XII. ADDIO AL LAGO.

O terra solitaria e ridente, che il lago da tutt'e due i lati viene ad abbracciare col suo limpido specchio, o paesello che siedi su la china del promontorio, incoronato d'alberi d'ombra perenne e rallegrato da un misto digradar di sparsi colori, il verde dell'erbe freschissime, il rosso e il gialliccio delle foglie che cominciano ad appassire, il cupo del pino, dell'elce, e dell'abete, e il roseo degli odorosi ciclamini che tutto l'anno rivestono la tua bella pendice, addio!.. Noi lasciamo le tue ore tranquille, l'innocente allegria de' tuoi passatempi, l'aria tua sincera e salubre, i lieti diporti su l'acque, i sentieri serpeggianti su per la montagna; noi abbandoniamo la casìpola che un'annosa vite ombreggia, la remota dàrsena con le sue barche pescherecce, la scoscesa costiera del lido, la chiesa antica e modesta, la cappelletta al crocicchio del bosco... Addio!

Ma la memoria de' luoghi, che un tempo avemmo cari, dove passammo gli anni giovenili in libertà e in pace, questa memoria, che si nasconde nel cuore, ma non si cancella mai, verrà con noi, cara e segreta compagnia. E quando sorgeranno, nel mezzo della vita, i giorni delle lunghe prove e della tradita fatica, quando fra il rumore del mondo e l'angustia del futuro, volgeremo indietro uno sguardo al tempo che prometteva la felicità, allora ci sarà dolce il tornare, almeno col cuore, a riposarci in que' luoghi, dove la solitudine è piena de' nostri primi amori e di tante piccole storie da fanciulli; dove conosciamo ogni palmo di terra, ogni albero, ogni cespuglio; dove ne pare ancora dover esser meno amaro il ricordarsi del dolore sofferto.


L'oscura sorte d'Angiola Maria sta per mutarsi: un giorno, una parola cambiano tante cose quaggiù; bastò un giorno per sedurre i pensieri della giovinetta con le lusinghe d'una vita più bella, d'una vita che fino a quel tempo era stata per lei un bel sogno fuggitivo, dal quale senza rammarico si risvegliava. La dimestichezza nata fra essa e le due damigelle compagne, il rivedersi tutt'i giorni, la concordia de' pensieri e de' cuori, la necessità di cercarsi, di volersi bene, quella fiducia della giovinezza sì schietta nell'anime buone, tutto si combinò per condurre Maria a lasciarsi vincere dalla preghiera d'Elisa e di Vittorina d'accompagnarle quell'inverno a Milano. Elleno speravano, in segreto, che poi l'avrebbero persuasa d'andar con loro in Inghilterra.

Io avrei dovuto dirvi prima, che il vecchio lord, al cader dell'autunno, stanco della sua lunga solitudine, e ristorato alquanto nella salute, aveva, con gran rammarico delle due fanciulle e d'Arnoldo, risoluto di passar l'inverno nella città. Però, quando bisognò partire, Vittorina fu quella che trovò lo spediente d'acconciarla bene per tutti. Un bel dì, fece a suo padre molte carezze e una preghiera; e il lord, colto in buon'ora, acconsentì. Non occorre dirlo, la mamma Caterina non si fece neppur essa lungamente pregare, chè anzi non capiva in sè dal piacere, quando Elisa l'assicurava che si sarebbero tenuta la sua cara Maria, come una compagna, un'amica; che al primo giorno della primavera l'avrebbero a lei restituita, e tant'altre promesse. E poi, la buona vecchia voleva troppo bene alla sua figliuola; allorchè questa parlava, ella non sapeva trovar più ragione in contrario. — Oh l'amar molto è la gioja e il martirio delle povere madri!

Il più serio fu, quando bisognò scriverne al vice-curato. Maria sapeva i pensieri, sapeva il cuore di suo fratello; e dubitava che quella partenza così nova, quel lasciar sola la madre per tutto l'inverno, a lui non dovesse parer bene. Tremava la povera fanciulla nello scrivere e suggellar quella lettera, tremava e non ne sapeva il perchè. Ma bisognava farlo; sua madre non aveva posta altra condizione, tranne questa, che vi fosse il consenso di don Carlo.

Chi si pigliò la briga di portar la lettera al suo destino, fu lo stesso Arnoldo, per una buona ragione che coperse di due buone scuse, cioè di fare una visita all'amico, e di percorrere un'altra volta, innanzi abbandonarla, quella bella contrada.

Prima che uscisse l'alba della vegnente mattina, una barca lo traghettò a ***, dov'erano i cavalli di suo padre. Qui giunto, condusse fuori uno svelto e brioso leardo; montò in sella, e seguitando i sentieri lungo la montagna, viaggiò tutta la giornata, per arrivare innanzi sera alla lontana parrocchia. Più d'una volta fallì il cammino, e gli fu forza tornar indietro, e rifare lunghi tratti della strada già corsa; onde sentiva dispetto dell'indugio, e compassione della sua povera cavalcatura. Già da parecchie ore il cavallo andava di buon portante o di galoppo su per quelle strade appena praticabili, e sbuffava dalle nari per la lunga fatica; la sua criniera ondeggiava sollevata dalla sottile brezzolina d'ottobre; le ferrate sue zampe percotevan con violento passo sui grossi ciottoli di que' sentieri franati: ma il giovin cavaliere non pareva mai stanco di tener piede in istaffa. Soltanto egli lasciava, a quando a quando, che il cavallo continuasse a passo la via, e intanto gli accarezzava il collo e la criniera.

Al mezzo del cammino, scese di sella, e fermossi per breve tempo in un deserto casolare, il quale d'osteria non aveva altro che l'insegna; un tugurio, che la mala sorte aveva collocato in fondo di una solitaria valle. Condusse egli stesso il suo cavallo in un canto della corte, innanzi a una mangiatoia tarlata; poi entrò nella cucina, sedette, e senza parlare si refiziò con uno stantío resto di torta e con certo cacio di capra che gli fu messo innanzi, e che poi condì con un bicchiero di vino acido; e pure l'ostessa ne aspettò un pezzo il complimento. Era una giovine e tarchiata colligiana, la quale gli s'era piantata in faccia, con le pugna appuntate sul descaccio zoppo, quantunque fosse più usa a guardare, con due occhi grigi e furbi, il bel muso d'un contrabbandiere al lume della luna, che non la faccia dilicata e i capegli biondi d'un giovinotto inglese innamorato.

Ripigliò il cammino, e lungo la strada, la sua fantasia, seguendo sempre gli stessi pensieri, vestiva d'una immagine sola la varia scena della natura ridente o selvaggia ch'egli attraversava; i gruppi d'alberi, i casali, i dirupi e le frane, il ruscello e il torrente, la piccola pianura e la greggia col mandriano, la siepaia e il cacciatore, il paesello e il cimitero, tutto pareva fuggirgli dinanzi, come s'egli fosse nel paese delle visioni. Sola una meditazione nutriva il suo cuore; nè quel pensiero era mai sì forte, come quando traeva fuori la lettera di Maria, e ne contemplava con segreta gioja le parole della soprascritta; la quale, del resto, era pur semplice, e non so che incanto avesse.

A un'ora di notte, arrivò alla parrocchia, e scavalcò all'uscio d'una povera abitazione, che un pecoraio gl'insegnò esser quella del vicecurato. E lo trovò nella più interna delle due camere, ch'erano tutta la casa, lo trovò a vegliare in mezzo a' suoi volumi, qua e là sparsi, ammucchiati o aperti, al lume d'una piccola lucerna.


Al vedere l'inaspettato visitatore, il prete s'alzò, e, fattosegli incontro, sorrise; poi, senza parlare, gli strinse con grand'amore la mano; ma il suo aspetto era pallido, malinconico il sorriso, lo stesso andare aveva qualche cosa di penoso e d'incerto.

— Siate il benvenuto amico mio! Dunque non l'avete dimenticato il povero prete? Nella mia solitudine, la vostra venuta è una vera benedizione. Oh credetelo! il mio cuore n'è riconoscente.

— Mio buon Carlo: tocca a me il domandarvi perdono, se questa è la prima volta che vengo a visitarvi; non ho tenuta la mia promessa, lo so; ma... mio padre...

— Non dite di più: vi so troppo buon grado del piacere che adesso mi fate, e v'assicuro ch'io aveva un gran bisogno di vedere un volto amico.

— Io vi trovo assai mutato da tre mesi, magro, sparuto: siete stato forse malato?

— No! io sto bene: è l'animo mio ch'è malato. Ma di me non parliamo; voi...

— I' ho una lettera da consegnarvi... una lettera di Maria, di vostra sorella.

— Che? accadde mai qualche disgrazia a mia madre?

— Oh! ella sta bene e vi saluta, la buona donna; ell'è così rubizza e così lieta!

— Dio la benedica! Ma questa lettera di Maria...

— Eccola! essa vi domanda che acconsentiate di lasciarla per qualche tempo con noi, che andiamo a passar l'inverno a Milano... Le mie sorelle ve ne pregano anch'esse!

— Maria?.. disse il prete, maravigliando e cadendo d'improvviso in gravi pensieri. Indi aperse lentamente il foglio, lo lesse attento, e ripiegatolo lo intascò. Il giovine intanto lo riguardava, in atto di serio esitare. Indi a poco il prete gli domandò: — Quando contate di partire?

— Domattina, forse. Perchè... non so se mio padre.... dubitando rispose Arnoldo.

— Domattina dunque avrete la mia risposta per Maria.

E detto ch'ebbe, mutò discorso, nè più parlò di sua madre, nè di sua sorella. Ma raccontò all'amico la vita che menava in quella valle; vita di sacrifizio e di coraggio, e che avrebbe presto distrutte le forze d'altri uomini di tempra più salda della sua. Quella remota parrocchia di poveri terrazzani, dispersa in abituri e capanne, senza ricolto e senza decime, metteva a dura e verace prova il ministero dell'uom del Signore, chiamandolo a tutte l'ore dov'era bisogno di consolazione e di costanza, e dove albergavano il pianto e la fame.

Ma essendosi fatta l'ora tarda: — Pensiamo per voi, disse don Carlo. Voi siete stanco, rotto dal viaggio; qui nel paese, non v'è locanda di sorta, chè altri non vi capita se non qualche vagabondo, o al più due volte l'anno qualche viandante che abbia perduta la strada. Se v'accontentate, vi cederò il mio letto; già, lo sapete, siete sotto il tetto d'un povero romito...

Ma, negando l'altro in ogni maniera: — Bene, soggiunse il prete, il mio Bernardo, è un buon cristiano di questi monti che m'ajuta e mi serve, vi preparerà alla meglio un lettuccio sul canapè ch'è nell'altra stanza. Scusatemi, amico! v'accorgerete stanotte di non essere nelle belle case, e ne' buoni letti della vostra Londra. Dunque, addio e buona notte!


Arnoldo si coricò; ma alle stanche membra non concedevano riposo l'ardore e l'inquietudine della mente combattuta da cento pensieri più strani delle larve d'un cattivo sogno. Vegliava dunque, e dopo qualche tempo s'accorgeva che nella stanza vicina il prete era pur desto; perchè la lucerna mandava ancora, per alcune fessure dell'uscio, il sottile suo raggio.

Dapprima non gli giungeva all'orecchio nè voce nè respiro; poi intese come il muover lento e grave d'un passo, che pareva misurar chetamente la stanza. Il giovine si trasse di novo sotto le coltri, e cercò dormire, ma invano... Origliava, non fiatava; passò un'ora, ne passò un'altra; e sempre sentiva il prete andare e venire su e giù lentamente per la camera.

Tutto a un tratto lo riscosse uno strepito, come d'una seggiola che scricchioli sotto il peso di persona che sopra vi s'abbandoni; e in quella, gli parve d'udire un affannoso sospiro, e poi queste parole: — Mio Dio!.. dammi forza e costanza!...

Allora, vinto da non so che terrore, egli stava per balzar dal letto, quando s'accorse che la lucerna era spenta, e che tutto era silenzio.

Alla mattina, Arnoldo pensava di chiedere al prete, in nome dell'amicizia, la spiegazione di quel mistero, la causa della preoccupazione grave e dolorosa in cui l'aveva trovato. Pure, quando se lo vide venire incontro, con aspetto serio ma tranquillo, per fargli nuova scusa della sua meschina ospitalità, e s'accorse che gli tagliava a mezzo ogn'inchiesta la quale a lui riguardasse, allora pensò che quello doveva essere un segreto geloso e profondo, uno di que' segreti che si trema di confidare allo stesso cuor dell'amico; e tacque.

Con un turbamento involontario Arnoldo ricevette la lettera che il vicecurato aveva scritta in risposta a quella di Maria.

Quando, preso commiato e salito in sella, il giovine ripetè un sincero saluto, il prete gli s'avvicinò, e strettagli forte la destra, — Arnoldo, disse, voi siete un uomo onesto, e il cuor vostro è buono e generoso. Voi siete abbastanza felice, ma io non ho più nessuno quaggiù!.. Il futuro c'incalza e trascina, e Dio solamente lo conosce: se dunque a Lui piacesse che noi non avessimo a incontrarci più su la terra, e se mai l'avvenire vi menasse di nuovo in quest'Italia, non dimenticate mia madre e mia sorella! Confortale l'una, proteggete l'altra... Oh voi fortunato, se avrete questa consolazione di poter dire: C'è alcuno che mi ama e mi benedice! Addio!

Arnoldo si sentì commosso fino alle lagrime; ma fattosi forza, — Addio, rispose, virtuoso amico! State di buon animo; io spero che ci rivedremo ben presto. Addio!

E, dato di sprone al cavallo, s'allontanò.


Due giorni appresso, la famiglia de' Leslie era partita dalla villa, e Maria aveva abbandonato la natale sua terra. La mano della fanciulla aveva tremato nell'aprir la lettera di suo fratello; erano poche linee che dicevano:

— «Chi deve avere maggior pena che tu parta di qui, mia cara Maria, è la nostra buona mamma. S'ella dunque vuol fare questo sacrifizio, e tu segui allora la tua volontà. La famiglia, nel cui seno ti ritrovi, è un raro esempio di nobiltà vera e onesta. Ma non ti scordar mai, sorella, chi tu sia! Conserva il tuo cuore; pensa che un cuore come il tuo è una gemma, la quale, perduta una volta, non si ritrova mai più. Io spero per altro che la tua lontananza non sarà lunga: quando ritornerai, fa di trovare ancora nella tua povera casa, e sotto il cielo che il Signore t'ha dato, quegli stessi pensieri e quella stessa vita, che ora vi lasci. E se mai tu temi che non sia per essere così, oh! non abbandonare, te ne scongiuro, la tua povertà e il silenzio dell'oscurità in cui se' nata. Addio, mia sorella! Che il Signore t'accompagni! —

Carlo.»

Caterina pianse nel leggere questa lettera così semplice, ma non ebbe cuore di stornar la figliuola dalla proposta partenza. Maria mise insieme le sue poche robe; e la stessa mattina, nell'andar dall'una all'altra stanza della casa, le pareva che quell'abbandono le pesasse sul cuore, e quel breve viaggio le fosse imposto come una penitenza.

La buona madre anch'essa, quando il momento fu venuto di staccarsi dalla sua Maria, sentì nel suo segreto un dispiacere, un pentimento quasi d'avere accondisceso all'impensata a quella partenza: e le vennero a mente le parole che ripeteva un tempo il suo pover'uomo, quando la signora contessa teneva con sè la fanciulletta: Verrà un giorno che ve ne pentirete, e non vi sarà più rimedio! — Ma non disse nulla, e cacciò via quel tristo pensiero.

Nel tragittare il lago, per raggiungere le carrozze del lord, che stavano aspettando su l'opposta riva, Maria non potè nascondere l'angoscia che la stringeva, benchè non piangesse. Dilungandosi dalla sponda, guardava la madre sua e la vecchia Marta, che dalla soglia della casa le mandavano ancora baci d'amore; guardava la sua finestretta e la pergola del cortile. E certamente, se non era la presenza del vecchio signore, che quantunque buono e carezzevole con lei, pure la teneva nell'imbarazzo della suggezione, essa avrebbe lasciato libero sfogo alle sue lagrime.

Elisa, guardandola con mestizia, le compativa; Vittorina l'abbracciava, ripetendole le più liete cose che siensi dette mai per consolare chi abbandona la prima volta i luoghi, a cui la vita serena di molt'anni donò tanta bellezza.

Nel tempo di quel tragitto, un giovane barcaiuolo accompagnava il lento batter del remo nell'acqua con una semplice canzone del suo paese, su l'andar della seguente.

IL COMMIATO.

CANZONE DEL BARCAIUOLO.

O Rita bella, mia Rita, addio!

Ah! ti ricorda dell'amor mio.

I' vo lontano dal suol natío,

Lascio la barca che mi fu cuna;

Solo, ramingo, pel mondo io vo.

I' vo cercando la mia fortuna!

Se il buon destino non è restio,

Quando ritorno, ti sposerò.

O Rita bella, mia Rita, addio!

Ah! ti ricorda, cara, quand'io

Sott'altro cielo, mesto, lontano,

Penserò all'ora di questo dì;

Che noi qui stretta ci siam la mano,

Che un solo giuro due cori unío,

E che il Signore quel giuro udì!

Ah ti ricorda dell'amor mio!

Là, presso l'erta di quel pendio,

Cui lieta cinge la vigna in fiore,

Vedi una casa, del monte al piè?

Se fosse nostra!... Mi sta nel cuore

Da tanto tempo questo desio!

S'io vi potessi viver con te!..

O Rita bella, mia Rita, addio!

Oh sta, mio core! già l'alba uscío.

Partir bisogna, lasciar la valle,

Se ricco un giorno mi vuoi sposar!

D'un fardelletto carco le spalle,

Povero e franco, men vo con Dio...

Ma prima, o cara, ti vo' baciar!

Ah ti ricorda dell'amor mio!

O Rita bella, mia Rita, addio!

Ah ti ricorda dell'amor mio!


— Sia ringraziato il Signore, disse il mendicante dopochè si furono allontanati, che m'abbia mandato l'inspirazione di continuar la strada.... — Lib. II, pag. 281.