IX. SPERANZA E DUBBIO.

Nel salotto d'un modesto albergo della città, un giovine passeggiava su e giù, coll'andar lento, interrotto di chi è preoccupato da profondi e importuni pensieri. Nel camino ardeva scintillando un fuoco vivo, un di que' cari fuochi così salutari che ti sciolgon le membra da' brividi de' primi freddi del dicembre; eppure, benchè un nebbione fitto fitto impregnasse l'aria e le vie de' suoi vapori, la finestra della stanza era aperta, spalancata; come si suol fare a' primi soli d'aprile. Il giovine teneva le braccia incrociate sul petto e gli occhi fissi all'angusto spazio di terreno che misurava co' passi; e in mezzo a' pensieri lasciavasi sfuggir di bocca ora un lamento, ora una parola di dispetto, secondo che lo vincesse impazienza o dolore. E poi, quasi per togliersi a quell'ostinato meditare, s'avvicinava alla finestra, e appoggiato alla soglia se ne stava a contemplare con occhio muto la gente, le strade, le case e il sole biancastro e senza raggi attraverso a quel velame di nebbia, che gli somigliava alla scena d'un sogno.

— Eccomi solo! egli pensava: solo, abbandonato a ventitrè anni, tristo come un colpevole, inutile ad altrui, a me stesso!... Povera mia vita, povero mio cuore, che siete mai? È questa la felicità ch'io cercava, la verità, la pace di cui tanto aveva sete l'anima mia?... Benchè giovine, la vita mi costò a quest'ora troppo duro saggio; ma, a questo mondo, ciò che patisce il cuore soltanto, non si conta per nulla, l'ho perduto tutto, tutto; e non mi resta nemmeno il ricordarmi del passato senza sgomento e senza rimorso. È egli possibile che mio padre, il vecchio mio padre m'abbia maledetto?... Gran Dio! sostieni l'anima mia, dammi la virtù, di soffrire, o ch'io mi perdo!...

— E gli uomini?... essi che non credono e non vivono che per il fatto, eterni schernitori d'ogni entusiasmo, d'ogni sacrifizio, d'ogni patimento dell'anima, mi volgon le spalle, mi tengono a vile, mi chiamano stolido, e fors'anche infame!... No, no! io fui, io sono più forte di voi tutti! Sia ciò che vuole, la voce della coscienza, la necessità dell'avvenire, l'infinito desiderio della verità gridan più alto di voi; e io vi disprezzo. Ho ben già fatto ancor più; a questa immensa speranza della verità ho sacrificato la canizie di mio padre, il pianto delle mie sorelle, il mio nome, la gloria e gli agi che il mondo m'aveva promesso, tutto, la religione stessa della mia famiglia!... Pure, per gli altri, io sono un uom fiacco, uno spirito vile, un imbecille. E qual è la mia colpa? Quella d'aver osato confessare apertamente, in faccia a tutti, di credere!... A che mi valse dunque la lotta lunga, penosa del dubbio? E se fu un martirio, perchè non ne ho io trionfato ancora?... Io sono cattolico! l'ho detto, e gli amici miei risero; ho creduto alla fede che m'insegnarono la semplice eloquenza d'un santo, l'amicizia d'un giusto, l'amore d'un angelo; ed essi risero!... Oh dolore, in cui v'ha di che maledir l'intelletto, e di sospirar di finire!

— Io aveva tanto bisogno di riposo, eppur sento che il mio cuore sostiene ancora una fiera guerra. Se ritorno coll'anima su la vita passata, mi ricordo che a quindici anni io contava già amari giorni; che talvolta io mancava sotto il peso della noia, e tal altra la mia mente perdevasi nell'infinito. Ma almeno allora io poteva piangere... Oh perchè la povera mia madre mi fu tolta sì presto! Io avrei vissuto dell'amor suo, dell'amor suo, unica virtù di tutta la mia vita! Oh perchè mio padre fu sempre così avido di grandezze, e io così indifferente a ciò che chiamasi gloria e fortuna?... Se una passione cieca, violenta m'avesse trascinato, come tant'altri ch'io vidi e conobbi, sarei forse meno infelice che adesso non sono. Io non so qual condanna s'aggravi sul mio capo; ma so che ho sofferto, ho veduto piangere e soffrire quei pochi che mi amarono... No, no! gli è meglio ch'io discacci questi dolorosi pensieri...

E tornava a passeggiare, e l'anima cupa gli si leggeva su la fronte sdegnosa; i suoi passi erano più concitati, e gli occhi torbidi e irrequieti, segno della tempesta che dentro sopportava. Alia fine rimase per qualche tempo immobile, come se i suoi pensieri tacessero; poi si gettò sopra una seggiola, abbandonò gravemente il capo fra le mani, appoggiandosi alla tavola ch'era presso il camino; e di nuovo s'immerse nelle più scure fantasie.

— È impossibile! il mio cuore non ha più che un'illusione sola... Quell'oscura fanciulla, l'unica che, io abbia amato coll'anima mia, l'unica che non abbia ardito confidare il suo al mio affetto, e che pure mi ha amato, anch'essa m'abbandonò, non è più qui! Dunque non la vedrò più, io che sperava di trovar vicino a lei una pace che per breve tempo ho pur gustata, in que' pochi giorni fuggitivi, i soli giorni che con dolcezza io richiami!...

— Buona e povera Maria! anche tu hai portato il peso del dolore, ma pure fosti meno sventurata di me. Non sono io sulla terra solo, al pari di te? ma tu vivi ancora la tua vita pura e tranquilla, non hai il cuore turbato dalle tempeste che agitano il mio; l'affanno t'ha oppressa, ma le tue lagrime sono silenziose e care, sono le lagrime della virtù e della rassegnazione: io in vece non posso piangere, e se piango, non son lagrime di conforto, ma di disperazione!... Oh le mie notti! le ore terribili della notte così gravi e mute, e piene di fantasmi! È allora che la mia mente va farneticando nelle tenebre, che l'anima mia si dibatte, come in un mare senza confini. Tenebre dappertutto, nel dì e nella notte, su la terra e nel cielo, tenebre il passato e l'avvenire, la vita e la morte!... O Signore! questa è la fede che tu m'hai data?... Eppure, io credeva!... e quando pregai d'essere ricevuto nel grembo della tua Chiesa, allora il cuor mio era sincero, era sicuro e forte. Deh! come in allora, ponmi al fianco, o Signore, alcuno che mi ami, e mi ricordi sempre che questa fede non è un sogno dell'anima, ma la vera, l'unica consolazione della vita!

— Oh! che sarà mai intanto di Maria, di quell'innocente creatura, che per l'amor mio è fatta infelice? Io devo cercarla, ridonarle la pace che le ho tolta, e, quantunque io non possa più restituirle nè madre nè fratello, potrò almeno, se il cielo consente, e s'ella mi crede ancora, tenere il mio giuramento. E Dio che l'ha benedetta, benedirà me pure!


Di lì a poco, alcuno bussò leggermente all'uscio della stanza. Era un giovine di bell'aspetto e di modi cortesi, un tale che noi conosciamo da poco in qua; era Eugenio, l'amico della graziosa alunna crestaia.

Com'egli avesse fatto la conoscenza d'Arnoldo Leslie, perchè si fossero poi legati, io ve lo dirò adesso, se vi piace.

Il giovine inglese era tornato in Italia due mesi prima, nell'ottobre; e, come ben lo pensate, col disegno di trovar Maria, la quale gli stava sempre nel cuore; era stato il primo amor suo, era il solo anello che ancora lo attaccasse alla vita.

Attraversata Francia e Svizzera, poi venuto a Como, s'era fatto trasportare senza indugio al paesello di Maria. La prima gioia che gustasse, dopo tanto tempo, fu al salutare la bella riva e quella conosciuta e amata dimora; egli pensava di trovar colà, nella loro pace di prima, Maria e sua madre... Balzò dalla barca, cercò impaziente con gli occhi la casetta: le finestre eran tutte chiuse; solo vide semiaperta un'imposta della porticella di strada, e seduta a capo degli scalini la vecchia Marta.

Essa non lo riconobbe; ma quando e' le disse il proprio nome, — Oh santissima Vergine! esclamò, cosa viene a far qui adesso lei? Non sa che non c'è più nessuno? Non sa che sono tutti morti?... cioè, la Caterina e don Carlo... e che di Maria non s'ebbe più nuova nè imbasciata, dopo la gran disgrazia...

Arnoldo non chiese, non volle sapere di più. Ma il dì seguente, tornò muto e lento a quella casa deserta; rivide la Marta, domandò e conobbe la breve storia della sventurata famiglia, o almeno quel tanto che n'era noto alla vecchia; e pianse con lei.

Di là poi, se n'era venuto a Milano. Presentatosi con note commendatizie a quella casa di commercio, nella quale Eugenio trascinava il suo meschino noviziato, egli s'avvenne in questo giovine, che gli sembrò dabbene e sincero; e com'ebbe più d'una volta occasione di trattar con lui, quando andava a riscuotere qualche somma di proprio credito (perchè, per buona o cattiva fortuna, a questo mondo non si vive soltanto d'amore e di fantasie); così, non di rado accadeva che se ne tornassero in compagnia, senza esser per questo i più grandi amici del mondo.

Arnoldo, d'altro non sollecito che di saper la sorte di Maria, aveva inutilmente tentato ogni mezzo di trovarne traccia. Solitario per costume, e divenuto poi più diffidente, non volle aprire a nessuno l'animo suo; ma visse ritirato e malinconico nell'albergo poco noto, dove aveva preso stanza e dove altri non capitava che quel buon giovine dell'Eugenio; il quale talvolta, e quasi per forza, lo trascinava seco a diporto, per guarirlo dalla sua cupa tristezza, dicendogli che lo spleen l'avrebbe presto fatto finir tisico.

Per questo, Eugenio non conduceva l'amico nè lungo le monotone strade di circonvallazione, nè sotto i castani già brulli e nudi delle nostre solitarie mura, ma se lo traeva dietro per le corsìe più liete e frequenti di popolo; e tenendosi al braccio del compagno, sapeva, in quelle passeggiate, trovar fuori l'ora opportuna di venire verso la nota bottega, dove sedeva a ridere e a lavorare la sua Ghita; e questa ne lo ringraziava con una lunga occhiata, con un sorriso. Ma una volta fra l'altre, mentre al solito passavano appunto presso l'entrata della bottega, Arnoldo a caso rivolse gli occhi da quella parte, e vide, o gli parve vedere, la sua Maria che sedeva occupata al ricamo, vicina alla vetriera della porta... Si fermò, riguardolla ancora... era proprio dessa. Poco mancò che non gli sfuggisse un grido di gioia improvvisa. Ma la fanciulla non s'era distratta dal lavorio, non lo aveva riconosciuto. Egli allora, sforzandosi di parer indifferente, chiese all'amico se fosse stato mai in quella bottega; ed Eugenio, pensando che l'altro avesse indovinato il suo segreto, lo guardò sogghignando, e rispose che sì; poi, da buon figliuolo com'era, gli confidò il suo amoretto con la Ghita.

Arnoldo l'aveva appena ascoltato; colmo l'animo del contento d'aver riveduta Maria, egli abbandonavasi alla soavità dell'antico affetto, alla voluttà della speranza adempita. Il suo volto s'era fatto sereno, il suo cuore leggiero e aperto; parlò e rise, sì ch'Eugenio ne strabiliò, pensò fosse effetto della sua medicina, di darsi un po' di bel tempone, e poco stette che non lo consigliasse allora, da bravo amico, a far come lui, e pigliarsi dett'e fatto una bell'amorosa, gaja, alla buona, che certamente gli avrebbe cacciato la mattana. Ma si pentì e restò intraddue; quando, prima che si lasciassero, Arnoldo gli strinse forte una mano, dicendogli seriamente: — Ho un servigio a chiedervi: venite domattina da me, ch'io devo confidare al vostro onore una cosa che mi preme.

— Ben fortunato di potervi servire, gli aveva risposto Eugenio; di me potete viver sicuro, io vi stimo troppo, e... Ma non finì il complimento, e se n'andò pensando: Che vorrà mai quest'originale? O ch'egli è matto, o ch'io non ci vedo.


La mattina vegnente, non mancò all'ora data; e Arnoldo, con gran mistero, gli scoperse la promessa che lo legava alla nostra fanciulla, per la quale soltanto era tornato in Italia; e soggiunse che, dopo molte vane ricerche, il caso gliela aveva fatta incontrare nella modesta bottega d'una mercantessa; in quella appunto, a cui eran passati vicino il dì innanzi in compagnia.

Eugenio maravigliò e rise, chè gli pareva un sogno; ma l'altro prese sul serio la cosa, e fattogli giurare di non dir nulla, volle da lui la promessa di far di tutto, perch'egli potesse in qualche modo parlare alla giovine amata. Eugenio disse che non pensava l'affare molto scabroso; e prima di sera aveva già messo a parte del suo segreto l'amica, poichè non avrebbe potuto tenerlo intero per sè, a malgrado di tutte le promesse del mondo. Ma, saputo ch'egli ebbe dalla compagna che Maria era una giovine un po' diversa dall'altre, e che faceva la ritrosa e la santoccia, s'avvide non essere la cosa sì facile, e non seppe più dir nè fare.

Fu il giorno appresso che la fanciulla disparve, come già sappiamo. Arnoldo ne disperò quasi, ma Eugenio era là per consolarlo e dargli buona speranza; rassicurava esser quello un ghiribizzo, una delle solite furberie delle fanciulle, le quali vogliono vedersi correr dietro il poveraccio che abbia la disgrazia d'innamorarsene. — Pure molti dì eran passati, senza che uno o l'altro avessero potuto ancora saper la verità. Ben aveva tentato più volte l'Eugenio di far parlare la crestaia, spacciando grandi promesse a nome dell'amico, ma non n'era venuto a capo: la buona donna fu muta, ostinata a custodire il segreto; benchè il giovine pensasse ch'egli era piuttosto per malizia che per virtù scrupolosa. Arnoldo, perduta la fiducia di ritrovarla, si rimise alla vita indifferente e monotona di prima, a quella vita tediosa che coll'inerzia del di fuori ricopre l'interno cruccio. Così era venuto il dicembre.


— Eugenio! diceva adunque Arnoldo al suo nuovo amico, quella mattina in cui l'abbiamo trovato che passeggiava nella sala dell'albergo: Eugenio, sedete qui, accanto a me. Le prove d'amicizia che m'avete dato, il vostro onesto costume, la vostra premura, meritano ch'io metta in voi maggior confidenza. Voi mi conoscete appena, e poco sapendo di me forse mi giudicate male. Gli è giusto dunque ch'io vi spieghi il mistero che a voi ancora mi copre, gli è giusto che mi conosciate meglio: forse allora, se nel cuor vostro avete riso di me, mi compatirete!

Il tono severo di quest'esordio scosse un poco Eugenio: e poi, i colloqui serii non erano il suo forte; nondimeno, fatta all'amico una solenne protesta d'osservanza, si pose a giocar distrattamente con le molle fra le ceneri del focolare.

E l'altro prese a raccontargli la storia dell'amor suo, meglio che non abbiamo potuto far noi in queste pagine modeste; cosa ben naturale, era l'amante che parlava, e il suo cuore s'effondeva nelle parole, con una verità semplice, poetica. Ma Eugenio intanto pensava che l'amico suo era un bel pazzo, e ch'egli, se fosse stato ne' suoi panni, certo non avrebbe perduto il tempo in quelle malinconie, e a far all'amore alla romantica con una tapinella; mentre invece avrebbe potuto a suo capriccio fare il mestier del Michelaccio, quel beato mestiero che non s'insegna, e che tutti sanno e sapranno sempre.

— Dopo quel tempo d'una felicità ch'io quasi non credeva possibile, così continuava Arnoldo il suo racconto; dopo quel tempo, vennero per me i giorni dell'amarezza e dello sconforto. Ma qui, bisogna che vi confidi un'altra cosa che ancora non sapete, il vero mio nome. Voi mi conoscete per Arnoldo Randale; questo non è il mio casato, ma quello della famiglia di mia madre; e per segrete ragioni io lo presi al mio ritorno in Italia. Mio padre è lord Guglielmo Leslie.

L'amico Eugenio levò gli occhi con gran maraviglia a quella sonora parola di lord; e, poste giù le molle con che giocava, stette con più cheta attenzione ad ascoltarlo.

— Mio padre, seguitava Arnoldo, è un uomo severo, superbo del suo nome e dell'antica sua nobiltà, quant'altri mai; i suoi principii sul fatto e su la condizione sociale son quelli d'un vero Inglese, onore, orgoglio e fermezza; il motto dell'arme gentilizia de' Leslie sembrava appunto dettato per lui: Sempre salire!... Ma, fin dagli anni infantili, il mio cuore s'apriva in vece all'incanto delle miti virtù di mia madre, dolcezza e compassione, amicizia e amore. Io sento di non esser nato per quelle che chiamansi le grandi virtù del nostro secolo, una politica che si veste del fastoso nome di filantropia, e una civiltà che pesa tutto su le bilance dell'industria. Passai i prim'anni dell'adolescenza nella casa d'uno zio di mia madre, venerabile vecchio, di cuor giovine e caldo, uom generoso, soccorrevole e costante; egli era irlandese e cattolico, e aveva perduto il figlio, la nuora e i nipoti, tranne uno solo che formava le delizie dell'abbandonata sua vecchiaia..... Questo giovine cugino fu il mio primo amico! Ah! pochi anni appresso, anch'egli era morto...

— In quel tempo appunto, ripigliava il giovine dopo una pausa, nel nostro paese gli spiriti bollivano in quella famosa guerra d'opinioni e di parte, che tenne grandemente agitati tutti i giusti e i buoni, la controversia della emancipazione de' cattolici. Mio zio metteva in cima de' più cari suoi voti la sospirata legge, e ne procacciò il trionfo, per quanto potè e seppe. Parmi ancora vederlo scuotere la sua testa canuta, e volgere al cielo gli occhi accesi d'un insolito ardore di gioventù, dicendomi dover la giustizia trionfare una volta o l'altra anche su questa terra, e nessun sacrifizio esser poco, per guarire la patria d'una piaga che per tre secoli aveva fatto la vergogna della superba nostra civiltà!... Ma appena mio padre conobbe i nobili sforzi del suo parente e il mio entusiasmo a pro di questa causa generosa, mi rivolle presso di sè, caldo sostenitore, com'egli fu sempre, degli antichi rancori. E mi mandò a viaggiar sul continente, perchè la mia mente si spogliasse di queste fantasie, ch'egli chiamava la scorza del fanciullo, e imparasse a conoscer gli uomini e le cose. Ma era tardi. Io aveva già sposata la parte degli oppressi; io amava il culto solenne e maestoso della Chiesa a cui mi guidava fanciullo il mio vecchio zio, e dove univo le mie alle candide orazioni del mio povero cugino; l'arida e corrotta dottrina, e la troppo mutabil fede nel seno della quale io nacqui, non avevano parlato mai al mio cuore.

— Nel mio viaggio attraversai, come un uomo nuovo, quest'Italia così degna d'amore e di venerazione; di città in città, vidi le sue basiliche, le sue cupole, le sue chiese, nelle quali mi pareva che l'arte veramente divina traducesse all'anima il mistero della suprema bellezza; vidi i capilavori di Michelangiolo, di Raffaele, di Tiziano, di Guido, di cent'altri; tutto mi rapì, mi commosse; e questo, il posso dire, fu il principio della mia conversione. Conobbi molti uomini d'alto ingegno, di semplice probità, uomini di fede e di sapienza; conversai con essi, ritrovai in loro le virtù, le parole dello zio Randale; e finalmente, venuto in questa stessa vostra città, Dio mi fece incontrare con quel saggio che doveva rinverginar la mia mente, vincere il dubbio del mio cuore, sollevare la mia speranza e la forza del mio intelletto a una lieta novella. Fin d'allora io voleva abbandonar l'eresìa; pure quell'uomo, ch'io venerava come il mio salvatore, aveva letto nel mio cuore, e veduto che la mia deliberazione era più d'entusiasmo che di convincimento; e non assentì. Ma, congedandomi con lagrime di consolazione, mi disse di lasciar fare al Signore, che avrebbe condotta a' fine l'opera sua.

Intanto Eugenio, al quale il racconto riusciva nuovo e strano (egli che non aveva mai pensato sul serio a' paternostri e a' credo della sua nonna), diceva tra sè e sè che quel giovine aveva più del dottore che del lord, onde l'avrebbe indovinata meglio se fosse venuto al mondo a' bei tempi del bordone e delle cocolle: del resto, che le belle Madonne dipinte sui quadri l'avessero convertito, non lo capiva; chè per lui, tutte quelle belle sante color di rose e gigli, e quelle Maddalene penitenti che aveva veduto, gli avevan fatto frullare tutt'altri pensieri in capo.

— Dopo qualche tempo, riprese Arnoldo, mio padre mi richiamò a casa; ma avend'io rifiutato un illustre matrimonio al quale egli stesso mi destinava, s'inasprì contro di me; mi respinse, e venne con le mie sorelle in Italia, ov'io lo seguitai poco di poi. Ma qui, l'amore di Maria e l'amicizia del fratel suo, come già v'ho narrato, mi ricondussero a' più santi pensieri, alla religione... Tornato in patria, volli alfine adempire il proposito fatto, e andai a visitare il mio buon zio, il quale più nulla aveva saputo della mia sorte; quell'uom venerando, giunto nell'ultima vecchiezza, era divenuto cieco. Lo trovai inchiodato dagli anni su d'una seggiola antica, ma con la mente lucida e col cuore tranquillo. Egli pianse di gioia al racconto delle arcane vie per le quali la provvidenza aveva condotto l'opera della mia salute; e levando in atto solenne la nuda sua testa, e con le mani tremanti cercando la mia, mi benedisse, ed esclamò che oramai moriva contento, perchè il Signore lasciava nella sua famiglia l'eredità della fede. Alcun tempo appresso, egli si fece trasportare, quantunque cieco, nella chiesa in cui io feci la pubblica abbiura dell'eresía!... La memoria di quel dì non uscirà mai dal mio cuore!... Ma da quel dì stesso, non rividi mio padre, e forse nol vedrò più. Nessuno, ben che il fatto della mia conversione menasse qualche rumore della città, nessuno ebbe l'animo di farne motto con lui; talchè seppi poi ch'egli ne aveva letto la notizia sui fogli pubblici... Mi fu riferito che nell'impeto del suo sdegno egli m'abbia maledetto... Oh Dio! No, no, io non lo crederò mai; e tu, o Signore, non consenti che un padre maledica al figliuol suo!... Il vero è ch'io fuggii, come un colpevole, abbandonai famiglia, amici e patria; non avrei potuto vivere come uno straniero vicino alla mia casa, a' miei; e mutai nome e cielo. Poi, qui speravo di trovar quel riposo che sempre fugge dinanzi a me, e qui mi chiamavano ancora una promessa, un amore... Ah! sì, che almeno io ritrovi quella virtuosa fanciulla! Essa non mi respingerà più; ora, io non sono il giovine ricco e potente, sono il figliuol diseredato, il povero esigliato che domanda conforto, che ha bisogno di trovar alcuno che l'ami ancora.

— Ah! esclamò Eugenio, vi dico in coscienza che di certe cose io non ne so straccio! Ma se, per dio, non v'avessi intes'io a raccontare voi stesso la vostra storia, la crederei proprio, come se mi dicessero che il Gran Turco s'è fatto eremita. Un giovine come voi, un signore, un uomo d'ingegno, far questa fine... Scusate, sapete; ma, a me, questi miracoli non m'entrano in testa; sebbene, a dirvela com'è, tutto ciò m'abbia imbrogliato un po' le idee; m'avete tirato giù certe ragioni, certi scrupoli, a cui non ho mai pensato in vita mia.

Arnoldo taceva, e teneva fissi sopra il compagno gli occhi con un'aria tra mesta e grave.

— E vorrei veder adesso, soggiungeva Eugenio, che quella fortunata fanciulla volesse far la schizzinosa. È impossibile! e scommetto che il suo nascondersi è furberia bell'e buona per tirarvi meglio in trappola.

— Non è vero! Voi non la conoscete, rispose sdegnoso Arnoldo.

— Sarà, lo dite voi, sarà! Ma pur non vorrei che... E, con un tal maligno sorriso, Eugenio scoteva il capo.

— Ah! voi ridete, voi ridete, come gli altri che mi tengono per uno stolto!... Ma voi non sapete quel che si passa qui dentro, quel che si può perdere e sperare!

A queste parole dette con fuoco, l'altro tacque, si strinse nelle spalle, e conchiuse mentalmente: Non c'è da dire! bisogna persuadersi ch'egli pizzichi del matto.

Ma poco di poi, quando Arnoldo gli confidò che al domani partiva per andare in cerca di Maria, al paesello del lago o nel dintorno, e conchiuse pregandolo in nome dell'amicizia di tentar tutto, durante la sua assenza, per averne egli pure contezza, Eugenio aveva promesso di far l'impossibile: e si lasciarono, buoni amici come prima.