X. LE TRE FANCIULLE.

Al domani, il vicecurato si mise in via per la sua parrocchia. Caterina non potè trattenere alcune lagrime, mentre ch'esso, facendo per montar nel biroccio, le prese una mano, e le disse: — Addio dunque, mamma; state bene, e tenetevi su allegra!

Maria invece non pianse, e se ne stava, indifferente quasi, a guardar il fratello che partiva. Se non che, quand'egli si distaccò da loro, la fanciulla se gli avvicinò, e appoggiate le mani alla spalla di lui, e lasciando cadere su quelle la testa, con voce sommessa gli disse: — Non crediate già, Carlo, che non m'incresca il vedervi andar via; ma, se anche non vi dico niente, pensate che vi tengo sempre nel cuore. E voi? Oh vi ricorderete di me; non è vero? e qualche volta anche mi scriverete, perchè le vostre parole fanno la mia vita... Ah voi, adesso, o Carlo, siete per me padre, fratello e tutto!

Il fratello la guardò con tenerezza, ma non seppe rispondere. Le strinse la mano con amore; e poi montò nel calessino che partì.


Passarono quindici giorni. E la vita di Caterina e della figliuola, non segnata d'altro avvenimento, che dall'alternarsi della domestica giornata, volgeva silenziosa e solitaria; perchè la lontananza del vicecurato, il quale per alcun tempo aveva mitigato alle due donne l'amarezza della vita, lasciava allora un altro vuoto ne' loro pensieri, e faceva quasi parer inutili quelle quotidiane cure, che prima eran per esse un'abitudine, una necessità.

Intanto credevano che anche Arnoldo le avesse dimenticate; egli non era più ritornato a quella povera dimora; e una volta Caterina scappò a dire: Fidatevi delle parole de' signori! per me, non ci credo più! — Ben le aveva soggiunto Maria: Che volete, mamma, che venga a far qui da noi quel signore? Egli avrà ben altre cose da pensare! — Ma la vecchia replicava che quel giovine s'era fatto amico del suo don Carlo, e che appunto per ciò doveva essere un po' diverso dagli altri; e poi, che nessuno gli aveva cercato di venirle a trovare; e ch'esse, infin de' conti, avrebbero tanto e tanto mangiato con lo stesso appetito la loro minestra.

— Avete ragione, mamma! aveva risposto Maria mestamente: noi siamo poveri, ed egli non verrà più!

Appunto la mattina di quel giorno, ch'ebbero menzionato fra loro per la prima volta il nome del giovine forestiero, Maria, sedendo presso il murettino del lago a guardar le barche che radevano la riva, intese un vicino rumore di voci nuove e allegre. Si levò curiosa per correre alla porta; e, in quella, vide entrar nel cortiletto le due damigelle inglesi, accompagnate da Arnoldo.

Ella rimase d'improvviso interdetta, muta, e sentì un tremito segreto; ma poi ripigliò cuore, e mosse verso le gentili visitatrici: era sopravvenuta intanto anche sua madre.

Entraron nella saletta, e Arnoldo presentò alla buona comare e a Maria le sorelle, dicendo: — Elisa e Vittorina desiderano di conoscervi; voi sarete amiche, perchè i cuori, come i vostri, s'intendono sempre!

Maria arrossì, e non sapeva che dire; ma ritirandosi un poco susurrò: — Oh questo sarà uno de' più bei giorni per me!

— Sì, sì, esclamò allegramente Vittorina. Voglio che stiamo insieme; voi verrete sul lago nella nostra barchetta; voi c'insegnerete le belle canzoni delle montagne, sarete la nostra guida sui sentieri dell'alpe. Ah sì! dobbiamo passar di belle ore in compagnia.

Anche Elisa avvicinavasi a Maria, e la pigliava con affetto per mano, dicendole: — Noi ci vorremo bene, come vostro fratello e Arnoldo, non è vero? Egli, sapete, ci parlò sovente con tanto amore di lui, di vostra madre e di voi. Non abbiate soggezione di noi; la vostra fisonomia è tanto dolce e bella!

— Non mi mortificate così: io sono una povera fanciulla, e voi...

— Noi, riprese l'Elisa, siamo ben liete di conoscervi; e se vostra madre è sì buona per non dirne di no, torneremo domani, per condurvi con noi alla villa; e sarà una giornata di contentezza.

— E vi mostreremo, aggiunse Vittorina, cento cose belle; i nostri anelli, gli smanigli, le collane, le ciarpette e tant'altri vezzi, che sono una maraviglia a vederli. E ne daremo anche a voi, pensate! ch'e' devono stare pur bene a quel vostro collo, sì sottile e bianco!

— Tu se' proprio uno spiritello! disse Arnoldo, mentre Maria alle parole della giovinetta chinava la faccia sul seno, e di novo arrossiva. Allora Vittorina, in atto di tenerezza infantile, le gettò le braccia al collo, e col suo pronto sorriso:

— Perdonami, o Maria! ho creduto di farti piacere col dirti che sei bella!

— Tu verrai, Maria, aggiunse Elisa, non è vero? dillo! vogliam raccontarci tante cose! Perchè, sai, adesso noi possiamo godere in pace questo tempo sì allegro, questo cielo sì bello! Adesso, noi non tremiamo più per la vita di nostro padre; egli era ammalato, ammalato assai, ma dopo che Arnoldo tornò, sta molto meglio.

— Buona Caterina, riprese Arnoldo allora, fu appunto per causa di mio padre che non venni prima a trovarvi; ma son contento, chè vi veggo di buona ciera e serena.

— Graziadio! rispose la vecchia.

— Voi avrete forse pensato ch'io v'avessi dimenticata?

— Nemmen per sogno!

E Caterina fu presta ad acconsentire alla graziosa premura che le due damigelle le avevano fatta. Era un grand'onore per lei vedere la sua figliuola cercata da due signorine così leggiadre e buone, e il suo amor proprio non n'era poco lusingato; perchè pensava che in ogni maniera non poteva esser che una fortuna quella conoscenza.

Ben presto le tre giovinette divennero amiche, come se già da un anno si fossero conosciute. E quasi ogni giorno, Elisa e Vittorina venivano a cercar di Maria, e con essa dividevano l'allegrezza di tutte l'ore. Bene spesso le avresti vedute seder in crocchio sul terrazzo della villa, intese allo studio de' loro disegni e lavori, al canto di care e semplici melodie, o abbandonate a fanciulleschi e sinceri colloqui. E talvolta anche il vecchio lord, che oramai era convalescente, sedendosi nel suo seggiolone in un angolo del terrazzo, contemplava in atto di segreta gioia quelle tre testoline giovani e aeree, che si chinavano e si levavano con un tripudio irrequieto, con un sorriso più eloquente d'ogni parola; e l'ampio foglio del Times, ch'egli si teneva spiegato sotto gli occhi, cadeva allora dimenticato su le sue ginocchia; e nel suo cuore l'arida politica cedeva il posto alla dolcezza d'un senso affatto novo.

Più sovente le fanciulle andavano a diporto per i paesi della riva, o facevano una corsa su la montagna, e Arnoldo veniva con esse in compagnia. Era un alternar di risa schiette e d'allegri modi, un dolce motteggiare, un mescersi di voci argute e soavi, una corrispondenza di gioia e d'affetto.

Alcuna volta invece, al levar della luna, essendo il tempo chiarissimo, e l'aria consolata dalla freschezza della sera, le tre fanciulle discendevano di nascosto nel giardino della villa, e sen venivano all'ombra per la riva bruna del lago. Poi calate chetamente nella loro fida barchetta, davano a gran lena ne' remi, e pigliavano il largo. La luna si rifletteva bellissima nel lago, come in uno specchio; ma, a ora a ora, l'acqua commossa da uno spirar di vento leggero pareva tutta risplendente di tremole scagliette d'argento. Quel fianco delle montagne, su cui spargevasi il pieno chiarore della luna, pareva circonfuso dalla vaporosa luce d'un incantesimo, e ne spiccavano i seni e i dossi, i paesetti e le case; l'opposto fianco invece si perdeva in un'ombra uguale e fitta, che nulla interrompeva, tranne il luccicare di qualche picciol lume, qua e là, dal balcone d'una villa, o dalla porta d'un casolare. E la barca delle giovinette fuggiva rapida su l'onde, come se avesse l'ale, e portasse le fate abitatrici di quella poetica contrada.

Poi, quando tornavano alla riva, vedevasi quella barchetta fermarsi al piede dell'alto terrazzo; e l'aria taciturna risonava dell'armonia d'una prediletta canzone.

UN CHIAROR DI LUNA.

INSIEME

Sei cheta, o notte, ma non sei mesta,

Quando riluce sereno il ciel!

L'ora beata d'amore è questa,

Questa è del canto l'ora fedel!

Andiam compagne! La notte è bella;

Stacchiam dal lido la navicella.

Aura di sera — spira leggiera;

Geme alla sponda — l'onda che muor.

La luna è chiara, splendon le stelle;

Le tre sorelle — cantan d'amor!

La luna è chiara,

Cantan d'amor!

VITTORINA

Io sono lieta, non ho pensieri;

Tutto è sorriso d'amor per me!

L'oggi è fuggito, fuggito è l'ieri;

Oltre il domani speme non v'è.

Ma quando l'alma brilla contenta,

Oh! perchè l'ora non va più lenta?

Odi una stanca — voce che manca?

Di veglia è grido, che dà il pastor.

Ve' il lume errante d'una facella,

La barca è quella — del pescator;

Canta, o sorella,

Canta d'amor!

ELISA

Lieta è dell'ore l'aerea danza,

La vita a un roseo vespro è simíl;

E il dïadema della speranza

È della sera l'astro gentil,

La cui tranquilla luce amorosa

Sulla mia fronte lieve riposa.

Per l'aure lente — l'arpa gemente

Diffonde un suono che cerca il cor!

Vedi alla bruna sua finestrella

La damigella — china sui fior!

Canta, o sorella,

Canta d'amor!

Fra l'una e l'altra canzone era una pausa; e le ultime voci s'andavan perdendo a poco a poco nell'aria silenziosa della notte, sì che quasi non poteva dirsi se il canto fosse venuto dalla terra, o dal cielo. E pareva che ciascuna delle due sorelle volesse all'accento confidare il segreto del proprio pensiero. Quando poi toccava a Maria a cantare, essa che non aveva avuto altro maestro che il cuore, e che solo col fino senso dell'orecchio misurava l'armonia, sapeva esprimere tutta la soavità, tutta la malinconia dell'anima sua nelle fresche e semplici note della sua voce.

MARIA

Nel ciel romito ho un astro anch'io,

Che nessun vide, nessuno amò!

Pudico raggio, deh splendi al mio

Povero core che ti trovò!...

Io t'amo, o stella, che sempre vegli,

Ed amo l'onda dove ti spegli.

De' giorni il fiore — s'inchina e muore,

Breve è l'affanno, sacro il dolor:

Dal basso esilio, l'alma più bella

Alla sua stella — ritorna ancor.

Canta, o sorella,

Canta d'amor!

INSIEME

O cielo amico, ciel di zaffiro,

Ah ne risplendi sempre così!

Senza una nube, senza un sospiro

Di nostra vita trapassi il dì;

Nè rio pensiero mai turbi il core,

Che solo cerca silenzio e amore!

Aura di sera — spira leggiera,

Geme alla sponda — l'onda che muor.

La luna è chiara, splendon le stelle:

Le tre sorelle — cantan d'amor.

La luna è chiara,

Cantan d'amor!

Il più sovente, venuta la sera, le due damigelle accompagnavano Maria alla casa di sua madre; e là s'intrattenevano alquanto a frascheggiare con la vecchia Marta, e a raccontare la lieta giornata alla buona mamma Caterina, come già la chiamavano. E la buona mamma Caterina quasi ne piangeva di consolazione.


In questa dolce e sollazzevole amicizia corsero così due mesi, i due mesi dell'estate: e su quella felicissima riva, dove gli ardori del sirio e del sollione sono temperati dalla freschezza dell'acque, e dal respiro quotidiano de' venti della pianura e dell'alpe, e ristorati dall'ombra delle montagne e dal silenzio perenne della natura, le tre fanciulle gustavano una contentezza così serena, che non avrebbero cercato di più. Quando la gioia è vera il cuore crede ch'essa durerà sempre!

Anche Arnoldo non era mai stato lieto come allora, e quasi gli pareva un sogno la sua felicità. In quel tempo d'una confidente esistenza, in que' giorni fuggevoli e uguali, egli lasciava che l'anima sua errasse in balìa di facili illusioni; i suoi pensieri non eran più quelli d'una volta; egli trovava in essi una quiete insolita; e diceva che una stella nova e più pura era comparsa nel suo cielo. Arnoldo amava la povera Maria, e l'amava sinceramente. Eppure spesso, quand'era solo e domandava a sè stesso, se Maria, nella sua innocenza, avesse potuto indovinar quel segreto ch'egli aveva sì caro; un sospetto sorgeva a turbarlo con voce importuna, dipingendogli alla mente quell'angiolo come una povera creatura, ch'egli voleva far sua vittima per abbandonarla poi nella sciagura. Allora l'amor suo gli pareva una menzogna, le sue parole uno scherno crudele, ogni suo sguardo furtivo un'infame seduzione. Ma quand'essa era là, in mezzo alle sue sorelle, folleggiante e graziosa come Vittorina, tenera e meditabonda come Elisa; quando, con quella pura sua voce, gli cercava l'anima dolcemente, o la rapiva con la magia d'una sua canzone montanina, allora le fosche fantasie acchetavansi; egli credeva all'amore, credeva al suo cuore e a Dio.


E la fanciulla? — Povera innocente! tu ancora non sai che sia l'amore d'un uomo! Nessuno ha gettato mai sopra di te un solo di quegli sguardi che consumano come fiamma, e lasciano un solco nel cuore; nessuno t'ha detto una parola, per rivelarti che l'abbandono del cuore e del pensiero ci può costar tante lagrime e tanto sacrifizio. Tu non ami che tua madre, il fratel tuo, Dio, il cielo, il tuo villaggio e i tuoi fiori!... Oh guardati, e ti salva dall'amore, finchè hai tempo ancora! L'anima tua è tuttavia pura e soave; essa trema, come una rosa tocca dal primo vento. Perchè abbandonasti il cantuccio della stanza di tua madre, e la tua piccola finestra incoronata di fiori? Aimè! gli occhi di chi non conosce l'amarezza del pianto che si versa quando l'innocenza è morta, guardano al futuro attraverso il prisma ingannevole del presente; e il cuore, se non è ferito, non crede al dolore! — Povera Maria! oh come tu benediresti a quella voce che ti dicesse: Tu se' troppo ingenua, tu se' troppo sicura di te stessa!