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Jackson (Will.), compositore di musica e scrittore di molto spirito, nato a Exeter, ove morì nel 1803 in età di 73 anni. Dopo di aver ricevuta un'ottima educazione, studiò i principj della musica sotto il maestro della cattedrale di Exeter, e perfezionossi quindi sotto la direzione di Travers, celebre maestro di Londra. Nel 1777 divenne maestro della cattedrale del suo paese, e venne riguardato in Inghilterra come uno de' migliori compositori del suo tempo. Nel 1769, pubblicò in Londra Songs op. 7, e l'anno d'appresso la sua opera 9, di sonate pel forte-piano con violino, cantici, inni, odi, e un'elegia a tre voci. Le sue produzioni letterarie sono: On the present state of music, cioè: Dello stato attuale della musica, in 12º, di cui vi ha una seconda edizione; Trenta lettere sopra diversi soggetti, che hanno avuto tre edizioni; Le quattro età in 8vo, e Diversi Saggi ec.

Jacob (M.), morto in Parigi nel 1770, allievo di Gaviniès, pubblicò l'anno d'innanzi Nouvelle méthode de musique, in cui confuta l'ab. de la Cassagne nel sistema dell'unica chiave ch'egli propone: M. Jacob ne dimostra l'impossibilità.

Jamard, canonico di S. Genevefa, nel 1769 pubblicò in Parigi Recherches sur la théorie de la musique, in 8º, in cui sviluppa il sistema di Ballière; testo e comento inutili.

Jamblico di Calcide, filosofo su i principj del IV secolo, ebbe per maestri Anatolio e Porfirio, e fu come essi della setta dei nuovi Platonici, i quali ai delirj degli antichi filosofi univano le loro mistiche insensataggini. Essi non trascurarono di coltivare la musica, ma alla maniera de' Pittagorici inviluppandola di numeri: così Jamblico nella sua opera intitolata: Delle cose fisiche, morali e divine, che si osservano nella dottrina dei numeri, impiegato aveva l'ottavo libro ad una Introduzione alla musica secondo la dottrina de' Pitagorici. Non è stato certamente gran danno l'essersi perduta: egli ne fa menzione nel suo Comento sull'aritmetica di Nicomaco, e nella vita di Pitagora. Tratta egli inoltre nel suo libro de' Misteri, de' mirabili effetti della musica, e ne attribuisce la cagione all'aver essa, oltre del naturale, qualche cosa del divino (V. Sect. III, c. IX, edit. Oxon. Th. Gale).

Jarnowick, l'allievo favorito del cel. Lolli, di sangue italiano, sebben nato e allevato in Parigi, il suo vero nome era Giornovichi. Giustezza, purità, eleganza era il distintivo carattere di questo abilissimo violinista: egli riusciva particolarmente nel genere brillante e piacevole: per il corso di dieci anni l'entusiasmo dei francesi per Jarnowick fu di moda, ma quindi disparve al segno che questo gran virtuoso fu obbligato a lasciare la Francia, e nel 1782 era egli al servigio del principe reale di Prussia. Il maestro Wolf, nella relazione de' suoi viaggi, descrive i trasporti co' quali sentivasi ogni volta questo virtuoso in Berlino, dove egli lo conobbe. Vi sono di lui impresse 7 sinfonie, e 9 concerti di violino: egli è morto in Pietroburgo nel 1804. Ecco alcuni aneddoti intorno a questo celebre artista. Un dì trovandosi egli presso Bailleux editore e mercante di musica, ruppe per inavvertenza un vetro. Chi spezza i vetri li paga, gridò Bailleux. È ben giusto, ripigliò Jarnowick, che bisogna darvi? — Trenta soldi. — Prendete, ecco tre lire. — Ma non mi trovo di che darvi il resto. — Ebbene, siamo saldi, replicò Jarnowick, e spezzonne nel tempo stesso un altro. In un viaggio ch'egli fece a Lione, annunziò un concerto a sei franchi per biglietto. Vedendo che non si presentava alcuno, stabilì di trar vendetta dell'avarizia de' Lionesi; rimise perciò all'indomani il concerto, e a tre franchi per biglietto. Questa volta vennero in folla: ma al momento di dar principio, non si vide Jarnowick e venne avviso ch'egli era partito per le poste. Kosolowiski compose la musica funebre, che fu eseguita nella chiesa cattolica di Pietroburgo nel 1804, per l'esequie di Jarnowick, e cantata da' migliori musici, tra' quali la cel. Mad. Marà.

Jommelli (Niccola) nacque nello stesso anno che Gluck nel 1714, in Aversa, città nelle vicinanze di Napoli, dove studiò i primi elementi della musica sotto il canonico Muzzillo. In età di sedici anni fu messo in educazione in Napoli, nel conservatorio de' Poveri di Gesù, e di poi nell'altro della pietà sotto i bravi maestri Prota e Feo: ma non contento ancora di questi, cercò il Jommelli d'apprender da Leo il grande, il sublime della musica, e ben si scorge dagl'intendenti, che egli ha fatto grandissimo studio sulle carte del gran Leo, e che spesso ha rivestito di miglior colorito gli stessi disegni del suo precettore. Costui già uomo di una riputazione ben stabilita, e superiore all'invidia, nel 1736 in occasione, che si concertava una cantata del Jommelli in casa di una di lui discepola, trasportato dal piacere, e quasi fuor di se, Signora, le disse, non passerà molto, e questo giovane sarà lo stupore, e l'ammirazione di tutta Europa. Leo andò dunque più volte a sentir quella musica nel teatro nuovo, predicando, che i suoi presagi si sarebbero in brieve avverati. L'Odoardo scritto da Jommelli all'età di 24 anni pel teatro de' Fiorentini ebbe maggior incontro: la fama cominciò a divulgare il suo nome fra gli esteri, e fu chiamato in Roma nel 1740, sotto la protezione del cardinale duca di York. Scrisse ivi il Ricimero, e nel seguente anno l'Astianatte pel teatro di Argentina col più felice successo. Nell'anno stesso chiamato in Bologna scrisse l'Ezio, e mentre colà dimorava non trascurò di frequentare il P. Martini: giuntovi appena andò egli a ritrovarlo senza farsi conoscere, pregandolo di ammetterlo tra' suoi scolari. Gli diede il Martini un soggetto di fuga, e nel vederlo così eccellentemente eseguito: Chi siete voi, gli disse, che venite a burlarvi di me? anzi vogl'io apprender da voi.Sono Jommelli, sono il maestro, che deggio scriver l'opera in questo teatro: imploro la vostra protezione. Il severo contrappuntista, gran fortuna, rispose, del teatro di avere un maestro come voi filosofo; ma gran disgrazia è la vostra di perdervi nel teatro in mezzo ad una turba d'ignoranti corruttori della musica. Jommelli confessava di aver molto appreso da quest'illustre maestro, e specialmente l'arte d'uscire da qualunque imbarazzo, o aridità, in cui si fosse ridotto un maestro, e di trovarsi in un nuovo spazioso campo a ripigliare il cammino, quando si credea, che più non ci fosse dove andare. Espressioni sincere, dice il Mattei, che io ho inteso più volte da lui medesimo, ed egualmente mi confessava, che al Martini mancava il genio, e che suppliva coll'arte laddove mancava la natura. Dopo di avere scritto il Jommelli nuovamente in Roma ed in Napoli con incredibili applausi, fu chiamato in Venezia, ove la sua Merope ebbe tal riuscita, che quel Governo, per quivi stabilirlo, lo diè per maestro al Conservatorio delle figliuole, per il quale scrisse varj pezzi di musica sagra, e deesi tra questi rimarcare il Laudate pueri a due cori di 4 soprani e 4 contralti, la cui esecuzione, dopo quasi 70 anni ch'è scritto, riempie tuttora di ammirazione, e di diletto e il volgo, e i dotti; egli è un capo d'opera di espressione e d'armonia. Nel 1749, scrisse l'Artaserse per l'Argentina in Roma, e l'oratorio della Passione per il cardinale di York: fu chiamato in quello stesso anno in Vienna, per scrivervi l'Achille in Sciro e la Didone. Fu incredibile il piacere del Jommelli, che desiderava di abboccarsi col gran Metastasio, prender lumi da lui, come quegli che co' suoi drammi avea contribuito a far tant'alto levare la musica. Con lui passò egli tutto il tempo che dimorò in Vienna, e vantavasi quindi molto più aver egli appreso dalla conversazione di quel divino poeta, che dalle lezioni del Feo, del Leo, del Martini. Egli stesso fatti aveva de' buoni studj e componeva con felicità de' buoni versi. Profittò ancora più dopo alcune istruzioni del Metastasio, ed ecco come della sua musica della Didone, composta in Vienna, scrisse allora quel gran poeta alla sua principessa di Belmonte: Andò in iscena la mia Didone, ornata d'una musica, che giustamente ha sorpresa ed incantata la corte. È piena di grazia, di fondo, di novità, di armonia, e sopra tutto di espressione. Tutto parla sino a' violoni, e a' contrabassi. Io non ho finora in questo genere inteso cosa, che m'abbia più persuaso. In un anno e mezzo di sua dimora in Vienna, Jommelli ebbe più volte l'onore di accompagnare al cembalo l'Imperatrice M. Teresa, la quale fece levar via lo sgabello senz'appoggio, e sostituire una sedia per lui: lo colmò di doni, tra' quali un anello col di lei ritratto guernito di grossi brillanti. Il gran Lambertini nel 1750 vacando il posto di maestro di S. Pietro, volle che l'occupasse il Jommelli, a preferenza di tanti bravi concorrenti sì romani, che esteri: ed egli nel solo spazio di tre anni, dopo i quali rinunziò a quell'onorevole posto, arricchì di moltissime carte la musica di chiesa. Può leggersene il lungo catalogo nell'elogio di lui scritto dal Mattei, a cui ci rimettiamo eziandio per il rimanente delle sue composizioni da teatro e da chiesa, scritte dopo quell'epoca per le Corti di Stuttgart, di Madrid, di Lisbona, di Torino e di Napoli. Ma Napoli questa ingrata patria, Napoli fu l'occasione della morte di sì grand'uomo. La sua Ifigenia scritta per quel teatro nel 1773, e pessimamente eseguita in sua assenza, diè campo alla malevolenza e all'invidia di scagliarsi contro al suo autore come già per vecchiezza rimbambito e disutile. Il disgusto ch'egli ne risentì, malgrado la sua filosofica moderazione, gli cagionò un accidente di apoplesia, da cui non perfettamente rimesso scrisse tuttavia il divino suo Miserere tradotto in versi italiani dal Mattei, a due voci, col solo accompagnamento di due violini, violetta e basso, capo d'opera dell'arte, ed immortale come lo Stabat del Pergolese, di cui poteva veramente vantarsi l'autore: Exegi monumentum ære perennius... Non omnis moriar. Era scorso già un anno, quando un secondo colpo di apoplesia lo tolse di vita a' 25 agosto del 1774. Fu egli di ottimi costumi, buon cristiano, buon cittadino, e di una coltura non ordinaria fra le persone del suo mestiere. In mezzo a' furori dell'invidia, ei non seppe dir mai una parola contro di alcuno: modesto ne' suoi giudizj, superiore alla rivalità non negò i dovuti elogj ai gran maestri suoi contemporanei. Egli era di grande e corpulenta persona; il dot. Burney, che lo vide ne' suoi viaggi, dice ch'ei singolarmente rassomigliava a Hendel, ma che era molto più di costui pulito ed amabile. La di lui musica si distingue per uno stile tutto suo proprio, per una immaginazione sempre feconda di nuovi concetti sempre lirici, e di voli veramente pindarici: egli passa da un tuono all'altro d'una maniera tutta nuova, inaspettata e dottamente irregolare: se pecca alle volte di troppa arte e difficoltà, la sua difficoltà è del genere di quella di Pindaro; non tutti sono in grado di comprender Pindaro e molto meno d'imitarlo. Pindaro vola per mezzo alle nubi, chi si fiderà di seguirlo? diceva Orazio. (Mattei, elog. di Jomm.) Ecco quel che conciliò al Jommelli gli elogj de' conoscitori e de' filosofi, e gli fè perdere alle volte quelli del volgo.

Jones (William), musico dei nostri giorni in Londra, ove nel 1786 diè al pubblico: Treatise on the art of music, etc. cioè: Trattato della musica, e Corso di lezioni disponenti alla pratica del basso continuo, e della composizion musicale (V. Monthly Review, 1786).

Jones (Eduardo), circa 1790, pubblicò in Londra: Musical and Poetical Relics etc. cioè: Avanzi di musica e di poesia de' poeti del paese di Galles, conservati o per tradizione, o per i MSS. autentici, che non sono stati sinora pubblicati. Quest'opera, di cui si trova una ben dettagliata analisi nel Monthly Review, mese di gennaro 1786, contiene de' materiali preziosi per l'antica storia della poesia e della musica, e del paese di Galles, su la quale evvi una particolar dissertazion dell'A. in fronte dell'opera.

Jorissen (Gius.), abbiamo di costui una Dissertazione col titolo: Nova methodus surdos reddendi audientes, Halæ 1757; nella quale vi ha molte osservazioni sulla propagazione del suono per mezzo di materie solide (Chladni, Acoust. p. 317).

Jortin, dottore in musica a Londra nello scorso secolo, di cui vi ha una lettera sulla musica degli antichi Greci, nella seconda edizione del saggio di Avison (V. Burney, Diss.).

Josquin Desprez, in latino Jodocus Pratensis, nato nel Belgico circa 1450, è stato riguardato come il più abile maestro dell'antica scuola fiamminga: ammirato da' suoi contemporanei, servì di modello a' suoi successori. I didattici del suo secolo e quelli delle generazioni d'appresso, appoggiarono i precetti loro sulla di lui autorità ed esempj. Heyden, Glareano, Zarlino, Artusi, Cerone, Zacconi, Berardi, Bononcini, e fin anco il P. Martini, a' nostri giorni, lo citano a ciascun foglio: se oggidì non è più alla cognizione che di pochi eruditi, si è perchè nello spazio di tre secoli, che sono scorsi dalla di lui morte, la musica ha subito infinite rivoluzioni: perchè generalmente i musici hanno pochissimo zelo di sapere tutto quel che riguarda la storia dell'arte loro, e perchè la mancanza di buoni libri su tale argomento, specialmente nella nostra lingua, ne renderebbe loro l'istruzion malagevole, quando anche ne avrebbero la voglia. Forkel nella eccellente sua Storia della musica (in tedesco, Lipsia 1790) dà dei lunghi dettagli intorno a Josquin e le sue composizioni. Adamida Bolsena dice ch'egli fu nella cappella pontificia al tempo di Sisto IV, cioè dal 1471 sino al 1484.