorse anch'esso. Trasportarono a casa il povero vecchio che credettero morto, e lo deposero sul suo letto; non mi domandate come lo ricevesse la sua donna, che lagrime fosser quelle dell'infelice figliuola! — Ma il medico del paese, che non fu tardo a correre, trovò che il pover uomo aveva ancora un fil di vita; egli era stato colpito d'apoplessìa, ed era morto di mezzo la persona. Andrea si ridestò ancora una volta; guardò, e riconobbe quelle sventurate di Caterina e di Maria, e le benedisse co' tremanti segni della mano, chè non potè colle parole. Alcuni dì appresso egli aveva finito di patire.
Gli uomini che fanno vita di mondo dicono che la povera gente ha ruvida la pelle, che il suo dolore è simile alla sua allegrezza, ridicolo e rumoroso, come lo scoppiar de' mortai in una sagra di villaggio; l'indomani quel ch'è stato è stato. Io non so se sia così, ma son persuaso che il dolore della gente semplice e buona del popolo è più vivo e sincero di quello de' grandi, ne' lor magnifici funerali e nell'ereditarie gramaglie. Fra noi, nelle colte e fiorenti città, gli uomini nascono e muoiono, ridono, piangono, gavazzano e si disperano, tutti nello stesso momento, uno accanto all'altro; e sovente un sol piano di casa, una sola parete, dividon l'orgia d'un convito dall'agonia d'un moribondo; nessuno lo sa, nessuno se ne cura. L'etichetta poi, tra i profumati suoi codici, ha pur quello del dolore; il vestire a lutto è prescritto a mesi, a giorni; il bruno è una legge sancita per tutti, fuorchè pel gran cancelliere di Francia e per i nepoti del papa; padre, madre, fratelli, avoli, zii, moglie, marito, cugini primi, secondi, eccetera, a ciascheduno il suo, nemmeno un'ora di più; è la tariffa del dolore pesato, direi quasi, a once e dramme. Si lasciano le case ov'è entrata la morte, si chiudono a chiave le camere del caro defunto, si spediscono cento lettere dolorose coll'orliccio nero, si fa stampare l'indispensabile necrologia, si ricevon le visite d'una monotona e ceremoniosa condoglianza, si vestono di nero i fanciulletti che sorridono, e il servidorame che susurra e conta sulle dita il sospirato assegnamento vitalizio. E intanto che si deplora la luttuosa morte, con tutta l'energia della vita si disuggellano e confrontano i testamenti, si frugano e si compitano i codicilli.
Ma io venero il dolore della povera gente, quello schietto e rozzo dolore che non conia frasi, e di conforto non vuol saperne. Nessuno, fuorchè il buon campagnuolo, mi parla più del suo nonno buon'anima; nessuno, fuorchè la vecchia massaia, o la sposa de' nostri contadi, quando ricorda alcuno de' suoi che non è più, ne accompagna il suo nome con quel santo augurio: Gesù per lui!
Ma torniamo nella solitaria casetta d'Andrea.
Il giovine vicecurato sedeva presso la finestra del salottino, tenendo nelle mani il suo breviario socchiuso. Egli alzava a quando a quando la testa, e volgendo gli sguardi fuor della piccola finestra, perchè solo il cielo fosse testimonio del suo sospiro, gemeva sommessamente; poi restava immobile, e si lasciava cader il volume sulle ginocchia. Allora i suoi pensieri erravano lontano; le memorie del dolore, le memorie di questa terra, si mischiavano alle interrotte frasi de' salmi che le sue labbra recitavano susurrando.
Intanto sua madre e sua sorella, affaccendate negli apparecchi d'un parco desinare, andavano e venivano, a passi cauti, in quella e nell'altra stanza, ch'era la cucina; e scambiavan fra loro poche e sommesse parole, per non turbare la sua meditazione e la sua preghiera.
Un'ora di poi, il piccol desco fu pronto. La tavola era coperta d'una tovaglia nostrale, ma pulita e bianca; a ciascuno de' tre lati una modesta posata e una seggiola di paglia; all'altro capo della tavola fumava la minestra allora versata in una capace scodella a manichi rabescati e dipinta di fiori azzurri, avanzo di qualche vecchia eredità. Le due donne sedettero l'una dirimpetto all'altra, senza parlare; e un momento appresso, il prete ripose il suo libro, e venne a collocarsi in mezzo di loro.
Al cominciar del desinare, che presentava una strana mischianza di festivo nell'arredo, e di malinconico nelle persone che vi sedevano, nessuno de' tre ruppe il silenzio. Guardavansi a ora a ora l'un l'altro; e la madre, che trangugiava a stento qualche cucchiaiata di minestra, non poteva distaccare gli occhi dalla faccia del figlio, e pareva fare una gran resistenza al piangere.
— Via, mamma, che fate? disse alla fine il prete con certa bruschezza; non v'accorate in questa maniera: non avete già pianto abbastanza?
— Oh! siete voi che parlate così, don Carlo? rispose rammaricata la buona donna. Non v'ho veduto piangere anche voi che adesso mi rimproverate? Jeri, quando siete capitato qui, e che io vi son venuta incontro sull'uscio, non v'ho veduto forse far tutto per nascondermi le lagrime?
— O mamma! in quel momento...
— Lo so, che faceste per amor mio, per non mi crucciar di più; ma quando avete lasciato cadere la testa, qui, sulla mia spalla, e m'abbracciaste stretta stretta, io mi sono accorta che voi piangevate... E stamane, quando faceste quella bella predica, che non ne ho sentito mai l'uguale, nemmeno in duomo a Como, non avevate anche voi gli occhi rossi, e non vi tremava la voce?
— Sì, sì, è vero! buona mamma, perdonatemi! Ma bisogna peraltro esser cristiani, pensar che Dio ha voluto così, che stiamo quaggiù per soffrire, e rassegnarci. Quando ci tocca il male, pensiamo al bene che prima il Signore ne ha fatto. Così noi benediremo sempre il suo nome! Il nostro povero padre almeno è morto vecchio: e non avremmo potuto forse perderlo tanto tempo innanzi, se Dio avesse voluto?...
— Oh! tu hai ragione, Carlo, disse allora sua sorella. Il Signore non abbandona mai! Egli che ci manda i travagli, ci darà sempre anche la forza di sostenerli.
— Buona Maria, tu sei un angelo! È la tua innocenza che parla: oh che tu possa essere sempre così rassegnata! Tocca a te di sostenere il coraggio di nostra madre... E anche il mio, sai, perchè sento che ho bisogno delle tue parole; mi sforzo di parer franco, ma sono afflitto e perduto d'animo.
Poi tacevano tutti e tre, e si riguardavano alternamente in segreto. Solo la vecchia madre, non dimentica dalla sua abitudine di buona massaia, levavasi a ogni tratto da sedere, per toglier dal treppiè sul quale cuocevano e apprestare a' suoi figli le due vivande ch'ella stessa aveva ammanite; un piatto di lùppoli conditi, e una bragiuola.
Ma poi ch'ella era di nuovo seduta, non poteva star di ripetere: Quando penso che quella buon'anima di vostro padre non ebbe la consolazione di vedervi diventar curato, o don Carlo, nè di sentirvi a predicar sì bene, nè ebbe la gioia di seder a tavola con voi, là, a quel posto ch'è vôto, e di bere insieme a voi una bottiglia di quel suo vin vecchio, l'ultimo avanzo della cantina del signor conte!... E dire, che anche lui, il signor conte, quel re degli uomini, è morto già da tant'anni!... Oh se Dio m'avesse almeno chiamata lassù, me, prima del povero Andrea!...
— Fareste meglio a tacere, cara mamma! Voi siete una benedetta donna! Che pensieri, per carità, che pensieri vi girano in mente! Guardate adesso! col vostro dire, anche Maria non fa che mandar giù lagrime. Via, dunque, parliam d'altro. Di forestieri ne son capitati quest'anno?
— Credo che sì, Maria rispose.
— Certo, aggiunse la madre: un signore inglese è venuto a star nel palazzo, e vi resterà per tutto l'anno. Pochi dì innanzi morire, Andrea gli aveva parlato a quel signore, e anche alle sue figliuole, che son così belle... E pensare che il poveruomo, adesso, non c'è più!
— Povera mamma! è impossibile parlar d'altro! disse Maria. O mio Carlo, se almeno tu fossi stato qui cinque giorni fa, quando è succeduta la disgrazia, e ch'io non sapeva trovare una parola di conforto da dire a nostra madre! Io domandava alla Madonna il coraggio, ma alla mamma non sapevo dir altro che: il Signore ha voluto così... E poi, dopo trattenute le lagrime un pezzo, che mi scoppiava il cuore, anch'io finiva a pianger con lei.
— Oh così l'avessi potuto, com'io voleva, trovarmi fra voi! O Maria, se tu sapessi qual colpo fu per me il ricevere la tua lettera, che senza dirmi il pericolo di nostro padre mi fece tremare per la sua vita!... E non poter subito correre a vederlo!... Il curato era anch'esso inchiodato in letto da una malattia ostinata; io non poteva, io non doveva partire. Il Signore mi consegnò dell'altre anime; e non m'era permesso abbandonar quelle, nemmeno per accompagnar l'anima di mio padre nel suo transito da questo mondo all'altro. In che stato io mi fossi, pensate!
— Ecco qui! e voi, don Carlo, perchè adesso mi parlate così? Forse per tenermi su allegra? disse sua madre.
— Il signor curato, quantunque si sentisse ancora male, mi stimolava a correr qui; e mi diceva, oh ne lo rimeriti il cielo! che per lui l'andava meglio, che si sarebbe trascinato giù del letto, e avrebbe in qualche modo servita la parrocchia... Eppure aspettai; la più dura prova ch'io soffersi, fu questa! Ma c'è sempre il rimedio della provvidenza; due giorni appresso, il signor curato era sano, che mi parve un miracolo. E io partii allora, e fu egli stesso che m'imprestò il suo biroccio, e mi mise le redini in mano... Ah! io sperava ancora d'arrivare in tempo.
— O Carlo, Carlo!.. lo interruppe Maria scuotendo mestamente il capo.
— Non fu così! pazienza. E il buon prete lasciava cader fra le mani la testa.
E qui nuove lagrime invano soffocate da una parte e dall'altra, e affettuose occhiate e strette di mano, come per annodare più forte que' legami d'amore che la morte aveva rallentato.
Finito il piccolo desinare, che in quel dì non fu condito nè dalla fame nè dalla contentezza, ragionarono insieme de' pochi fatti loro, e di quel ben di Dio ch'era loro rimasto: e consisteva tutto in un po' di terra sulla falda della montagna, e in un magro capitale di cinquemila lire, avanzo de' sudori dell'onesto castaldo, ch'egli stesso pochi anni prima aveva messo a traffico ne' magli di ferro, là sopra di Lecco. Un altro tenue peculio di tremila lire aveva lasciato la buona defunta contessa, nel suo testamento, in dote a Maria; ma gli eredi, con certe loro scuse di passività da purgare e di attività da liquidare, non avevan pagato mai quel piccolo legato; e poi se n'erano scordati, e l'Andrea non aveva avuto cuore nè fronte di cercar più nulla; perchè, diceva, quella era roba de' signori, e in giustizia a lui non avrebbe dovuto toccare.
L'unico voto di don Carlo sarebbe stato che le due donne potessero lasciar il paese, e venir a stabilirsi con lui, nella sua parrocchia di Valtellina. E anch'esse lo volevano, chè pesava loro il pensiero della futura solitudine: ma quest'era impossibile. Bisognava vender la casa, vender la terra, fare de' grossi sacrifizii; e tutto questo per andare a stentar la vita in un paese lontano, solitario, sepolto nel grembo d'una vallata infeconda, dove non abita che uno sparso e povero popolo di mandriani e di caprai; i quali al cominciar dell'inverno lasciano i loro dirupi per calare al piano, ne' dintorni delle città, e non tornare alle abbandonate case che allo squagliarsi delle nevi. Nel durar delle lunghe invernate, era colà il buon prete conforto e sostegno d'una grama moltitudine di vecchi, di donne, e fanciulli, che rimanevano nell'alpestre villaggio; egli divideva con loro la scarsa rendita del suo beneficio, e tutti lo benedicevano. — Che avrebber mai fatto sua madre e sua sorella, in quella solitudine squallida e malsana?
— Sentite dunque, disse don Carlo alle due donne. Poichè il mio paroco me l'ha consentito, io resterò qui con voi, tre o quattro settimane, finchè abbia fatto quel che c'è a fare in queste triste congiunture. Messo che avrò in sesto i nostri pochi interessi, tornerò al mio romitorio. Io per me rinuncio alla parte che mi può toccare, e voglio che quel poco che abbiamo, non è vero, mamma? serva per voi, e per te, Maria, per te, quando troverai qualche onesto partito. E in appresso, se il Signore farà ch'io possa venir paroco in qualche paese men tristo e più vicino a voi, per esempio, qui sul lago... allora v'aprirò la mia casa, v'aprirò le mie braccia, e dirò a tutte e due: Venite a star con me, a consolarmi la vita. Oh allora sì che mi parrà ancora d'esser felice! —
Caterina e Maria eran commosse e persuase; esse guardavan con tacita tenerezza il prete, che oramai era l'unico loro angelo protettore. E il prete, levatosi e fattosi vicino a sua madre, strinse tra le sue mani la destra della buona vecchia che piangeva, e la baciò con verecondo rispetto. Poi la sorella gli stese la sua; ed egli stringendola del paro, se la pose sul cuore, con una forza d'affetto che non può dirsi.
Indi a poco uscì della casetta.