VI. IL FRATELLO E LA MADRE.
La mattina del dì appresso, la signora Giuditta che aveva la mente intorbidata dalle conghietture più strane, e si sentiva morir della voglia di sfogarsi con qualcheduno, mise sossopra la casa e il vicinato, e raccontò a tutti il suo gran caso. A credere a lei, si trattava di cose straordinarie; e com'ella non ci poteva veder dentro chiaro, così s'era ficcato in capo di trovare il bandolo della matassa.
Dunque, in manco d'un'ora, aveva narrato la strana avventura della notte alla portinaia della casa, alla moglie dello speziale dirimpetto, perfino alla fruttaiuola e alla lattivendola del contorno; ma nessuna di queste comari, com'è naturale, ne sapeva niente; e quando le avevano risposto con un:.. Oh!..» Bontà divina!... o che so altro, avevan finito.
La signora Giuditta stava per tornarsene e casa, con la sua pettegola curiosità in corpo, quando la sorte la fece incontrare col signor Giosuè, uomo di un certo conto, e priore della dottrina cristiana nella parrocchia, il quale era tutto cosa sua. A costui dunque, come bene pensate, ella ricantò la sua storia, non gli facendo grazia del più piccolo particolare.
Ed egli allora, ch'era un di coloro che sanno o credono di sapere tutto quello che succede e non succede, tirandola in disparte con un'aria cupa, — Cara signora Giuditta, le disse col sussiego di chi dà un gran parere, io so come va il mondo! Tutti i salmi finiscono in gloria, e una donna come voi... non so se mi spieghi... Basta, avete fatto male a impicciarvi con certa gente...
— Ma lei ne sa dunque qualcosa?
— E dàlle! volete voi venirle a contare a me? Sentite mo. Jeri mattina, giusto alle dieci ore, io mi trovava nella sagrestìa, intanto che quel prete stava dicendo messa. Veggo entrare due signori, che vengono dritto verso di me, mi pigliano in mezzo, così alla buona come fossero miei amici da vent'anni, e mi domandano il nome e cognome del prete... Io mo ne sono subito addato...
— Sì! sì! ebbene?
— Risposi loro con pulitezza; ed essi, senza cerimonie, si misero a sedere, uno da una parte, l'altro dall'altra, parlandosi fra loro con certe occhiate di traverso... finchè la messa finì. E pensare, che io quel momento fui tanto sciocco d'interrogarli che cosa volessero!... L'uno mi fissò gli occhi addosso e non rispose, l'altro brontolò fra' denti: La non è cosa che la riguardi; e mi voltò le spalle.
— Son quelli, scommetterei che son quelli stessi: dica, dica su...
— Insomma, finita che fu la messa, e tornato il prete nella sagrestia, quei due signori s'alzarono, gli andarono incontro in atto di rispetto, ed egli a loro... bisogna che si conoscessero! E l'un d'essi gli disse alcune poche parole, ch'io non intesi... Il prete allora impallidì, diventò bianco come il camice che aveva appena posto giù, poi rosso come bragia, guardò intorno, sospirò e disse chiaro: Sono pronto, vengo con loro!... Io restai di sasso e, non so perchè, sentivo le gambe barcollarmi sotto... Egli in vece, credereste? passandomi vicino mi rivolse uno sguardo tranquillo, e disse: Caro signor Giosuè, a rivederci!
— Oh la cosa non è dunque tanto seria, com'io credeva!...
— Non m'interrompete adesso! Una carrozza era fuori della chiesa ad aspettare. Nel porre il piede sul predellino, egli si fece il segno della croce, poi si mise dentro, e quei due dietro a lui. E io, alla lontana, così come n'andassi per i fatti miei, tenni dietro alla carrozza... Ma quando la vidi svoltar la cantonata, e compresi dove l'andava a riuscire... ho detto dentro di me: Tutti i salmi finiscono in gloria! Ci siamo, è fatta!... e presi un'altra strada.
— Tutto va bene, ma fin qui non ci capisco ancora il perchè...
— Il perchè? il perchè? ci son certi perchè al mondo, così serii, che non bisogna cercar di sapere, o quando mai per disgrazia si sanno, tacerli!... Con voi però, che siete donna prudente, posso dire una parola. Sappiate dunque che quel prete s'è trovato in un grosso guaio con un gran signore forestiero; che, pochi dì fa, dev'essere fra loro avvenuta una scena scandalosa, per causa d'una giovine, d'una fuga, d'un rapimento, d'un intrigo... cose, cose che mettono in compromesso la coscienza e qualche cosa di più. Dunque tutto è spiegato. E poi, quand'uno se la prende contro i pesci grossi, gli è raro che n'esca netto... So quel che dico, lo so di buon luogo, e l'affare è chiaro! Voi però non ve ne impacciate. E, per carità, abbiate giudizio con chi che sia!... Già ve l'ho pur detto, la prudenza non è stata messa per niente tra le virtù cardinali.
— O signor Giosuè, si figuri! Solo mi dispiace per quella povera giovine...
— Sopra tutto non state ad aprir bocca con lei! Non ci mancherebb'altro!
— Bene, tacerò... le prometto che tacerò.
— Si, sarà meglio, chè mi pento quasi di aver parlato io! Oh, signora Giuditta, a rivederci.
— Un momento, dica... senta...
Il priore della dottrina cristiana gli aveva voltato il tergo, e se n'era ito.
La signora Giuditta, con la fantasia agitata, in un mar di pensieri, combattuta fra il desiderio di spiegarsi con Maria (la quale, secondo lei, era la colpa di tutto) e la promessa data di tacere, trovò appena la strada di casa sua.
Quando entrò, la fanciulla le venne incontro interrogandola con gli occhi, se mai le recasse qualche buona novella; e in quel suo sguardo, in quella sembianza, leggevasi tutto l'affanno d'un'anima che non crede a una sventura e non ha la forza per sostenerla. La vedova, a cui pizzicava la voglia di parlare e di dire alla poveretta: Tutto è stato causa vostra anch'essa ne fu veramente tocca; e la compassione le suggerì qualche parola d'amicizia e di conforto. Al che la fanciulla rispose con lo stringere e baciare le mani di lei, in atto di viva gratitudine e di dolore, sforzandosi di parer tranquilla.
Rilessero insieme la lettera del vicecurato; conghietturavano, dicevano dieci volte le stesse ragioni, ma non sapevano che ben fare. Alla fine fu stabilito fra di loro, che prima di scrivere alla mamma Caterina, come raccomandava la lettera, o d'andare a prenderla al paese, come voleva Maria, avrebbero aspettato fino al posdomani, affidate che potesse in quel mezzo ritornare don Carlo.
Ma il posdomani passò, e non comparve persona, e non venne parola. Perduta quella poca speranza che per i cuori buoni ha sempre qualche sorriso, benchè mesto e solitario come un fil di luce, Maria cominciò a pentirsi di non esser subito partita a cercare sua madre; e, d'una in altra fantasia, andava creando le più funeste cose del mondo. E quantunque la vedova fosse stata prudente, forse per la prima volta in vita sua, e le avesse taciuto i sospetti di quella sparizione; pure, fra gli altri dolorosi pensieri, venne in mente a Maria anche questo che quant'era avvenuto poteva essere una vendetta dell'uomo potente con cui il fratel suo aveva ardito cozzare per salvarla. Ma tal pensiero era così grave e terribile, che al suo cuore mancava la forza di sopportarlo.
Così abbandonavasi alle sue dolenti illusioni, alle sue inquiete paure. Intanto la vedova aveva trovato modo, per via d'un ex-procuratore del suo antico padrone, di far sapere ogni cosa alla mamma Caterina, affinchè, il più presto che poteva, affrettasse di trasferirsi a Milano: a dir quel ch'era, tutto il trambusto di que' giorni non le dava poco pensiero; nè si sarebbe accomodata, in caso di qualche cosa di grave, a tenersi in casa per un pezzo quella giovine, ch'era stata la pietra dello scandalo e che in fin dei conti non le apparteneva.
Per consolare Maria, le annunziò dunque che fra due o tre giorni, alla più lunga, sarebbe venuta sua madre, ch'ella stessa s'era per ciò raccomandata a una persona di proposito, e che non occorreva la si pigliasse altro fastidio. Questa novella e l'idea di trovarsi presto nelle braccia della madre, rasserenarono per quel giorno l'anima e la fronte della giovinetta; e una consolazione le ne promise vicina un'altra, quella di poter finalmente rivedere anche il fratello.
Passati tre giorni, un biroccio s'arrestava alla porta del palazzo. Era dessa, la comare Caterina, venuta a Milano in compagnia del signor Gaspero, quel vecchio possidente che abbiamo incontrato più d'una volta in questa storia semplice e nostrale. Costui aveva ricevuta una lettera del procuratore al quale la signora Giuditta s'era raccomandata: e, inteso di che si trattava, senz'indugio persuase alla Caterina quel piccolo viaggio, la condusse con sè a Como; e qui noleggiata una vettura, l'accompagnò egli stesso a Milano, dove per abitudine capitava sempre una volta all'anno.
Maria era accorsa alla piccola finestra del cortile. Ella guardò, vide di lontano la madre che si congedava dal suo compagno di viaggio, ne intese la voce, e dimenticò tutto. Pochi momenti appresso, Caterina stringeva tra le braccia la sua povera figlia, e Maria nascondeva sul seno materno il viso, che solo per un istante si tinse ancora del suo vivo colore.
Senza piangere, senza parlare, stettero così in quel dolce e prolungato abbracciamento; e pareva che la fanciulla non volesse distaccarsene più.
— Maria, mia buona e cara figliuola, disse alla fine la madre. Oh! perchè m'hai tu abbandonata? questi sei mesi sono stati sei anni per me! Oh Madonna santa! come ti sei cambiata, povera tosa! Non ti riconosco più!... Ma com'è mai che ti trovo qui? Non sei più nella casa di quel signore inglese?... E voi, signora Giuditta, e mio figlio... è qui don Carlo? ma perchè non ho io saputo niente fin adesso?... M' hanno detto ch'era ammalato... io voglio vederlo! dov'è egli?... Ditelo dunque, non mi fate penare!...
Queste molte inchieste, che alla misera suggeriva tutto in un punto il materno suo cuore, posero nell'impaccio la vedova; la quale s'era bene accorta che la vecchia comare era al buio di tutto. Maria non aveva coraggio di dire una parola; e guardava, guardava la madre, senza togliere mai gli occhi da quell'amato volto, in cui la solitudine ed il dolore avevano in poco tempo solcate più profonde le rughe dell'età. Ma, atteggiata com'ella era, in muta e affannosa contemplazione, la sua celeste figura suscitava nell'anima una pietà mista a terrore.
Alla fine la Giuditta, fatta la faccia tosta e il cuor duro, pensò: Qui è meglio parlare; un momento o l'altro, bisogna pur ch'ella sappia tutto...
— Cara la mia Caterina, prese dunque a dire, non vi crucciate così: fatevi un po' di coraggio!
— Oh misericordia! che male c'è di nuovo?...
— Già lo sapete, a questo mondo dei cattivi ce n'è anche troppi! E son sempre gli stracci che vanno all'aria, come dice il proverbio... E tocca spesso ai buoni a portare la pena dei tristi...
— Oh santa pazienza! parlate, non mi tenete qui su le spine...
— Eh! ognuno ha la sua croce, e c'è chi deve portarla anche per gli altri... E già si sa, bisogna star preparati sempre...
— A che? ma dite su una volta! parla tu, Maria; chè in questo modo ben più mi spaventate e mi fate morire! Mio figlio sta forse male? forse...
— No, no, egli sta bene, ma...
— Signore, datemi cuore! ma che?...
Per tutta risposta, Maria non fece che gettarsi un'altra volta nelle braccia di sua madre. E la vedova raccontò tutto quel che sapeva, tacendone però la cagione, per la pietà di Maria. La povera donna non volle credere a nulla; il colpo era troppo forte, e l'anima sua semplice e piena d'amore non lo sostenne. Ella non pensò nemmeno a chiedere il perchè di quella rovina; non poteva dubitare che il figlio non fosse innocente; il nome di suo figlio era sempre stato per lei come quello d'un santo. Stanca degli anni e sola, ella metteva in lui tutto il suo cuore, tutto il suo tenero orgoglio di madre: aveva speranza e vita nell'unico amato, il quale dopo la morte del suo pover'uomo, com'essa diceva, doveva essere il padre della sua Maria.
La buona donna! Nella solitudine della sua dimora, un tempo rallegrata dalla presenza e dall'affetto de' suoi cari e poi rimasta vòta, deserta, come un sepolcro, ella si consolava e si pasceva dell'idea, che l'uno o l'altra avrebbero sortito una modesta e onorevole condizione su la terra, e che un giorno forse ne' suoi più tardi anni, l'avrebbero circondata di cure e d'amore, e a larga mano compensata de' sacrifizii fatti, e della vita tediosa che trascinava. Non si rammaricava mai che sola compagnia le restasse la vecchia Marta, perchè conosceva il cuore de' figli suoi, e le pareva quasi d'abitar con loro, di viver con loro, quantunque lontani; l'unico desiderio che nutrisse, era di poterli di tanto in tanto rivedere; e ogni dì si teneva certa di presto abbracciarli, in questa certezza essendo tutta la sua gioia. Seduta sovente, al tepido sole delle mattine d'inverno, sotto la nuda pergola della casa, con la sua conocchia fedele, la buona madre pensava alla povertà, alla pace, raccontava la storia d'altri anni, raccontava quella dell'avvenire; ed era felice quando parlava della sua bella Maria o del suo curato alla Maria che le sedeva rimpetto, pettinando la matassine del lino. E allora, senz'avvedersene, le due comari s'arrestavano dal lavoro; all'una spezzavasi il filo della conocchia o cadeva di mano il fuso; all'altra si perdeva il lino nelle punte del pettine. Ma entrambe, in que' momenti, sollevavano al cielo gli occhi e il cuore, con un pensiero più santo d'ogni preghiera, e del pari benedetto.
Ma ora che diversi pensieri, che mutamento!
La mamma Caterina, per tutto quel dì e per molti altri ancora, non volle ascoltare ragione, nè consolazione, nè speranza; non domandava che suo figlio, non voleva che vederlo. Ed essa pure, come prima aveva fatto Maria, si figurava alla mente angustie e spaventi, s'abbandonava ai più tristi presagi, non porgeva più orecchio a nulla, nemmeno al piangere della sua figliuola.
Fu allora che l'amorosa fanciulla, la quale innanzi alla venuta della madre credeva di dover ben presto finire nell'affanno di que' giorni, si sentì maggiore di sè stessa. Una virtù, ignota a lei fino allora, la costanza nel soffrire raddoppiò il suo debole coraggio; ma la sua fermezza, la calma delle parole e degli atti avrebbero dimostrato ben più crudele il martirio dell'anima a chi avesse potuto vedere il suo segreto. Ella soffogava le lagrime; ed era ne' momenti del maggior dolore, che la sua voce si faceva più sicura e più affettuosa. E sorrideva; era un riso malinconico il suo, ma era un riso celeste.
In que' giorni che sempre da uno stesso travaglio misurati fanno parer eterna la vita, così Maria con l'amor suo procacciava d'ingannare a sua madre le ore contate dall'afflizione; essa ragionava di tante cose passate, della loro casa, della vigna su la costa, della vecchia Marta, degli altri amici del paese. E ringraziava il cielo con tutta l'anima, quando vedeva che le sue parole avevano temperata per poco l'amarezza della sciagura presente. Ella nascose nel fondo del proprio cuore tutta la sua parte d'affanni; ella comprese e tolse sopra di sè quel dolore inesprimibile, che solamente pel cuor delle madri non è un mistero; quell'angoscia, la quale non trovava parole nè lagrime, perchè ha de' segreti che a umano orecchio non possono confidarsi e che il cuore altrui non ha mai conosciuto.
Non v'è piaga quaggiù che il tempo non sani; l'abitudine stessa del soffrire può talvolta diventar quasi cara e necessaria; l'amore, l'ambizione, la vendetta, il rimorso, lascieranno pur una volta in pace l'anima di cui han fatto strazio; ma la ferita che porta il cuor d'una madre per amore de' figli suoi, non v'ha balsamo che la medichi, non felicità nè tempo che vi spargano sopra la mesta consolazione dell'obblio.
Così, abbandonate e senza saper nulla mai di quel loro caro, Caterina e Maria trascinavano i dì, le settimane, in casa della vedova; la quale non aveva potuto far di meno di tenerle con sè per qualche tempo ancora, quand'esse, deliberate d'aspettare che fosse decisa la sorte del prete, ne la pregarono, a patto di pagarle trenta soldi al giorno, per le spese. Ciò veramente andava poco a' versi alla Giuditta, causa la paura di cert'altre visite della specie di quella prima che non aveva ancora dimenticata; ma poi, per amor di bene, non seppe dir di no.
Una mattina, erano uscite di buon'ora le due donne per andare insieme a vendere a qualche mercante di mode un velo nero trapunto dalla Maria, in que' dì solitari e mesti: era dessa, che col lavoro delle sue mani sostentava anche la madre. Essendo a caso capitate presso la piccola chiesa di S.***, la Caterina, la quale non lasciava passar giorno che non andasse a pregare il Signore per il suo povero figliuolo e per sè stessa, si volse a quella parte e fece per entrar nella chiesa. Ma d'improvviso la fanciulla, tutta compresa dal terrore d'una funesta ricordanza, le si strinse al braccio, la trattenne, e con voce segreta e supplichevole: — Oh no! madre mia, non andiamo in questa chiesa; io non devo, non posso entrarvi più.
— Perchè, Maria, perchè?... Che hai? tu tremi, diventi smorta! ti senti male?
— No! madre mia, è un segreto.... un segreto che nessuno doveva conoscere! Ah se sapeste che in questa chiesa.... O mio Dio! toglietene per sempre dal mio cuore la memoria!
— Maria! che mistero è questo? parla, dimmi...
— Qui no, no, cara madre!... Torniamo a casa, ve ne prego, e vi dirò tutto. Oh povera me, oh povero mio fratello!
E tornarono a casa. In quel giorno Maria non trovò parola che potesse spargere un po' di serenità su l'addolorata fronte di sua madre. Attendeva taciturna a' suoi lavori, s'appartava soletta a ricamare al telaio, per nascondere la viva angoscia che l'opprimeva; ma più d'una volta un leggero gemito, un volger degli occhi al cielo, un giunger le mani inquietamente, scoprivano il patimento del suo cuore. Invano la madre la stimolava a confidarle quel segreto. — Oggi non potrei, rispondeva; domani, mamma, domani saprai tutto! Oh dimmi prima che mi perdonerai!
Pure, venuta la sera, quand'esse rimasero sole, in tempo che la vedova era discesa dalla portinaia della casa a pescar le novità, ch'erano poi sempre le solite, la fanciulla non potè resistere più alla materna preghiera; e con molte parole, spesso interrotte da lacrime e da scuse, raccontò l'amor suo, la promessa, il giuramento che quel giovine le aveva fatto, i dubbii, il timore che le avevano persuaso di ricorrere al fratello, e tutto ciò ch'era avvenuto di poi; e in fine non tacque nemmeno ch'ella si teneva certa di non essere stata tradita, e aveva la persuasione che la disgrazia del suo povero fratello non era avvenuta per causa sua.
La buona Caterina amava tanto la figliuola che non ebbe pure il pensiero di farle il più piccolo rimprovero, perchè si fosse abbandonata ad un innocente sì, ma incauto affetto. In vece le compativa, e procurava ella stessa di consolar quella fede e quell'ingenua aspettativa, ch'erano la vita della sua Maria. Così la conoscenza di quel segreto, se non valse a scemare, parve almeno far più leggero, col disviarlo, il dolore delle due disgraziate: poichè sembra che un'arcana pietà del cielo nutra il conforto della fiducia nel momento più grave dell'affanno, e rivolga a consolazione d'un cuore travagliato quelle stesse memorie che a un cuore libero sarebbero di troppo molesto peso.
E così forse il Signore le preparava a poco a poco a una più tremenda, inaspettata disavventura.
In quella stessa sera, la madre e la figlia sentivano nell'anima una confidenza cara quasi al pari della certezza; e quantunque fosse riuscito vano il poco che avevano potuto tentare a fine di rivedere il loro Carlo, o di sapere almeno qualche cosa di quell'unica vita in cui s'eran raccolte tutte le loro speranze, tutti i loro timori, pure non avevan creduto mai come allora a un buon presentimento.
Maria, seduta accanto del tavolino, stava leggendo una pagina d'un suo libricciolo alla madre e alla vedova amica; le quali, composte a religiosa attenzione, pendevano dalle labbra di lei; quel libro era l'ultimo ricordo donatole dal fratello, era l'aureo volumetto dell'Imitazione di Cristo. Essa leggeva, e l'incerto raggio del lume che le ardeva vicino, sembrava quasi circondare la sua candida fronte di quell'aureola, che si suol vedere dipinta intorno alla testa de' santi.
«Non si turbi dunque il tuo cuore, e non abbia paura.
«Abbi fede in me, e nella mia misericordia ti fida.
«Quando tu pensi d'essermi più lontano, allora è spesse volte ch'io ti son più vicino.
«Quando tu credi quasi perduta ogni cosa, allora le più volte tu hai in mano maggior materia di merito.
«Non è tutto gittato, perchè alcuna cosa ti sia avvenuta sinistramente.
«Non dêi tu giudicar delle cose secondo il presente tuo sentimento, nè per alcuna disavventura, onde che ella ti avvenga, scorarti tanto perdutamente, nè in modo riceverla, come se ogni speranza ti fosse tolta di dovertene rilevare mai più.
«Non volerti credere derelitto del tutto, se per alcun tempo io ti mandi alcuna tribolazione, oppure io ti ritolga la bramata consolazione; essendo che per tal via si va al regno de' cieli....
«Quello che ti ho dato, il mi posso ritogliere, e rendertelo quando mi piaccia.
«Quando alcuna cosa ti do, ella è mia: quando me la riprendo, non prendo del tuo; poichè mio è ogni bene e ogni dono perfetto.
«Se io ti lascio venire gravezza alcuna o avversità, non isdegnartene, nè cader di animo; io posso rilevartene prestamente e cambiarti in gaudio ogni noia.
«Ma non pertanto io son giusto, e da commendare altamente, quando io fo questo con te!...»
La fanciulla leggeva queste schiette e sublimi parole con tanta verità e dolcezza, che parvero alle due donne un consiglio venuto dal cielo.
— O mia madre! disse poi Maria, il libretto che vedete è un dono che m'ha fatto, gli è poco tempo, il nostro Carlo! E queste parole mi sembran le sue... Io mi ricordo ch'egli stesso me le fece leggere un giorno, quel primo giorno che venne lassù a visitarci, dopo la morte di nostro padre. E ogni volta ch'io ne rileggo solo una pagina, non so come, mi sento più forte, più in pace.... Oh! egli è buono, egli è un'anima santa, il nostro Carlo, e il Signore avrà pietà di lui e di noi!
Caterina abbracciò sua figlia con gran tenerezza, e poi staccossi da lei, per andare a coricarsi.
La fanciulla, rimasta sola, riaperse a caso il libro, e le cadde sott'occhio un foglietto scritto dalla mano di suo fratello, e forse dimenticato là entro: eran gli ultimi versi ch'egli aveva dettati.
IL CALICE DEL DOLORE.
O Signor, s'egli è decreto
Che il tuo servo a te ritorni,
Pria che pieni egli abbia i giorni,
Io t'adoro umíle e lieto!
Vegga alcun di me più degno
Il meriggio del tuo regno.
Sento anch'io, che s'avvicina
La stagione a me suprema;
Pure ondeggia, e spera, e trema
L'alma schiava e pellegrina;
Come indomito nemico,
Sorge ancora il dubbio antico.
Tu che il puoi, Tu la tempesta
Della vita, o Dio, m'acqueta!
Del tuo raggio almen fa lieta
La brev'ora che mi resta.
Quanto io piansi, e quanto amai,
O mio Dio, Tu solo il sai!
Nella polve a Te prostrato,
Bevvi al calice del duolo:
Ebbi un voto, un grido solo,
Sotto il pondo del mio fato!
Ma la voce dell'eletto
I fratelli han maledetto.
O mia patria antica e bella,
O mio sole, io vi saluto!
E tu, madre, e tu, sorella,
Ond'è mai quel pianger muto?
Ogni stilla è in ciel raccolta:
Ah pregate! Iddio v'ascolta.
Deh! se il figlio t'abbandona
Tutta sola in questa terra,
Al dolor della sua guerra,
Pensa, o madre, e gli perdona!
La sua vece è omai compiuta,
L'ora santa è già venuta.
Apri, o Dio, la ferrea stanza,
Che non s'apre al mio lamento;
Scendi a me nel gran momento,
Mi rinnova la speranza;
Su la bocca scolorita
Posa l'ostia della vita!
Prega allor, mia dolce suora,
Fior che il cielo in terra mise,
Che le nostre alme divise
Ricongiunga l'ultim'ora!
Prega, e riedi alla tua sfera;
Patria questa a noi non era!
La fanciulla lasciò cadere una calda lagrima su gli amati caratteri, i quali, mentre leggeva, le si offuscavano, le si confondevano sotto gli occhi... Ma il terrore ristagnò il pianto, un arcano terrore più grande d'ogni angoscia. Dio buono! quelle parole eran dolorose, come il lamento d'un uomo vicino a morire. Allora la poveretta perdè il cuore, e volle, ma non potè piangere.
Batteva la mezzanotte. Que' rintocchi sordi, prolungati dell'ore le rispondevano fino all'anima, come il suono lento della campana dell'agonia. Era sola, in mezzo a una luce fioca, moribonda, a quella luce stanca, ondeggiante della candela vicina a spegnersi; i suoi pensieri erravano dietro le incerte larve della fantasia, si facevan tutti d'un fosco colore; una tema assidua, indefinita, uno stringimento al cuore, strano, non provato mai, eran più forti del suo coraggio. Ella fece pochi passi per accostarsi al suo letto, ch'era in un canto di quella camera; ma non n'ebbe la lena, e sedette di nuovo allo stesso luogo. Allentò su la tavola le braccia in croce l'uno sopra l'altro, e su vi lasciò cadere il capo oppresso e stanco. Allora fu la pietà del cielo che diffuse nelle gracili sue membra quel profondo sopore che somiglia al sonno, e che, se non conforta, interrompe almeno la fatica d'un gran dolore. E la misera ne aveva tanto bisogno!
Il dì seguente, si mormorò da alcuni, e la terribile nuova giunse pure alle sventuratissime due donne, che in quella stessa notte, colto da sùbita e crudel malattia in poche ore, il povero don Carlo era morto. Fu un rumore sordo, occulto, ben presto soffocato e ben presto dimenticato.
Ma passati due mesi, nessuno seppe, nessuno raccontò che la disgraziata sua madre finisse anch'essa di crepacuore e di miseria in un letto dell'ospedale. La morte d'una madre è cosa troppo santa e pietosa; a me mancan le parole per raccontarla, e la fanciulla anch'essa non confidò il segreto di questo suo dolore a nessuno.... Ella non aveva più nè fratello, nè madre. Povera Maria abbandonata!