X. UN'ALTRA PROVA.

Una casa di gretta apparenza, con le muraglie dipinte del colore del tempo e scalcinate, con un ballatoio alla lunga a ciascuno de' suoi due piani e un'ampia gronda tarlata che si versa all'infuori, come la tesa d'un cappellaccio su la fronte d'un pitocco, guarda su d'una rimota piazzetta, in una parte lontana della città, presso a uno de' nostri abbandonati terraggi. Da un fianco, il murello d'un'ortaglia che fa gomito nell'attiguo chiassuolo, dall'altro una casipola lunga, bassa, bucata d'usci e finestre come un crivello, angusto ricovero di povera gente; e vicino, una vecchia siepe su d'un ciglione di terra, che risponde a una strada fangosa, bistorta, orlata d'un fossato. V'ha ancora pochi angoli della nostra bella e ringiovenita Milano, i quali presentino un aspetto così malandato e tristo, da parer veramente la casa delle streghe; e chi si volesse pigliar lo spasso di cercare quel gruppo d'abituri ch'io descrivo, non aspetti al domani; perchè forse, dov'è la casa del signor Cipriano, troverà un bel palazzetto dalla fronte allegra e linda e dalle gelosie verdi, e in vece del rozzo casamento da vicini col marcio fossato al piede, si vedrà sorgere dirimpetto una fabbrica bianca, recente, di cinque piani, da far invidia a chiunque abbia due spanne di terra al sole.

Il signor Cipriano era un antico fabbricatore di cioccolatte, il quale, avendo avanzate di buone migliaia di scudi, e non volendo morir sul mestiero, chiusa bottega, si ritirò a goder negli ultimi anni il frutto de' suoi sudori in santa libertà. Egli aveva dunque comperato quella casa a mezzo prezzo; ma poich'era assai taccagno e aveva spesa sempre la sua lira per venti soldi almeno, si ridusse a menar grama vita in quella topaia cadente, dove una volta aveva sognato di far il signorone. E parevagli di toccare il cielo col dito, allorchè sdraiato su d'una panchetta accanto al fuoco, col fido suo fiaschetto di vin d'Ossona al fianco, ruminava, tra l'una e l'altra mezzina, il conto degl'interessi de' suoi capitali, all'uno o al due per cento il mese. Quand'egli attraversava la piazzetta per entrar nella sua porta, andava tronfio, a lento passo, con le mani intrecciate sotto la schiena; e, levando il grosso ventre e il naso bernoccoluto, sbirciava su per le finestre e pe' terrazzini le più tonde e frescoccie comari del contorno: tutti lo conoscevano, e gli facevan di cappello, quasi al bassà del quartiere; perchè tutti supponevano che tenesse un bel morto sepolto in cantina.

Dal primo all'ultimo de' sessant'anni, a cui toccava allora, egli era stato schivo sempre d'ogni molestia e d'ogni cura; e se non volle mai tor moglie, fu per non avere il pensiero de' figliuoli e l'impaccio della donna, ch'egli soleva chiamare la più spallata mercanzia del mondo. Ma, poco tempo prima, s'era condotte in casa la signora Barbara, sua sorella, vedova d'un fallito, e la Savina figlia di lei, che sole di tutti i parenti gli eran rimaste, e che s'accontentarono di governare la casa e pagar la pigione; perchè l'idea di fare un dì o l'altro una grossa eredità era l'áncora della loro speranza. In casa però, il signor Cipriano aveva sempre tenuta la mestola a suo modo; e ben se lo sapeva quello zotico baccellone di Michele, ch'era l'unico famiglio, quando il padrone, dotato d'una memoria spilorcia da far fremere, gli faceva dar conto ogni dì, della croce dell'ultimo quattrino.


Nella casa di questo novello Arpagone noi troviamo adesso la nostra fanciulla, in qualità di cameriera della signora Barbara; la quale, incapricciata che la sua Savina diventasse una damigella e facesse un bel partito co' fiocchi, non voleva più vederla attendere alle meschine cure della famiglia.

Maria vi stava già da un mese. Abbandonata ch'ebbe la bottega della crestaia, si gettò nelle braccia dell'unica conoscente che le restava, la signora Giuditta; e pianse, raccontando il pericolo che correva, e la scongiurò che le procacciasse un altro ricovero, una casa onesta, dove potesse viver più sicura, e nascosta a tutti. Appunto alcuni dì prima, la signora Barbara s'era raccomandata alla Giuditta (da un pezzo si conoscevano) chè facesse di trovarle una brava e savia giovine, la quale, contenta di poco, s'allogasse presso di lei. Dunque, la cosa fu ben presto combinata; e Maria, altro non sospirando che un'esistenza casalinga e solitaria, ringraziò il cielo che le avesse conceduto quel ricovero.

Ell'era così docile e buona, che subito la signora Barbara prese a volerle bene; e il suo costume, le sue parole avevano un incanto così gentile e dolce, ch'essa pure la giovinetta Savina le pose molto amore, e volle subito che tra loro si dessero del tu. Maria le apparecchiava ogni mattina il più fresco e mondo vestito che pareva sempre del dì delle feste, un candido grembiule coll'orlo a traforo, e un bel collare a pieghette, e la cuffietta la più leggiadra, ch'era una grazia a vederla. E la madre si ringalluzziva tutta, nè capiva in sè della gioja, trovando sì bellina e compita d'ogni cosa la figliuola, che tutt'altra sembrava da quella di prima.

Tutta la casa poi, in quel breve tempo, risentiva già della presenza d'una sollecita regolatrice, a cui il buon ordine e la mondezza sono necessità e abitudine; i vecchi mobili polverosi, muffati, del signor Cipriano, le tende delle finestre e le cortine de' letti luride e cadenti, avevan ripigliato un'aria di giovinezza e di pretensione. Fino quel semplice di Michele, il famiglio, voleva farsi in quattro per ripulire e rassettar le camere, il salotto e la cucina; e lavorava a tutta schiena a rigovernar le pentole, le casseruole, le stoviglie, obbediente come un cagnolino a tutto quel che Maria gli dicesse; perchè glielo diceva con un far così benevolo, ch'egli, usato a ricever buone lavate di capo dal padrone per cose da nulla, sarebbe per essa ito nel fuoco. L'avaro era il solo che più di frequente brontolasse di quelle novità; nè ci voleva meno di tutto l'accorgimento e di tutta la pazienza della sorella a persuaderlo che un uomo della sua qualità, con venti mila lire buone di rendita, doveva tenersi in credito, e aver una casa da cristiano; ma la ragione che lo faceva star più cheto, era che non gli toccasse di far vedere la luce a un soldo di più.

Dopo che stava in quella casa, Maria non ne usciva mai, fuorchè la domenica di buon'ora, per andare alla messa nella chiesa più vicina. L'inverno si rabbruscava sempre più; il cielo era quasi sempre rannuvolato e piovoso, e le prime nevi avevan già messo nell'aria quella muta malinconia, che par s'acconci tanto bene a una vita rassegnata e oscura.

Sbrigate le faccende di casa, tutta la gioia di Maria era di potersi ritirare nel silenzio della sua camera. Allora rialzata una cortina del balcone che metteva su la ringhiera, sedeva assidua al suo lavoro, là presso, sotto la poca luce; e le pianticelle d'un vaso di garofani, ch'essa teneva su d'un vicino armadietto, lasciavan talvolta cadere sul suo grembo alcune secche fogliette. Quel piccolo vaso, senza un fiore, quell'arida pianticella, quegli steli d'un pallido verde, ricadenti su l'orlo del vaso, bastavano a risvegliar nell'anima sua il dolore del tempo passato, il mesto desiderio d'un avvenire più felice. Si ricordava che nella casa di suo padre, sovra la soglia della sua finestra verso il lago, ella soleva una volta educare una famigliuola de' fiori che più amava; e via via, di pensiero in pensiero, il suo cuore la rapiva... Essa non era più là, era con sua madre e con la vecchia Marta, era con suo fratello... e con un altro!


E dimenticava tutto, per ricordarsi solamente d'una appassionata canzoncina, che un giorno era tanto piaciuta all'amico suo:

ROSA.

Chi è che vien sì lenta e sospirosa?

Povera Rosa! Rosa innamorata!

Era un raggio del ciel la sua sembianza;

Ora è senza color, senza parola:

Prima al canto d'amor, prima alla danza,

Ed ora agli occhi di ciascun s'invola;

E se ne va piangente, e tutta sola

Lungo la riva di fiori smaltata.

Su la bell'alba move, in vesta bianca,

E par l'ultima stella del mattino;

Tacita riede, quando il giorno manca,

E pare il primo raggio vespertino;

All'alba e al vespro, sempre a quel cammino

Sen viene la fanciulla sconsolata.

Perchè si volge sempre al ciel lontano?

Qui non è cosa più che la conforta!

Madre infelice! E tu la cerchi invano;

D'un angelo la vita in terra è corta!

Madre, non hai più figlia!... Ell'è già morta,

E già rivola a Dio l'alma beata.

Chi a pianger vien sul sasso ov'ella posa?

Povera Rosa! Rosa innamorata!

Ma nella dolcezza del suo rapimento veniva a turbarla l'acuta voce della piccola Savina, la quale era inquieta, caparbia, un vero demonietto; e non la poteva star sola un'ora co' suoi pensieri di quindici anni, senz'annoiarsi. Allora essa correva dalla Maria, e saltellandole intorno, come un furetto, ora voleva che le acconciasse un riccio, ora che le stringesse la cintura, or una cosa, or un'altra. E poi, se le frullava il capriccio, Maria doveva porsi a giocar con lei; e pigliato un mazzo di carte, bisognava che la si facesse a indovinare, se la padroncina avrebbe avuto un amante, se giovine, ricco, bello e che so io. Maria paziente ne appagava i bizzarri ghiribizzi, le presagiva le più liete cose del mondo, tutto com'essa voleva; e la Savinetta allora le balzava al collo, le dava baci, le diceva ch'era tutta bella, e che appena divenuta una gran signora, essa l'avrebbe tenuta sempre con lei, e di più, che s'ella fosse stata un bel giovinotto co' baffi l'avrebbe sposata su' due piedi. Maria non si piaceva delle scioccherìe di quel farfarello; ma pur era bisogno che qualche volta mostrasse di sorridere, perchè non la facesse peggio.

Così ella provava quanta pena costi a un animo debole e piagato la lotta dell'interno dolore con le amare inezie della vita. E non aver nessuno a cui svelare i segreti della sua pena, nessuno che le dicesse una parola, che le desse un consiglio; e in vece dover sempre parer lieta, e sorridere quando altrui piaceva, tutto ciò logorava il cuor suo; come un succo velenoso che fa morire lo stelo d'un fiore, quando appena il primo germoglio comincia ad aprirsi al sole.

Pure, a poco a poco, l'aria dolce e l'ingenuità della fanciulla parevano aver fatto breccia perfino nello scabro cuore dell'avaro. Maria non se n'era accorta, ma il vecchio Arpagone non brontolava più come prima, non andava gironzando per la casa, le mani nelle tasche del giubbone, come soleva, e sguardando in cagnesco; fin al povero Michele non faceva più il viso arcigno, quando se lo faceva venir innanzi per saldare i conti, o comandar il desinare. Ond'era, che que' di casa e i vicini, i quali l'avevano sempre conosciuto per un sornione dannato, volevano sbattezzarsi per la maraviglia, non potendo capacitarsi di vedere il signor Cipriano rientrar in casa fuor dell'ore usate e con un'ariona allegra, della quale i suoi debitori del vicinato non avevan, da anni e anni, neppur sognato l'ombra.

Ma il più strano fu, quando venuta la domenica, egli fu veduto attraversar la piazzetta, vestito d'un pastrano nuovo color marrone e con un cappello rimberciato, che pareva volesse sfidar l'aria; a mano a mano ch'egli passava, l'ortolana, la pizzicagnola, la tabaccaia e l'altre comari del quartiere gli tenevan dietro con gli occhi, e poi si guardavan tra loro stupite, come per dire: — O la è vicina la fine del mondo, o il signor Cipriano vuol morire.


Nessuno l'avrebbe pensato, pure egli era vero, che da qualche tempo la graziosa figura di Maria trottava per il cervello del vecchio barbogio. Alla sera quand'egli seduto nel salotto, presso il camino, in cui ardevano due legni in croce, si traeva di tasca, e rileggeva la bisunta vacchetta del suo dare e avere (cosa ch'egli faceva tutti i santi giorni dell'anno, come un buon prete recita il suo breviario), gli occhi suoi piccoli e rossigni stoglievansi spesso dalle cifre arabiche ond'era tempestato quel libretto, per riposarsi sul leggiadro gruppo di Maria e della Savinetta che stavano poco lungi, accanto della tavola, l'una a cucire, l'altra a ridere ed a ciaramellare. Il dilicato aspetto di Maria, la sua testa vezzosa e coperta d'un bel pannolino bianco orlato d'azzurro che le si allacciava sotto al mento, i capegli scompartiti e lucidi, gli occhi grandi e modesti, quella faccia bella che cominciava a ripigliare il suo tenero incarnato, e quelle piccole e bianche mani inquiete sul lavoro, e lo schietto abbandono della snella persona, tutto aveva in lei una tale magia, che al signor Cipriano, a cui per le frequenti sorsate del suo pretto vin d'Ossona luceva un poco la vista e ballava la camera intorno, l'aerea figura della Maria era come l'apparizione d'un bellissimo sogno. Allora egli perdeva il filo de' suoi conti, il dare e l'avere gli andavano insieme sotto gli occhi, e scambiava numeri e parole; ogni zero gli pareva la bella testolina di Maria.

Così in quelle sere, mentre il vôtar de' bicchieri gli scaldava le vene e i polsi, la presenza della vezzosa creatura gli metteva nella fantasia il grillo dei vent'anni; e dimenticava i suoi capegli grigi e il naso bitorzoluto e il suo piatto viso color di vinacce. E che non avrebb'egli dimenticato, se lasciò perfino passar due giorni interi, senz'esigere dal Michele il rendiconto dello scudo rimastogli nelle mani per far le spese?

Allora, facendosi coraggio s'alzava, e, data una scosserella alle membra ingranchite, s'accostava pian piano, coll'andar del gatto, alla tavola dove sedevano le due giovinette, poco stante dalla signora Barbara. E appoggiati i gomiti alla spalliera della seggiola di Maria, contorceva il viso con una smorfia, che avrebbe dovuto essere un sorriso; e dondolando la testa or su l'una spalla, or su l'altra, domandava: — Che fate di bello. Maria?

— Sto ricamando un fazzoletto da collo per la signora Savina.

— Oh come sei brava! adoperi l'ago, ch'è una delizia vederti.

— Come mi starà bene quel collare, non è egli vero, zio? Voglio metterlo il dì del Natale! diceva la Savinetta; e intanto, non potendo star cheta, andava tagliuzzando con le cesoine le frange del grosso tappeto che copriva la tavola.

— Oh! ti starà bene anche di troppo, per quella maledetta smania di tua madre di spenderti intorno tutto il fatto tuo.

— Lasciate pensare a chi tocca, voi! rispondeva la madre, chè non sapete mai cosa vi diciate.

— Bene, bene, tal sia di voi! Ma tu, Maria, che sei così bellina, e sai far tante care cosette, perchè vai sempre con quel vestito povero, nè mai t'adorni di qualche ricamo delle tue belle manine?... E con quel suo strano vezzo dondolava sempre il capo, battendo con le dita il tamburo sull'appoggiatoio della scranna.

— Oh! per me non ci penso neppure, io sono povera! rispondeva Maria con un sospiro, senza levar gli occhi dal trapunto.

— Via, via, ripigliava il vecchio, non ti crucciare. Tu sei carina, buonina... e se non fosse... Oh sì, tu adesso sei della famiglia, e vorrei quasi... capisci? Io sono di cuor tenero, mi piace che tutti mi voglian bene... capisci? Però, non son ricco... è un babbuino chi lo crede; lo devo ben saper io, io che sono capo di casa: una famiglia costa gli occhi del capo, altro che baje!... Ma pure, vada!... per le feste del Natale, ti voglio regalare, sì regalare... uno scialle rosso, a fiori, magnifico, che ti ruberà gli occhi! E tu lo porterai per amor mio, non è vero?

— Ah no! signore, non faccia niente, io ne la prego! lo interrompeva Maria, arrossendo tutta.

— Tant'è! l'ho detto, e lo farò. E levandosi ritto, teneva fissi su lei gli occhi di bragia, la divorava con gli sguardi.

— Ecco qui, voi! gli dava allora sulla voce la sorella. Che idee vi girano in capo? Non avete mai in vita vostra regalato alla mia Savina, ch'è pur l'unica vostra nipote, nemmen la capocchia d'uno spillo, e adesso vi salta il capriccio di donar uno scialle alla serva?... Cosa credete che costi? non ve la cavate con manco d'un paio di luigi! avete capito?... Eh andate a letto, chè la testa vi gira, e non mettete così sossopra le figliuole! Maria è una brava fanciulla, e fa bene a dir no. Pensateci bene... due luigi! voi che gridate tanto di me, che per una settimana tempestate, s'io spendo mezzo scudo!... Andate, andate in letto, ch'è l'ora.

Per buona ventura quelle parole, due luigi! eran magiche sul vecchio spilorcio; il quale, pigliato un moccolo, obbediva, brontolando frasi scucite, e incamminavasi verso la sua camera, tentennando la grossa persona su le gambe mal ferme. Ma quand'era sull'uscio, rivolgevasi; e levando il lume alla dirittura de' suoi occhi lustri e accesi, salutava con la palma tesa la fanciulla, e lo diceva con una vocina stonata: — Buona notte, Marietta! buona notte, mia bella stella d'oro! ah! ah! eh! eh!... E, data una girivolta, imboccava nell'uscio e se n'andava.


Fino a quel dì, sull'anima candida di Maria non era caduta pur l'ombra d'un pensiero di tema: ella viveva sicura, e senza alcun sospetto che il suo padrone tenesse gli occhi sopra di lei. Era innocente, nè il suo cuore poteva concepire quanto d'abbietto e d'infame vi fosse nelle semplici e rotte frasi che il vecchio le indirizzava in quella sera. Abbandonata nella disgrazia, benchè avesse patito molto, essa ignorava ancora che sciagure più atroci e prove più dolorose sovrastano alla povera innocenza; ignorava che l'uomo sembra quasi compiacersi di gettar la contaminazione dov'è la miseria, come se questa possa esser la scusa della colpa.

Ma in quella sera, le si svegliò nell'anima un turbamento, un timor muto, del quale non sapeva spiegar la cagione. Quando si ritirò, sentiva un'inquietudine ne' pensieri, un raccapriccio in tutte le fibre, come il senso arcano d'una nuova sciagura; e ad ogni momento tremava di trovarsi tutta sola. Le risonavano ancora all'orecchio le parole che il vecchio le aveva dette, e ch'essa non intendeva; ancora le pareva di vedere il suo volto contraffatto dal ghignar di quella sua strana giovialità, i suoi guardi di fuoco, e gli atti schifi, e il maligno saluto. Quelle parole, quell'aspetto le somigliavano un terribile scherno, e le mettevano in cuore un gelo, un ribrezzo che non aveva provato mai.

Volgeva intorno gli occhi sbigottiti, e il viso sparso di freddo sudore; trattenendo il respiro, tendeva l'orecchio al più leggero strepito che si movesse nell'altre stanze. E, nel terrore dell'abbandono, domandava al cielo la grazia d'essere liberata da quell'affanno, che le pareva effetto d'una visione spaventosa.

A poco a poco tornata in pace, s'avvicinò al suo letto, e slacciando il fazzoletto che le copriva la testa, si sgruppò la bella treccia bruna, che le si diffuse tutta sulle spalle e sul seno...

In quel momento, le percosse d'improvviso l'orecchio un quieto strisciar di pianelle, come il passo d'alcuno che s'accostasse al suo uscio. Sollevò al cielo il volto supplichevole; e poi, serrando le braccia strettamente al seno, si raccolse come in sè stessa, e stette senza movimento e quasi senza vita. Così una giovinetta indiana, la quale, fuggita dalla sferza del sole, riposavasi all'ombra del fedele sicomòro, si risveglia con subitano balzo da' suoi sogni dorati, e rimane muta, fredda, tremante, sotto la malía degli accesi occhi del serpente, che vede trascinarsi col lubrico ventre su per la zolla di muschio, ov'essa poco dianzi dormiva.

Poi, quel cauto stropiccìo di passi le parve allontanarsi, e poco di poi cessar del tutto. Essa palpitava ancora, ma lo sgomento che l'aveva compresa divenne meno; diede un gran sospiro, e le si allargò il cuore. Pure, quando fece per ispogliarsi del suo modesto vestito, un segreto istinto di pudore, che le nacque nell'animo in quel momento come il gemito dell'innocenza, le persuase di coricarsi vestita com'era, senza quasi ch'ella osasse domandarne a sè medesima il perchè.

Si gettò dunque sul letto, ma per tutta la lunga notte non potè chiuder gli occhi al sonno, nè trovar un istante di quiete. A ogni poco, il più lontano suono la riscoteva; e balzando a sedere su la coltre, ascoltava, tremava. E que' risalti e quelle paure erano per nulla: una volta era lo stillare d'alcuni ghiacciuoli che staccatisi dalla grondaia battevano su la balconata; poi, era un gatto che saltando dall'abbaìno attraversava su pel lungo ballatoio della casa; poi, qualche povero diavolo, un di coloro che non han luogo nè fuoco, il quale cacciato fuor della porta del vicino tavernaio, se n'andava in ronda gagnolando qualche rozza canzone, e faceva scricchiolare sotto i suoi passi la neve gelata, camminando a sghembo, come si dipinge la saetta.

Oh come la fanciulla benedisse il ritorno della mattina! Ma gli ultimi giorni del dicembre, sotto l'umida coperta delle nebbie, nascono sì tardi su le tetre vie della città, e stillano i brividi della tristezza nel cuore. Nondimeno ella spalancò il balcone, e tutta consolata bevendo quell'aria cruda ma aperta, credette di tornare alla vita. Quando fu per uscire della sua camera, un dubbio inquieto le arrestava ancora il passo, perchè sopra ogni cosa temeva d'incontrarsi sola col vecchio padrone. In casa nessuno erasi levato, fuori di quel poveraccio del Michele: e Maria lo pregò con tal modo le desse una mano a rassettar le camere, che il buon uomo non sel fece dire due volte, e in manco di mezz'ora rimuginò e ripose tutte le masserizie, che si sarebbe potuto specchiarvisi.

Poi, per tutto il dì, Maria non si tolse mai dal fianco della sua padrona, schivando sempre, con uno o con un altro pretesto, d'abbandonar la camera ove stava con essa e con la figliuola. Ma il signor Cipriano era uscito di buon'ora, nè tornò fino al desinare; durante il quale, rimase sopra pensiero, non disse mai parola, non guardò a nessuno, e tenne un broncio duro che gli s'acconciava a meraviglia. Maria non poteva crederlo, ma pur non desiderava di più: la sorella e la nipote di lui non ci vedevan dentro chiaro.

Il dì dopo fu lo stesso, così che la fanciulla cominciò a rassicurarsi, a pensare che il suo timore fosse il giuoco d'un sogno cattivo; ella si persuase perfino, che il sospetto che l'aveva presa, fosse un reo pensiero dell'anima sua, una colpa di più... Povera innocente!


Intanto il dì del Natale era passato, e nella casa del vecchio avaro tutto camminava col solito andare. La mattina breve, ma pur tediosa, era appena ingannata dalle poche faccende della famiglia, e da qualche rara visita d'una comare del vicinato o d'alcuna delle amiche della padrona. La sera poi, al consueto, le tre donne sedevano presso la tavola; e il signor Cipriano se ne stava nel salotto, rincantucciato al focolare, in compagnia del suo fiasco di vin vecchio, e studiava sul fido libricciolo degli interessi il conto della fin dell'anno, quel conto fatale ai poveri debitori; e al saldar di ciascheduna partita, vôtava d'un fiato il colmo bicchiero, e lanciava un'occhiata lunga e maligna alla giovinetta pensosa; una somma, un buon bicchiero, e un'occhiata di traverso, e via con questo giuoco. A mezza sera le donne si ritiravano, e il padrone rimaneva ancora per un buon pezzo a succiare del suo boccale; e allargando le gambe a cavalcioni del fuoco, rintascato il libro nero, lasciava le briglie a' suoi pensieri, si deliziava ne' più bei castelli in aria che abbian mai ballonzato nel cervello d'un vecchio.


Una sera fra le altre — egli era solo, e bisogna che qualche strano ghiribizzo gli stuzzicasse la fantasia, perchè grattavasi le orecchie, e di tanto in tanto, sfregandosi le mani o facendosi scricchiolare le dita, borbottava strane e rotte parole, lasciava sfuggire certe mute risa, da disgradarne il don Bartolo della commedia; al quale somigliava, imbacuccato com'era in una grossa berretta di cotone e nell'emerita vestaccia da camera che aveva tutti i colori dell'iride.

— Tant'è! bisogna venirne a capo, o non sono io!... È oramai tempo! non posso proprio star più nella pelle — così borbottava il maligno vecchiardo. — Ho un fuoco qui dentro che mi brucia!... Mi par quasi di non aver più testa, e tutto mi balla in giro. Ecco! di tante belle cose ch'io aveva pensate da dirle, non ne so più un'acca. E sì, che quando mi ci metto, so parlare in punta di forchetta!... Maledette le parole! Basta, sarà quel ch'ha da essere. Quando la vedo, mi sento rimescolar tutto... Ma ella? se bastasse il promettere, manco male, le prometterei Roma e Toma... E qui pensava.

— A ogni buon conto, se la tristarella ha il cattivo uso di serrarsi in camera la notte, questa controchiave farà il fatto mio... Una volta ch'io ci sia, il resto vien di per sè. Vorrei vederla, che quel musetto avesse ad arricciare il naso alla vista di questo bel rotolo di ruspi nuovi!... E si toglieva di tasca un cartoccio, e lo contemplava con occhi di ramarro.

— Veramente, penso che dodici son troppi, e mi piange il cuore... perchè, se la fosse come tant'altre con qualche cencio e un par d'orecchini... e saltar tant'alto!... Eh! una volta, che tempi! Gli è vero che allora io era più fresco, e che quell'altre non tenevano soltanto a' miei soldi... E si ringalluzziva, poi guardandosi nell'antico specchiaccio ch'era sopra il camino, scoteva il capo e rannuvolavasi in volto. — Ma questa piagnolona non so come pigliarla. Se non fosse che le voglio un bene matto!... Eh via! chè il mio grimaldello apre qualunque uscio... E riponeva il rotoletto.

— E poi? vada todos! la sarà l'ultima questa, non ci casco più da vero, mi costa troppo caro: tant'e tanto, di questi dodici bei zecchinetti, mi ricatterò su quel piccolo prestito d'ieri... Ma basta, basta, non voglio arrischiar troppo, chè potrei far qualche marrone, e perder la testa. Dunque, zitto, zitto! Parmi che a quest'ora tutti debbano dormire... E levavasi, e camminando su le punte de' piedi andava a uno, poi all'altr'uscio della stanza, appostandosi alla toppa a origliare. — Oh non è niente!... mi pareva... è un'immaginazione! E poi, sono in casa mia e, alla peggio, tengo il coltello per il manico, io! Dirò che risvegliato dal rumore, m'è parso che alcuno entrasse in casa, che da buon padrone non voglio scandali, e... gliela farò pagar salata, la caccerò di casa mia... Ah! ah! sono un uomo io? Or che ci penso, potrei anche smagrire il rotolo, tirarne fuori uno o due di questi ruspi; un di più, un di manco, è lo stesso per lei; già non la starà a contarli. — E pigliato il piccolo cartoccio, ne traeva fuori uno zecchino, e se lo riponeva nel taschino del panciotto. Poi passeggiava per la stanza lentamente, con passi studiati, accorti, poi tornava a origliare. E solo, a ora a ora, susurrava: — Ah! mia speranzina, mio tesoro! che m'hai stregato, che m'hai rubato il cuore, che m'hai fatto diventar giovine di vent'anni!...

E il vecchio rimbarbogito s'avviò verso l'uscio del salotto. Ma n'andava di male gambe, chè tra il molto vino bevuto e una cotal segreta paura, adombravasi, sostava a ogni passo, quasi che alcuno lo spiasse; e si guardava le calcagna, come il lupo che sente le peste del villano.


Nel mentre che il reo babbaccio così andava mulinando l'infame suo tentativo, Michele, il dabben servitore, insospettito del perchè il padrone, a quell'ora così tarda, non si fosse coricato, si cacciava all'oscuro per il corridoio che conduceva alla camera di Maria; poi, cautamente avvicinatosi all'uscio ch'era chiuso, batteva un tocco leggero, dicendo sotto voce: — Maria, aprite, son io, sono Michele; aprite per carità!

L'uscio s'aprì, e la fanciulla comparve ansiosa, atterrita, tenendo il lume in una mano, e con l'altra raccogliendosi sul seno il giubboncino, del quale già stava per dispogliarsi.

— O Maria, disse Michele con accento rapido e sommesso; bo una cosa a dirvi, e in tutt'oggi non ho potuto mai trovar il momento...

— Oh! che c'è mai? per amor del cielo, parlate! esclamò la giovine, divenuta pallida pallida per il terrore che si faceva più grande.

— Egli è perchè siete così buona, e non mi dà l'animo di vedervi rovinata: ahi se potessi dir tutto quel che so... Ma no, vi basti, che non ci state bene voi, in questa casa; che il padrone v'ha messo gli occhi addosso; e voi non sapete che uomo sia, massime quando si lascia prender dal vino... Ah, per carità, pensateci e tremate! Non siete sicura, vi dico, e il Signore abbia compassione di voi...

— O mio Dio, mio Dio! Che cosa ho a fare?

— Fuggire, fuggir di qui, più presto ch'è possibile. Ah se sapeste, Maria, che lagrime ha fatto versare quell'uomo!... Se vi dicessi la storia d'un'altra poveretta... Domandate la vostra licenza, andate via, credete a me, che vi voglio bene, come se foste mia figliuola. Voi non potete dormir in pace nel vostro letto!

Maria ascoltava, come istupidita, queste parole, e cogli occhi immobili, e con le labbra gelide e semiaperte, muta e senza senso guardava Michele, quasi aspettando da lui una parola, un pensiero. Poi, vinta dal dolore, rompendo a uno schianto — Oh! perchè mai, disse, non m'avete parlato prima? Ora, abbiate voi compassione di me, salvatemi voi, fate ch'io fugga subito di questa casa!

— Oh è impossibile! Come volete ch'io faccia? è impossibile adesso! dove vorreste andare? Pensateci; e domani, o posdomani, qualche pretesto non vi mancherà.

No, domani, no! Adesso, vi dico, adesso... io sono nelle vostre mani, salvatemi, salvatemi! E piena di raccapriccio e di spavento, guatava per il buio del corridore, come se già temesse l'avvicinarsi dell'odioso padrone.

— Non sapete, ripigliava Michele, quel ch'arrischio solo per avervi avvisata? il mio pane per tutto il resto della vita; io sarei cacciato di qui: e dove trovare allora chi voglia di me, vecchio e gramo come sono?...

— Anche voi m'abbandonate, buon Michele? E bene, Dio mi darà forza; e dovessi anche gettarmi giù dalla finestra, domani non sarò più in questa casa!

— O mio Dio! Siete voi che parlate così, Maria? No, no, farò tutto, farò quel che volete. Sentite dunque...

— Oh il cielo vi benedica! ma ch'io fugga sul momento... Domani, questa notte... qui io sarei già morta!

— Sentite bene! raccogliete qualche cosa del vostro; poi, senza strepito, zitta e lenta, andate a basso, ch'io starò giù ad aspettarvi appiè della scala... Per una fortuna del cielo, ho qui una vecchia chiave dello sportello: vi metterò fuori e, se v'accontentate d'un povero cantuccio per questa notte, bussate a quella porticina qui poco lontano, la seconda voltato il canto: vi stanno una mia sorella e Brigida la mia figliuola; dite che vi mando io; v'apriranno, e sarete la ben venuta: domani poi, all'alba, verrò anch'io; e intanto il Signore v'inspirerà che cosa fare.

— Ch'Egli vi dia del bene! Non sarà mai che il mio cuore dimentichi un benefizio sì grande!... E stringeva con affetto le mani dell'onesto famiglio; e su quelle cadeva una sua lagrima, una lagrima di riconoscenza.

Questo colloquio agitato, sommesso, fu cosa d'un momento. Un momento dipoi, Michele era scomparso; e a tentone attraversando la stanza vicina e l'antisala, con gran cautela disserrò l'uscio che rispondeva sul pianerottolo della scala; lasciatolo socchiuso, discese, e si pose con animo inquieto ad aspettare, presso la porta di strada.

Maria intanto, tutta ancora smarrita e tremante, era rientrata nella sua camera, e non potendo sopportar l'angoscia che le toglieva quasi il respiro, abbandonavasi per poco su d'una seggiola, sentendo bisogno più che mai di racquistare tutto il suo coraggio. Poi, riscossa da quel letargo, al destarsi di nuovo spavento, si racconciò in fretta nella sua semplice vesta, e già s'era mossa per uscire, quando le sovvenne di pigliar seco il rosario benedetto che la madre le aveva confidato al suo letto di morte. Tornò indietro, lo cercò fra le cose sue, che aveva lasciate; e trovatolo, con un santo pensiero infantile, e non sapendo quasi quel che si facesse, se lo pose al collo.

In quella, apparve su l'entrata della camera la stupida, esosa figura del signor Cipriano. Egli aveva trovato schiuso l'uscio, e non volle di meglio; chè, vinto il primo passo, si teneva sicuro del fatto suo. S'avanzava pian piano, con un andar rotto, incerto; e sul volto acceso dal fuoco del vino, gli si leggeva il sinistro ghigno d'una compiacenza che aveva qualcosa di bestiale. Egli volle parlare, balbettò; ma, al primo vederlo, la fanciulla mise un disperato grido, un grido soffocato dal terrore, e corse a nascondersi nel più lontano angolo della stanza. Il vecchio continuava ad avvicinarsi tentennando, e sogghignava, e teneva sempre sovr'essa gli occhi intenti e bramosi.

Quando fu vicino alla debole sbigottita creatura, la quale, rannicchiata sul pavimento, tentava di farsi scudo delle braccia tremanti, nè osava di respirare, come se un respiro solo avesse potuto perderla, il vile vecchio distese la destra per sollevarla dal terreno, e chinossi lentamente sopra di lei.

Allora, inspirata dal suo verginale coraggio la giovinetta levò la testa, e con uno sguardo sublime, ardente di disprezzo e di vergogna, fissò gli occhi sicuri e innocenti su la delirante faccia del vecchio. Il quale, colto da involontaria tema, ristette scompigliato, e diede addietro due passi. Essa continuava a guardarlo, senza dire parola: quell'aspetto laido e ributtante, le suscitò nel cuore un fremito così doloroso che per salvarsi dall'orrore che l'agghiacciava, come se le fosse sorta dinanzi l'apparizione d'un demone, strinse con ambe le mani la sacra medaglietta del rosario che le pendeva sul seno, e la baciò. Quel bacio fu più che una preghiera, più che un voto.

Il vecchiardo, il quale, non aspettando quella scena, temeva quasi di vedersi fuggir di mano la sua preda, fece i due passi che lo dividevano da lei, e chiamandola a nome e ringhiando, allungò di nuovo le braccia per afferrarla; ma la fanciulla con un rapido balzo distaccossi da lui, e fuggendo corse verso l'uscio. Allora il reo vecchio, fatto più audace dall'impensata resistenza, le attraversò la via, brancicando qua e là, e dando pugni all'aria per trattenerla nella sua fuga; e sentendo la poveretta con dolorose grida invocar misericordia e soccorso, egli ruppe in maledizioni, e inseguendola d'ogni parte, giunse ad afferrarla per le mani; ma a quell'impuro tocco, poco mancò che Maria non cadesse svenuta.

Egli mischiava intanto preghiere e bestemmie con rauca voce, e ripeteva parole insensate, atroci; e serrando i denti per l'ira, e quasi schizzando fuoco dagli occhi grifagni, minacciava, minacciava d'ammazzarla se non tacesse.


In quel momento terribile, la fanciulla, raccolta la poca lena che ancor le restava, e sostenuta nel cuore da una virtù sovrumana, fremendo d'orrore in ogni sua fibra, fece sembiante di cedere alla brutale forza che la strascinava... Poi, con una improvvisa stratta, si sciolse del feroce abbracciamento del vecchio, e sorta di lancio, con quell'impeto che lo spavento aveva fatto più grande, lo respinse, lontano, gridando: — Lasciatemi, infame! il Signore vi punisca!... lasciatemi!

Il vecchio demente, mezzo ebbro e arrancato com'era, rinculò barcollando, vacillò, e cadde rovescioni sur una tavola; e traendo seco a ridosso la tavola, il lume e ogni altra cosa, stramazzò con gran tonfo sul terreno, nè potè più rialzarsi: ammaccato e malconcio, andava lamentandosi con un rantolo affogato, interrotto; finchè giacque immobile e riverso nel lurido sfinimento dell'ebbrezza.

Maria era fuggita.