XII. SAGRIFICIO.

Chi non vide la bottega del signor Samuele, il nostro speziale, in quella notte, non penserà forse ch'io possa,

«Credendo e non credendo, dicer vero.»

Fu un agitarsi, un andar e venire, una faccenda, un tramestío, che a memoria d'uomo non s'era mai veduto il simile in quelle quattro mura; i novellieri del paese n'ebbero a cianciar per lungo tempo, e a farne le più belle e strane conghietture del mondo.


Nel mezzo della stanza, sopra il seggiolone ch'era là, solito trono d'ogni sera del signor curato, giaceva coricata e sostenuta da alcuni guanciali, la povera giovinetta, la quale non dava più nessun segno di vita. Erane il viso bianco e smunto, e solo al contorno degli occhi infossati e delle labbra sottili appariva dipinto d'un rossor livido, cupo e morente nel pallidissimo colore della fronte e delle gote; ma gli occhi eran chiusi, le braccia al lungo del fianco distese, irrigidite; e tutta la bella persona immota, raggruppata, per così dire, in sè medesima e co' ruvidi panni raccolti d'intorno, che s'informavano dalle dilicate membra, era stesa nella grave, abbandonata positura d'un cadavere.

Presso a lei, curvo sopra uno de' bracciuoli della seggiola, stava il giovine inglese, muto e smorto esso pure, quasi come la svenuta; e le sue pupille senza moto non si staccavano mai dalla faccia di Maria; la quale posava con la testa arrovesciata all'indietro, come se l'anima di lei avesse già abbandonata quella sua verginale dimora. Nè altra cosa rivelava la vita in quella strana immobilità del giovine, fuorchè il leggero mover delle labbra, quasi che pronunziassero parole senza suono, e tremassero commosse dall'incerto e sublime sorriso che fu dato solamente al dolore, quando ancora non abbia perduta tutta la speranza.

Con le faccie lunghe, curiose, guardandosi di sottecchi a ogni momento, uno in atto d'interrogare come la sarebbe ita, e l'altro di rispondere che non lo sapeva, se ne stavano il signor curato e il deputato politico, dietro il seggiolone, presso d'un tavolino; sul quale vedevasi lo scacchiere abbandonato, con le pedine sparsevi sopra: e da certe occhiate, che i due lasciavan cadere su quello a ora a ora, s'indovinava in essi il rammarico della partita intralasciata. In mezzo a loro allungava il collo, come il solitario cappone dalla stia, l'agente comunale, quotidiano testimonio e giudice delle sette disfide de' due campioni a dama.

Colui che dall'altra parte gesticolava con gran foga nel parlar sottovoce al dottore, era quel vecchio galantuomo del signor Gaspero; egli, ragionando, spiegazzava la gazzetta che ancor teneva fra le mani, l'ultima capitata al paese in quel dì stesso. E qui, torna bene che conosciate la prudenza del curato; il quale, dopo il brusco esempio di quel disgraziato don Carlo, aveva smesso non poco del suo ardore politico; e, ceduto il diritto della lettura al signor Gaspero, si era rassegnato alla parte d'ascoltatore, accontentandosi durante la sessione parlamentaria in casa dello speziale, di scrollare il capo, fregarsi le mani, o d'andar traendo lunghi sospironi, o di sogghignar fra sè e sè; il qual diplomatico suo vezzo faceva allora il termometro infallibile della politica del paese.

Intanto lo speziale e il dottore s'affaccendavano a gara intorno alla tramortita fanciulla, con una sollecitudine e un'umanità degne veramente del secol nostro; e mettevano alle prove la dottrina e l'arte per richiamarla alla vita, e per conoscere se mai un palpito ancora poteva essere suscitato in quel cuore che più non batteva. Lo speziale, rimboccato un lembo del suo grembiule di tela roana scura, e inforcato il naso con gli occhiali, davasi attorno con una premura, un affanno da non dire, e rimestava le cassette, gli armadii e le scansìe, le quali dalle spalancate vetriere presentavano la tremenda falange de' vasi e delle boccie di polveri e manteche, d'olii e di sali, di succhi e quintessenze, da disgradarne Avicenna e Hanhemann. Il dottore aveva già invano sperimentato di stropicciar le tempie, la fronte e i polsi della giovinetta con essenze spiritose, e metteva giù con dispetto le inutili ampolle; invano le aveva posto sopra il seno de' pannilini riscaldati, e di grosse coperte le aveva ravvolte le insensibili membra. Tutti volevano dir e fare; proponevano, discutevano, parlavano tutti in una volta; era un trambusto, un frastornío, che avrebbe potuto risvegliare i sette dormienti della leggenda. — E quella gran gara era l'effetto di due sole parole, pronunziate dal nostro giovine eroe allorchè, entrato nella bottega, con infinito stupore e maraviglia di tutti, recandosi su le braccia la svenuta fanciulla, depose sul seggiolone il caro suo peso, e disse: — Tutto quanto io posseggo a chi salva questa giovine!


Ma poichè il mio racconto, con vostra buona pazienza, cammina a rilento, non v'incresca di volgere indietro un'altra occhiata.

Era passato più d'un mese dal dì che Arnoldo abbandonava Milano, per venire in traccia della perduta Maria. Se vi ricorda, quando seppe ch'essa non era più nella bottega della crestaia, nè potè averne in altra maniera notizia alcuna, si mise in mente che la si fosse ricoverata al suo paese, presso alcun parente; e partì con questa certezza. Venuto fino a ****, prese a pigione una parte dell'antico palazzotto, ove suo padre aveva prima dimorato; ma quant'egli fece per trovar qualche traccia della giovine orfana, fu tutto vano. Queste ricerche replicate e sempre perdute gli facevano scorrere nell'affanno e nel dubbio i tristi giorni dell'inverno; e un mese così passò.

C'erano pure alcuni dì, ne' quali sentiva ancora di vivere: eran quelli, in cui salito in sella d'un giovine cavallo, che da un pacifico Comasco aveva in quel torno comperato, s'arrischiava su per le rotte strade delle montagne, sfidando l'aspreggiare della stagione, e la traversìa de' venti. Quelle corse selvagge lungo i margini dell'acque e sopra i fianchi de' dirupi, gli ricordavano la sua patria, il suo cielo, le nebbie del mare, il castello del buon zio, la combattuta sua giovinezza; tutta la prima, la vera poesia dell'anima vergine e ardente. Poi succedevano de' giorni, ne' quali gli tornava incresciosa la vita, e gli pareva che al suo soffrire non restasse altro conforto che un novello soffrire. Allora se ne stava, le ore intere, appoggiato alla finestra della sua stanza, guardando il lago, e si sprofondava nella meditazione e nel passato: un volume, suo fedele amico, un bello Shakspeare, ch'era un ricordo del cugino Randale, del compagno de' suoi prim'anni, gli stava aperto dinanzi; e gli uomini disegnati da quel gran pittore dell'anima e della vita pigliavano agli occhi suoi figura e movimento. Vedeva sè stesso nello sfortunato Edgardo, il figliuolo di Glocester; piangeva al sublime delirio, alle cocenti lagrime di Lear, fremeva a' soliloquii di Macbeth, e pensava a suo padre; per lui, la tenera Cordelia, l'innamorata Desdémona, la dolente Caterina, eran sempre Maria. Altre volte, e il più sovente, camminava di buon mattino fino alla casetta d'Andrea, che la vecchia Marta abitava ancora, quanto solitaria e grama, lo pensate! E' vi restava per tutta la giornata, seduto in un canto del focolare, poco lontano dalla vecchierella; la quale non faceva che parlargli di quella cara tosa. Era la meschina dimora unico avanzo del bene della fanciulla; e senza il buon signor Gaspero, che aveva salvato per miracolo dagli artigli dell'esattore comunale la casa e la vigna, tutto sarebbe stato perduto. Egli poi lo fece perchè, a dirvela in confidenza, sentiva ancora il batticore per la giovinetta, che si ricordava d'aver le tante volte fatto ballonzare piccina su le sue ginocchia.


Arnoldo dunque contemplava, con l'anima tremante e con lo sguardo fisso, atterrito, immobile, la faccia della fanciulla; e stava spiando, se in mezzo a' tormenti, con che il dottore e lo speziale straziavano quella bianca e dilicata creatura, il cuore e le labbra di lei si riaprissero al gemito dell'esistenza. Con ambe le mani e' le strinse la destra agghiacciata, e avvicinandola alle sue labbra, con quell'affetto che solo può essere consacrato dalla terribile idea della morte, v'impresse un lungo ardente bacio d'amore, delirando quasi che con quel bacio gli fosse dato restituirle la vita; come Romeo, quando venne alla tomba di Giulietta.

La baciò di nuovo, la contemplò... soprastette... E poi, balzando d'improvviso, con un accento soffocato dall'impeto della gioja, proruppe: — Ella vive ancora!...

Non era una vana illusione; quella fredda mano aveva risposto al premer delle sue con un bàttito leggero, fuggitivo. Era il tornar della vita; egli allora, tutto tremante di speranza e di terrore, le posò la destra sopra il seno, e quel leggier risalto si ripetè: era il cuore che ripigliava il suo palpitare.

Nè molto andò ch'essa riaperse e lasciò errar debilmente all'intorno gli occhi estatici e muti; e fece come un grande sforzo per sollevare la testa; poi gli occhi si richiusero, e la testa ricadde. Arnoldo sentì di nuovo la crudele stretta dell'angoscia, e il suo volto si ricoperse di mortale pallidezza. Allora afferrò per un braccio lo scompigliato dottore che gli era vicino, e fortemente scuotendolo, — Mi rispondete voi della sua vita? domandava con alto spavento. Ed esso, sotto la tortura di quelle valide stratte, balbettava: — Rispondo, rispondo io... Non tema; mi lasci, mi lasci andare!...

— Ma questo letargo mi spaventa! replicava il giovine, dando un altro e più fiero squasso al braccio del povero dottore.

— Non tema, questi rispondeva, è un semplice sopore, è una cosa naturale... Io me l'aspettavo... bisogna che sia così!

Ma lo speziale, veduta quella potente dimostrazione, rinunziava all'intrapresa cura, alla speranza del grosso regalo; e cautamente, come un buon capitano che prevede a tempo il pericolo, ritiravasi dietro la trincea del suo banco.

Intanto bisognava pensare a collocar la malata in qualche altra parte, dove potesse riposare, meglio che non in quel duro seggiolone del curato; bisognava trovare una camera, un letto: lo speziale era nel cimento d'offrir il suo per quella notte, e Arnoldo già aveva risoluto di farla trasportar nella villa; quando il signor Gaspero venne fuori col miglior consiglio: e fu, che mandassero a chiamar la Marta, e portassero la fanciulla nella sua propria casa, che non era lontana; e così almeno la poveretta, al suo risvegliarsi, sarebbesi trovata sotto un tetto conosciuto, tra le braccia d'una persona amica.

Mandarono dunque per la Marta; e come la buona donna si rimanesse consolata insieme e sbigottita, tra la contentezza di riveder la sua Maria, e il dolore di ritrovarla in quello stato, può credersi appena. Ma Arnoldo e il dottore pressavano, sicchè ben presto ebbero trasportata la giovinetta, tutta ravviluppata nelle coltri, a casa sua; dove giunti, la posero in quella camera, ch'essa un tempo occupava, nel suo letticciolo, ch'era ancor rifatto.

Essa era tuttavia immersa in un sopore profondo. Arnoldo, che l'aveva sostenuta tra le sue braccia, con quella cura attenta e gelosa della quale solo l'amore è capace, si trattenne per lunga pezza appiè del letto; e, seduto sur uno sgabello, col capo chino su le ginocchia, s'abbandonò a lunghi e dolorosi pensieri. Poi, avendo il medico raccomandato gran silenzio e quiete, acconsentì a ritirarsi nel piccolo andito vicino, e si riposò sopra una seggiola, presso la porta socchiusa della cameretta: donde gli giungeva all'orecchio l'affannoso e grave respirar di Maria, la quale, riavuta alfine dal suo lungo svenimento, era caduta in un sonno profondo. Marta stette a vegghia tutta la notte presso il capezzale della fanciulla.


La mattina seguente, sul primo albeggiare — erasi il cielo durante la notte sgomberato dalle nuvole, e risplendeva uno di que' dolci soli d'inverno, che consolano il cuore degli uomini e la malinconia della natura, uno di que' soli che, dopo l'imperversare del cattivo tempo, non sono radi in quel beato angolo della terra. — Maria si riscosse dal profondo suo sonno, e sollevandosi lentamente su la persona, alzò gli occhi, e vide il primo raggio di quel sole, smorto ma pur limpido, che penetrava per la finestra, e cadeva sopra il suo letto. Guardò trasognata all'intorno, e ravvisò la figura amorevole e serena della Marta; la quale, seduta da un canto, stava a mirarla tra confortata e pietosa, senza poter dire sola una parola. Riebbe allora la conoscenza, tornò a volger gli occhi per ogni parte, chè ancora non sapeva dove fosse. Era pur quella la sua cameretta, un tempo sì cara, il soggiorno d'un'età più felice; era il raggio del suo sole che la salutava, era quella la casa di suo padre e di sua madre. E già non si ricordava più d'aver pianto e patito... Ell'era ancora là, eran tornati i giorni della sua fanciullezza.... tutto era stato un sogno, un lungo e terribile sogno!

Ma rivolse il capo dall'altro canto, e gli occhi suoi s'incontraron negli occhi d'un giovine di nobile aspetto, che, incrociate sul petto le braccia, la contemplava silenzioso, ma sorridente. Essa lo guardava, e coll'incertezza dello sguardo pareva domandar chi fosse quel giovine. Allora tutti i suoi pensieri si sollevarono nella mente, si confusero, le ripiombarono in un punto sul cuore; la speranza che tutto fosse stato un sogno era svanita... Distolse gli occhi da lui, gettò le braccia al collo di Marta, che s'era fatta a lei più vicina; e tutto nascondendo il viso in quell'amplesso si mise a piangere, come si piange quando con le lagrime a lungo represse si può sfogar un dolore raggruppato per tanto tempo nel cuore.

— Oh! cosa le avete voi fatto, signor Arnoldo?.. domandò la Marta, posando in atto di compassione la destra sul capo chino della giovinetta.

— Io l'ho amata!.. rispos'egli.


In quel mezzo, il medico comparve su l'uscio della camera. Maria era ricaduta sui cuscini del letto, in un nuovo spossamento di tutte le forze. Il dottore le si avvicinò, studiò con attenzione il suo volto colorato allora d'un leggier vermiglio, e gli occhi incavati e morti; le toccò i polsi, che rispondevano con ardenti e ineguali bàttiti febbrili, e conobbe che il male era più serio che prima non pensava. Ma, benchè in cuore lo sentisse, pure tacque al giovin forestiero il suo fatale sospetto; e limitossi a ordinare alcune pozioni, e a prescriver novamente che lasciassero l'ammalata in un assoluto riposo, procurando di risparmiarle la più piccola sensazione di piacere e di dolore. E poi, si volse ad Arnoldo, e, fattosi un po' d'animo, gli comandò d'allontanarsi da quel luogo, se pur voleva che la vita dell'ammalata fosse salva.

Arnoldo obbedì a malincuore, ma obbedì. Uscito in compagnia del dottore, quando furon nell'andito, si fermò, e lo prese per la destra, dicendo: — Giuratemi ch'ella vivrà! con un accento che fece tremare il pover'uomo; il quale lo guardò, e balbettando rispose: — Oh! oh! oh! tutto sta nelle mani di Colui ch'è lassù!...

Chi amò veramente e pianse al terribile dubbio di dover perdere per sempre l'amor suo, immagini l'angoscia dell'innamorato giovine. Alla vita di quella creatura era allora attaccata la vita della sua fede, il coraggio dell'anima sua, tutta la sua speranza terrena. Fino a quel giorno, egli non aveva pensato mai esser così dura la solitudine a un'anima che ha bisogno d'amore e d'esempio; e quando ritrovò quell'angelo di pura bellezza, che nella sua mente egli aveva rivestito dei più ideali colori della virtù, confidò finalmente che il cielo si fosse riaperto per lui. Il solo pensiero di dover perderla ancora gli appariva tremendo, come l'anátema della disperazione; egli stesso non aveva creduto fino allora d'amarla tanto!


Il dì seguente, il medico dovette pur troppo confermarsi nel concepito sospetto; gl'indizi d'una lenta febbre di consunzione si manifestarono nell'ammalata; la sua notte era stata senza sonno; al letargo del dì innanzi eran succeduti il turbamento, il delirio, l'obblio del passato e il vago presentimento d'un termine vicino; e a tutto ciò ben presto s'aggiunsero una tosserella aspra e muta, e un assiduo languore. L'infelice si lamentava spesso d'atroci punture al cuore, d'un sordo tintinnìo negli orecchi, d'improvvise fiamme che le ardevano il sangue, le oscuravano gli occhi e la mente; e allora, le coltri le pesavano sul seno, le erano insopportabili; e, con un fievole gemito, diceva di non poter respirar l'aria che la circondava.

Poi succedeva un lunga spossatezza, e pareva che la sua vita andasse mancando, come un raggio che si dilegua; pareva che ogni ora dovesse esser l'ultima per lei. La buona Marta era sempre al fianco di quel letto; e la sorreggeva, e apprestava le medicine dal dottore ordinate: benchè essa nel suo cuore molto soffrisse, aveva forza di non piangere, e trovava sempre qualche pietosa parola per sostenerla. Ma quando l'ammalata era quieta, e ch'ella si sedeva sola a' piedi del letto, allora lasciava tacitamente scorrere le sue lagrime; e coll'anima sua semplice e fedele pregava, sempre in segreto, la Madonna.

Talvolta, nel cuor della notte, Maria a un tratto balzava esagitata, in mezzo a que' sonni leggieri, se pur sonni potevano dirsi gli sfuggevoli riposi che il dolore, stanco quasi di tormentarla, le concedeva; ella balzava a seder sul letto, e cacciandosi indietro con le mani tremule e scarne i lunghi capegli, che umidi di febbrile madore le si stendevan sul viso, spingeva gli occhi attoniti fra l'ombre della camera, e poi levava la destra convulsa per additar quelle immagini sinistre che l'assediavano, o quelle persone amiche con le quali immaginavasi di parlare e di piangere. Allora i suoi pensieri vagavano nelle torbide memorie del passato; la sua innocenza, l'amor suo, i pericoli corsi, le sue disgrazie, e tutti quelli che l'avevano avuta cara, e quelli che le avevano fatto del male, tutto le si affacciava in un punto all'anima oppressa; e le sue interrotte parole erano piene di pietà e di dolore. La sola Marta era testimonio di que' solitari e compassionevoli lamenti.


— Perchè mai mi lascian tutti così sola, sola, dopo ch'io fui sempre perseguitata?... Oh Dio! che ho fatto di male? O mia madre, io pensava sempre a voi, quand'ero lontana; ma questo povero cuore... questo cuore non era mio! Tengo qui dentro un segreto, che non devo scoprire a nessuno, neppure a lui, a lui che... ah il suo nome io non potrò dirlo mai!.. perdonatemi, o mia buona mamma! Dio m'ha castigato... perdonatemi voi!... S'egli mi parla di qui innanzi, tacerò, farò la sorda, fuggirò via... Aimè! dove sono?... Questa è la chiesa ov'egli m'aspetta, questo è l'altare — Ave, Maria, piena di grazia, il Signore è con te... — Forse non verrà! Ah no! eccolo, è lui!... Perdono, o Signore! io ascoltai la sua promessa, perdono!

E ricadeva illanguidita e senza movimento, per sollevarsi ancora, dopo pochi momenti, rapita dall'impeto di nuove immagini: — Egli tornerà, il suo cuore è buono; le sue parole son vere, come la virtù; con quello sguardo, è impossibile non dir la verità!... Oh caro! io l'avrò convertito, egli crederà nella nostra santa fede, e verrà a pregar il Signore con me... Io sono pallida, lo so; ho patito tanto e sto ancora assai male... Guardatemi, ditemi: è egli possibile che non mi riconosca più, che più non sappia chi sono?... No, non è vero! esso era pur qui, io l'ho veduto; e m'ha ben ravvisata, e m'ha sorriso come una volta! S'io non fossi bella come prima, avrebb'egli sorriso?...

E anch'essa la povera giovinetta, come se contemplasse un'ombra presente, sorrideva così da strappar le lagrime a chiunque l'avesse ascoltata in quell'ora.

Dopo un altro istante di riposo, risorgeva ancora lentamente, giacchè invano la desolata Marta tentava con amorose e ripetute preghiere di far ch'ella si coricasse più tranquilla. E giungendo le mani, e scuotendo il capo, in atto di chi racconta lunghi travagli sostenuti, ripigliava: — Io non ho amato altri che te, e non te l'ho detto mai!... Ma per amor del cielo, non ne parlare con persona viva... Vedi! mia madre è morta, mio fratello, mio padre, tutti son morti!... Io sono sola a questo mondo... e tu! tu mi puoi dare il paradiso o l'inferno... Io vorrei esser tua; ma temo che lassù in cielo non sia scritto così! Vieni, vedi, questa è quella Madonna, a' piè della quale mi giurasti di volermi sempre bene... T'avvicina, pigliami per mano! Dio ne benedirà!... Ma, chi è mai quel prete? lo vedi tu? io lo riconosco... è lui, è mio fratello, è il tuo amico... Oh Dio! Dio eterno! fuggiamo, lasciami! Non vedi ch'egli leva la destra in atto terribile di minaccia? non senti ch'egli ne maledice tutt'e due?...

Ma il cielo pietoso, dopo quelle notti d'angoscia, dopo quelle visioni di sgomento, le concedeva almeno lunghe ore d'una calma benefica e sollevatrice, interi giorni di pace e di rassegnazione; nel volger de' quali dolce le tornava lo sfogo del pianto, il conforto d'una calda preghiera, e soave perfino il ricordarsi del dolore sofferto, il pensare a quello che ancora le restava a soffrire. In quel tempo però ella poco parlava, e pareva quasi straniera a ogni affetto che la riavvicinasse a questa vita: l'avresti creduta una di quelle sante giovinette martiri della prima età cristiana, le quali, in mezzo a' tormenti, contemplavano estatiche una corona celestiale.


Io non dirò tutto il patire di quella meschina, chè già questa semplice narrazione è troppo compassionevole e piena di pianto. La malattia della povera Maria fu lenta, sorda, penosa; più d'una volta essa toccò a quel tremendo punto, in cui la sola speranza che rimanga è un domani nel cielo; più d'una volta fece temere di vederla finire, dopo alcuno di quegli impeti di tosse convulsiva che di frequente l'assalivano.

Eppure il dottore, sia che non fosse troppo sapiente, sia che vedesse più in là che non sembrava, ebbe segreta speranza di salvarla ancora; e nelle cure assidue che le prodigava, non tardò ad accorgersi che il male non aveva soggiogato del tutto quella debole complessione, e che anzi a poco a poco rimetteva della sua crudeltà; onde fu persuaso che se alla fanciulla non erano quaggiù promessi lunghi anni, le sarebbe stato conceduto almeno di vedere più d'una primavera, e forse di respirar novella vita nel balsamo dell'aria nativa.

Egli non s'ingannò. Venne la primavera, e ben presto la gracile salute della nostra giovinetta cominciò e rifiorire. Il silenzio dell'anima e la pace della natura poterono più che gli sforzi dell'arte; ma per non far ingiustizia a quel dabbene del dottore, bisogna dire che la paziente attenzione e lo studio che pose a risparmiare alla sua ammalata ogni più leggiera commozione e più di tutto ogni memoria della sua vita passata, fanno fede ch'era miglior medico ch'egli medesimo non si credesse, un medico filosofo, voglio dire, come pretendono d'essere tutti i nostri medicuzzi d'ieri. Non permise ad Arnoldo di visitar Maria che una sola, o al più due volte la settimana; e sempre in compagnia di lui, per due eccellenti ragioni: una, perchè il mondo non dicesse, l'altra, perchè un solo colloquio che fosse finito con far piangere l'ammalata, avrebbe potuto rovinar il sistema della sua cura. Dunque, in tutto quel tempo, Arnoldo era stato quasi straniero per Maria; essa non osava domandare di lui, neppure alla Marta; ed egli, temendo sempre che il cielo non gli rapisse quel fiore sì adorato, si tenne in una mesta e contegnosa lontananza. La Marta poi, la quale dapprima, finchè durò il male di quella sua diletta, aveva saputo soffocar le lagrime, allora piangeva; ma piangeva di consolazione.


Era un mattino, un bellissimo mattino, al principio d'aprile.

Maria sedeva al raggio di quel puro sole, nel cortiletto che si specchiava al lago; sedeva tranquilla presso il muricciolo, sul quale erano ancora i suoi vasi di fiori, quantunque inferme e cadenti ne fossero le odorose pianticelle. Essa respirava l'aria imbalsamata dai profumi della mattina; e il suo viso alquanto pallido ancora, mostrava quel soave incanto di bellezza, che tocca assai di più, quando rivela il segreto d'un'anima che si ricorda de' suoi dolori. Un sorriso ineffabile, misto d'una dolcissima malinconia, errava sulle sue labbra ancora smunte; e la lieve tinta rosata onde le si coloravano le gote, faceva spiccare di più la muta candidezza del suo bel volto e del sottile suo collo.

Arnoldo entrò nel quieto ricinto; nè Maria, assorta ne' suoi pensieri, s'avvide di lui. Egli le si avvicinò lentamente: la fanciulla alzò allora gli occhi, e la sua fronte si velò d'un vivo rossore, che subito sparve. Alla prima, Maria non trovò parola; poi balbettò come un saluto; e il giovine, fattosi a sederle d'accanto, si rimase lungo tempo a guardarla, incerto e pensieroso. Ed essa, inchinate le pupille a terra, taceva.

— O Maria! diss'egli finalmente, io benedico quest'aria così serena e in pace, questa gioja di tutta la natura, questa divina bellezza della terra e del cielo che vi restituiscono la vita, che sembrano sorridervi per consolarvi di tutto quel ch'è passato!... Voi siete nata in un paese beato; questi monti e quest'acque sono la più bella contrada del mondo... Oh vi fossi nato anch'io, oh fossi anch'io italiano!... Ma voi lo sapete, o Maria, i' ho risoluto di non abbandonar più questi luoghi. Ora, son solo su la terra, e costretto a fuggire dalla casa de' miei padri, a portare un nome che non è mio! Una volta io era potente, adulato, cercato; ora mi respingono tutti. Ma voi non mi respingete, no; io non posso più che offrirvi un'umile sorte e l'esilio; ma voi siete buona, e manterrete la vostra promessa!... Ditelo, Maria, ditelo adesso ch'è tempo! Fra voi e me non c'è più distanza; e una vita modesta, ma beata con voi, è la sola felicità alla quale io voglia, alla quale mi sia concesso d'aspirare.

— Lei è un buon signore, ha un cuor che d'uguali ce n'è pochi! Ma io cerco inutilmente esprimere quel che sento... Ah! se le mie parole hanno qualche valore agli occhi suoi, deh m'ascolti, signor Arnoldo!... E così Dio mi mandi forza di parlarle com'io devo, in questo momento che deciderà della mia vita!

— Dite, Maria! Il farmi felice o infelice per sempre, sta in voi... a voi lascio la mia sorte! Ho saputo rispettar fin adesso ogni vostro desiderio, non v'ho mai ricordata una promessa... perchè il vostro dolore, le vostre disgrazie...

— Per carità, signor Arnoldo, non parliam più di me. È di lei che mi preme, della sua felicità, del sacrifizio ch'ella vorrebbe fare. Oh! ritorni per un momento su la sua vita passata; pensi a lei stesso, come deve fare un uomo; e poi decida.

— Come, o Maria, sarebbe possibile che ricusaste d'unire la vostra sorte alla mia? dopo tutto quel ch'è stato, dopo tanto amore?... Oh io vi amo ancora, o Maria, vi amo, come la prima volta che vi ho veduta, come quel giorno...

— Non mi dica così, signor Arnoldo, io ne la prego col mio cuore, con le mie lagrime!... Se ha ancora della stima per me, parliamo come fossimo stranieri uno all'altro. Non è vero ch'ella non abbia più nessuno a cui pensare... Suo padre soffre certamente per la sua lontananza, e sospira di rivederla prima di morire, di lasciarle il suo nome e l'onor della famiglia... E le sue buone sorelle?... e il suo paese che lo chiama, che l'aspetta, che ha bisogno di lei?... queste cose, appena io capisco come sieno, ma pur sento che son vere. Non posso creder che suo padre l'abbia maledetto, non è vero che più nessuno si ricordi di lei! E se anche, al primo momento, lo sdegno l'avesse fatto ingiusto, si sarà pentito da poi; perchè padre e madre perdono tutto, piuttosto che i figliuoli... E se dapprima, per l'onore, ella ha creduto bene d'abbandonare chi lo disprezzava, adesso è il momento di far vedere a loro stessi, che la persuasione e non il capriccio l'hanno consigliata, e che ha ancora, lasci ch'io lo dica, lo stesso cuore e la stessa virtù!

— Buon Dio! siete voi che mi parlate così? chi vi disse tutte queste cose? chi ve le inspira? Io, sì, lo sento il cruccio di star lontano da' miei... so che le mie buone sorelle piangono e m'aspettano. Ma, per me, il domandar perdono sarebbe un rinnegare la verità che ho abbracciata! Nè per questo i' ho fatto sacrifizio d'ogni cosa; l'ho fatto per ciò che tutti calpestano, la fede e la coscienza. O Maria, lo veggo! voi non mi amate più!

— Ah! signor Arnoldo, non dica, non pensi così. Io era già morta, ella mi salvò! Oh questa riconoscenza ch'io sento, basterà oramai essa sola a riempiere tutta la mia vita!...

— Voi parlate di riconoscenza, ed è amore ch'io vi domando. E che? s'io dovessi anche tornarvi, là nella mia patria, se l'onore mi vi chiamasse, non andrei io superbo di mostrar a tutti qual angelo io possegga? non benedirei sempre il cielo di poter mettervi a parte d'ogni contentezza della vita, di farvi grande, come siete degna d'essere, più d'ogni altra donna?

— Il suo cuore è buono e generoso; ma io, quantunque nulla sappia in confronto di lei, pur sento che questa la è un'illusione. Nol so da vero, perchè mai abbia preso a voler bene a una poveretta come me; pure, so ch'io non lo meritava, e che non ero nata per questa fortuna. Oh! non la mi guardi così! se ascoltassi soltanto il mio cuore, una cosa sì amara io non potrei dirla... E poi, capisco pure ch'io le parlo troppo male; ma al momento in che siamo, bisogna dir tutto com'è.

— Cielo! oltre al non amarmi più, potreste voi pensare, o Maria, che verrebbe tempo ch'io avessi a mancare alla mia fede, all'amore?...

— No! vedo pur troppo che non so spiegarmi, o ch'ella non m'intende!... E questi suoi rimproveri mi fan piangere. Ma io non voglio dire di lei... Tutti l'hanno amato, e l'ameranno sempre: e come nol dovrebbero?... Nessuno ardirà disprezzar la fortunata che porterà il suo nome. Ma a questa donna felice, se mai fosse d'una condizione diversa dalla sua, una meschina come son io, non sarebbe rìserbata una continua rampogna, un tormento segreto, eterno?... Potrà mai credere a quegli onori che non sono per essa, e non arrossire di trovarsi con quelli che mentono con la bocca e disprezzano nel cuore, con quelli che tacciono per compassione?... Oh! gli occhi di chi ha molto sofferto leggono nell'interno di coloro da' quali non sono amati, abbastanza per poter piangere ancora. E poi, viene il tempo il più amaro. Quegli che prima era l'amico, il fratello, il padre suo, il suo tutto, non la guarda più come in quel giorno, in quel giorno felice che nasce una volta sola, e non torna più; non le chiede più di quelle parole, che un tempo facevano la sua gioia, il suo conforto. Egli è un uomo, un cittadino; ha la gloria che lo chiama, la vita che gli comanda, la società che l'accarezza, il mondo che lo guarda... Egli non è più solo, come in quel giorno così bello!

— Maria, Maria, che dite voi mai?

— Ah! lasci ch'io sfoghi tante cose che da sì gran tempo porto nel mio cuore! Quella poveretta che sente non essergli più necessaria, quella, che al pari d'un fiore per un giorno gli piacque, non è più la medesima... Ella tace sempre, ella piange spesso; ed egli volge indietro la testa, e cerca altri fiori più freschi, più belli, perchè l'uomo ha sempre bisogno della bellezza... Oh mio Dio! quest'angoscia basta sola a far morire di dolore la infelice! E il dubbio che l'accompagna sempre, e il timore di proferire una parola sola che a lui dispiaccia, e l'affanno segreto di sentirsi così piccola cosa a paragone di lui, e la stessa grandezza dell'amore che gli porta, di quell'amore ch'egli con un pensier solo può maledir per sempre...

— Non più, Maria, non più!... Ecco, era una speranza del tutto vana la mia, e voi spezzate l'ultimo anello della mia vita... Tu, o Maria?... tu, la più bella e la più santa creatura del Signore, l'unica stella ch'io avessi ancora, tu puoi abbandonarmi? Abbandonarmi, quand'io, per amarti, ho dimenticato patria, parenti, nome, tutto?... Gran dio! dunque la virtù ch'io cercai sempre, altro non era che un delirio, la poesia de' vent'anni, l'incanto d'una primavera?... Bisogna che sia così. E adesso, che farò?... Tornerò nel mondo, mi getterò in questo vortice di cose, nell'ebbrezza della passione, nella vita del momento; sì, riderò delle lagrime che si piangono da per tutto, e di quelle che farò versare anch'io; e a coloro che mi rinfacceranno di non creder più a nulla, nemmeno alla virtù, dirò; Gli uomini m'han voluto così! peggio per loro.

Maria raccapricciò a queste strane parole, chinò la testa e impallidì. Arnoldo la guardava quasi sdegnoso, e levandosi a un tratto, mosse per allontanarsi.

— Oh si fermi, signor Arnoldo, proruppe allora la sbigottita fanciulla, e non mi lasci in questo modo!... Io le ho parlato come una povera giovine onesta; ho fatto il mio dovere. Ella non sa, non vede il mio dolore; ma io soffrirei ben più, se non avessi coraggio di parlarle col cuore in mano. La grandezza, la felicità che mi vuol dare, non son fatte per me: questi due anni della mia vita non saranno stati altro che un sogno, ma il più bello di tutt'i miei sogni!... Quando penso a queste quattro mura, dove son nata, dove per tanto tempo sono stata felice anch'io... quando penso a mio padre, a mia madre... Oh se vivessero ancora... non mi avrebbero certamente benedetta!

— Se que' buoni vivessero ancora, vorrei metter la nostra sorte nelle loro mani. E anch'esso, vostro fratello...

— Il mio povero Carlo!.. Ah se sapesse quello ch'egli pensava e diceva! Questa forza ch'io sento di parlarle come feci, me l'hanno data le sue parole, e la santa virtù che inspiravano... Io me lo ricordo, come se fosse adesso; egli, il mio buono e santo fratello, mi disse una volta... qui, qui appunto dove siamo noi: Abita sempre nel luogo in che il Signore ti collocò; Egli solo è Quello che non abbandona mai! Conserva il tuo cuore, e vivi povera e modesta come sei nata!...

E, ripetendo questo ricordo, Maria singhiozzava. Il giovine era commosso e sorpreso da contrarii pensieri.

— Ecco, ripigliò indi a poco Maria, che le ho aperto l'anima mia. Un'altra ragione poi... non ho nemmeno il cuore di dirla, ma pur è vera anch'essa... ed è questa, ch'io sento di potere durar poco: la è un'idea che ho avuto sempre... Ma, adesso, Dio mi darà la virtù di patire per questo poco tempo.

— No, Maria, non lo dire; no, non è vero!... Vuoi tu vedermi disperato, vuoi tu ch'io maledica al mondo e a Dio?...

A questa imprecazione la fanciulla non resse; il coraggio, che fin allora l'aveva fatta maggiore di sè stessa, era esausto: ella tornava una fragile, sofferente creatura com'era prima. Fece per parlare, e non potè; sentì sciogliersi le membra, vide appannarsi, confondersi le cose a lei d'intorno, e la sua voce non seppe formar che un debole sospiro.

— O Maria! o mio angelo tutelare, diceva Arnoldo con supplichevole affetto, sostenendola: ascoltami, o Maria, non m'abbandonare, non morire!... Tu sei una santa, io ti venero come mia madre! Farò tutto quello che vuoi; parla... guardami! dimmi una parola sola... Non m'ami più? Ah! non importa... Io sarò infelice; ma tu ascoltami, non morire, oh non morire!... Ti son forse odioso? Ah no, no! dimmi che non è vero! E perdonami: io voleva un poco della tua felicità, un poco della pace del tuo cuore. Parla, o Maria! ma non mi togliere tutta la speranza. Vuoi tu ch'io parta, che corra a gettarmi a' piedi di mio padre?... Io me n'andrò, domani... oggi... subito! Ma tu vivi, aspettami, e lascia ch'io creda all'amor tuo.

— Sì, sì, è ben meglio che parta, signor Arnoldo! disse Maria, alla quale le ardenti parole del giovine avevano restituito un po' di coraggio, quantunque misto a un segreto fremito di terrore; è ben meglio che parta! Io per me, spero che Dio m'aiuterà... Senta dunque: s'ella torna nella sua patria, io l'aspetterò per un anno... e poi... quando veramente fosse la volontà del cielo...

— Questa condizione è dura, Maria; nè so come potrò obbedire...

— Ah! è necessario ch'ella s'allontani per qualche tempo, che torni in pace col padre suo!... Consoli le sue sorelle; e mi nomini a loro; a quella buona Elisa, se la si ricorda ancora del mio nome. Io intanto penserò a lei, sempre a lei, signor Arnoldo, ch'è stato così buono per me! Io non aveva più nulla a questo mondo, nulla fuorchè la mia onestà; ella ha avuto compassione di me, e io la benedirò sempre, pregherò sempre per lei!...

Arnoldo era commosso fino alle lagrime. Contemplava Maria con una muta tenerezza; e la piena degli affetti che agitavano il suo cuore, non poteva trovare un'uscita. Alla fine le si appressò umiliato, le prese una mano, se la recò alle labbra, la baciò, la bagnò del suo pianto, e:

— Addio, le disse, Maria! Addio per un anno.

— Addio! rispose con voce sicura la fanciulla; ma il suo cuore addolorato in quel momento tremò che non fosse per sempre.


Il seguente mattino, Arnoldo abbandonava quelle rive, abbandonava l'Italia. Tornato alla villa, dopo il colloquio avuto con Maria, vi aveva trovato alcune lettere d'Inghilterra, e fra queste una d'Elisa sua sorella, la quale dipingendole il rovescio ch'erasi fatto nella salute del padre suo, il terrore e l'abbandono in che essa e Vittorina vivevano, lo scongiurava a non perder nemmeno un'ora, a ritornar subito, a ricordarsi del nome che portava, e del dovere di figlio e d'Inglese, che lo richiamavano in patria. Questa lettera finì di persuadere Arnoldo. Bisognava dunque partire, senza riveder Maria, tutto il comandava: e chi sa anche s'egli potrà ancora arrivar a tempo per ricevere la benedizione del padre suo?

Egli dunque partì. Maria, che in tutta quella notte non aveva potuto chiuder occhio mai, s'era levata col sole, e se ne stava appoggiata al davanzale dell'aperta sua finestra, a contemplar di lontano la villa **** dov'egli abitava.

I balconi del terrazzo erano spalancati; quella parte della casa aveva l'aspetto d'un luogo abbandonato di recente. Quel pianerottolo deserto, quell'alto terrazzo, quelle vôte finestre, le mettevano nell'anima un'involontaria tristezza. I suoi sguardi calarono lenti e distratti al lungo della riva... In quel momento, essa vide una barchetta staccarsi dal piccolo porto che si apriva al piede della villa. Un uomo, chiuso nel suo mantello, era in quella, barca, la quale ben presto pigliò il largo; il barcaiuolo faceva forza di remi contro il vento che increspava tutta la superficie del lago. Un grido doloroso, invano trattenuto, le scoppiò dal più profondo del cuore... Allora, come fosse stato scosso da quel grido, Arnoldo levò il capo, e di lontano la riconobbe. Si alzò, stese la mano verso di lei nell'atto d'un ultimo saluto; poi, quasi oppresso da una forza prepotente, s'abbandonò di nuovo su la prora della barca: la quale fuggendo via via si dilungò rapidamente, finchè non apparve più che come un punto nero nell'iride dell'acque che riflettevano il sole nascente.

Ma quand'ebbe perduta di vista quella barchetta, la povera Maria sentì mancarsi il cuore: uno schianto improvviso la soffocò; e proruppe in lagrime d'amarissimo cordoglio, in quel piangere caldo e dirotto di chi non ha più speranza. Ella pensava che tutto era finito, che non l'avrebbe riveduto mai più.

Angiola Maria visse ancora un anno, nella solitaria casetta, in compagnia della sua vecchia amica, ch'erale prodiga delle cure le più amorevoli, e si ricordava così spesso di lui.

Aveva raccolte sei o sette povere fanciulline del contado, tutte da quattro a cinque anni, belle angiolette da' capegli d'oro e dai visetti color di rosa, tenere anime che l'amavan come una madre. E insegnava loro a leggere, a dire quelle prime orazioni del fanciullo, che sono il più soave profumo che si alzi ne' cieli; e si deliziava di vederle folleggiare, quelle piccine, per le aiuole del suo cortiletto; e tutte le metteva a parte di quel poco ben di Dio che a lei era avanzato.

Così ell'era abbastanza felice, perchè persuasa e contenta d'aver compito il suo dovere.

Innocente e sublime creatura! Essa aveva compito il suo sacrifizio.

Al cominciare dell'altro inverno, que' fatali indizii d'una lenta consunzione, sopita per qualche tempo ma non vinta, tornarono a spiegarsi; e il dottore, il quale a quando a quando capitava a visitarla, si fu subito accorto della funesta verità.

Pure Maria trascinò i suoi giorni per tutta l'invernata. A poco a poco, ella si consumava, finiva, senza temer di nulla, senza soffrire: Dio è sempre pietoso, e volle risparmiarle quegli ultimi patimenti. Le fanciullette sue amiche venivano ancora, quasi ogni dì, a tenerle compagnia; qualche volta, alcuna d'esse, la più grandicella, le domandava perchè mai la fosse così pallida e dimagrita, e nel domandare piangeva... Ma ell'era rassegnata; nè fu udita mai pronunziare un solo lamento; chè anzi, assorta talora in una dolce meditazione, le sue labbra s'aprivano a un tranquillo e celeste sorriso.

Tornò la primavera, tornò il bel sole, tornarono i fiori; ma il cielo non fu più sereno, nè più ebbe l'aria balsamo per lei. Oramai, ella non sorgeva più dal suo letticciolo.

Al principio dell'aprile, in quel dì stesso che, un anno prima, aveva veduto partir Arnoldo, ella restituiva l'anima pura al Creatore. E le fanciulle ch'essa aveva tanto accarezzato, e la Marta, alla quale lasciò la sua casetta, e quel buon galantuomo del signor Gaspero, che sempre le aveva voluto bene, furon coloro che l'accompagnarono l'ultima volta fin al luogo del suo riposo. Ella è sepolta presso a suo padre; e quelle due zolle sono protette da una croce sola.

Alcune settimane dopo la morte di Maria, il signor Gaspero stava leggendo agli amici le novità della gazzetta: sedevano a circolo su l'entrata della bottega di Samuele; poichè al venir della state, l'aristocrazia del paese, come i capi delle tribù indiane, soleva tener consiglio a cielo sereno. Dunque, fra le altre novelle, sotto la data di Londra, egli lesse questa:

«— Sir Arnoldo, figlio di lord Leslie, quello stesso, la cui conversione alla fede cattolica menò gran rumore l'anno passato nel bel mondo, fu eletto membro del parlamento pel borgo di ****. Pretendesi che l'onorevole baronetto debba menare in isposa una sua cugina, la bella e ricca erede di lord S..... miss Elena Davison.»

Il buon vecchiotto continuò a leggere; nè a lui, nè al dottore (il quale però conservava ancora, come reliquie, certe tre quadruple di Spagna lasciategli in dono dal giovine inglese), nè al curato, nè allo speziale, cadde in pensiero che quell'onorevole baronetto fosse appunto il bel forestiero che avevano conosciuto. Non vi fu che il deputato politico, il signor Mauro, se pur ve ne ricordate, il quale susurrò a mezza voce: — Quel nome non m'è nuovo... Ma via, che importa a noi?...

Bisogna dire per altro, che di Maria non si dimenticarono. Il signor Gaspero raccontò più d'una volta la storia della povera tosa; e n'era sempre commosso, e conchiudeva seriamente: — Il mondo è una scala, e ciascuno deve starsene al suo scalino. La provvidenza non ha creato per niente i signori e i poveri diavoli. Dunque rimani contento nella condizione in che la Provvidenza t'ha collocato, nè voler sollevarti da quella, per non perdere pace, libertà e salute... Ma, dopo un momento, scrollava il capo, e con un sogghigno di compiacenza soggiungeva: — Quest'è vero! Eppure io sono la prova del contrario. Se fossi sempre stato quel baggeo ch'io m'era da fanciullo, la mia fortuna a quest'ora sarebbe di menar la barca fino a Domaso e di pescar gli agoni laggiù sotto la riva; ma perchè, in que' bei tempi, non me ne stetti con le mani nel giubbone, da povero merciaiolo son diventato quel che sono, e ho veduto quel che so io; e almeno ho casa e tetto, e posso far e disfare anch'io la mia parte; nè mi manca nulla, fuorchè la consolazione d'un'anima bella, come fu Maria. Ma, un'altra come lei, non la troverò più, se campassi anche gli anni di Noè.