V. PARTENZA E MISTERO.
Una settimana appresso, due grandi e pesanti carrozze da viaggio, che su gli sportelli portavano dipinto un ampio stemma, e ciascuna delle quali era tirata da quattro cavalli da posta, avevano attraversato la città ed erano uscite per la porta Vercellina. I postiglioni toccavan di sproni alla spacciata, facevano scoppiar le fruste, e davano fiato alle rauche cornette.
Nell'interno della prima di quelle vetture sedevano un uomo vecchio e grave e un bel giovane; sul sedile di fronte stavano due gentili damigelle avvolte in mantelli eleganti e guerniti di pellicce. Nella seguente poi, che reggeva da tergo due larghi, neri bauli e parecchie grosse valigie, era sepolto in mezzo a un mucchio di fardelli il fedele cameriere del vecchio signore; due altri servitori stavano seduti a cassetta.
Il padre e il figlio tacevano, assorti in profondi e contrarii pensieri; le due fanciulle malcontente d'abbandonare così presto il nostro bel cielo, alternavano fra loro poche e interrotte parole. Esse ricordavano la lieta vita passata, la voluttà dell'aria che si respira nel cerchio dell'Alpi, su le rive dei laghi; e a mano a mano lasciavansi dietro con rincrescimento le colte campagne che già cominciavano a sentire il primo tepore della bella stagione. Alle parole che facevano si frammischiava sovente il nome della loro povera e semplice amica, accompagnato da un pensiero doloroso. Ma pur quel nome non portava con sè nessuna amarezza; perchè Elisa non poteva persuadere a sè stessa che l'anima pura di Maria fosse colpevole, come aveva sospettato il padre suo; e Vittorina non sognava neppure che la causa di tutti que' guai fosse l'amore, ignara qual era ancora che per amore si pianga e si soffra, come aveva fatto la fanciulla.
Ma ben altre erano le fantasie d'Arnoldo. Quel giorno che il vicecurato apparve d'improvviso per salvar la sorella e ricondurla con sè, volle il caso che Arnoldo rimanesse lontano; e, sul far della sera, quando tornò a casa, egli ignorava tuttavia ogni cosa. Vittorina fu la prima che gli corse incontro, e gli diede la trista novella. Com'egli fosse abbattuto dall'intendere che Maria era partita per sempre, e quanto patisse in quel momento solo il suo cuore lo seppe. S'era fatto pallido, cupo; l'ira, l'affanno, il sospetto erano entrati in un punto nell'anima sua; ma non si scoperse, non disse parola.
In quella medesima sera, lord Leslie gli aveva fatto dire che sentiva desiderio di parlargli; ed egli non indugiò a presentarsi a suo padre. Il vecchio gli venne incontro di subito, lo prese per mano, e senza accennare alla più lontana idea di ciò ch'era stato, gli mise innanzi con parole amichevoli e gravi le nuove urgenti circostanze che lo consigliavano a ritornare alla patria, senza por tempo in mezzo; gli spiegò sott'occhio lettere d'uomini potenti, che gli avevano disegnato l'andar delle cose e la gravezza del momento; gli parlò poi del debito di non tradir l'avvenire, i proprii diritti, la parte alla quale s'era legato, della necessità infine di giovarsi di quella congiuntura, per non essere avvantaggiato da altri, e racquistare almeno ciò che prima aveva perduto.
Arnoldo rimase confuso, annientato quasi dalle parole paterne. Il vecchio non imponeva, ma cercava consiglio, pregava; ond'egli che dapprima era stato pensoso, irresoluto, rompendo alla fine il silenzio, uscì a proporre al padre, che l'unico partito da seguitare era quello d'un sollecito ritorno in Inghilterra. L'accorto sguardo del lord aveva indovinata la via per arrivare al cuor generoso del figlio; la sua fina politica famigliare aveva trionfato.
Il giovine però sentiva il peso di quel dovere penoso che su le prime aveva accettato con volontà sincera. Accondisceso ch'egli ebbe, il pensiero di perder Maria gli tornò in cuore, gli si fece insopportabile; voleva parlar di nuovo a suo padre, scoprirgli ogni cosa; ma poi riflettè, e conobbe che sarebbe stato lo stesso che perdere tutto. E intanto sorse a consolarlo una nuova speranza, che forse, cedendo da principio, gli sarebbe stato agevole poi, nel volgere di qualche tempo, di preparar l'animo paterno a non porre più altro contrasto alla sua volontà; e vinto così l'antico pregiudizio dell'orgoglio domestico, egli sarebbe stato padrone della sua mente e del suo cuore. Allora per non saper trovare altra uscita, abbracciò il più facile consiglio a cui, per la fiducia del meglio, assai di sovente si appigliano gli animi incerti e miti, quello di tacere e di aspettare.
Ma pure egli era torbido e travagliato. Non poteva spiegare a sè stesso la causa di quell'improvviso fuggir della fanciulla, dopo tutto ciò ch'era stato; nè comprendere come il vicecurato fosse venuto e partito, senza cercare di lui, senza aspettare di vederlo. Ben gli nacque in mente l'idea, che Maria forse avesse confessato al fratello il segreto dell'amore che li univa; ma per ciò appunto si corrucciava di più, pensando al basso e falso concetto che l'amico doveva farsi di lui, non conoscendo ancora la purezza del suo proposito, il mutamento dell'anima sua. E desiderava di poter rivedere, innanzi partire, la giovinetta; e voleva parlarle almeno una volta, accertarla del suo ritorno dopo breve tempo, e ripeterle la già fatta promessa.
Allora, dopo ch'ebbe inutilmente tentato più d'una via per trovar nella città chi gli desse qualche contezza del luogo in cui il vicecurato potesse aver formato dimora, dopo ch'ebbe risoluto di trasferirsi segretamente, prima al paesello del lago, poi all'alpestre villaggio di Valtellina; pentito dell'una e dell'altra cosa s'abbandonò all'inutile rammarico, all'inquietudine, a disegni cupi e sdegnosi. Pensò anche di palesare il suo stato a quel saggio uomo che aveva avuto tanto potere su la sua vita e ch'egli venerava come secondo padre, onde lo sovvenisse di consiglio; pure, quando fu sul punto di farlo, non ardì aprirgli l'animo, o temette forse il giudizio del semplice ma austero vecchio.
Intanto il dì della partenza era venuto. Tutto quello ch'egli potè fare fu di scrivere una lunga lettera al vicecurato, nella quale n'acchiuse un'altra indirizzata a Maria; mandò queste lettere alla posta, e pregò il cielo che arrivassero al più presto al loro destino.
Dov'era allora la nostra fanciulla?
In certe povere stanzette, confinate nella soffitta deserta d'un antico palazzo, che appartenne un tempo alla famiglia del conte Francesco ****, viveva ancora la vedova del vecchio maggiordomo di quella casa. Dopo la morte degli ultimi padroni, il palazzo era stato venduto, spogliato delle sue tappezzerie di damasco e delle dorate suppellettili che l'adornavano da forse un secolo; e un negoziante, arricchito di fresco e non ancora ritirato dagli affari, l'aveva acquistato e fatto restaurar tutto alle fogge del gusto moderno, con le sue sete, co' lucidi arredi parigini, co' molli tappeti turchi.
Quella vedova era una buona vecchietta, servizievole, cicalona, tutt'amore del prossimo e de' poverelli, lodatrice eterna de' tempi suoi e de' suoi ottimi padroni, e massimamente della defunta signora contessa; la quale non l'aveva dimenticata nel testamento, e le aveva lasciato una provisioncella, vita sua durante, un trenta soldi al giorno e l'abitazione: era tutto quel che la povera donna possedeva quaggiù. Pure essa viveva contenta, e col suo sordo sogghignare, diceva bene spesso: Chi molto abbraccia, nulla stringe; ma chi sa contentarsi del poco, campa un pezzo e col cuor largo. — Quel negoziante, al quale certi lontani parenti della contessa, che ne furon gli eredi, avevano venduto il palazzo, dovette accettare tra gli altri patti anche la noia di tenersi in casa la vecchia vedova. E questa poi fu sempre ostinata a non voler abbandonare quella dimora dov'era vissuta per trent'anni; di modo che il novo padrone mise giù il pensiero di farla sloggiare con le buone, come aveva stimato facile, nella fiducia che la vecchia sarebbe presto ita a cercar posto nell'altro mondo.
A quest'antica conoscente, alla signora Giuditta, come in tutto il quartiere era chiamata, affidò dunque il vicecurato la sua afflitta sorella. Essa gli aveva tante volte portati su le sue braccia l'uno e l'altra in giorni più lieti, quand'erano ancora ragazzetti, che non se n'era dimenticata; ma non gli aveva veduti da tanto tempo, che quasi non lo credè vero, allorchè le si fecero conoscere. Pure li ricevette a braccia aperte, e dimandò loro del buon Andrea, della comare Caterina, del palazzo, di cent'altre cose e perfino del vecchio Azor; rammaricandosi di tutto quello che non era più, e benedicendo il cielo, che la sua vecchia amica si ricordasse ancora di lei.
Nell'ignota dimora della vedova Giuditta, don Carlo dunque pensò di nascondere Maria alle ricerche e alla persecuzione di colui, ch'egli credeva essere stato il suo seduttore; giacchè intendeva di fermarsi ancora per qualche giorno a Milano, e di ricondurre poi egli stesso la fanciulla a sua madre.
Maria, ne' primi dì, non sapeva accomodarsi a quella nova solitudine. Ignara di quel che fosse avvenuto, dopo che aveva abbandonato la casa de' Leslie, di quel che potesse fare Arnoldo per ritrovarla, e sedotta ancora da una lontana idea di rivederlo, di separarsi in pace da lui, idea che la sua virtù e l'affetto le richiamavan sempre, non come una colpa, ma come unica consolazione, ella passava le ore in una rassegnazione dolorosa. Non piangeva più, ma faceva ogni sforzo per ritornare più spesso che poteva alla memoria di sua madre; pure, qualche volta, in segreto, ripeteva ancora il nome di colui che per il primo le aveva promesso amore, e sentiva ch'essa non avrebbe più potuto amar nessuno, come aveva amato lui.
Ella non usciva mai, e stava sempre in compagnia della vedova, la quale non sapeva immaginare perchè una creatura, giovine e bella come Maria, fosse così tacita e mesta. Intanto il fratel suo consumava que' pochi giorni nel visitar gli amici che gli restavano ancora, antichi suoi compagni di scuola, alcuni de' quali erano allora parochi nella città, e altri procacciavan di guadagnarsi, con la penna e con gli studi, una vita stentata ma libera e onesta.
E nel rinnovarsi di quelle conoscenze, che avevano messa profonda radice ne' cuori, di quella corrispondenza di sentimenti e di simpatie, ch'è sì bella quando la sorgente ne sia virtuosa e schietta, e fedele la ricordanza, oh! come gli pareva di ringiovenire, di ritornare a quell'età d'affetto e di desiderio, in cui si crede che la buona volontà sia tutto, e nulla la difficoltà delle opinioni e del potere altrui; in cui è certa e giusta l'aspettativa, e santa l'energia della fede e del contraccambio!...
Con quali sinceri trasporti gli amici si rividero, s'abbracciarono! Con qual fratellanza di gioia e di dolore rinnovellarono le memorie della giovinezza! Come lagrimarono gli amici che non erano più, ch'eran mancati nell'ora migliore! Come compiansero a quelli che avevano tradito le speranze di loro concetto, un bell'avvenire, la vita intera!... E le promesse di star sempre uniti col cuore, se con le persone non potevano, d'adempiere insieme all'eterno dovere di render migliori gli altri, di non cader mai d'animo, nè per la tirannia de' pregiudizii e del tempo, nè per la cieca guerra delle passioni, e di servir liberamente alla causa della verità, preparando d'accordo, per quanta forza e per quanto cuore era in essi, il bene e la giustizia per tutti; queste altissime promesse si ripeteron più d'una volta ne' loro ragionari dolci e solenni, e furono santificate da' voti e dalle preghiere di que' giusti e generosi che amavano e che soffrivano.
Così alcuni di que' dì felici, che il buon prete non credeva di trovare più su la terra, e dietro a' quali l'anima sua aveva ben sovente sospirato nelle solitudini della campagna, in mezzo alla povertà e alla dura vita del contadino, o sotto gli umili archi della chiesa del suo villaggio, alcuni di que' dì felici sorgevano ancora per lui; e lo consolavano nel momento che, ferito nella più viva parte del cuore, s'era umiliato innanzi alla superbia degli uomini, all'ingiustizia delle cose. Ed egli se ne rallegrava con sè stesso, chè da tanto tempo aveva rinunciato all'allegrezza: nè alcun funesto presentimento venne a turbar la purità di quell'affetto antico e santo, e il felice presagio d'un'età migliore!... Ma troppo spesso le nostre più vive speranze son le più vane!
Un giorno — non eran passate più di due settimane da che Maria stava in casa della vedova — le due donne avevano apprestato un desinare assai modesto, e aspettavano il vicecurato.
È passato il mezzodì; passano una, due, tre ore, ed esse aspettano ancora, e il vicecurato non comparisce. Su le prime, non si dan pensiero di quel suo tardare, rassicurandosi nell'idea che forse qualche impreveduta circostanza ne lo trattenga. Ma poi all'abbassar del giorno, quando l'una e l'altra ebbero finito di ripetere le consuete scuse che si van cercando per ingannar l'angustia dell'aspettare invano, allora, con quel senso di tristezza che desta il veder farsi sera, crebbe il loro dubbio e l'inquietudine. E taciturne entrambe si pongono a sedere presso una delle finestre che dà sul cortile, s'interrogano a vicenda con gli occhi, e guardano ogni momento verso il cancello del palazzo, in attenzione curiosa d'ognuno ch'entri o passi.
Da quella finestra vedevasi, per il vano del portone, lungo tratto della frequentata corsìa. Si fece notte, le campane delle chiese erano già silenziose per tutta la città, e le donne aspettavano ancora. In ogni passeggero che attraversasse quel breve spazio, pareva loro di riconoscere il prete; ma nessuno mai s'arrestava, nessuno svoltava in quella porta. Maria ben cercava di persuadersi che nulla ci fosse di più naturale di quell'assenza, ma invano; un interno timore la vinceva, l'anima sua andava immaginando qualcosa di funesto, un pericolo, un tradimento, una sciagura improvvisa; e già, come una spina, le stava fitta in cuore l'angustia, che il suo Carlo non avesse a ritornare mai più!
La vedova, indispettita alla fine di quel lungo tedio, cominciò a sfogarsi, a brontolare fra sè e sè: — Vedete mo, che vezzo! Son già passate più di sei o sett'ore.... Ha ragione chi dice: aspettare e non venire, cosa da morire! Intanto voi siete ancora a digiuno, la mia tosa! Manco male, ch'io ho pensato meglio di voi... ma domani, il resto di quel pollo e di quella zuppa sarà roba da buttar via per la finestra... Che cosa crede d'esser poi quel vostro signor fratello? Non è all'osteria, e se qui c'è poco, c'è del cuore almeno! Ma, adesso che ci penso.... Scommetto che, senza dir nulla, avrà desinato altrove; e noi siamo state sì buone ad aspettarlo... Oh via, levatevi su, e peggio per lui! mangiate un po' anche voi, chè almanco non si consumi questa poca grazia di Dio....
— Ora non potrei, signora Giuditta, non potrei da vero... ho un gruppo qui, una cosa che m'opprime....
— Oibò, non mi fate smorfie! In questi dì, non avete mangiato mai, più che non mangi un piccione.... E poi, non dormite, avete una ciera che fa pietà.... Via! ecco quel che son divenute le nostre ragazze! vedete un po' quel che si guadagna a star nelle case de' grandi signori... La minestra di casa vostra vi fa schifo... Non dico così per voi, ma al giorno d'oggi, si vede, tutti vogliono stare in sul grande... Ebbene? sorridete un po'!... Che dirà vostra madre? Quella è una donna casalinga, sincera, alla mano... Che dirà, quando vi rivedrà con quel viso di panno lavato?...
La fanciulla taceva, pensava che sua madre non le aveva mai detto parole così amare; e quell'inutile conforto le parve più duro di qualunque rampogna.
Non era lontana la mezzanotte, quando s'intese un calpestio su per l'angusta scala che saliva a quelle stanze. Le strepito risvegliò l'attenzione della vedova, la quale, seduta accanto del focolare, recitava il rosario con accento basso e sonnacchioso, e fece palpitare il cuor della fanciulla, che s'era presso a lei raggruppata, trovando appena voce di rispondere all'avemarie.
— Siete voi, Carlo? domandò essa, con una gioia sicura, levandosi subitamente; siete voi una volta?... Oh sia ringraziato il cielo!
Nessuno rispose. Ma, poco stante, un bussare forte e strano all'uscio risonò nelle tre stanzette del povero quartiere.
— Ohe! che rumore di casa del diavolo, signor abate? gridò stizzosa la vecchia. Bella musica dopo averci fatto aspettare tutto il dì e tutta la notte!
Intanto Maria era corsa ad aprire.
Si presentaron due sconosciuti, col cappello basso su gli occhi, abbottonati fin sotto al mento in un palandrano nero. La fanciulla diede un grido, e balzò indietro atterrita; la vecchia spalancò tanto d'occhi, e facendosi ritta ritta su la persona, appuntò le braccia su l'anche, in atto di stupore e di dispetto.
Ma l'uno de' due sconosciuti, avanzatosi verso le donne, si pose l'indice della mano attraverso le labbra, e, — State zitte, disse loro, non v'inquietate, non gridate! Non veniamo per farvi nessun male, noi siamo impiegati, facciamo il nostro dovere; e non si cerca di voi. Ma, per amore, silenzio!
— Eh! ch'io non so niente, e qui non c'è nessuno, cominciò a gridare la vecchia. E... e...
— Silenzio, dico, adesso! ripetè colui; risponderete a quel che siamo per domandarvi. E voi, soggiunse voltandosi al compagno — una faccia lunga, scura e smorta, che gli stava sempre alle calcagna, come la sua ombra — ponetevi là, a quel tavolino, e scrivete!
E l'altro fece, senza dir nulla.
— Siete voi la vedova Giuditta ****? chiese allora l'uomo che parlava.
— Sì, son io! rispos'ella; ma perchè voi... perchè lui... perchè io...
— Voi, tacete! e la giovine qui presente è la nominata Angiola Maria ****?
— Son io quella, rispose alla sua volta la fanciulla, ma con voce debole e tremante.
— Bene! E si rivolse di nuovo alla vecchia: Abita in casa vostra il prete Carlo ****, fratello di questa giovine?
— Sì, ma è solamente da pochi dì, ch'io stessa gli ho fatto il piacere di tenerlo qui, con sua sorella; e l'ho fatto perchè siam vecchi amici, e se a questo mondo non ci fosse un po' di carità...
— Basta, tacete! Non ho domandato questo.
— Ma se non posso tacere! Sono una donna onesta, nè voglio che nessuno...
— Tacete! vi replico, e badate a me. Da quanto tempo quel prete abitava qui?
— Fanno giusto quindici giorni ieri...... fu un venerdì! Quando si dice!... Ecco che cosa vuol dire un venerdì!... In verità santa, è una cosa da non credere... Una storia simile non m'è capitata mai!
— Volete finirla con queste chiacchiere inutili? Ditemi piuttosto, dove tenete la roba del vostro ospite?
La Giuditta, inasprita più che mai, non sapendo comprendere la ragione di quell'interrogatorio, rispose alzando le spalle, e con un gesto indicò l'altra camera; poi si mise a guardare or l'una or l'altra di quelle due faccie, per vedere se le riuscisse di poter raccapezzare qualche cosa di così fatto garbuglio. Ma l'uno senza complimenti, preso un lume ch'era sulla tavola, l'accese, e passò nella vicina stanza, come fosse in casa sua; e l'altro intanto continuava a scrivere col muso duro, con gli occhi inchiodati sul suo scartafaccio.
Maria, tutta piena di spavento, non osava quasi respirare; essa aveva indovinato che il suo povero Carlo correva qualche gran pericolo, che coloro eran venuti per metter le mani sul fatto suo; e, resa ardita dal suo stesso terrore, si mosse per correr dietro a quell'uomo, e domandargli, per la pietà del cielo, che cosa fosse avvenuto del fratel suo. Ma colui, avendo trovato di là ciò che cercava, ricomparve su l'uscio, tenendo sotto il braccio un piccolo fascio di carte, e alcuni libri (erano le memorie, il breviario, il vecchio Dante e la Bibbia del buon prete). Pose il tutto su la tavola, rilegò con somma diligenza il fascio, e v'improntò, senz'altro dire, un gran suggello. Poi, volgendosi alla giovinetta, tolse fuori e le porse una lettera dicendo: — È di vostro fratello! Per quest'oggi la nostra incombenza è finita. Buona notte!... E fece un cenno al collega; il quale si levò, ripose via il grosso scartafaccio, e si chiuse di nuovo nel suo palandrano. E per dov'erano venuti, uscirono.
La fanciulla allora s'abbandonò su la seggiola ch'era più vicina, tenendo stretto fra le mani il foglio fatale, che non aveva cuore d'aprire. Ma quando la vecchia, strabiliata ancora di quant'era succeduto, fece per toglierle quella carta, allora Maria la riguardò in volto, corrucciata insieme e pietosa, poi chinò gli occhi, e lesse, che quasi le mancava la voce:
«Maria, mia cara sorella!
«Colui che ti consegnerà questa lettera, ti dirà anche ciò che sia di me. Il cuore mi piange di dover lasciarti sola per qualche tempo; ma rassicurati, non sarà che per pochi dì, forse per poche ore! Pure, te ne prego, fa in modo che nostra madre venga anch'essa al più presto a Milano. Povera donna!... Ma in quanto a me, non le dir altro per carità, se non che sono ammalato, che spero e ho bisogno di rivederla. Il cielo benedica te e lei. Di' ancora alla buona signora Giuditta, che mi compatisca e mi perdoni. — Tu intanto prega il Signore per me, e fatti cuore; io non ho nulla di che rimproverarmi in faccia agli uomini. Mia amata, mia infelice sorella! ricordati sempre, che quanto succede quaggiù, è tutto per volontà di Dio!...»
Misera giovinetta! — Che cuore fosse il suo allora, di quale spavento, di quali fantasmi fosse agitata e piena per essa la notte che seguì quel terribile giorno, nessuno il potrebbe immaginare, non che dirlo. Aimè! tutto l'affanno che può versarsi in cuore umano, era versato nel suo; e per maggior dolore, la sorgente di questa nuova sciagura era un mistero per lei!