XI. IL RITORNO.

Era un giorno freddo e oscuro, nel cuor di gennaio. Stendevasi per tutto il cielo un immenso, uniforme padiglione di nuvole cenericcie e cupe, non interrotte da nessuno screzio di sereno, nè pure distinte dalla lieve striscia di quel chiarore pallido, che sembra almeno rammentare esservi ancora sotto al malinconico manto dell'inverno il nostro sole. L'atmosfera, che la notte innanzi s'era irrigidita per lo spirare d'un acuto, gelido rovaio, pareva più greve nella sua morta quiete, come allorchè promette vicina la neve.

La strada era solitaria, le rive, le campagne si confondevano mute, nude, in tutta la squallidezza del l'inverno: le rotaie del cammino erano insudiciate d'un limaccio pesto, sdrucciolevole, e rotte a ogni tratto da fossatelli e da pozze. La natura intirizzita e moribonda, le piante aride e grame che lasciavano cadere qualche ramicello spezzato dal gelo, l'ultime foglie già morte; non un fiore, nè un fil d'erba che spuntasse di sotto la neve già vecchia e gelata, nè un passero che saltellasse fra i vizzi rami. In mezzo a quella scena, la quale t'avrebbe messo il freddo nell'ossa e nel cuore, erano solo indizio di vita i tocchi replicati e sordi del mezzodì, che venivano dal campanile d'un lontano paese. E la neve, già promessa dal rovaio della notte innanzi, cominciava a cadere fitta, quieta, a larghe falde; sì che ben presto tutta la campagna fu ricoperta d'una nuova veste biancastra, che lasciava appena indovinare giù per le avvallate costiere la pesta del cammino.


Già da molte ore continuava a nevicare a gran fiocchi; eppure su quella strada deserta un povero cavalluccio, con la groppa coperta d'un ruvido coltrone addoppiato, andava trascinando a fatica una di quelle carrette a due ruote, con le spallette armate di quattro legni ad arco, e sopravi tesa una grossa tela di canapa, che formava il tetto dello strabalzante traino. Sul davanti, era seduto, con le gambe penzoloni all'infuori d'una delle stanghe, un buon villano, il padrone della carriuola: egli aveva una berretta rossa e nera, tirata su gli orecchi, cadente da una banda e suvvi un vecchio cappellaccio sfondato; e invece di mantello, anch'esso, come la sua bestia, portava su le spalle un grosso boldrone di lana. Di tanto in tanto dava un buono scrollo alle briglie di corda che teneva fra le mani, e col mozzicone della frusta punzecchiava le anche del paziente ronzino, o co' più strani versacci l'aizzava a un impossibile trotto; perchè la povera bestia, con le zampe ingranchite dal gelo, sprofondava fin sopra al garretto nella neve già alta, e a stento vi rompeva una callaia, inciampando sovente, e levando il muso, sbuffante come un Rabicano.

— Uh! uh!... maledetta bestia! gridava il villano il quale, come gli eroi d'Omero, aveva costume di parlare col suo cavallo: uh! uh!.... e' pare che sia la prima volta che tu batti questa strada, e sì che, per dannata sorte, io potrei contarne gli alberi e i sassi... hop! hop! non c'è verso; è come se parlassi alla cavalla orba del mulino... Poveraccia! un po' di ragione l'hai anche tu; chè con una neve di questa fatta, non ci si può vedere più in là del naso... Ah! la è una vita ladra la vita della povera gente! Oh se almeno, arrivato che fossi a casa, mi aspettasse un po' di roba da cristiano sul tagliere, un bel fuoco allegro, e un buon letto!... Ma non c'è santi per noi!... La casa è aperta alla furia di questo tempo indemoniato, i miei due marmocchi a piangere sulla porta, e la mia donna a gridarmi dietro che non ho guadagnato una boccicata; e rotte le impannate delle finestre, e sul focolare morto una pentola screpolata!... E poi domani, andare in giù con quattro ceste d'erbaggi, e qualche fardello, se pur capita, e tornare in su il dì appresso con le ceste vôte, e le tasche magre... E poi da capo sempre la stessa vita, finchè sia venuta l'ora di tirar le calze... Oh! se qualche volta non si guardasse in su, di sopra ai tetti, sarebbe meglio vendere l'anima al diavolo che forse è più galantuomo di tante birbe di questo mondo!... Ah che giornata! che neve!... Eh! uh! trotta, che la mangiatoia t'aspetta con una buona bracciata di fieno; trotta, trotta, se non vuoi star digiuna come me, bestia dell'inferno!

Così andava brontolando il villano; mentre spingeva gli sguardi di sotto all'ale del cappellaccio, per vedere attraverso la folta neve se spuntasse l'acuta cima del campanile del suo paese.

In quel punto, un lungo sospiro, il gemer d'una voce soffocata, che uscivan del fondo della carretta, gli ruppero il filo dei pensieri; e allora rivolto indietro il capo si ricordò della giovine, alla quale partendo da Milano egli aveva avuta la carità di ceder quell'angolo; una poveretta che aveva incontrato, appena fuor delle porte della città, sola, tapina e malata. E per tutto il durar del viaggio, che certo avevano fatto un diecisette miglia, ell'era rimasta là, in quel fondo, come in un nascondiglio, accosciata, raccolta ne' suoi miseri panni, e coperta d'una vecchia mantellina nera, che nascondeva quasi del tutto il suo viso pallido e le sue bianche mani tremanti di freddo; nè lungo la via aveva detto mai una parola, ma era stata così cheta, che il buon cavallaro aveva già dimenticato la sua compagna di viaggio.

Pure quel nuovo gemito aveva un non so che di doloroso, che ruppe il cuor del buon uomo; il quale si pose a contemplar la giovinetta con quella compassione rozza ma schietta, che sì forte sentono i cuori di coloro, i quali, senza saperlo, fan vita domestica con la sventura. E vide l'infelice, benchè si tenesse tutta chiusa nella sua mantellina, agitata da frequenti brividi, tremante per tutta la persona con le labbra livide e semiaperte, e il viso scolorito e rigato di lagrime. Ella piangeva, soffriva, eppure soffocava il suo dolore.

— Ehi! cos'avete, quella giovine? vi vien male? dite su! mi fate una compassione...

— No, rispose con una voce debolissima che appena giunse all'orecchio del cavallaro; no, ho dei travagli...

— Eppure, voi dovete aver freddo, tremate come una foglia! Mi rincresce, sapete, che faccia un tempo così brusco, più per voi, che per la mia povera bestia e per me! Siete così bianca e sparuta, che non vorrei che questo vento gelato vi portasse via.... Maledetta neve! non n'è mai venuta tanta, come in quest'inverno; è proprio una Russia!... Ah! trotta, bestia poltrona!... Oh, guarda ch'io non ci aveva dato mente! prendete, la mia figliuola, prendete questo mio tabarro; è una grossa coperta di lana, ma tant'e tanto vi terrà un po' di caldo; e io, bestia! che non ci ho pensato prima!...

— Oh! no, brav'uomo, rispondeva la giovinetta; io sto bene, e poi siam vicini al vostro paese: non è vero?

— Eh! questa dannata strada non la finisce mai, come quella del paradiso; il campanile lungo, lungo del nostro Cantù è sempre là, nè mai ci s'arriva. Pigliate, via! pigliate la coperta; avreste ben potuto cercarmela voi, chè per me gli è tutt'uno, ci sono avvezzo a fare questa vita, e ho l'ossa dure... Mo, brava, siete buona, così! chiudetevi ben dentro che vi sentirete meglio, e tiratevi i piedi sotto... Oh! guardate, se una giornata come questa la doveva toccar proprio a noi, con questo vento che taglia la faccia, e questa neve che seguita allegramente. Brr! brr!...

— Vi ringrazio della vostra carità, disse la fanciulla, che ravviluppatasi nel boldrone del villano sentiva di tornare in vita, ed era tocca nel profondo del cuore dalle parole del galantuomo.

— Oh! riprese l'altro, fate conto davvero di tirar innanzi fino a Como, con questo tempaccio del diavolo?

— Sì: prima che ci arriviamo, il tempo può calmarsi: e poi se mai si facesse più cattivo, mi fermerò lungo la strada in qualche cascina; ma bisogna ch'io arrivi a Como prima di notte.

— Ma, perchè mai andate così sola? e come vi siete arrischiata?...

— Non ve l'ho detto? vo a casa mia, dove non ho più nessuno: e se non foste stato voi sì buono, che mi prendeste su in vostra compagnia, io già aveva risoluto, mi sarei messa in istrada tant'e tanto.

— Pover'anima, vi compatisco! perchè lo so anch'io che cos'è patire, e anch'io la mia parte di disgrazia l'ho avuta, vedete... Oh! gli è pur troppo vero che le disgrazie son come le ciliegie, lo sapete il proverbio... In pochi anni, me ne son capitate delle belle, che quasi non le potrei contare; e in verità santa, penso che a noi, povera gente, tocca proprio di vivere, se il vivere è portar fastidii... Con tutto questo, se sapeste, nella mia miseria c'è dei momenti che non invidio, di cuore, a tutti quei gran signoroni che ho conosciuti; perch'io, povero e ignorante tal qual mi vedete, so cos'è il mondo; e son certo che se avessi a metter su uno di que' loro vestiti foderati di seta e coi bottoni dorati, ci creperei dentro prima di sera... No, no! una minestra col lardo, un bicchier di vino, e un sonno duro tutte le notti — e viva i poveri diavoli! Vedete, sono già otto o dieci anni ch'io fo questa vita di trottare innanzi e indietro, due o tre volte la settimana, dal mio paese fino a Milano; e pure, ogni volta che lascio quel gran Milano là in fondo, e mi trovo all'aperto, io respiro largo, e mi sento battere il cuore più giusto... Ah!

A queste sincere parole, che il cavallaro diceva per confortar la fanciulla, essa non potè rispondere che con un sospiro, in cui era l'amarezza di tante ricordanze! Poi tacquero entrambi, finchè il ronzino, il quale, a malgrado de' sodi colpi che il padrone gli menava sulle schiene, mogio e stracco, tirava di lungo per il disagiato cammino, li ebbe strascinati fino all'entrata di Cantù.

Intanto il mal tempo cominciava a calmarsi, e la neve e il vento a poco a poco cessavano. A un crocicchio di strade, la carretta s'arrestò; e la giovine, per quanto il buon villano ne la pregasse, non consentì a nessun patto a fermarsi in casa sua, e discese.

Per dir tutto, il cavallaro non si disperò per questo, che già in cuor suo pensava al rabbuffo che poi avrebbe tocco dalla sua donna. — Via, dunque, disse, se dovete veramente andar innanzi, non voglio tenervi. Di qui a Como, c'è una buona camminata, un'ora e mezzo grossa... e la strada, la sapete?

— Oh sì! e poi, spero di trovare alcuno di qui, da far la via insieme.

— Può darsi; la strada è battuta, ma con tutto questo, non vi fidate troppo.

— E bene, sarà come Dio vuole! Egli, che m'ha aiutato sempre, non vorrà abbandonarmi adesso! E quanto a voi, io non potrò che ricordarmi sempre del servizio che mi avete fatto.

— Eh! m'è costato poco, la mia figliuola; che quasi m'ero dimenticato che c'eravate voi nel fondo della mia carretta. Oh! promettetemi almanco, che se aveste a passar ancor di qui, se tornaste un'altra volta a Milano, farete capitale di me; al caso, cercate conto di Battista il cavallaro; e tutti v'insegneranno.

— Ah no! colà io non ritornerò mai più; e così non vi fossi andata mai!... Addio dunque, buon Battista; ricordatevi qualche volta anche voi della povera orfanella.

Il buon villano pareva commosso, e: — Che almeno io sappia il vostro nome, riprese, perchè voglio che stasera la mia piccola Tecla dica un'avemaria per voi...

— Sì, la preghiera dell'innocenza mi farà del bene! ditele dunque che raccomandi la povera Angiola Maria.

Al momento di congedarsi, la giovinetta s'avvicinò al cavallaro, e traendo dalla taschetta del grembiale una moneta d'argento, fece prova di mettergliela nelle mani; ma egli, levata la destra in atto di malcontento, si fe' brusco in viso, e con un salto fu di nuovo al suo posto su la carretta; menò una buona sferzata al suo ronzino, il quale, come sentisse l'odore della stalla vicina, tirò innanzi di galoppo: un momento appresso, l'uomo e la carretta erano scomparsi; e la fanciulla si trovò sola, in mezzo alla strada deserta e nevosa.

Ma quella sicurezza ignara quasi del pericolo, quel semplice coraggio che la provvidenza ha messo nell'anime innocenti, in quel duro momento rinacque in essa. Ell'era sola, ma pensava che intanto sua madre in cielo pregava per lei; il cuor suo batteva tranquillo, nella fiducia che la risoluzione da lei presa le fosse stata inspirata di lassù; onde, senza nessun terrore, s'apparecchiava a incontrare la traversìa del cammino, il rigore della stagione e l'incertezza dell'avvenire.

Solo un pensiero di malinconia le chiamò in quell'ora una lagrima sugli occhi; era un involontario ritorno dell'anima al passato, il ricordarsi con che diverso augurio, con che lusinghiere speranze essa aveva attraversato, poco più d'un anno prima, quelle stesse strade, que' luoghi stessi, che voti erano stati i suoi, che incantesimo pareva la sua vita. E adesso, in poco tempo, qual funesto mutamento, qual lezione dolorosa!... Non più speranza nè amore, non più madre nè fratello, nè altra consolazione o promessa; dietro a sè lasciava il disinganno dell'innocenza, e l'orrore della malizia degli uomini; e nell'avvenire, non aveva più nulla, nulla, se non la fede nel Signore; la fede, che serbava sempre per essa lo stesso sorriso, ed era come quell'angolo di cielo azzurro, che ha una stella di pace nel mezzo, quando la notte è buia e l'aria carica di nubi nere.


Maria si mise per una viottola di traverso, che la guidò sul sagrato d'una antica chiesa, fuori dell'abitato, che quei del paese chiamano la Madonna de' miracoli. Per avventura la porta n'era aperta; ella entrò, e inginocchiata appiè dell'altare, innalzò a Dio dal fondo del cuore una preghiera pudica, ardente, segreta; una preghiera tutta d'amore, che nessuno le aveva insegnata, e ch'era così pura, così preziosa! La chiesa era vasta, deserta, oscura; un lumicino, sprizzando le ultime scintille, moriva a fianco dell'altare. In quella solitudine, in quel silenzio le risovvenne la sera, quando, sola del pari al cospetto di Dio e tutta tremante d'una gioia segreta, aveva ascoltate le calde parole del giovine straniero e ricevuta la promessa dell'amor suo.

Allora compresa da religioso spavento, quasi che le pesasse su l'anima, grave come la memoria d'un delitto, quell'importuno pensiero, posò la fronte ardente sul freddo marmo della balaustra dell'altare e con ferma voce proferì queste parole:

— O Signore, io aveva dimenticata la vita oscura e tranquilla, nella quale voi mi poneste; e la vostra mano s'è aggravata sopra di me. Io adoro il vostro giudizio; ma se il piangere che ho fatto, se le prove che voi mi mandaste, han potuto espiare in qualche modo la mia colpa, oh! salvatemi voi da questa memoria che mi perseguita, datemi il mio cuore di prima!... Io perdono a tutti quelli che m'hanno fatto soffrire, e voi perdonate a me! E perdonatemi ancora, se vi prego, o Signore, per lui! È soltanto perchè anche a lui apriate gli occhi della mente, onde vi conosca e v'adori nella grazia della fede. Io benedico il vostro santo nome; e voi guardate al breve cammino dell'orfanella su questa terra!...

Fatta questa preghiera, si levò con una tacita divozione; e togliendosi dal collo il rosario di sua madre, che ancora teneva nascosto in seno da quella notte fatale in cui era fuggita dalla casa del suo esoso padrone, appese quel dono povero ma prezioso accanto dell'altare, come un'offerta della cosa più cara ch'ella s'avesse; l'appese fra i molti voti d'altre infelici e afflitte creature, ond'era coronata quella santa immagine della Madre di Dio. E così, compito ch'ella ebbe l'ultimo sacrifizio del suo amore sulla terra, uscì della chiesa con l'anima piena d'una contentezza soave, di pensieri intemerati e tutti nuovi; e il cuor suo si sentì riposato in quella certezza che consola i più lunghi travagli, nella certezza che dal Signore le era perdonata la sua colpa.

Attraversato il borgo, allora taciturno e quasi deserto, si mise per la vecchia strada di Como, lungo quella bella costiera orlata dall'ultime cascine del paese; e con leggiero e spedito passo, benchè il terreno fosse molle e manchevole per la neve recente, camminava pronta e sicura; poichè, portando essa povere vesti e grossi zoccoli all'uso delle contadine, pensava che nessuno l'avrebbe osservata; e quasi le pareva fosse tornato quel tempo che, fanciulletta ancora, correva in libertà su per gli erti dossi della sua terra, a cercar pe' sentieruoli e sotto le più tarde nevi i cespi delle viole de' suoi monti.

Ma l'aria che prima s'era mitigata, si fece a poco a poco più cruda e tagliente. La fanciulla rivolgeva attorno per la campagna gli occhi attoniti e stanchi; e quell'uguale, infinita veste biancastra, che tutto ricopriva il piano e l'altura, le metteva ancora nell'anima certa mestizia, mentre la gelida brezza le feriva il viso dilicato, e le correva con un brivido per le membra infievolite. Ella tentò allora di seguitar con più rapido passo la via, chè sperava il camminare potesse ridarle animo e calore di vita; ma, essendo rimasta digiuna per tutto quel giorno, sentiva già languir le poche sue forze, perchè non era più avvezza a quell'aspra vita. E ben presto il suo non fu più camminare, ma uno strascinarsi lentamente su per la salita, che comincia a due miglia circa dal paese a cui aveva dato le spalle; e i passi le mancavano, e più d'una volta fu costretta di fermarsi e appoggiarsi al tronco d'un albero, a un masso della riva, per non cadere oppressa e sfinita. E nessuno v'era che potesse intendere il suo gemito, quel gemito che il durare del patimento avrebbe strappato alle anime ben più forti che la sua non fosse; ella avrebbe potuto venir manco e finire colà, senza che nessuno il sapesse: per tutta la strada non aveva incontrato anima viva.


Alla fine, di lontano, in mezzo alle nebbie che andavano sempre più raddensandosi, gli occhi abbagliati della fanciulla distinsero un mucchio di case, la piccola colonna di fumo nericcio, che fuggiva del comignolo d'un casolare poco discosto; poi le giunse all'orecchio l'abbaiare d'un cane; e le parve quasi il saluto d'un amico.

Allora, ripigliato un po' di lena, strascinò a stento i passi fino alla casupola che prima aveva scorta; e giunta all'entrata d'una morta siepe di pruni, che faceva cinta alla piccola aia dinanzi alla casa, vide quel cane che malinconiosamente uggiolava. Pure al suo avvicinarsi, il buon animale levò il muso e si tacque, come se l'aspetto d'una creatura sofferente l'avesse raumiliato. Ristette un momento la fanciulla, in forse d'entrare o d'andarne altrove a cercar qualche ristoro; ma il cane allora attraversò la corte saltellando verso la casa, e a ogni poco guardando indietro quasi che volesse invitare un ospite aspettato; e giunto all'uscio d'una stanza a terreno, con lo spingere del muso ne aperse le imposte, e la fanciulla gli tenne dietro.

Era la cucina umida, tetra del povero contadino: le pareti e le travi della soffitta nere di fumo e di fuliggine, una tavolaccia nel mezzo, dall'un canto una rastrelliera appiccata al muro, con sopravi in bell'ordine una mezza dozzina di tondi di peltro lucenti e poche mezzine di terra; gli altri canti della stanza tutti ingombri degli arnesi della campagna ammucchiati, disfatti e ancora polverosi, l'aratro, le marre, l'erpici, i coreggiati, le vanghe; in faccia poi l'ampio focolare, dove ardeva stridendo e sfavillando un bel fuoco di legne secche; e su la sporgente capanna del camino posavano il vecchio e lungo archibugio, per traverso su due grossi arpioni, il mortaio e la falce. Presso a quell'allegra fiamma, sedeva sur un rozzo ceppo un contadino attempato, ma vegeto e d'aspetto gioviale; e rimpetto a lui se ne stava, con la rocca assestata sotto l'ascella manca, la sua donna, la quale torcendo il fuso con preste dita filava alla distesa un grosso pennecchio di lino.

Maria s'accostò con peritanza; ma il contadino con quella schiettezza bonaria e serena, ch'è proprio tutta lombarda, fece la più onesta accoglienza alla giovinetta pellegrina; la quale, vinta quella prima tema, arrischiò di domandare per carità qualche po' di ristoro.

Quei contadini erano buona gente, marito e moglie, i quali menavano vita abbastanza contenta nella loro povertà; perchè il poco che avevano, era anche di soverchio per essi, dopo una recente disgrazia ond'erano stati colpiti, cioè quella d'aver veduto morir prima di loro l'unica figliuola avuta, una poverina di quindici anni. E appunto la memoria della perduta figliuola rinacque nello stesso momento in cuor dell'uno e dell'altra, appena Maria apparve loro innanzi. Il suo bianco volto, i suoi occhi grandi e intenti, il suo andare faticato, tutto fece quasi credere a quelle due buone creature che fosse l'anima della loro Margherita, la quale tornasse una volta a visitarle: era questa l'illusione d'un dolore ancor vivo; il ricordarsi ch'essa pure, la Margherita, soleva così in compagnia del vecchio cane tornarsene spesso dal vicino chioso, ov'era stata a far pascolare la sua fedele vaccherella.

La ricoverarono dunque, come fosse stata veramente la loro figliuola, e la fecero sedere nel canto del focolare; poi, intanto che il bravo compare le poneva innanzi una scodella di latte fresco e un bel pezzo di pan raffermo, dicendo ch'era tutto quanto restava loro per quel dì, la sua donna traeva di dosso alla fanciulla l'umido saione che le copriva la testa e le spalle; e, accarezzandole i neri capegli, li rasciugava dalle gelate goccie di che erano stillanti ancora. Quella premura affettuosa e quelle carezze furono un balsamo per il cuor di Maria.

Un'ora di poi, essa abbandonava la casupola ospitale, seguita dalla sincera compassione, dagli augurii di quelle due buone creature; e persuasa che il Signore, il quale l'aveva prima fatta incontrare coll'onesto cavallaro, e poi condotta alla casa del contadino dabbene, l'avrebbe accompagnata nel resto della via. E ben s'era anche il buon campagnuolo profferto di venirle dietro, per un tratto di cammino; ma essa, che già non sapeva come dimostrargli la sua riconoscenza, non volle a qualunque modo assentire, e si rimise sola per il suo sentiero. Pure, appena uscita, vide che il vecchio cane del casolare l'aveva preceduta; e giunta poi dove la strada faceva volta al basso, lo scorse ancora sopra un'altra ripa, ov'erasi fermato, e donde la seguì per gran tempo cogli occhi, finchè si fu dilungata.

La via s'avvallava, facendosi di tratto in tratto più lubrica e difficile; e fuor dalle gole dell'alture vicine soffiava cruda e sottile la tramontana; eppure, alla fanciulla, quell'aria spirava benedetta e salutare; perchè veniva dalla sua terra natale, e pareva dirle che dietro alle folte nebbie di che essa vedevasi circondata, erano le creste delle sue montagne, e le care acque nelle quali specchiavasi il suo paesello.

Al piede di quella scesa, attraversava un rustico ponte gittato a cavallo d'un torrente, che coll'onda grossa e limacciosa rodeva i margini della riva: un uomo era seduto a capo della sponda del ponte, sur un masso di tufo, che forse l'urto delle piene estive aveva rovesciato. Era un vecchio mendicante; portava la bisaccia vuota al collo e un giubbone di lana rattoppato, alla foggia dei montanari; e stringendo con le due mani un nodoso bastone, se lo teneva piantato, dinanzi e appoggiava al vertice di quello la testa contornata di radi e canuti capegli e d'una barba grigia e irta.

La fanciulla s'arrestò in faccia del vecchio, e con un sentimento di celeste compassione tolse fuori una moneta d'argento, l'unica a lei rimasta e che appena sarebbe bastata a procacciarle qualche soccorso lungo la via; e la lasciò cadere nella palma callosa e tremante che in quel momento il povero le tese. Egli fissò gli occhi con meraviglia su la moneta, poi li levò con una espressione indicibile sul volto della fanciulla, confuso e in atto di dubbio e d'inchiesta.

— Ditemi, buon vecchio, gli domandò allora Maria, è questa a mancina la buona strada per Como?

— Sì, tenete per di là, dopo un duecento passi vi troverete sulla strada maestra, poco lontana della Camerlata... Ma dite, quella buona giovine, non avete voi paura d'andar così sola a quest'ora, in una stagione di questa fatta?

— No! mi son messa alla volontà del cielo; e pregatelo anche voi per me...

— Oh pensate! anzi, se non fossi vecchio e stracco come sono, vorrei farvi compagnia; sono incamminato anch'io verso Como; ma fiacco e malato qual mi vedete, e dopo aver fatte venti lunghe miglia sotto la neve, appena potrò prima di notte tirar innanzi fino a quella cascina ch'è laggiù.

— Vi ringrazio della buona intenzione, ma io devo andare ancor molto lontano, e si fa tardi. Addio!


Ripigliò il cammino, e ben tosto trovossi all'imboccar della strada maestra. A mano a mano ch'essa progrediva, il nebbione si levava più denso e cupo, stillando i suoi umidi e crassi vapori nell'aere gelato. Già non era più di due miglia lontano della città: e qualche viandante povero come essa, e alcune carrette e calessi tenevano quella via. Sicchè essa allora si sentiva a battere il cuore più sicuro di prima, quando camminava sola per la strada di traverso.

Passò davanti al portone d'una vecchia taverna, che spiccava con le muraglie sgretolate e tutte nere di fumo sotto le tettoie biancastre per la neve caduta: il carro d'un mulattiere era sotto il portone, e dalle grate di legno delle finestre usciva a lampi il chiarore d'una gran fiamma rossiccia. S'udiva, ora distinto, ora confuso, uno strepito di molte voci, un alto e sonoro scrosciar di risa: la fanciulla tremava di freddo e continuava per la via, seguendo intanto con l'anima la storia de' suoi mesti pensieri.

Non molto dipoi, il suo orecchio fu percosso da un rumor di ruote e di cavalli; e quel carro, che aveva veduto sotto la porta dell'osteria, le passò vicino: lo conducevano due giovani e robusti mulattieri; uno de' quali seduto di traverso su la schiena d'un vigoroso mulo, cantava a piena gola, sur una rauca e strana solfa; e l'altro camminava a fianco del carico, traendo spesse boccate di fumo da una corta pipa di gesso che teneva inchiodata in un angolo delle labbra, e facendo agli orecchi delle bestie chioccare a grandi scoppii la sua grossa scuriada.

Quando i due ebbero adocchiato la fanciulla cominciarono un l'altro a parlarsi in un rozzo gergo, alternando fra loro certe risa sguaiate e certi atti misteriosi, che la giovinetta ne raccapriciò tutta, e più stretto si chiuse sul viso e sul seno il rozzo panno che la copriva, rallentando i passi per rimanere indietro. Ma un d'essi, mettendo fuori un aspro gorgheggio che somigliava all'urlo d'un mastino, attraversò d'un salto il fossatello che lo divideva dal sentiero dov'era Maria, e le si piantò dinanzi, ficcandole nella faccia gli occhi arditi e travolti. La fanciulla gelò, e arretrandosi con un involontario ribrezzo chinò la testa e si coperse il volto con le mani; l'altro allora, al quale era cosa nuova quella paurosa modestia, le si fece incontro più audace; e con un motto vergognoso, che ripetè con la buona intenzione di calmar gli scrupoli della giovinetta, le profferse di far la strada in compagnia.

Ella non rispose; ma d'improvviso volgendo le spalle allo sfacciato, cercò di salvarsi dalle sue mani col fuggire: il terrore le dava l'ale, ma il giovane la seguiva, la incalzava; e l'altro mulattiero, veduta la scena, balzava dalla groppa della sua cavalcatura, e correva anch'esso in aiuto del compagno.

Maria ansante, affannosa, fuggendo, guatava per ogni parte se alcuno giungesse, e nessuno si vedeva. Già i due le stavano sopra, e con avide braccia, come una colomba che due falchi si contendano, già l'abbrancavano; quand'ecco un uomo sbucar fuori da una viuzza della campagna: era il vecchio mendicante, che Maria aveva incontrato al ponticello del torrente. Costui la vide, corse, gettossi fra la fuggitiva e i due inseguenti; e strinse al suo seno la sbigottita fanciulla, con un braccio che l'ira fece ancor forte, nel tempo stesso che levò l'altro armato del nodoso bastone, minacciando di romper l'ossa al primo che si fosse avvicinato: tutto fu un istante.

I due compagni, sorpresi dall'imbarazzo si guardarono in faccia un l'altro; ma il vecchio, con ferma voce, gridò: — Non fate un passo, o scellerati, e tornate per la vostra strada! Io non ho paura di voi; e voi accopperete me, vecchio come sono, prima di toccare a questa fanciulla la punta d'un dito!

— Cos'ha mai questo demonio di vecchio? disse uno allora; e l'altro: — Malann'aggia il dannato che guasta il fatto nostro! E come c'entri tu, vecchia tramoggia dismessa? Vanne al diavolo che t'aspetta, o t'avrai a pentire!... E tutt'e due allora fecero per iscagliarsi sul mendicante, e strappargli di mano il bastone, ch'egli teneva ancora sollevato in atto di minaccia su le loro teste. La giovinetta aveva gettato le braccia al collo del suo difensore, e vi si teneva stretta, avvinghiata.

— Lasciatela stare, per dio! il vecchio riprese con accento disperato, lasciatela stare: ella è mia figlia!...

Queste parole fecero uno strano effetto sulle anime rozze ma schiette de' due garzonacci: e l'accorta menzogna, che la stretta del pericolo suggerì al pover'uomo, fu quella che salvò la fanciulla dallo scellerato insulto.

— Ella è mia figlia! replicò l'animoso vecchio, e la sua nuda fronte si corrugava, ardevano gli occhi, e tutte le sue membra per lo sdegno tremavano. I due giovani si trassero indietro, colti da un cotale istinto di vergogna che non sapevano spiegare a sè stessi; e sui loro volti foschi e fortemente scolpiti lo svergognato ardimento aveva ceduto il luogo a un insolito senso di compassione, che li faceva stupidi e muti.

Alla fine: — Andiamo, Anselmo! disse uno, questo non è pane per i nostri denti; e voi, galantuomo, perchè non l'avete detto alla prima, ch'ell'era vostra figlia?... Non avete a far con dei birboni; e vi sareste risparmiato a voi l'incomodo d'alzare il bastone, e a noi il rischio di rompervi le corna.

Ciò detto voltaron le spalle; e, pigliatosi a braccio un l'altro, se n'andarono zufolando di concerto, per correr dietro a' loro muli che avevano perduto di vista.

— Sia ringraziato il Signore! disse il mendicante, dopo che si furono allontanati, che m'abbia mandato l'inspirazione di continuar la strada: io son vecchio, gli è vero, ma mi ricordo d'altri anni e d'altri tempi... e, per dio! vi giuro, che a costo di questi quattro dì che mi restano di vita, quegl'infami non avrebbero ardito non solo di torcervi un capello, ma nemmeno di dirvi una parola di più... Or via! andiamo, io mi sento bene; la mia forza antica mi è tornata in corpo, e voglio venir con voi fino laggiù alla città.

La fanciulla lo guardava con una soave tenerezza, dalla quale traspariva tutta la gratitudine d'un'anima pura, che non sa trovar parole per esprimere quello che prova.

— Creatura del cielo! continuava il mendicante, voi avete stesa la mano al povero vecchio, voi avete spartito con lui forse l'ultimo vostro pane! Poco fa, quando là sul ponticello, vi siete fermata dinanzi a me e con atto di compassione m'avete guardato, io ho veduto spuntare una lagrima sugli occhi vostri; era tanto tempo che non incontravo una faccia pietosa!... Adesso, io sono infelice; ma anch'io sono stato un uomo e ho vissuto giorni ben diversi... oh! ma allora, in vece di questo giubbone, io portava la divisa gloriosa del soldato, io aveva veduto più di trenta battaglie, io odorava con gioia il fumo del cannone; e queste mani, che adesso vedete tremare, hanno piantato una delle bandiere di Napoleone, là sui tetti delle case di Smolensko, in mezzo ai ghiacci della Russia!... ma, ora tutto è finito da tanto tempo; e nessuno sa più nè manco ch'io mi sia... Voi sola m'avete consolato con un'occhiata d'amore; siate dunque benedetta!

Maria s'era appoggiata al braccio del vecchio; e alternando parole di conforto al racconto delle loro vicende così diverse, ma dolorose del paro, continuarono a camminare in compagnia, fino a che giunsero presso alla città. Qui si fermarono e si separarono: Maria, con un senso di riverenza e d'affetto strinse la mano della sua guida, quella mano arsa e callosa che poco prima s'era levata in sua difesa, e a malincuore si congedò dal vecchio mendicante, che più non doveva rivedere.

Battevano le quattr'ore di sera sulla torre d'una chiesa del sobborgo di Sant'Agostino, quando la giovinetta, sola un'altra volta e sostenuta dal suo cuore, l'unico fedele che rimanga agli infelici, prendeva la via della montagna, sperando pure di potere almeno arrivare presso al suo paese, prima che la notte fosse venuta. Pensava che le sarebbe stato impossibile il trovare in quell'ora una barca che ve la tragitasse, tanto più che non l'era nemmeno avanzato di che pagarne il nolo; e poi, il timore d'esser conosciuta, e la ripugnanza che sentiva a mettersi di nuovo in mezzo alla gente per le vie oscure ed anguste della città, le accrescevano la sicurezza di poter giungere egualmente da parte di terra al termine del suo viaggio: era quella la strada del suo terreno nativo, e l'aveva trascorsa più già d'una volta fin da fanciulla, in compagnia del padre suo.

L'alpestre cammino era disagiato e rotto, ma i passi della fanciulla eran rapidi e sicuri; un segreto coraggio la sosteneva, dicendole che dopo un'ora di via ella sarebbe finalmente giunta al luogo della sua pace, a quel ricovero così sospirato e pianto, dove oramai aveva poste le sue poche speranze, tutta la sua vita. La poveretta si pasceva, camminando, di queste pure idee consolatrici: e mentre continuava la sua via su per la difficile erta, pareva che la ricordanza de' suoi mali recenti andasse dietro a lei fuggendo, svanendo a poco a poco, come l'angustia di un pericolo già passato. Domandava a sè medesima, se la vecchia Marta fosse ancor viva, se l'aspettasse ancora, se l'avrebbe stretta nelle sue braccia, se le avrebbe perdonato e tenuto luogo di madre. In mezzo a queste immagini, la cui amarezza era temperata dalla fiducia, Maria non s'accorgeva dell'asprezza della strada, e le sue gracili membra portavano con alacrità l'insolita fatica.

Di poche e rade tracce umane eran tocche le nevi di quelle dirupate rive; il fianco della montagna, tagliato a mezzo della via che conduce da uno all'altro di que' sette miserabili e oscuri villaggi, i quali si chiamano con superbo nome le sette città di Blevio, presentava in tutta la sua nudità lo squallore dell'inverno, che aveva fatto quasi impraticabile i sentieri e le coste. Macigni rovinati di recente, e ricoperti tutti dallo stesso manto di neve; alberi conquassati dagli eterni rovai, e minaccianti di rovesciar su la strada, co' rami più annosi squarciati, che crepitavano al più leggiero soffiare del vento; e gore d'acqua putrida, ghiacciata, dov'era rotta o fessa la terra; e giù giù, per il dosso della montagna, boscaglie nude, stecchite e rigagnoli di nevi squagliate: vecchi torrenti che trascinavansi dietro ceppaie sbarbicate e lembi di terreno lacerati dall'impeto del gorgo, poi con fracasso si dividevano, si moltiplicavano saltando per le rapide balze e rovinando per entro le scoscenditure e le frane con uno scrosciare dirotto, il solo strepito che sturbasse la sepolta natura; e al basso, in fondo, spiccando col suo cupo colore, sotto il cielo torbido e bruno e sotto ai monti tutti bianchi, la verde e muta acqua del lago.


Intanto era sopraggiunta la notte; e, dopo molti pericoli e molto terrore, Maria aveva attraversato l'ultimo di que' sette villaggi. Passando, non aveva veduto che il riflesso di qualche tardo lume, dietro il pertugio ingraticolato d'una casipola; non aveva incontrato che due o tre montanari, i quali, senza badare a lei, s'erano perduti per le tenebrose callaie del paese. Cominciava a spirar di nuovo la tramontana e a fioccar più larga e più folta la neve, sbattuta dal vento, che fischiava rompendosi contro ai dirupi e sollevava ne' suoi vortici quella già caduta.

Più d'una volta la fanciulla, la quale infiacchita, affranta dal crudele viaggio, oramai reggevasi a stento, sentì mancarsi sotto i piedi il terreno, e alzò uno strido di spavento, uno strido che quella stessa orrida solitudine lasciava senza risposta; più d'una volta con disperato sforzo si mise a correre a tutta lena su la perigliosa via, a fianco de' precipizii, sul margine degli sdrucciolevoli massi, come per salvarsi dal turbine che pareva inseguirla; e poi affannosa, anelante e credendo veramente di morire, s'avvinghiava con le deboli braccia al tronco d'un albero, alle punte d'uno scoglio. E il vento quasi si facesse giuoco della misera creatura, come d'una gracile canna, or la incalzava e or la respingeva infuriando; nella foga del correre contro l'impeto dell'uragano, essa aveva perduto la mantellina che la copriva: e, a ogni buffa del vento, le sue trecce sciolte le sferzavano sul candido collo e sul viso livido e agghiacciato. Poi tornava a camminare, e sollevando di sopra il capo le mani strettamente intrecciate, sembrava tra l'orror dello spavento e il gemere della preghiera domandasse al cielo la morte come una grazia; stanca la vista le si appannava, le si confondevano nella mente gli stessi pensieri di terrore, e già più non sapeva dove ella fosse.


Alla fine, il sentiero cominciava a calar al basso; e in mezzo al fosco della notte e allo smorto biancheggiar delle nevi, parve a Maria di vedere un filare d'alberi, un muro, una casa...

A tentone seguitava la guida di quel muro, e trovavasi in faccia d'un cancello chiuso fra due cadenti pilastri. Appoggiò la fronte alle fredde aste del cancello... e riconobbe ch'era il campo santo del suo paese; e credè perfino discernere il mucchio di terra dov'era sepolto suo padre e la croce coperta di neve che lo proteggeva.

Allora si mise devotamente inginocchioni su l'entrata del sacro terreno; e da quella scena di morte richiamata d'improvviso ai pensieri della vita, pregò, pregò a lungo... Ma il disagio patito, la dolorosa via, l'angoscia e il rimorso, tutto le piombò in quel punto su l'anima, la quale forse più non era attaccata che per un filo all'esistenza. Ella abbrividiva, si sentiva sfinire, ardeva, gelava nel momento stesso... Non ebbe più forza di tenersi al cancello che aveva abbracciato, e lasciandosi cader giù lentamente su l'agghiacciato terreno, giacque come morta.


Un'ora di poi lo scalpitar d'un cavallo turbava il silenzio mortale di quella desolata riva. La notte era già alta, l'uragano cessato; e solo testimonio di vita era il fremito indistinto del lago, che si rompeva alla sponda col monotono spumeggiar del fiotto.

Il giovin cavaliero, ravvolto nel suo corto mantello, pareva disprezzare tutto il rigore della stagione, e consolarsi quasi nel respirar l'aria asprissima della montagna. Egli aveva abbandonato le redini sul collo del suo cavallo, che con passo lento e stanco discendeva per la china.

Allorchè giunse presso al campo santo, il suo sguardo cadde a caso sopra qualche cosa d'opaco che spiccava sul bianco terreno. Raccolte le briglie, volse il cavallo da quella banda, e curvandosi sulla sella vide al debole chiaror della neve onde appariva coperta ogni cosa all'intorno, una misera creatura la quale pareva svenuta o estinta; e pensò ch'era forse colà venuta dal paese a pregare per i suoi morti, e che la crudezza del freddo o l'imperversar dell'uragano l'avevano ridotta a quegli estremi.

Il cuore gli tremava forte; fermò il cavallo, scese di sella; e poi chinatosi sul terreno presso quella salma assiderata, riconobbe ch'era una povera giovinetta; e sorreggendola sulle sue braccia la sollevò alquanto e la sostenne, inginocchiato com'era, sì che la testa grave e cadente dell'estinta si rovesciò su la sua spalla. Allora egli avvicinò il suo volto alla bocca della infelice, per conoscere se un alito leggero di vita scaldasse ancora le sue membra immobili, fissò gli occhi sovr'essa; ma al primo guardare, nulla vide, nulla distinse, quasi che l'anima sua non avesse più senso... Tornò a fissar quella fronte, que' labbri, que' cigli, ogni fattezza... e un brivido gli corse per tutte le vene, e si sentì passar attraverso al cuore come la fredda lama d'un pugnale... Arnoldo l'aveva riconosciuta.